Nel linguaggio comune italiano, “borbonico” è spesso sinonimo di arretratezza, burocrazia oppressiva e inefficienza. Ma una rilettura storica del Regno delle Due Sicilie contesta radicalmente questo stereotipo e sostiene che si tratti di un pregiudizio sedimentato nel tempo.
Dopo l’unificazione del 1861, infatti, l’assetto dello Stato italiano fu modellato su quello piemontese e l’ordinamento giuridico napoletano venne di fatto cancellato. Per questo, secondo questa interpretazione, continuare ad attribuire alle “leggi borboniche” i mali della pubblica amministrazione italiana sarebbe storicamente scorretto.
La tesi è opposta: il Regno delle Due Sicilie avrebbe avuto un sistema normativo avanzato, soprattutto in ambito giudiziario, sociale ed economico. Vengono citati l’introduzione della motivazione delle sentenze già nel 1774, il divieto della tortura, la tutela della corrispondenza privata, l’indipendenza della magistratura e la pubblicità dei giudizi.
Tra gli esempi più significativi c’è il Codice di San Leucio del 1789, che regolava lavoro e vita degli operai con strumenti come assistenza sanitaria, istruzione obbligatoria e case per i lavoratori. Viene poi ricordata la legge del 1839 contro la tratta degli schiavi, la normativa del 1817 sulla naturalizzazione degli stranieri e il decreto del 1832 sull’igiene pubblica e la raccolta dei rifiuti.
Secondo questa lettura, dunque, l’aggettivo “borbonico” non dovrebbe evocare oscurantismo, ma una tradizione giuridica e civile considerata moderna e avanzata per il suo tempo. Una tesi polemica, ma ancora capace di riaprire il dibattito sulla memoria del Mezzogiorno preunitario.