Botta e risposta tra il legale dei genitori del bimbo morto dopo il trapianto e la direzione dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. Al centro, la richiesta di risarcimento e il mancato avvio di una trattativa. Intanto prosegue l’inchiesta della Procura di Napoli
Si accende lo scontro tra la famiglia del piccolo Domenico Caliendo e i vertici dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. Al centro della vicenda c’è una richiesta di risarcimento da tre milioni di euro, avanzata dopo la morte del bambino, e il mancato riscontro che, secondo il legale dei genitori, sarebbe arrivato dall’ospedale Monaldi.
Nella giornata di ieri si è consumato un duro botta e risposta tra l’avvocato Francesco Petruzzi, che assiste la famiglia Caliendo, e il direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino.
La lettera alla Regione Campania
Tutto nasce da una lettera inviata dall’avvocato Petruzzi alla Regione Campania, con la richiesta di un intervento del presidente Roberto Fico. Nella missiva, il legale sottolinea che la mancata risposta alla richiesta risarcitoria non riguarda direttamente il merito dell’inchiesta penale in corso, ma il comportamento tenuto dalla dirigenza del Monaldi nei confronti dei genitori del bambino.
Secondo Petruzzi, la proposta inviata all’ospedale subito dopo i funerali del piccolo Domenico non rappresentava un atto ostile, bensì il tentativo di aprire un confronto extragiudiziale per evitare alla famiglia un ulteriore percorso doloroso in sede civile.
“Una proposta di dialogo, non una dichiarazione di guerra”
L’avvocato della famiglia ha parlato di atteggiamento “indifferente, opaco e istituzionalmente sordo” da parte della struttura sanitaria. Nella sua ricostruzione, la richiesta economica trasmessa via pec era finalizzata a trovare una soluzione condivisa, senza costringere i genitori ad affrontare anni di contenzioso.
“Una proposta di dialogo, non una dichiarazione di guerra”, ha scritto Petruzzi, aggiungendo che il risarcimento, pur non potendo lenire il dolore, rappresenta “un diritto autonomo riconosciuto dalla legge”, indipendente dall’esito del procedimento penale.
Il legale ha poi criticato anche l’iniziativa simbolica annunciata nei prossimi giorni, ovvero la piantumazione di un albero in memoria del bambino: “La famiglia merita giustizia, risarcimento e il rispetto istituzionale minimo che ogni vittima ha diritto di ricevere. Non un albero”.
La replica dell’Azienda Ospedaliera dei Colli
Alla presa di posizione del legale ha risposto Anna Iervolino, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. In una nota, Iervolino ha spiegato che la richiesta risarcitoria da tre milioni di euro, arrivata il giorno dopo i funerali, sarebbe stata formulata in termini “dichiaratamente non negoziabili”.
Per questo motivo, secondo la direzione dell’ospedale, non si potrebbe parlare di una mancata apertura al confronto, dal momento che non vi sarebbe stato un reale margine per una trattativa.
Iervolino ha inoltre ricordato che la vicenda è tuttora all’esame dell’autorità giudiziaria, nella fase delle indagini preliminari, e che qualsiasi valutazione sulla richiesta economica richiede approfondimenti tecnico-legali. Da qui la scelta di seguire le procedure interne e l’istruttoria degli uffici competenti.
La direttrice generale ha poi espresso sorpresa per il fatto che una comunicazione definita come riservata sia stata portata sul piano pubblico, sostenendo che ciò non favorisca un confronto sereno nelle sedi appropriate. Nella stessa nota, Iervolino ha ribadito che l’Azienda “si è sempre associata alla richiesta di giustizia”.
L’inchiesta della Procura
Sul fronte giudiziario, intanto, prosegue l’inchiesta della Procura di Napoli. Sono sette le persone indagate per omicidio colposo. Tra queste ci sono il cardiochirurgo Guido Oppido e la seconda operatrice Emma Bergonzoni, che martedì compariranno davanti al gip del tribunale di Napoli perché accusati anche di falso nella compilazione della cartella clinica.
Gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione alcuni passaggi chiave della giornata del 23 dicembre scorso, quando si svolse il trapianto: l’arrivo del cuore del donatore al Monaldi, l’ingresso in sala operatoria dell’équipe proveniente da Bolzano e l’inizio dell’espianto del cuore sul piccolo Domenico.
Secondo gli inquirenti, questi tre momenti avrebbero dovuto susseguirsi in un ordine preciso, ma ciò non sarebbe avvenuto. Una circostanza che avrebbe costretto i chirurghi a impiantare al bambino un cuore ormai lesionato e non controllato prima del trapianto.
Domenico è morto dopo due mesi, il 21 febbraio.
Una vicenda ancora aperta
Mentre l’inchiesta penale cerca di chiarire eventuali responsabilità individuali, sul piano civile si apre ora un nuovo fronte di tensione tra la famiglia e l’ospedale. Da una parte i genitori chiedono ascolto, rispetto istituzionale e un risarcimento; dall’altra, l’Azienda richiama la necessità di attendere gli approfondimenti e seguire le procedure previste.
Una vicenda ancora tutta da chiarire, che continua a suscitare dolore e polemiche.