Più che una proposta per modernizzare l’Italia, quella rilanciata dal governatore lombardo Attilio Fontana assomiglia al ritorno di un vecchio riflesso politico: evocare il Nord come motore frenato dal resto del Paese e indicare nella trasformazione dello Stato in senso federale la via d’uscita. È una tesi che nella sua formulazione può apparire efficiente, persino pragmatica, ma che in realtà riapre una frattura storica e rischia di indebolire ulteriormente la coesione nazionale.

Nell’intervista, Fontana sostiene che l’autonomia differenziata non basti e che serva un salto ulteriore, fino a una riforma complessiva dello Stato. Il ragionamento ruota attorno a un assunto preciso: il Nord sarebbe la “parte sana e produttiva” del Paese, quella da liberare dai vincoli che ne rallentano la corsa. È proprio qui che il discorso mostra il suo limite politico e culturale più evidente. Perché quando si torna a rappresentare l’Italia come una competizione interna tra territori virtuosi e territori che fanno da zavorra, si finisce per alimentare una logica divisiva che negli anni ha prodotto più propaganda che soluzioni.

Il punto non è negare che esistano differenze profonde tra le aree del Paese, né ignorare inefficienze, ritardi amministrativi o squilibri nella spesa pubblica. Il punto è chiedersi quale risposta sia davvero all’altezza di quelle disuguaglianze. Trasformare la questione territoriale in una spinta verso il federalismo, o peggio in una forma aggiornata di separatismo politico, significa spostare il problema senza risolverlo. Non si colmano i divari accentuando la frammentazione; non si rafforza l’Italia costruendo assetti che premiano chi è già più forte e lasciano più indietro chi parte in condizioni peggiori.

L’idea che ogni territorio debba correre per sé, trattenendo più competenze e più risorse in nome dell’efficienza, ha una sua forza retorica, ma presenta un costo istituzionale altissimo. Uno Stato moderno non si misura soltanto sulla velocità delle sue aree più ricche, ma sulla capacità di garantire diritti omogenei, servizi essenziali e pari opportunità a tutti i cittadini. Se il federalismo diventa il grimaldello per differenziare ulteriormente scuola, sanità, trasporti e infrastrutture, allora il rischio non è l’innovazione, ma una cittadinanza a geometria variabile.

C’è poi un aspetto politico che non può essere sottovalutato. Fontana ripropone, con linguaggio più istituzionale, un impianto che richiama apertamente la vecchia narrazione leghista della “questione settentrionale”, arrivando a citare Umberto Bossi e a rivendicare continuità con quella battaglia. Ma proprio questa continuità dovrebbe suggerire prudenza. Perché quella stagione non ha lasciato in eredità un Paese più efficiente o più unito: ha piuttosto scavato diffidenze reciproche, semplificato problemi complessi e trasformato la geografia economica italiana in uno scontro identitario permanente.

Il vero nodo nazionale oggi non è stabilire chi debba emanciparsi da chi, ma come ricostruire una capacità comune di governo. Le imprese del Nord hanno certamente bisogno di infrastrutture, semplificazione e competitività europea. Ma lo stesso vale per il Mezzogiorno, che non può essere condannato a rappresentare l’altra faccia del discorso produttivista: quella del ritardo strutturale da amministrare, anziché da colmare con investimenti, innovazione e presenza dello Stato. Mettere in contrapposizione questi due bisogni significa fallire su entrambi i fronti.

Per questo la proposta di uno Stato federale, così come evocata dal governatore, appare più come una bandiera politica che come una soluzione concreta. Dietro l’apparente neutralità della formula istituzionale si nasconde un’idea precisa di Paese: meno solidarietà nazionale, più competizione territoriale; meno redistribuzione, più selezione tra aree forti e aree deboli. È una visione che può raccogliere consenso in tempi di insofferenza fiscale e disillusione verso il centro, ma che rischia di incrinare il principio stesso su cui si regge una comunità nazionale.

La sfida, semmai, sarebbe opposta: rendere l’autonomia compatibile con l’uguaglianza, la responsabilità locale con la tenuta unitaria, l’efficienza con la coesione. Ogni altra scorciatoia che trasformi il federalismo in un passo verso la separazione politica o simbolica del Nord dal resto del Paese finisce per essere non una riforma, ma una resa. E l’Italia, oggi, ha bisogno di tutto tranne che di nuove linee di frattura.

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