La Zes unica si conferma uno degli strumenti su cui il Mezzogiorno sta costruendo la propria strategia di rilancio industriale. Tra semplificazione burocratica, credito d’imposta e attrazione di nuovi investimenti, il Sud continua a mostrare segnali di vitalità che vanno oltre la congiuntura e si inseriscono in una traiettoria più strutturale di crescita. È il messaggio al centro del confronto promosso da Confindustria Bari-Bat con il sottosegretario Luigi Sbarra, dedicato proprio al rapporto tra Zes, imprese e sviluppo.
Secondo i dati richiamati nell’articolo, nel 2025 le imprese delle otto regioni coinvolte nella Zes unica hanno presentato oltre 10 mila domande di autorizzazione, con un incremento annuo del 52%. La Puglia si è collocata al terzo posto dopo Campania e Sicilia, registrando però una crescita del 46%, mentre la Basilicata, pur con numeri assoluti più contenuti, ha segnato un aumento del 62% rispetto al 2024. Anche i primi segnali del 2026 vengono descritti come incoraggianti: oltre mille autorizzazioni già concesse per circa 6 miliardi di investimenti diretti attivati, con Campania e Puglia nel ruolo di principali poli di attrazione.
Alla crescita degli investimenti si accompagna anche una ricaduta occupazionale rilevante. Il dato riportato parla di 17 mila posti di lavoro creati, elemento che rafforza la lettura della Zes unica non solo come strumento di incentivo alle imprese, ma anche come leva per il riequilibrio territoriale tra Nord e Sud. È proprio su questo punto che si concentra la posizione di Sbarra: la Zes, nella sua lettura, contribuisce a creare un contesto favorevole all’insediamento di nuove attività produttive e al rafforzamento di quelle già esistenti, sostenendo competitività e occupazione.
Nel dettaglio pugliese, il 2025 ha fatto emergere una prevalenza degli investimenti in macchinari, che pesano per il 37,4% del totale e valgono oltre 2,7 miliardi di euro. Seguono attrezzature, impianti e immobili, a conferma di una domanda orientata soprattutto al rafforzamento della capacità produttiva. Sul fronte delle filiere, oltre il 50% delle autorizzazioni uniche si concentra in tre comparti: agroalimentare, elettronica e Ict, e Made in Italy tradizionale. Una distribuzione che racconta un tessuto economico ancora fortemente ancorato alle vocazioni territoriali, ma sempre più aperto anche all’innovazione tecnologica.
L’analisi mette però in evidenza anche le differenze tra le regioni del Mezzogiorno. Calabria e Abruzzo presentano i valori medi più elevati per autorizzazione, superiori agli 11 e ai 9 milioni di euro, mentre Sicilia e Sardegna si collocano sui livelli più bassi. La Puglia si attesta in una fascia intermedia, intorno ai 5,9 milioni di euro per autorizzazione, e resta a metà classifica anche per impatto occupazionale, con quasi 5 mila assunzioni. La Basilicata, invece, si distingue per una ricaduta occupazionale relativamente più alta a fronte di investimenti più contenuti, segnale di una specializzazione in settori più labour intensive.
Il quadro che emerge è quello di uno strumento che non sostituisce l’iniziativa privata, ma la accompagna, cercando di trasformare il potenziale industriale del Mezzogiorno in sviluppo stabile. Perché questo percorso si consolidi, però, servirà continuità nel dialogo tra istituzioni e sistema produttivo, insieme alla capacità di tradurre gli incentivi in investimenti durevoli, filiere più solide e nuova occupazione. La Zes unica, insomma, appare oggi come una delle scommesse più concrete per dare al Sud una politica industriale più coerente e più efficace.