Una vittoria non del tutto inattesa, ma ben più ampia di quanto molti immaginassero. È da qui che il centrosinistra prova a ripartire dopo il voto referendario, leggendo il risultato come un segnale politico che va oltre il merito del quesito e investe direttamente il governo. Per Elly Schlein, il responso delle urne dimostra che “l’alternativa al governo di destra esiste” e affida alle opposizioni una “grande responsabilità”, da cui ora bisogna “prendere slancio” in vista delle elezioni politiche del 2027.

La segretaria del Partito Democratico evita di alzare ulteriormente i toni. Nessuna richiesta di dimissioni né per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni né per il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ma il significato politico del voto, nella lettura del centrosinistra, resta evidente. A sintetizzarlo con più durezza è Giuseppe Conte, che parla di un vero e proprio “avviso di sfratto” rivolto al governo.

Schlein, rispondendo ai giornalisti, insiste su un punto: la destra, a suo giudizio, sarà sconfitta alle urne. Nel frattempo, però, invita Meloni e la sua maggioranza a riflettere sul messaggio arrivato dal referendum, soprattutto alla luce delle altre riforme che l’esecutivo ha in agenda. Nel mirino ci sono in particolare il premierato e la nuova legge elettorale, considerata da più parti come il possibile prologo di un riassetto più ampio degli equilibri istituzionali.

Mentre la leader dem affronta domande e commenti nella sala del Nazareno intitolata a David Sassoli, il gruppo dirigente del Pd si concentra sull’analisi dei dati. A colpire, nei ragionamenti interni, è soprattutto una mappa dell’Italia che circola rapidamente di telefono in telefono: un Paese colorato di rosso da Sud a Nord, con l’eccezione di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia. Una fotografia che, secondo i democratici, restituisce in modo immediato la portata del risultato.

Dal partito arrivano letture territoriali che rafforzano questa interpretazione. Il senatore abruzzese Michele Fina sottolinea che “in Abruzzo, regione governata dal partito di Meloni, il No ha retto alla grande”. Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, mette l’accento sul dato di Bergamo, dove il No avrebbe prevalso in modo significativo, “almeno quanto a Milano, dove sono stato eletto al Senato”.

Ma è soprattutto il Mezzogiorno a essere indicato come il perno politico del risultato. Marco Sarracino, già prima della chiusura dei seggi, lasciava intendere fiducia sull’esito del voto. Ora, tra i colleghi della segreteria, rivendica la lettura fatta nelle ore precedenti: “Il Meridione ha salvato il Paese”. Una frase che fotografa bene il clima che si respira nel Pd, dove si considera decisivo il contributo arrivato dal Sud.

Sulla stessa linea anche Francesco Boccia. Il presidente dei senatori dem, da giorni convinto dell’esito finale, aveva persino azzardato un pronostico durante la chiusura della campagna referendaria a Piazza del Popolo, accanto alla Cgil e alle altre forze del centrosinistra: “54 a 46 per il No”. Un’intuizione che oggi, alla luce dei risultati, rafforza il senso di una prova politica riuscita per l’opposizione.

Naturalmente, nel Pd nessuno sostiene che la geografia del referendum possa essere trasferita automaticamente sul piano del consenso politico nazionale. La cautela resta. Ma tra i dirigenti democratici si fa strada una convinzione precisa: questo voto dice con chiarezza che Giorgia Meloni “non ha la maggioranza nel Paese”.

Per questo Schlein preferisce non trasformare il successo del referendum in una richiesta immediata di dimissioni. La linea è un’altra: costruire, consolidare e allargare l’alternativa. Il messaggio che la segretaria dem prova a lanciare è che il risultato non va solo celebrato, ma utilizzato come base politica per preparare la sfida più importante, quella delle elezioni del 2027. È lì, sostiene, che il centrosinistra potrà battere davvero Meloni.

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