Altro che guerra lampo. La paura di un’escalation di un conflitto in Iran fa volare il prezzo del petrolio, mette in ginocchio i mercati azionari e proietta un’ombra minacciose sulle prospettive della nostra economia. A suonare un campanello di allarme è il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, che non nasconde le sue preoccupazioni e lancia un vero e proprio monito sulla stabilità finanziaria e lo spread: occorre mantenere la buona percezione “sulla tenuta della finanza pubblica italiana”, che “fino a ora ci ha tenuto al riparo”, spiega il numero uno di Via Nazionale nel corso di una conferenza al ministero egli Esteri. SI tratta di una “condizione importante da tenere a mente anche per il futuro”, aggiunge, perché una diversa percezione del rischio da parte degli investitori globali può “tradursi rapidamente in tensioni sui titoli sovrani e nei flussi di capitale”. E “se si sommano la crisi politica, quella energetica e quella finanziaria “la situazione diventa particolarmente delicata”. Insomma, occorre tenere ben ferma la barra sulla rotta del rigore dei conti pubblici, evitando salti nel buio. Una linea condivisa anche dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, tanto da innescare anche qualche frizione con i suoi colleghi titolari di dicasteri di spesa. A innescare la nuova spirale di tensioni è stato soprattutto il discorso alla nazione di Trump che ha fatto balenare la prospettiva di una recrudescenza del conflitto in Iran con il coinvolgimento anche dell’Europa. I risultati non si sono fatti attendere: il petrolio ha raggiunto anche i 114, aggiornando i massimi dal 2022 e accorciando le distanze dal record del 2008, prima di frenare in area 110. Oscillazione che hanno innescato ondate di vendite non solo sulle Borse asiatiche ma anche in quelle europee che, solo nel finale, hanno limitato i danni: Milano chiude a -0,2% ma era arrivata a perdere oltre il 2%, Francoforte si ferma a -0,56%. Mentre torna ad aggirarsi lo spettro dell’inflazione, con un effetto diretto sui tassi di interesse: le attese per la Bce mandano in tilt i titoli di Stato europei, col Btp decennale che si riavvicina alla soglia del 4% e lo spread oltre 90. Scenari particolarmente pesanti per i Paesi più dipendenti sul fronte dell’energia, come l’Italia: secondo il Global Economic Outlook di S&P Global Ratings, con un’impennata di circa 75 punti base dallo scoppio della guerra, è quarta fra le maggiori economie mondiali dopo Turchia, Sudafrica e Brasile, e prima in Europa, per l’impatto dello shock energetico sui rendimenti dei titoli di Stato. L’agenzia di rating vede nero per l’impatto della crisi energetica sull’economia della Penisola: se la Spagna tiene con un +1,9% di crescita nel 2026, e la Germania si difende grazie al suo stimolo di bilancio (0,8%), per il nostro Paese S&P ha dimezzato la stima di crescita ad appena 0,4%. L’impatto sul Pil, eguagliato solo dalla Gran Bretagna, è il più elevato, e la crescita attesa la più bassa fra tutte le economie – Europa, Nord America, Paesi emergenti – analizzate dall’agenzia. Infine, uno “special briefing” del World Economic Forumcon quattro capi economisti di istituzioni come Allianz, Trafigura, Standard Chartered evoca conseguenze economiche “senza precedenti” e “la possibilità di uno shock economico ai livelli del Covid nell’eventualità di una guerra prolungata”. Infatti, nello stretto di Hormuz e in quello di Bab el-Mandeb transitano non solo gas e petrolio ma anche l’elio per i semiconduttori o una fetta della produzione mondiale di fertilizzanti. Lo shock ‘regionale’ diventerebbe un “evento finanziario mondiale” in cui S&P vede rischi di recessione globale con prime vittime l’Europa ed alcune economie asiatiche.