La Regione Siciliana punta sul south working e mette sul tavolo 54 milioni di euro di incentivi a fondo perduto fino al 2028 per favorire il rientro o la permanenza dei lavoratori nell’Isola. La misura, voluta dal governo guidato da Renato Schifani, si rivolge però a un target preciso: imprese con sede fuori dalla Sicilia, anche all’estero, purché facciano lavorare i dipendenti siciliani da remoto direttamente dal territorio regionale.

Il meccanismo prevede un contributo pubblico pari a 30 mila euro per ciascun lavoratore assunto a tempo indeterminato, erogato in quote annuali da 6 mila euro per cinque anni. A beneficiarne potranno essere, secondo quanto stabilito dalla legge regionale del 5 gennaio 2026, aziende con sede in Italia, nell’Unione europea o fuori dall’Ue, a condizione che non abbiano sede in Sicilia e che entro il 2028 assumano lavoratori a tempo indeterminato oppure trasformino contratti già esistenti in rapporti stabili.

Un elemento centrale del provvedimento riguarda le modalità di svolgimento dell’attività lavorativa. Le prestazioni dei dipendenti residenti nell’Isola dovranno infatti essere svolte in Sicilia e in modalità agile, con un limite massimo del 20% annuo di attività da svolgere nei locali aziendali. Le domande saranno gestite dall’Irfis, l’istituto finanziario della Regione, attraverso una piattaforma informatica e fino a esaurimento delle risorse disponibili.

Per accedere alle agevolazioni, le imprese dovranno rispettare una serie di requisiti, tra cui l’assenza di sanzioni per violazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro o relative ai contratti collettivi.

Nelle intenzioni della giunta regionale, l’intervento rappresenta uno strumento per contrastare la fuga di competenze e valorizzare il lavoro a distanza come leva di sviluppo territoriale. Schifani ha definito il provvedimento una “misura unica nel suo genere”, sostenendo che la Sicilia possa così “invertire il suo destino di marginalità geografica ed economica”. L’obiettivo dichiarato è consentire ai lavoratori di mantenere un impiego con aziende con sede fuori dall’Isola, senza essere costretti a trasferirsi.

Ma attorno alla misura non mancano le perplessità. A sollevarle sono soprattutto alcune realtà impegnate da anni sui temi del rientro dei giovani e della cosiddetta “restanza”, cioè la scelta di restare o tornare a vivere e lavorare in Sicilia costruendo lì il proprio futuro. Una posizione portata avanti anche dalle sessanta organizzazioni che il 15 novembre 2025, a San Giovanni Gemini, hanno sottoscritto il “Patto per restare”.

Tra i critici c’è Carmelo Traina, uno dei coordinatori dell’iniziativa, secondo cui il provvedimento rischia di produrre effetti limitati sul tessuto economico locale. Il nodo, osserva, è che il sostegno pubblico finisce a imprese che crescono, investono e producono valore altrove, mentre in Sicilia resterebbe soprattutto la spesa quotidiana dei lavoratori, come affitti e consumi. Un impatto considerato insufficiente da chi ritiene necessario rafforzare invece l’economia e l’occupazione generate direttamente sul territorio.

C’è poi un interrogativo di lungo periodo: cosa accadrà alla fine dei cinque anni di incentivo? È la domanda che accompagna molte delle osservazioni critiche alla misura. Una volta terminata la contribuzione pubblica, resta infatti da capire quale convenienza avranno le aziende esterne a mantenere quei lavoratori in Sicilia.

Il provvedimento, dunque, si inserisce in un dibattito più ampio: da una parte la necessità di offrire opportunità immediate a chi vuole vivere nell’Isola senza rinunciare a un impiego qualificato; dall’altra il rischio che le risorse pubbliche finiscano per sostenere modelli produttivi che non rafforzano davvero il sistema economico siciliano.

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