Ponte sullo StrettoPonte sullo Stretto

Nuove tensioni sul Ponte sullo Stretto, questa volta sul terreno più delicato: quello delle regole sugli appalti, della copertura finanziaria e della tenuta giuridica dell’intera operazione. A confrontarsi apertamente sono l’Autorità nazionale anticorruzione e la Stretto di Messina, la società incaricata della progettazione e della futura realizzazione dell’opera. Da una parte l’Anac, che mette in dubbio la legittimità dell’iter seguito finora e richiama la necessità di una nuova gara per allinearsi alle norme europee. Dall’altra la società dello Stretto, che difende il percorso scelto e continua a indicare l’apertura dei cantieri entro il 2026 come obiettivo possibile.

A far esplodere il confronto sono state le parole del presidente dell’Anac, Giuseppe Busia, intervenuto davanti alla Commissione Ambiente del Senato durante l’esame del decreto legge 32 del 2026, il provvedimento del governo che riguarda anche il Ponte. Busia ha messo in fila un punto chiave: negli anni, ha spiegato, è cambiato in modo radicale lo schema economico e finanziario dell’opera. In origine una parte consistente dei costi, circa il 60%, avrebbe dovuto essere sostenuta dai privati. Oggi, invece, il quadro è totalmente diverso: il finanziamento è diventato interamente pubblico.

Secondo l’Anac, una trasformazione di questa portata non può essere considerata un semplice aggiustamento tecnico. Al contrario, cambierebbe la natura stessa dell’operazione e renderebbe necessaria una nuova procedura di gara, pena il rischio di entrare in rotta di collisione con le regole europee sugli appalti pubblici, in particolare con la direttiva del 2014. Il punto non è solo formale. A pesare è anche l’aumento dei costi: il Ponte viene oggi collocato a 13,5 miliardi di euro, una cifra molto distante da quella originaria. La base di gara iniziale, ha ricordato Busia, era di circa 4 miliardi, poi rapidamente saliti a 8, fino all’attuale dimensione economica del progetto.

Per il presidente dell’Anac, proprio la crescita delle uscite rende “assolutamente opportuno” anche un confronto con la Commissione europea, così da evitare che il progetto si trascini dietro incertezze procedurali e futuri contenziosi. È una posizione che chiama direttamente in causa la struttura normativa costruita dal governo per accelerare il percorso. Busia, infatti, ha espresso forti riserve anche sul decreto in discussione in Parlamento: secondo lui il testo tenta di trasferire in una legge passaggi che dovrebbero restare nell’ambito delle procedure amministrative, attenua alcune garanzie autorizzative invece di rafforzarle e finisce per esporre l’intera operazione a una maggiore fragilità sul piano giuridico.

Le sue parole hanno subito trovato sponda nelle opposizioni. Il senatore del Pd Nicola Irto legge nei rilievi dell’Anac la conferma del rischio che il progetto venga fermato quasi subito da una lunga serie di ostacoli e ricorsi. Ancora più netto il Movimento 5 Stelle, con il deputato Agostino Santillo, che parla apertamente di possibile “game over” per il Ponte voluto da Matteo Salvini in assenza di una nuova gara.

Di tutt’altro tenore la replica di Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto di Messina. La società respinge l’idea che l’iter sia viziato e insiste sulla solidità del percorso fin qui seguito. Il decreto, sostiene Ciucci, conferma la volontà politica del governo di andare avanti e certifica la copertura finanziaria completa dell’opera. Quanto all’aumento dei costi, la società nega che sia frutto di modifiche sostanziali del progetto: a incidere, secondo questa lettura, sarebbe soprattutto il forte aumento del prezzo delle materie prime.

Anche rispetto ai rapporti con Bruxelles, la società sceglie una linea rassicurante. Ciucci sottolinea che un dialogo strutturato con la Commissione Ue sarebbe già in corso, sia sugli aspetti ambientali sia sulle procedure di appalto. E aggiunge un argomento politico non secondario: se è vero che finora non è arrivato un via libera esplicito, è altrettanto vero che l’Unione europea non ha aperto alcuna procedura d’infrazione contro il progetto.

Resta così sul tavolo uno scontro che è insieme tecnico e politico. Da una parte c’è chi vede nel Ponte un’opera strategica da sbloccare rapidamente, anche a costo di forzare i tempi. Dall’altra c’è chi teme che proprio la volontà di accelerare possa trasformarsi nel punto più debole dell’intero impianto, esponendolo a rilievi europei, ricorsi e stop giudiziari. Il risultato è un paradosso già visibile: mentre il governo continua a indicare il 2026 come l’anno dell’avvio dei cantieri, il confronto si sposta sempre più dal terreno dell’ingegneria a quello delle regole.

Ed è lì, prima ancora che sulle campate o sui piloni, che si giocherà davvero il destino del Ponte sullo Stretto.

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