Secondo l’Istat nel 2025 scende al 22,6% la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. Migliora il reddito medio delle famiglie, ma aumenta la grave deprivazione materiale. Il Mezzogiorno resta l’area più fragile, mentre giovani, donne e stranieri sono i più esposti.

ROMA — Migliorano, ma solo leggermente, le condizioni di vita delle famiglie italiane. Secondo i dati diffusi dall’Istat, nel 2025 la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale scende al 22,6%. Un dato in flessione rispetto all’anno precedente, che segnala un piccolo progresso, ma che continua a coinvolgere una parte enorme della popolazione: circa 13 milioni e 265mila italiani.

Si tratta di persone che vivono in famiglie a basso reddito, in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale o con una bassa intensità di lavoro. Un quadro che conferma come il disagio economico resti una delle principali emergenze sociali del Paese.

Povertà in Italia: chi è considerato a rischio secondo l’Istat

Per l’Istat è a rischio povertà una famiglia con un reddito netto equivalente inferiore a 13.237 euro annui. Nel 2024 si trovava in questa situazione il 18,6% dei residenti in Italia, pari a quasi 11 milioni di persone. Anche in questo caso il dato è lievemente inferiore rispetto al 2023, ma il miglioramento resta contenuto.

La fotografia che emerge è quella di un Paese che cresce troppo lentamente per ridurre davvero le disuguaglianze, con ampie fasce della popolazione ancora esposte alla precarietà economica.

Divario Nord-Sud: il Mezzogiorno resta l’area più fragile

Il divario territoriale continua a essere uno degli elementi più evidenti. Nel Nord-Est si registra la minore incidenza di persone a rischio di povertà o esclusione sociale, con l’11,3%, accompagnata da un reddito netto medio di 44.290 euro.

Nel Mezzogiorno, invece, la situazione è nettamente più critica. Qui la quota di persone a rischio sale al 38,4%, mentre il reddito medio netto si ferma a 32.427 euro. Un gap che conferma la persistente distanza economica e sociale tra le diverse aree del Paese.

Cresce la grave deprivazione materiale e sociale

Accanto al lieve calo del rischio generale di povertà, c’è però un dato che preoccupa. Nel 2025 aumenta infatti la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, passata dal 4,6% al 5,2%.

In termini assoluti significa che oltre 3 milioni di persone non riescono ad affrontare spese impreviste, a pagare regolarmente l’affitto o a garantirsi un pasto adeguato. È il segnale che, anche dove i redditi mostrano timidi miglioramenti, resta forte la fragilità concreta nella vita quotidiana.

Povertà lavorativa: un occupato su dieci è a rischio

L’Istat accende poi un faro sulla povertà lavorativa. Nel 2025 il 10,2% degli occupati è a rischio povertà: in pratica, un lavoratore su dieci, pur avendo un impiego, non dispone di un reddito sufficiente per vivere in condizioni adeguate.

Il dato, peraltro, non include chi ha svolto lavori saltuari o inferiori a sei mesi nell’arco dell’anno. Proprio per queste categorie il rischio di un reddito basso è ancora più alto.

La situazione peggiora tra gli stranieri, dove risulta a rischio più di una persona su quattro. In generale, un lavoratore su cinque, pari al 20,4%, è considerato a basso reddito: ha lavorato almeno un mese nell’anno ma ha percepito un reddito netto inferiore a circa mille euro al mese. Una condizione che colpisce soprattutto giovani, donne e cittadini stranieri.

Redditi familiari in aumento, ma ancora sotto i livelli pre-crisi

Nel quadro complessivo, l’Istat certifica anche un aumento del reddito medio annuo delle famiglie. Nel 2024 si attesta a 39.501 euro, in crescita rispetto al 2023 sia in termini nominali (+5,3%) sia in termini reali (+4,1%).

Nonostante questo recupero, il livello resta ancora distante da quello del 2007, prima della crisi finanziaria globale. Il reddito medio annuo delle famiglie italiane è infatti ancora inferiore del 4,9% rispetto a quel periodo.

Giovani in fuga dall’Italia: il costo economico dell’emigrazione

Alla fragilità sociale si aggiunge poi un altro elemento strutturale: la partenza di migliaia di giovani dall’Italia. Secondo l’Eurispes, ogni anno almeno 34.700 giovani lasciano il Paese, con una perdita economica stimata di 1,66 miliardi di euro di Pil.

L’istituto definisce questa situazione una vera “anomalia italiana”: un’economia avanzata che però continua a offrire ai giovani condizioni paragonabili a quelle di una periferia europea. È uno dei segnali più evidenti della difficoltà del sistema Italia nel trattenere competenze, energie e capitale umano.

Un miglioramento fragile

Il dato complessivo racconta dunque un’Italia in lieve miglioramento, ma ancora profondamente segnata da squilibri sociali, precarietà lavorativa e divari territoriali. Il calo del rischio di povertà o esclusione sociale è un segnale positivo, ma non sufficiente a cancellare un’emergenza che continua a coinvolgere milioni di persone.

La crescita del reddito medio, da sola, non basta. A pesare sono soprattutto la qualità dell’occupazione, la tenuta del potere d’acquisto e la capacità di ridurre la vulnerabilità delle famiglie più esposte.

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