In Italia si parla spesso di giovani che lasciano tardi la casa dei genitori, della loro difficoltà a costruire percorsi autonomi e del calo demografico. Molto meno, però, si guarda alle cause strutturali che rendono questa autonomia sempre più complicata. Tra queste c’è una crisi abitativa che colpisce in modo particolare gli under 35 e che condiziona non solo la possibilità di vivere da soli, ma anche le scelte di studio, lavoro e famiglia.

A fotografare il fenomeno è il secondo numero di “Nessi”, rivista di Percorsi di Secondo Welfare, dedicato al disagio abitativo giovanile. I dati mostrano un divario netto tra l’Italia e il resto d’Europa: l’età media in cui si esce dalla casa dei genitori è di 26,2 anni nell’Unione europea, mentre in Italia sale a 30,1 anni.

Il problema non riguarda soltanto il costo degli affitti o delle abitazioni, pur sempre più elevato soprattutto nelle città dove si concentrano lavori qualificati, università e servizi. La questione è più ampia e riguarda l’accesso complessivo a una casa dignitosa, sostenibile e collocata in contesti in cui siano presenti infrastrutture sociali adeguate.

«La crisi abitativa è una condizione diffusa di mancato o scarso accesso alla casa da parte di un numero crescente di persone», spiega Elisabetta Cibinel, di Percorsi di Secondo Welfare e coordinatrice redazionale di “Nessi”. Sui giovani, aggiunge, gli effetti sono particolarmente rilevanti: senza autonomia abitativa rispetto alla famiglia di origine, si riducono anche le possibilità di scegliere dove formarsi e dove lavorare.

Il disagio abitativo diventa così anche un ostacolo alla mobilità sociale e professionale. Chi non può permettersi una casa nelle città dove si trovano maggiori opportunità è spesso costretto a rinunciare a un percorso universitario, a un impiego o a una crescita professionale. La casa, in questo senso, non è solo un tetto, ma una condizione di accesso alla cittadinanza, al lavoro e alla progettualità personale.

Le ricadute riguardano anche la demografia. «L’autonomia limitata o posticipata nel tempo ha conseguenze sulla scelta di avere uno o più figli», osserva Cibinel. I giovani faticano a staccarsi dalla famiglia e, quando riescono a farlo, sostengono costi molto elevati dal punto di vista economico.

I numeri confermano la portata del fenomeno. In Italia il 51% dei giovani tra i 25 e i 34 anni vive ancora con i genitori, contro il 30% della media europea. Tra i 20 e i 29 anni, il 38,7% vive in alloggi sovraffollati, rispetto al 25,1% della media Ue. Anche il rischio povertà tra i 15 e i 29 anni è leggermente più alto in Italia, pari al 25,8%, contro il 24,1% europeo.

Pesano anche i costi della casa: l’11% dei giovani italiani spende più del 40% del proprio reddito per l’abitazione, una quota nettamente superiore al 4,2% registrato a livello europeo. Inoltre, il 12% dei giovani occupati italiani è comunque a rischio povertà, contro l’8,5% della media Ue.

Secondo Percorsi di Secondo Welfare, la crisi abitativa non può essere affrontata solo come problema immobiliare. È anche una questione di infrastrutture sociali: servizi sanitari, scuole, trasporti, spazi di aggregazione, luoghi ricreativi. «Il bisogno di abitare non è solo un bisogno concreto di avere una casa, ma anche di avere infrastrutture intorno», sottolinea Cibinel. Senza questi elementi, anche un’abitazione economicamente accessibile può trovarsi in un contesto poco vivibile.

L’Italia, osservano i ricercatori, è caratterizzata da un grande patrimonio immobiliare inutilizzato e da un’edilizia residenziale pubblica destinata quasi esclusivamente alle fasce di reddito molto basso. Restano così scoperte ampie fasce della popolazione, in particolare giovani e ceto medio-basso, che non rientrano nei criteri dell’edilizia popolare ma non riescono a sostenere i prezzi di mercato.

«Le politiche pubbliche hanno sostanzialmente abbandonato la questione», afferma Chiara Lodi Rizzini, ricercatrice di Percorsi di Secondo Welfare e curatrice del numero di “Nessi”. La crisi abitativa, spiega, è anche il risultato di decenni di scarsa attenzione, disinvestimento nell’edilizia residenziale pubblica e deregolamentazione del mercato, con effetti evidenti soprattutto nelle grandi città, dove affitti brevi e turistici hanno contribuito a ridurre l’offerta disponibile per residenti e giovani lavoratori.

La rivista analizza diversi casi emblematici: gli studenti fuori sede a Milano, i giovani bangladesi a Roma in condizioni abitative precarie, il paradosso di Venezia tra turistificazione e patrimonio immobiliare inutilizzato, il progetto pubblico di cohousing Porto 15 a Bologna e le esperienze di abitare multilocale in Molise.

Proprio dai territori emerge la complessità del fenomeno. Nelle aree interne, come in Molise, il mercato abitativo può essere più accessibile rispetto alle città, ma le opportunità di lavoro e formazione sono più limitate. Si crea così un doppio vincolo: dove la casa costa meno, spesso mancano servizi e occasioni; dove ci sono opportunità, la casa diventa inaccessibile.

Per Lodi Rizzini, è necessario uno sguardo più dettagliato sulle esperienze concrete dei giovani. «Di abitare e di giovani le politiche pubbliche si sono occupate sempre poco», osserva, ricordando che in Italia, più scende l’età, più aumenta il rischio di povertà.

La conclusione è chiara: senza nuove politiche abitative, il disagio dei giovani rischia di trasformarsi in un freno strutturale per il Paese. La difficoltà di trovare una casa accessibile non incide solo sulla vita privata, ma anche sul lavoro, sulla mobilità, sulla natalità e sulla tenuta sociale delle città. In altre parole, senza casa non c’è piena autonomia. E senza autonomia diventa più difficile immaginare il futuro.

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