La premier non parla pubblicamente dopo la sconfitta referendaria. Nella maggioranza emergono malumori, timori per l’economia e dubbi sulla tenuta politica dell’esecutivo

Il silenzio di Giorgia Meloni dopo il referendum comincia a pesare. A parte un breve video diffuso a caldo, in cui si è detta pronta a riconoscere il voto degli italiani, la presidente del Consiglio non ha ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche. Un’assenza che, con il passare delle ore, è diventata sempre più rumorosa dentro una maggioranza che appare improvvisamente fragile, lontana dall’immagine compatta e sicura di sé mostrata fino a pochi giorni fa.

Nel centrodestra, infatti, il clima è cambiato rapidamente. Venerdì sera, a casa della premier, si è tenuta una cena con i due vicepremier per fare il punto della situazione, valutare possibili contromisure e affrontare una fase giudicata molto delicata. Sul tavolo non c’è soltanto il contraccolpo politico del voto, ma anche un contesto economico e internazionale complicato: aumento del prezzo dei carburanti, inflazione che rischia di tornare a crescere, caro bollette e i conflitti in corso che impongono grande prudenza.

La delusione della premier

Chi ha parlato con Meloni nelle ultime ore la descrive come “molto delusa”. La premier, secondo fonti vicine al suo entourage, era convinta che avrebbe prevalso il merito della riforma della giustizia rispetto allo scontro ideologico che ha segnato soprattutto il finale della campagna referendaria. Sarebbero state proprio le ultime due settimane a cambiare il clima politico, cogliendo la leader di Fratelli d’Italia in ritardo nella percezione del rischio.

Quando si è accorta che il vento stava cambiando, Meloni ha deciso di entrare direttamente nella battaglia politica, chiedendo anche al governo di esporsi di più. Lo hanno fatto, pur con molte cautele, figure di primo piano della maggioranza come Ignazio La Russa, Guido Crosetto e il ministro Carlo Nordio, intensificando la presenza mediatica negli ultimi giorni di campagna. Ma, a quel punto, era troppo tardi.

Il nodo giustizia e i timori nella maggioranza

Tra i motivi di amarezza della premier c’è anche quanto avvenuto dopo il voto. Nel suo entourage qualcuno si sarebbe aspettato un richiamo formale nei confronti di quei magistrati che a Napoli avevano festeggiato la vittoria del No intonando “Bella Ciao”. Ma il centro della preoccupazione di Meloni, più che simbolico, è politico.

La presidente del Consiglio ha dovuto affrontare nodi interni che covavano da tempo: ministri, sottosegretari e dirigenti di area considerati troppo esposti per vicende giudiziarie o comportamenti ritenuti politicamente inopportuni. Nella sua strategia, chiunque possa danneggiare l’immagine della maggioranza rischia ora di essere messo da parte.

Nella coalizione cresce inoltre il timore che la magistratura possa incidere indirettamente sul clima della prossima campagna elettorale. Un’ipotesi che, secondo indiscrezioni, alimenta forte inquietudine tra i partiti di governo, anche in attesa dei prossimi sondaggi.

Economia, energia e una squadra che non convince

A preoccupare Meloni sono anche gli effetti delle crisi internazionali sull’economia italiana. Guerra, mercati instabili, aumento dei costi energetici: sono questi i dossier che, insieme al referendum, pesano sulle valutazioni della premier. Un’altra delusione riguarda il mancato sostegno più deciso, durante la campagna, da parte di quei mondi produttivi e professionali che avevano spinto per il referendum e che, nelle attese di Palazzo Chigi, avrebbero dovuto mobilitarsi di più per il successo del Sì.

Non mancano poi le riflessioni sulla qualità della classe dirigente. In queste ore, ai vertici di Fratelli d’Italia, sarebbero in corso valutazioni profonde sia sul partito sia sull’azione del governo. Meloni non avrebbe particolari recriminazioni nei confronti dei vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, mentre su alcuni ministri il giudizio sarebbe più freddo.

Tra i nomi promossi circolano quelli di Giancarlo Giorgetti, Guido Crosetto, Matteo Piantedosi e Francesco Lollobrigida. Più in ombra, invece, alcuni titolari dei dicasteri considerati cruciali, come Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin, impegnati sui dossier più delicati legati a energia, imprese e transizione. Dubbi anche sul ministro della Salute Orazio Schillaci.

Le assenze al Consiglio dei ministri e il segnale politico

A far discutere è stato anche il primo Consiglio dei ministri successivo al referendum, segnato da diverse sedie vuote. Alcune assenze erano giustificate, ma quelle di Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati sono state lette da diversi osservatori come un segnale politico, in particolare verso Tajani.

Un dettaglio che ha riacceso interrogativi più profondi sul futuro dell’esecutivo e sulla tenuta della maggioranza.

L’ipotesi di una rottura anticipata

È proprio da qui che riaffiora la domanda che circola con sempre maggiore insistenza nei palazzi romani: Meloni è tentata dal far saltare il banco? L’idea di evitare un anno di logoramento prima del voto, secondo chi le è vicino, esisterebbe almeno come sfogo politico. Ma, allo stato attuale, sarebbe una strada quasi impraticabile.

A frenare qualsiasi ipotesi di crisi anticipata ci sono soprattutto il quadro economico e quello internazionale. Con guerre in corso, tensioni sui mercati e l’assenza di una legge elettorale in grado di garantire con certezza una maggioranza chiara, aprire ora una campagna elettorale viene considerato troppo rischioso.

Per questo, almeno per il momento, la premier sembra destinata a resistere. Chi la conosce ripete che “non molla”. Ma adesso, dopo la sconfitta referendaria e il contraccolpo interno, è chiamata a fare ciò che tutti nella maggioranza aspettano: riprendere in mano la leadership e dare di nuovo la linea.

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