L’ex Ilva di Taranto è arrivata a un punto che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato impensabile: tenere aperto quello che fu il più grande impianto siderurgico d’Europa rischia di non essere più economicamente, industrialmente e politicamente sostenibile. A dirlo senza giri di parole è stato anche l’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero: dopo anni di sacrifici e nessun vero risultato, continuare così non conviene più.

La decisione sul destino dello stabilimento è attesa a breve, ma il quadro attuale è già sufficiente per misurare la gravità della crisi. Secondo le stime più prudenti, l’ex Ilva perde circa 40 milioni di euro al mese; secondo le più pessimistiche, tra 80 e 100 milioni. Una voragine che non si è aperta oggi, ma che accompagna da oltre un decennio la storia recente dell’impianto.

La frattura risale al 2012, quando finisce l’era della famiglia Riva con il primo sequestro preventivo dello stabilimento disposto dalla magistratura per gravi violazioni ambientali. Da quel momento lo Stato entra, direttamente o indirettamente, nella gestione dell’emergenza industriale, sociale e finanziaria. La prima amministrazione straordinaria arriva nel gennaio 2015 e dura fino al 2017. Poi l’acciaieria passa ad ArcelorMittal. Dal 2021 al 2024 lo Stato rientra nella partita attraverso Invitalia, con una quota di minoranza pari al 38%. Nel marzo 2024 scatta una nuova amministrazione straordinaria, seguita dal commissariamento.

Il punto, però, non è solo la lunga sequenza di passaggi societari e istituzionali. Il punto è quanto tutto questo sia costato ai contribuenti. Facendo la somma delle diverse voci di spesa pubblica, mantenere in vita l’ex Ilva è costato all’incirca 4 miliardi di euro in quattordici anni.

La cifra emerge mettendo insieme i finanziamenti statali erogati nel tempo. Durante la prima amministrazione straordinaria sono stati stanziati circa 600 milioni di euro. A questi si aggiungono 1 miliardo e 80 milioni immessi tra il 2021 e il 2023 con l’ingresso di Invitalia nel capitale di Acciaierie d’Italia al fianco di ArcelorMittal. Nel 2024 arriva poi un finanziamento ponte da 320 milioni dopo l’uscita del gruppo franco-indiano. Nel gennaio 2025 il Consiglio dei ministri autorizza altri 250 milioni per garantire la continuità produttiva. A luglio si aggiungono ulteriori 200 milioni attraverso decreto legge, mentre altri 149 milioni vengono approvati successivamente.

Ma il conto non si ferma qui. Sono risorse pubbliche anche quelle assorbite dalla cassa integrazione, che Assonime stima in circa 750 milioni di euro. A queste vanno sommati altri 250 milioni tra finanziamento Sace e contributi per la tutela dell’indotto nel 2024. Poi ci sono i costi di struttura: circa 10 milioni di compensi per i commissari e diversi milioni in consulenze, di cui 3,5 solo per gli incarichi stipulati tra marzo e maggio del 2024. Infine ci sono i 390 milioni autorizzati dalla Commissione europea nel febbraio 2026 come prestito di salvataggio, subordinato però alla firma del contratto di vendita.

Il dato più impressionante è che questa massa di denaro pubblico non ha prodotto, finora, né una stabilizzazione industriale né una soluzione definitiva. L’ex Ilva continua a sopravvivere in una condizione sospesa: troppo grande per essere lasciata fallire senza conseguenze, troppo fragile per tornare sul mercato come una normale impresa.

In questo quadro, il passaggio di ArcelorMittal resta uno snodo decisivo. Nel 2017 il gruppo si aggiudica la gara per la cessione dell’ex Ilva con un’offerta da 1,8 miliardi di euro e l’impegno a investire altri 2,4 miliardi in sette anni, di cui 1,1 per il risanamento ambientale. Era il tentativo più strutturato di rimettere in carreggiata il gruppo. Alcuni interventi furono effettivamente avviati, a partire dalla copertura dei parchi minerari di Taranto, una delle opere simbolicamente e concretamente più rilevanti sul fronte della tutela sanitaria per il quartiere Tamburi.

Ma la convivenza tra esigenze industriali, vincoli ambientali e instabilità normativa si rivela presto ingestibile. Il punto di rottura arriva nel novembre 2019, quando viene meno il cosiddetto scudo penale sul pregresso ambientale, introdotto nel 2015 per proteggere commissari e futuri acquirenti dalle conseguenze giudiziarie legate all’inquinamento prodotto prima del loro ingresso, a condizione che venissero eseguite le bonifiche. La cancellazione di quella tutela apre una crisi durissima con ArcelorMittal, che avvia il recesso. In realtà il gruppo resta fino al 2024, ma dentro una relazione sempre più logorata con il socio pubblico Invitalia, nel frattempo entrato nella newco Acciaierie d’Italia.

Paradossalmente, tutto questo accade negli anni in cui il mercato dell’acciaio, dopo il Covid, offre anche opportunità favorevoli. Ma l’ex Ilva non riesce a intercettarle. Poi arriva la guerra in Ucraina, il costo dell’energia esplode e il settore siderurgico entra in ulteriore sofferenza. L’impianto di Taranto si ritrova così schiacciato tra inefficienze strutturali, conflitti regolatori e un contesto internazionale sempre più ostile.

Da allora il problema è diventato soprattutto uno: chi può davvero farsi carico dell’ex Ilva? Lo Stato vuole uscire, ma non trova un acquirente credibile e solido. Nel marzo 2025 gli azeri di Baku Steel sembrano a un passo dall’operazione, salvo poi tirarsi indietro dopo l’incendio dell’Altoforno 1 e il sequestro disposto dalla procura di Taranto. A settembre si fanno avanti dieci potenziali interessati, ma uno dopo l’altro si sfilano. Rimane in campo il gruppo americano Flacks, con un’offerta di acquisizione a zero euro e la promessa di 5 miliardi di investimenti. Una proposta che però solleva molti interrogativi sulla solidità reale del soggetto offerente e sulla sua capacità di gestire un impianto di questa complessità.

I dubbi aumentano guardando al profilo di Flacks Group: un family office con significative attività immobiliari e operazioni di turnaround su aziende medio-piccole, ma senza esperienza nella gestione di grandi gruppi siderurgici. La trasparenza finanziaria appare limitata, i numeri disponibili sono pochi e le garanzie offerte non avrebbero convinto fino in fondo neppure i commissari. Non a caso resta forte il sospetto che dietro l’operazione possano prevalere logiche di valorizzazione patrimoniale più che un vero progetto industriale.

L’alternativa oggi è rappresentata dal gruppo indiano Jindal Steel. Ma anche in questo caso il piano appare riduttivo. L’ipotesi sarebbe quella di arrivare dal 2030 a un solo forno elettrico da 2 milioni di tonnellate, mentre altri 4 milioni di tonnellate di semilavorati arriverebbero dagli impianti di Jindal in Oman. In sostanza, una ex Ilva fortemente ridimensionata, con un impatto diretto sull’occupazione: i posti di lavoro scenderebbero da circa 10 mila a 4 mila. Anche sul piano economico, inoltre, l’offerta sembra più debole di quella circolata l’anno precedente, con una valorizzazione intorno ai 600 milioni e investimenti per 1,5 miliardi.

La scelta tra offerte al ribasso, dunque, non riguarda soltanto il prezzo o il nome dell’acquirente. Riguarda il modello stesso di siderurgia che l’Italia vuole mantenere. Perché l’ex Ilva non è una fabbrica qualsiasi. È un nodo industriale strategico, un pezzo essenziale della filiera dell’acciaio, un tema che tocca insieme lavoro, politica industriale, ambiente, salute pubblica e autonomia produttiva del Paese.

Su tutto pesa poi la scadenza più minacciosa. Il Tribunale di Milano ha disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dal 24 agosto, se l’impianto non adeguerà l’Autorizzazione integrata ambientale. Questo significa che la chiusura non è più un’ipotesi astratta ma una possibilità concreta e ravvicinata.

E qui si apre il paradosso finale. Chiudere costerebbe probabilmente ancora di più che continuare a tenere aperto l’impianto nelle condizioni attuali. Bisognerebbe infatti farsi carico di circa 10 mila lavoratori in cassa integrazione di lungo periodo, affrontare bonifiche stimate in almeno 4-5 miliardi di euro e gestire il contenzioso accumulato in anni di cause e procedimenti. In altri termini, l’ex Ilva è diventata il classico caso in cui tanto la sopravvivenza quanto la chiusura comportano costi enormi per lo Stato.

Per questo il ritorno a una forma di nazionalizzazione, fino a ieri evocato come extrema ratio, sta tornando al centro del dibattito. I sindacati lo chiedono apertamente: usare il denaro pubblico non per tamponare l’emergenza o accompagnare cessioni incerte, ma per mettere in sicurezza gli impianti, tutelare il lavoro e garantire una continuità produttiva sotto una regia pubblica più stabile.

Resta però la domanda decisiva: ha ancora senso nazionalizzare un impianto che da anni assorbe risorse senza riuscire a trovare un equilibrio? Oppure l’unica vera alternativa è accettare un ridimensionamento drastico, con tutto ciò che questo comporta per Taranto e per l’industria italiana?

Dopo 14 anni, 4 miliardi pubblici spesi e una lunga serie di soluzioni mancate, la crisi dell’ex Ilva non è più soltanto la storia di una grande fabbrica in difficoltà. È il simbolo di una incapacità italiana di tenere insieme industria, ambiente e interesse nazionale. E la decisione che arriverà nei prossimi giorni dirà molto non solo sul destino di Taranto, ma sull’idea stessa di politica industriale che il Paese intende darsi.

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