Il 2026 è un anno chiave per chi guarda alla pensione. È infatti l’ultimo in cui restano in vigore i requisiti fermi dal 2019, prima del nuovo aumento legato all’adeguamento alla speranza di vita. In concreto, per tutto l’anno si potrà continuare ad andare in pensione con le stesse soglie anagrafiche e contributive degli ultimi anni. Dal 2027, invece, il quadro cambierà di nuovo.
Ecco una guida per capire quali sono oggi i principali canali di uscita, chi può andare in pensione anticipata e quali categorie continueranno ad avere requisiti agevolati.
Pensione di vecchiaia: nel 2026 servono ancora 67 anni
Per la pensione di vecchiaia nel 2026 non cambia nulla rispetto agli ultimi anni. Restano necessari 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi per chi rientra nel sistema misto, cioè ha versamenti anche prima del 1996.
Per chi invece è interamente nel sistema contributivo valgono gli stessi requisiti anagrafici e contributivi, ma con una condizione in più: l’assegno maturato deve essere almeno pari all’importo dell’assegno sociale, cioè 546,24 euro lordi al mese.
Pensione anticipata ordinaria: conta solo la contribuzione
Chi vuole lasciare il lavoro prima dell’età della vecchiaia può puntare sulla pensione anticipata ordinaria. In questo caso non conta l’età, ma solo la storia contributiva.
Nel 2026 gli uomini devono avere 42 anni e 10 mesi di contributi, mentre per le donne ne bastano 41 anni e 10 mesi. A questi requisiti si aggiunge una finestra di attesa di tre mesi, che in alcuni casi può diventare più lunga per specifiche casse del pubblico impiego.
Si tratta di uno dei canali principali di uscita, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare presto e ha avuto una carriera contributiva continua.
Pensione anticipata contributiva: uscita a 64 anni, ma con soglie più rigide
Esiste poi la pensione anticipata contributiva, destinata a chi rientra interamente nel sistema contributivo. Per accedervi nel 2026 servono almeno 64 anni di età, 20 anni di contributi effettivi e un importo della pensione iniziale pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, cioè 1.638,72 euro lordi al mese.
La soglia si riduce per le donne con figli: scende a 2,8 volte l’assegno sociale con un figlio e a 2,6 volte con almeno due figli. Anche in questo caso si applica una finestra di tre mesi.
Lavoratori precoci: pensione con 41 anni di contributi
Tra i canali dedicati a categorie specifiche c’è quello dei lavoratori precoci. Sono coloro che possono far valere almeno 12 mesi di contributi da lavoro effettivo prima dei 19 anni.
Per andare in pensione con questa formula servono 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età, ma non basta essere “precoci”. Occorre anche rientrare in almeno una delle condizioni previste dalla legge.
Possono accedere i disoccupati che hanno perso il lavoro in particolari situazioni e hanno terminato da almeno tre mesi l’indennità di disoccupazione, i caregiver che assistono un familiare con handicap grave, gli invalidi con riduzione della capacità lavorativa almeno del 74%, chi svolge mansioni gravose da diversi anni e i lavoratori usurati.
È un canale importante sulla carta, ma nella pratica interessa numeri relativamente contenuti, perché i requisiti sono molto selettivi.
Lavori usuranti: pensione con il sistema delle quote
Per chi svolge attività usuranti esiste un percorso specifico. Rientrano in questa categoria, per esempio, alcuni addetti alla catena di montaggio, chi lavora ad alte temperature, chi si occupa di rimozione dell’amianto o svolge turni notturni in determinate condizioni.
In questi casi si può andare in pensione con il sistema delle quote, cioè sommando età anagrafica e contributi. La soglia minima parte da quota 97,6, con almeno 35 anni di contributi e 61 anni e 7 mesi di età, e può arrivare fino a quota 100,6 con 64 anni e 7 mesi.
Anche qui, però, la platea resta limitata, perché bisogna dimostrare di aver svolto queste mansioni per una parte rilevante della vita lavorativa.
Quota 103, quota 100 e opzione donna: ancora possibili solo in alcuni casi
Nel 2026 restano possibili anche alcune uscite legate a misure del passato, ma solo per chi ha già maturato i requisiti entro le scadenze fissate.
Per quota 103 servivano 62 anni di età e 41 anni di contributi entro il 2025. Per quota 100 i requisiti dovevano essere stati raggiunti entro il 2021, con 62 anni di età e 38 anni di contributi. Per opzione donna, invece, occorreva aver maturato entro il 2024 almeno 61 anni di età e 35 anni di contributi.
Non sono quindi canali aperti a nuovi ingressi generalizzati, ma restano utilizzabili da chi aveva già centrato i requisiti nei tempi previsti.
Ape sociale: l’assegno ponte per alcune categorie
Un’altra strada per smettere di lavorare prima della pensione vera e propria è l’Ape sociale. Non si tratta di una pensione, ma di un’indennità ponte erogata dall’Inps fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia.
Nel 2026 possono accedervi coloro che hanno almeno 63 anni e 5 mesi e appartengono a una delle categorie tutelate dalla normativa, come disoccupati, caregiver, invalidi o addetti a mansioni gravose, con requisiti contributivi differenziati.
L’importo corrisponde alla pensione maturata al momento dell’accesso, ma con un tetto massimo di 1.500 euro lordi al mese. Inoltre viene pagato per 12 mensilità e non viene rivalutato nel tempo.
Dal 2027 i requisiti saliranno: primo aumento dopo anni di blocco
La vera novità riguarda però il futuro immediato. Dal 2027 i requisiti pensionistici torneranno a crescere per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita.
L’aumento complessivo previsto per il biennio 2027-2028 sarà di tre mesi, ma non scatterà tutto insieme. Il Governo ha deciso di spalmarlo in due tappe: un mese in più da gennaio 2027 e altri due mesi da gennaio 2028.
Questo significa, per esempio, che la pensione di vecchiaia passerà dai 67 anni del 2026 a 67 anni e un mese nel 2027, per arrivare a 67 anni e tre mesi nel 2028.
Anche la pensione anticipata ordinaria aumenterà. Per gli uomini si passerà da 42 anni e 10 mesi a 42 anni e 11 mesi nel 2027, poi a 43 anni e un mese nel 2028. Per le donne si salirà da 41 anni e 10 mesi a 41 anni e 11 mesi, fino a 42 anni e un mese.
Chi sarà escluso dagli aumenti
Non tutti, però, saranno coinvolti allo stesso modo. Alcune categorie continueranno a beneficiare di una salvaguardia.
In linea generale, resteranno esclusi dagli aumenti i lavoratori che svolgono attività usuranti. Una tutela specifica è prevista anche per una parte dei lavoratori precoci, ma solo se rientrano tra chi ha svolto attività usuranti o gravose.
Per queste categorie, in alcuni casi, il requisito per la pensione di vecchiaia resterà fermo a 66 anni e 7 mesi, cioè il livello in vigore prima dell’aumento del 2019. Ma ci sono distinzioni: per le attività gravose conta infatti anche per quanto tempo siano state svolte negli ultimi anni.
Perché i requisiti continuano a salire
Il meccanismo che spinge in alto l’età pensionabile è quello dell’adeguamento automatico alla speranza di vita. In base alle norme attuali, ogni due anni i requisiti vengono rivisti sulla base della variazione della vita media residua a 65 anni.
Negli anni scorsi il sistema ha subito rallentamenti e correzioni, anche a causa dell’effetto del Covid sulla mortalità. Ma superata la pandemia, la speranza di vita ha ripreso a crescere e con essa sono ripartiti anche gli adeguamenti.
Secondo le stime più recenti, la tendenza proseguirà anche nei prossimi decenni. In prospettiva, per la pensione di vecchiaia si potrebbero raggiungere 67 anni e 10 mesi nel 2036, 68 anni e 8 mesi nel 2046 e 69 anni e 5 mesi nel 2056.
Cosa sapere nel 2026
Per chi è vicino alla pensione, il 2026 rappresenta dunque una finestra importante. È l’ultimo anno in cui restano in vigore requisiti invariati rispetto al 2019. Dal 2027 si tornerà invece a salire, anche se in modo graduale.
Chi ha già maturato o sta per maturare i requisiti farebbe quindi bene a verificare con attenzione la propria posizione contributiva, il sistema di calcolo applicato e l’eventuale appartenenza a una delle categorie che consentono uscite anticipate o requisiti agevolati.
