Gino Paoli se n’è andato a 91 anni, nella notte tra il 23 e il 24 marzo, lasciando alla musica italiana non soltanto un catalogo di capolavori, ma un modo inconfondibile di stare dentro le canzoni: con pudore, malinconia, intelligenza e verità. La famiglia ne ha annunciato la morte chiedendo riservatezza; i funerali, secondo le prime informazioni diffuse, saranno in forma privata.
Per ricordarlo, però, non basta fermarsi a Il cielo in una stanza, Senza fine o Sapore di sale. Paoli è stato molto di più di un grande autore della scuola genovese: è stato uno degli artisti che hanno saputo attraversare l’Italia intera, lasciando tracce profonde anche lontano dalla sua Liguria. E tra i legami meno scontati ma più intensi della sua storia artistica c’è proprio quello con Napoli. Un rapporto che la città ha riconosciuto apertamente: oggi il sindaco Gaetano Manfredi e l’amministrazione comunale lo hanno salutato come un “figlio adottivo”, ricordando che Paoli era anche cittadino onorario di Napoli.
Non è una formula di circostanza. Napoli, nel messaggio diffuso dopo la sua scomparsa, ha sottolineato la “predilezione artistica e umana” che Paoli ha sempre manifestato verso il territorio e il modo in cui seppe interpretare “con rispetto e maestria il repertorio della canzone classica napoletana”. È un passaggio importante, perché racconta un artista capace di entrare in una tradizione non sua senza mai forzarla, senza atteggiarsi a ospite d’onore, ma mettendosi in ascolto.
Quel legame aveva avuto anche momenti pubblici molto forti. Nel 2018 Paoli tornò al Teatro San Carlo per un concerto dedicato ai 90 anni della Lilt di Napoli, portando sul palcoscenico alcuni dei suoi brani più amati. Il San Carlo lo ha ricordato con commozione, sottolineando che quella non fu una presenza isolata: già nel 2012, insieme a Danilo Rea, aveva reso omaggio a Roberto Murolo nel centenario della nascita. Due appuntamenti che dicono molto: Paoli non passava da Napoli come una tappa qualsiasi, ma come un luogo in cui la sua musica sapeva dialogare con una tradizione antica e vivissima.
Non a caso, nel tempo, Paoli si era avvicinato anche al repertorio napoletano in modo più diretto. Un servizio rilanciato nelle ore della sua scomparsa ha ricordato il progetto realizzato con Danilo Rea sulle canzoni napoletane, nate quasi “per caso” e poi diventate parte di un percorso artistico autentico. Non era folklore, e non era nemmeno nostalgia da cartolina: era il riconoscimento, da parte di un maestro della canzone d’autore, del fatto che Napoli custodisce una delle grandi sorgenti sentimentali della musica italiana.
In fondo Paoli e Napoli si sono riconosciuti perché parlavano una lingua simile: quella della melodia che non ha bisogno di alzare la voce, della malinconia che non diventa mai posa, dell’eleganza che sa convivere con la ferita. Napoli lo aveva capito da tempo, ben prima dei messaggi ufficiali di queste ore. Lo aveva capito il pubblico del San Carlo, lo aveva capito il mondo culturale cittadino, lo aveva capito una tradizione musicale che in Paoli vedeva non un corpo estraneo, ma un interprete capace di rispettarne l’anima.
Per questo il ricordo che oggi arriva dalla Campania ha un tono diverso, più intimo. Non è soltanto il saluto a un gigante della musica italiana. È il congedo da un artista che, pur venendo da altrove, aveva trovato a Napoli una seconda casa simbolica. Un autore che ha saputo attraversare generazioni e geografie, portando con sé un’idea alta e insieme popolare della canzone.
Con Gino Paoli scompare una voce che ha raccontato l’amore, il desiderio, il tempo e la solitudine con una semplicità solo apparente. Ma resta un’eredità che continuerà a parlare anche da qui, da Napoli, dove quel poeta discreto era diventato davvero uno di famiglia.
