Da destra Giuseppe La Rocca Ciro Imperante e Luigi SchiavoDa destra Giuseppe La Rocca Ciro Imperante e Luigi Schiavo

Due bambine rapite, violentate, uccise e poi bruciate. Tre giovani condannati all’ergastolo. E, sullo sfondo, un dubbio che non si è mai spento: quello di una delle più controverse vicende giudiziarie italiane degli anni Ottanta.

È il caso dei cosiddetti “mostri di Ponticelli”, una storia che ancora oggi continua a interrogare coscienze e tribunali morali, tra accuse fragili, testimonianze discusse e l’ombra di una possibile malagiustizia.

Il delitto che sconvolse Napoli

Siamo nell’estate del 1983. La sera del 2 luglio, nel quartiere Ponticelli, alla periferia orientale di Napoli, due bambine scompaiono nel nulla. Si chiamano Barbara Sellini, 7 anni, e Nunzia Munizzi, 10 anni. Secondo quanto riferito da una coetanea, vengono viste allontanarsi a bordo di una Fiat 500 blu, con un fanale rotto e un cartello con la scritta “Vendesi”.

Da quel momento di loro si perdono le tracce.

Il giorno successivo arriva la scoperta più terribile: i loro corpi, ormai carbonizzati, vengono trovati in un canalone alle porte del quartiere. Gli accertamenti restituiscono un quadro agghiacciante: le due bambine sarebbero state seviziate e violentate prima di essere uccise, e solo dopo i corpi sarebbero stati dati alle fiamme.

La pista iniziale e il sospetto mancato

Un’amica delle vittime, Antonella Mastrillo, riferisce agli investigatori che Barbara e Nunzia erano solite avvicinarsi a un uomo conosciuto come “Gino”, proprietario di una piccola utilitaria scura. I carabinieri identificano questo uomo in Corrado Enrico, già noto per precedenti episodi di molestie e proprietario di una 500 blu compatibile con quella descritta.

Secondo la ricostruzione, l’auto avrebbe avuto proprio i dettagli segnalati: il fanale rotto e il cartello “Vendesi”. Eppure questa pista non porta a un’immediata svolta. L’uomo viene lasciato libero e, poco dopo, la vettura viene rottamata senza essere stata sequestrata.

Un passaggio che, col tempo, diventerà uno dei punti più discussi dell’intera vicenda.

L’arresto dei tre giovani

Le indagini prendono poi una direzione diversa. In caserma finiscono tre ragazzi incensurati di Ponticelli, tutti poco più che ventenni: Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca. Per l’accusa sarebbero loro gli autori del rapimento, delle violenze e dell’omicidio delle due bambine.

L’impianto accusatorio si fonda soprattutto sulle dichiarazioni di alcuni testimoni, tra cui Carmine Mastrillo, fratello di Antonella. Attorno all’inchiesta, però, si addensano presto pesanti ombre: pressioni sugli imputati, presunti condizionamenti sui testimoni e il ruolo di alcuni collaboratori di giustizia della camorra, tra cui Mario Incarnato, già noto per essere stato tra gli accusatori di Enzo Tortora.

I tre giovani si sono sempre dichiarati innocenti. Nonostante questo, vengono rinviati a giudizio, processati e infine condannati all’ergastolo.

Le ombre sul processo

Il caso, fin dall’inizio, appare segnato da profonde contraddizioni. In aula, secondo la ricostruzione difensiva, mancherebbero elementi materiali capaci di collegare direttamente i tre imputati al delitto. Nessuna prova scientifica, nessun riscontro oggettivo che li collochi sulla scena del crimine o accanto alle vittime.

A incrinare ulteriormente la tesi accusatoria è anche l’analisi criminologica del professor Alfonso Zarone, che avrebbe delineato un quadro ben diverso: quello di un unico responsabile, con il profilo di un soggetto sadico, incompatibile con la dinamica attribuita ai tre giovani.

Proprio su questi punti si è alimentato, negli anni, il sospetto che Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca possano essere stati travolti da un errore giudiziario costruito su testimonianze deboli e indagini poco solide.

Una ferita ancora aperta

A oltre quarant’anni da quel duplice omicidio, il caso di Ponticelli continua a dividere. Da una parte resta l’orrore per la morte di Barbara e Nunzia, una tragedia che ha segnato per sempre la memoria di Napoli. Dall’altra resta la domanda più difficile: i veri colpevoli sono stati davvero individuati?

Dopo aver scontato la pena, Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca continuano ancora oggi a proclamarsi innocenti e a chiedere giustizia.

Il loro nome, legato per decenni a uno dei delitti più atroci della cronaca italiana, resta al centro di una vicenda in cui il bisogno di verità non si è mai esaurito.

2 luglio 1983

Barbara Sellini, 7 anni, e Nunzia Munizzi, 10 anni, scompaiono nel quartiere Ponticelli di Napoli. Una testimone racconta di averle viste allontanarsi a bordo di una Fiat 500 blu con un fanale rotto e un cartello “Vendesi”.

3 luglio 1983

I corpi carbonizzati delle due bambine vengono ritrovati in un canalone alla periferia del quartiere. Gli esami accertano che prima di morire sarebbero state seviziate e violentate.

La svolta nelle indagini

Le indagini cambiano direzione e portano all’arresto di tre giovani incensurati del quartiere: Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca, all’epoca tra i 19 e i 21 anni.

Processo

L’accusa si fonda in gran parte su dichiarazioni testimoniali e su un quadro investigativo che verrà poi contestato dalla difesa. I tre imputati si dichiarano sempre innocenti. Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca vengono condannati all’ergastolo per il rapimento, la violenza e l’omicidio delle due bambine.

Negli anni successivi

Emergono dubbi sull’impianto accusatorio: vengono contestate le modalità delle indagini, la tenuta delle testimonianze e l’assenza di prove materiali dirette.

Lo studio del professor Alfonso Zarone mette in discussione la ricostruzione accusatoria e ipotizza il profilo di un unico autore, con caratteristiche compatibili con un sadico sessuale.

I tre condannati, una volta usciti dal carcere, continuano a proclamarsi innocenti e a chiedere il riconoscimento di un possibile errore giudiziario.

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