A poco più di un’ora dallo spoglio del referendum, nel centrodestra prevalgono amarezza, sorpresa e preoccupazione. Il dato che scuote la coalizione non è soltanto la sconfitta, ma soprattutto il record di affluenza e il netto scarto registrato a favore del fronte del no. Un risultato che, a microfoni spenti, ha innescato tensioni interne e accuse reciproche, anche se all’esterno i toni restano controllati e, in molti casi, affidati al silenzio.

A colpire è soprattutto la scelta della famiglia Berlusconi di non commentare l’esito del voto. Da Marina a Pier Silvio, nei mesi scorsi i figli del Cavaliere si erano esposti apertamente a sostegno del sì, definendo la riforma della giustizia “un’occasione” per rafforzare “un’Italia civile, democratica e moderna”. Solo domenica, uscendo dal seggio a Milano, Marina Berlusconi aveva ribadito la fiducia nel risultato, lasciando intendere che avrebbe dedicato al padre l’esito del voto una volta concluse le operazioni di scrutinio. La vittoria appariva possibile. Poi, a urne chiuse, la linea è cambiata: nessuna dichiarazione.

A esporsi sono stati soltanto i leader dei partiti della coalizione. Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, ha riconosciuto in una nota scritta “l’alto grado di partecipazione”, definendolo “una grande prova di democrazia”, e ha aggiunto: “Il popolo sovrano si è espresso e noi ci inchiniamo alla sua volontà”. Parole misurate, affidate a un comunicato, nonostante fosse atteso nella sala Colletti a Montecitorio, dove il partito aveva convocato la stampa.

Anche Matteo Salvini ha scelto una reazione essenziale. Da Budapest, dove si trova per sostenere Viktor Orbán, il leader della Lega ha commentato: “Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione”. Salvini ha poi ribadito la convinzione che sia comunque necessario intervenire sul sistema giudiziario: “Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della Giustizia. Anche per questo, il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione”.

Ma se nel centrodestra il colpo è generale, è soprattutto in Forza Italia che la sconfitta lascia il segno più profondo. Il partito di Berlusconi sente su questo terreno un legame identitario, storico, legato alla battaglia contro quella che da anni definisce “malagiustizia”. Per questo, tra gli azzurri, il risultato viene vissuto come una ferita politica e simbolica.

Tajani lo ha sottolineato chiaramente, rivendicando l’impegno del partito: “Noi abbiamo fatto tutto il possibile per far comprendere l’importanza di una riforma che avrebbe reso la giustizia più equa e l’Italia più libera”. Da qui anche il ringraziamento a volontari, militanti e dirigenti per “un impegno civico di straordinario valore”. Eppure, dietro la linea ufficiale, tra i forzisti cresce il malumore.

A pesare, secondo le analisi interne, è anche quel 18% di elettori di Forza Italia che avrebbe votato no, stando ai dati del consorzio Opinio. Ma non è l’unico elemento di preoccupazione. Nel partito si guarda con preoccupazione anche al mancato coinvolgimento dei giovani e alla difficoltà di trasformare la mobilitazione del Nord in risultati più convincenti nel Mezzogiorno.

Ed è proprio il Sud a diventare il vero nodo politico del dopo referendum. Nel mirino c’è innanzitutto la Sicilia, dove il no ha prevalso con il 60%, nonostante l’isola esprima un governatore di Forza Italia e il sindaco di Palermo. Scetticismo anche sulla Campania e, in parte, sulla Calabria. Tra gli azzurri si fa strada l’idea che ora possa aprirsi una vera e propria “questione Sud”, destinata a pesare nei futuri equilibri interni.

Non mancano però le apprensioni anche al Nord. A preoccupare è, per esempio, il dato del Piemonte guidato da Alberto Cirio, dove il sì si è fermato al 46,5%, contro il 53,5% del no. Un segnale che, per una parte del partito, impone una riflessione più ampia sulla leadership e sulla capacità di tenuta del consenso.

Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ha lasciato intendere la necessità di un esame di coscienza, pur escludendo regolamenti di conti: “Io guardo a casa mia e guardo anche a quello che poteva essere fatto meglio”. Sulla Sicilia, poi, ha aggiunto che l’isola rappresenta “una sentinella dal punto di vista politico”, anche perché si voterà tra un anno. Allo stesso tempo, Mulè ha tentato di disinnescare le polemiche, assicurando che non ci sarà “nessun processo o critiche agli amici della maggioranza, non avrebbero nessun senso”.

Ma le tensioni, in realtà, ci sono. Tra forzisti e leghisti, il dito viene puntato contro Fratelli d’Italia e in particolare contro alcune uscite del ministro Carlo Nordio e della sua capo di gabinetto Giusi Bortolozzi, giudicate da alcuni esponenti della coalizione come eccessive o controproducenti. Sullo sfondo restano poi anche gli ultimi rumors che hanno coinvolto il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.

Nel quadro complessivo del centrodestra, l’unico partito che rivendica un dato positivo è la Lega, che legge con soddisfazione i risultati raccolti nelle regioni del Nord amministrate dai propri governatori, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia. Un segnale territoriale che il Carroccio considera incoraggiante, anche se non basta a cambiare il quadro generale di una consultazione che lascia la coalizione ferita e costretta ora ad affrontare una resa dei conti interna.

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