Confondere la questione meridionale con quella settentrionale dentro una generica “questione nazionale” significa, prima di tutto, non capire davvero la natura dei problemi italiani. E, di conseguenza, costruire risposte politiche meno efficaci. È questa, secondo Luca Bianchi e Carmelo Petraglia, in un commento pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, la debolezza di fondo emersa nell’informativa al Senato della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: un limite di metodo che non nasce oggi, ma che da anni attraversa il dibattito pubblico italiano.

L’equivoco, osservano i due studiosi, riaffiora ogni volta che il Sud mostra segnali di vitalità economica. In quei momenti, singoli elementi di dinamismo produttivo vengono spesso interpretati come il segno di una trasformazione strutturale dell’intero Mezzogiorno. Ma la realtà, sostengono, è diversa: in gran parte del Sud restano più fragili le condizioni che consentono di valorizzare pienamente capitale umano ed economico.

Per Bianchi e Petraglia, la questione meridionale e quella settentrionale non sono affatto due facce della stessa medaglia. La prima, nella tradizione del nuovo meridionalismo sviluppatosi attorno alla Svimez nel secondo dopoguerra, è sempre stata letta come una questione da risolvere nell’interesse nazionale. In questa chiave, il Mezzogiorno non rappresenta un problema locale, ma un nodo strategico per la crescita dell’intero Paese. Non a caso, ricordano, proprio da quella visione nacquero circa vent’anni di convergenza tra Sud e Nord e una fase di espansione complessiva del sistema economico italiano.

Oggi, riletta nel contesto attuale, la questione meridionale coincide soprattutto con una distribuzione profondamente diseguale delle opportunità individuali. Il disinvestimento pubblico che ha segnato il primo ventennio degli anni Duemila, in settori decisivi come istruzione, sanità e trasporti, ha allargato i divari nei diritti di cittadinanza e aperto fratture sociali profonde. Nei territori economicamente più deboli, dove più forte dovrebbe essere la funzione perequativa dello Stato, queste fratture diventano veri e propri svantaggi territoriali, fino a influenzare le possibilità di realizzazione personale in base al luogo di nascita.

Il dato più eloquente, secondo i due studiosi, è quello relativo all’occupazione giovanile nella fascia 25-34 anni. Nel Mezzogiorno il tasso supera di poco il 52%, risultando circa 20 punti sotto la media del Centro e 27 punti sotto quella del Nord. Un divario che affonda le sue radici in una struttura economica più debole, incapace di esprimere una domanda sufficiente di lavoro qualificato, e nella minore disponibilità e qualità dei servizi essenziali. Sono differenze profonde, che una fase congiunturale favorevole non basta a colmare.

Lo dimostra anche l’emigrazione giovanile. Nemmeno la recente crescita del Sud è riuscita a fermare l’esodo delle competenze: tra il 2022 e il 2024, nel periodo di massima espansione dell’occupazione meridionale, a fronte di 100mila nuovi occupati under 35, ben 175mila giovani hanno lasciato il Mezzogiorno. Un dato che restituisce la distanza tra la narrazione della ripresa e la qualità reale delle opportunità offerte ai più giovani.

Diversa, sottolineano Bianchi e Petraglia, è invece la natura della questione settentrionale. Questa prende forma nel pieno della crisi della Prima Repubblica come rivendicazione politico-fiscale delle aree più sviluppate, alimentata dall’idea di un Nord produttivo penalizzato da un Sud assistito. È una narrazione che ha trovato largo consenso politico e che ha contribuito a leggere l’Italia come un campo di interessi contrapposti. Ma, a differenza della questione meridionale, quella settentrionale non si è mai configurata come un progetto di sviluppo nazionale. Dalle spinte secessioniste di Pontida fino alle richieste di autonomia differenziata, ha mantenuto il profilo di un’istanza territoriale e, proprio per questo, di una domanda potenzialmente divisiva.

Nella fase attuale, avvertono i due studiosi, la questione meridionale non va né archiviata né annacquata. Va piuttosto aggiornata alla luce delle trasformazioni degli ultimi anni. Il Mezzogiorno, anche grazie al Pnrr, ha mostrato una capacità di ripresa nella fase post-pandemica. Ma i ritardi strutturali possono essere affrontati solo recuperando una visione nazionale che consideri il Sud non come un problema da contenere, bensì come una leva di sviluppo per tutto il Paese.

È in questo quadro che viene letta con preoccupazione l’ipotesi di estendere all’intero territorio nazionale le misure previste dalla Zes unica per il Mezzogiorno. Una scelta che, secondo Bianchi e Petraglia, rischierebbe di svuotare quello strumento della sua funzione originaria di coesione territoriale. La Zes unica, infatti, dovrebbe essere non solo un meccanismo di semplificazione amministrativa, ma anche una leva strutturale per l’ampliamento e l’ammodernamento industriale del Sud, capace di attrarre investimenti e valorizzare i punti di forza produttivi e logistici delle regioni meridionali.

Estenderla indistintamente a tutto il Paese, sostengono, significherebbe rinunciare di fatto a una strategia di politica industriale mirata, indebolendo il contributo che il Mezzogiorno potrebbe offrire anche nelle strategie europee di competitività. A questo si aggiungono, nella loro lettura, i rischi legati al tentativo di portare avanti il disegno dell’autonomia differenziata.

Nei prossimi mesi, il confronto politico si giocherà anche su questo terreno. E ad osservare con maggiore attenzione saranno soprattutto i giovani del Mezzogiorno, quelli che più di tutti sperimentano lo scarto tra racconto pubblico e opportunità concrete. Negli anni, quel divario si è tradotto in emigrazione e sfiducia, nella scelta dell’exit. Ma, osservano i due studiosi, il recente voto referendario ha fatto emergere anche qualcosa di diverso: una domanda di partecipazione, di cambiamento, la disponibilità a scegliere la voice.

È lì, in quella domanda, che si misurerà la credibilità della politica. Non nella confusione tra questioni diverse, ma nella capacità di riconoscere che i divari territoriali restano aperti e che la ripresa, da sola, non li ha colmati. Senza scelte coerenti, concludono Bianchi e Petraglia, sono destinati a restare.

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