Imprese

Il decreto fiscale approvato venerdì dal governo e pubblicato subito in Gazzetta Ufficiale riaccende lo scontro con il mondo produttivo. Al centro della contestazione c’è il nuovo intervento sugli incentivi agli investimenti per la Transizione 5.0, un dossier che torna a scoprirsi altamente sensibile e che finisce per oscurare anche le misure favorevoli alle imprese su dividendi e iperammortamento.

A puntare il dito è Confindustria, che usa toni insolitamente netti contro l’esecutivo. Secondo viale dell’Astronomia, il decreto introduce “disposizioni molto penalizzanti” per le aziende che avevano prenotato il credito d’imposta 5.0 tra il 7 e il 27 novembre 2025. Il nodo è nella riduzione dell’agevolazione: il testo prevede infatti che il credito sia riconosciuto soltanto “al 35% dell’importo richiesto”, traducendosi, denuncia l’associazione degli industriali, in un taglio del 65%.

La critica riguarda anche l’esclusione degli investimenti in fonti rinnovabili, in particolare dei pannelli fotovoltaici ad alta efficienza iscritti nel registro Enea. Una scelta che, secondo Confindustria, colpisce imprese che avevano già programmato o effettuato acquisti contando sulle regole precedenti e sulle rassicurazioni ricevute dal governo.

A parlare è Mario Nocivelli, vicepresidente di Confindustria per le politiche industriali e il made in Italy, secondo cui la decisione “penalizza pesantemente le imprese che hanno completato ingenti investimenti nel 2025” e rischia di aggravare problemi di liquidità in una fase economica già complessa. Il riferimento è soprattutto alle aziende rimaste in una sorta di limbo normativo, le cosiddette “esodate” del piano 5.0, alle quali – ricorda Nocivelli – a novembre erano state date rassicurazioni dai ministri Giancarlo Giorgetti, Tommaso Foti e Adolfo Urso sull’accesso all’agevolazione per i progetti ritenuti congrui.

Per il governo, però, il provvedimento viene presentato come una misura di sostegno al sistema produttivo. Lo stesso comunicato diffuso dopo il Consiglio dei ministri lasciava intravedere la delicatezza del passaggio, annunciando l’intenzione di aprire nei prossimi giorni un tavolo di confronto con le categorie produttive interessate. Obiettivo dichiarato: valutare, durante la conversione del decreto, eventuali risorse aggiuntive da destinare al comparto, anche in base alle priorità segnalate dalle imprese.

Ma è proprio questo il punto che il mondo industriale considera più critico: l’incertezza ormai strutturale sulle regole degli incentivi. “Non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del governo – attacca Confindustria – mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia”.

Uno scontro che arriva mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenendo al Forum Teha di Cernobbio, ha rivendicato la necessità di compiere scelte di priorità sulle risorse disponibili. “Dobbiamo decidere se le disponibilità devono andare a costoro”, ha spiegato riferendosi alle imprese che hanno investito in Transizione 5.0, “oppure a favore delle imprese energivore, delle aziende di trasporto o per i tagli alle accise”. Da qui la decisione del governo di garantire per ora un livello minimo di agevolazioni “paragonabili alla vecchia 4.0”, mantenendo però aperto il confronto con le categorie per capire dove concentrare gli eventuali nuovi fondi.

Dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy filtrano segnali di soddisfazione per un altro risultato ottenuto nel decreto: la rimozione del vincolo “Made in Europe” per l’accesso all’iperammortamento. Secondo fonti del dicastero, insieme agli stanziamenti per il 5.0, questa modifica porta a quasi 10 miliardi le risorse disponibili per gli investimenti delle imprese nel triennio 2026-2028. Lo stesso ministero assicura inoltre che il decreto attuativo arriverà “nei prossimi giorni”.

Rassicurazioni che però, almeno per ora, non bastano a raffreddare la protesta. La posizione di Confindustria resta ferma: prima di aprire nuovi capitoli, bisogna chiudere quello vecchio. “La nostra risposta è: prima si paghi il debito con le imprese esodate del 5.0”, è la linea ribadita dagli industriali.

La sensazione è che la partita sugli incentivi alla transizione industriale sia tutt’altro che chiusa. E che, ancora una volta, il vero problema non sia soltanto l’entità delle risorse, ma la credibilità delle regole.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *