Il primo italiano definito punk. Il primo a riempire uno stadio. Anzi, quindici stadi di fila in un mese. Edoardo Bennato non ha mai smesso di giocare con le etichette, smontandole con l’ironia che da sempre è il suo codice d’accesso alla realtà.
Ora, a pochi mesi dagli 80 anni — li compirà il 23 luglio — si prepara a tornare dal vivo con il tour “Quando sarò grande”, sei concerti evento che partiranno il 6 luglio da piazza San Marco a Venezia e si chiuderanno il 18 settembre a Milano. Con lui ci saranno la Be-Band e il Quartetto Flegreo.
Bennato guarda al passato senza nostalgia, con il gusto del paradosso e della battuta. Ricorda quel mese in cui attraversò l’Italia riempiendo stadi: «Il giorno prima del concerto facevamo sempre una partita a calcio. Ho segnato in tutti gli stadi d’Italia».
L’estate che arriva sarà anche quella dei Mondiali, ancora una volta senza l’Italia. Nel 1990 Bennato firmò con Gianna Nannini “Un’estate italiana”, la canzone delle “notti magiche”. Di quel periodo conserva un’immagine precisa: «Un pomeriggio a San Siro stavamo facendo le prove e dall’altra parte del prato spuntò Maradona: voleva conoscere Gianna Nannini, a lui piacevano le artiste».
Con Diego Armando Maradona nacque un rapporto fatto di incontri e uscite. Bennato racconta un episodio a Roma: «Eravamo in un ristorante, a un certo punto non lo vidi più. Era andato tra i tavoli a distribuire 50mila lire a tutti. Si sentiva sempre in debito con il Padreterno, in qualche modo doveva restituire quello che aveva avuto».
Alla domanda su chi sia il più bravo artista italiano, Bennato risponde da Bennato: «Io sono il più bravo di tutti in senso assoluto, ma è meglio non dirlo». Poi chiarisce che per lui la bravura non è solo tecnica: significa unire contenuti e spettacolarità. Tra gli artisti che stima cita Zucchero, Jovanotti, Morgan e Clementino. Di Morgan dice: «È pazzesco». Di Clementino: «È grandioso, bravissimo». Ma aggiunge che entrambi sono anche vulnerabili.
Il successo, però, non arrivò subito. Prima ci furono gavetta, concorsi persi, porte chiuse. «Ho fatto tante prove, tanta gavetta, tanti concorsi in cui venivo scartato», racconta. E proprio i fallimenti, sostiene, gli hanno insegnato la cosa più importante: «Nella musica non esiste un parametro oggettivo. Non è come nello sport, dove c’è il cronometro. Nella musica decidono i condizionamenti dell’industria discografica, delle radio, del mercato, della politica».
Il segreto, secondo Bennato, è suonare ovunque: in strada, nei pianobar, nei locali. «È lì che capisci chi sei davvero, il contatto con la gente è tutto».
Tra gli episodi più duri degli inizi c’è la bocciatura da parte del direttore della Ricordi. Gli disse che il disco era stato messo nei negozi, ma che i programmatori Rai avevano giudicato la sua canzone «sgraziata e sgradevole». Il consiglio fu netto: laurearsi e togliersi dai piedi. Quella canzone era “Un giorno credi”.
Poi arrivò il ribaltamento. Bennato iniziò a prendere in giro il presidente della Repubblica Giovanni Leone e il Papa, diventando per una certa sinistra il simbolo dell’insoddisfazione giovanile. Fu invitato ai festival politici e lo stesso direttore della Ricordi tornò a cercarlo: «Sei diventato una leggenda».
Anche davanti a Luciano Pavarotti, che per il Pavarotti & Friends gli chiese un provino, Bennato non si sentì offeso: «In questo mestiere bisogna essere molto umili. Il dubbio è un esercizio critico fondamentale». Si presentò con la band in frac e suonò otto pezzi.
Da sempre, Bennato racconta gli italiani con canzoni che sembrano leggere la società meglio di molti saggi. E il suo giudizio resta tagliente: «Siamo moralisti a nostro uso e consumo, quando ci fa comodo».
Nel suo libro e nel suo Codex Latitudinis, Bennato ha provato anche a spiegare le differenze tra Nord e Sud del mondo. La sua tesi è che la qualità della vita dipenda dall’alternarsi delle stagioni. «Io sono un uomo del Sud e quindi non posso accettare l’ipotesi che a Stoccolma e Copenaghen siano tutti intelligenti, mentre al Cairo siano tutti cretini».
Di questo discute anche con Fausto Bertinotti, che frequenta i suoi concerti da vent’anni. «Ci troviamo su tutto, tranne su questo punto», dice Bennato. Per Bertinotti il mondo è diviso tra chi domina e chi subisce; per Bennato, invece, non è una questione di buoni e cattivi, ma di «maturità sociale in base al clima».
Tra le canzoni di cui va più orgoglioso sceglie “Le ragazze fanno grandi sogni”, che definisce «un manifesto della femminilità, un inno alle donne». Anche perché, spiega, «è stata mia mamma a plasmarmi».
Il tour si chiama “Quando sarò grande”. Ma Bennato, arrivato alla soglia degli 80 anni, non sembra intenzionato a diventarlo davvero: «Da tempo mi sono fermato a 55».