Un atto d’accusa duro, esplicito, senza sconti. È quello contenuto in “La pubblica (D)istruzione, il libro che racconta la scuola italiana come il terreno di uno smantellamento progressivo, consumato negli anni tra scelte politiche, propaganda e silenzi istituzionali. A firmarlo è uno sguardo insieme interno e critico, quello di un maestro e giornalista che ricostruisce, pagina dopo pagina, quella che definisce la cronaca di un vero e proprio sabotaggio dell’istruzione pubblica.
Nel racconto, il bersaglio principale è la politica, con una responsabilità attribuita in primo luogo al governo di destra ma, allo stesso tempo, estesa anche al centrosinistra, accusato di complicità o quantomeno di passività. Il quadro che emerge è quello di una scuola trasformata in terreno di scontro ideologico, dove a pagare il prezzo più alto sono stati bambini e ragazzi.
L’elenco delle criticità evocate nel libro è lungo e volutamente provocatorio. Si va dallo scandalo delle cosiddette “mascherine mutanda”, finite negli scantinati durante la stagione pandemica, ai progetti annunciati e mai realmente decollati sul fronte delle relazioni e del benessere scolastico. Fino ad arrivare, secondo l’autore, al ritorno di una cultura della valutazione e della disciplina ispirata a modelli del passato, con il ripristino di logiche autoritarie, il progressivo restringimento degli spazi di libertà per docenti e dirigenti e una presenza sempre più marcata di un’idea securitaria dentro le aule.
Il libro insiste soprattutto su un punto: ciò che sta accadendo oggi non è frutto di un episodio isolato, ma il risultato di una lunga storia. In trent’anni, ricorda l’autore, al ministero dell’Istruzione si sono alternati quindici ministri di diverso orientamento politico. Un turnover continuo che, invece di riformare il sistema in profondità, avrebbe finito per consolidare un meccanismo rigido e gerarchico. Un “sistema”, appunto, nel quale le nomine continuano a seguire logiche verticali, al di là della facciata meritocratica dei concorsi.
Il tono è quello della denuncia civile. L’autore parla apertamente di una scuola distrutta, o almeno progressivamente demolita, lontana anni luce da quella immaginata da figure come Alberto Manzi, Mario Lodi, Danilo Dolci e Gianni Rodari. Una scuola fondata sulla centralità della pedagogia, sulla libertà educativa, sull’emancipazione e sulla crescita critica degli studenti. Una visione che, secondo il libro, sarebbe stata sacrificata sull’altare della propaganda politica.
A rendere ancora più forte il messaggio è anche il contesto in cui questa denuncia prende forma. L’autore rivendica di raccontare ciò che vede “a rischio e pericolo di qualche provvedimento disciplinare”, sottolineando il clima di crescente pressione che, a suo dire, si respira nel mondo dell’istruzione. Una frase che rafforza il senso di urgenza del volume e ne fa non solo un saggio critico, ma anche una testimonianza diretta.
Sul fondo resta la tesi più amara, affidata a una frase destinata a colpire: i bambini e i ragazzi non votano, e quindi non contano. È qui che il libro concentra la sua accusa più radicale: la scuola sarebbe diventata marginale proprio perché i suoi protagonisti principali non hanno peso elettorale immediato. E così, mentre la politica continua a usare l’istruzione come simbolo o campo di battaglia, la pedagogia arretra e con essa l’idea stessa di futuro.
Più che un semplice libro sulla scuola, dunque, questo volume si presenta come un j’accuse sullo stato del Paese. Perché nel racconto dell’autore il declino dell’istruzione non riguarda soltanto le aule, ma la qualità stessa della democrazia italiana.

L’autore
Alex Corlazzoli – giornalista, maestro, scrittore, viaggiatore. Scrive per Il Fatto Quotidiano. Ha curato
inoltre la rubrica “La Scuola Buona” a Radio24, “Tutti in classe” a Radio Popolare oltre a “Per chi suona la
campanella?” su Rai1. E’ stato uno dei volti più noti del programma “La Banda dei Fuoriclasse” in onda
su Rai Gulp. Con il cantautore Luca Bassanese ha dato vita allo spettacolo teatrale “La scuola siamo noi”.
Nel novembre 2014 è stato nominato tra i primi 100 digital champion italiani. Nel 2021 si è aggiudicato il
XVII premio nazionale “Anpi. Renato Fabrizi” e la V edizione del concorso giornalistico “Comunicare la
gratuità”. Fa parte come socio sostenitore della fondazione “Don Lorenzo Milani” e dell’ Associazione
per la difesa dell’isola di Pianosa. Tra i libri che ha scritto: “La scuola che resiste” (Chiarelettere); “Tutti
in classe” (Einaudi 2013); “Lettera a una professoressa del nuovo millennio” (Rizzoli Bur 2023); “Diario da
un monastero” e “Volevo fare Zorro” (Giunti 2023)