“L‘oro verde di qualità è solo italiano, e la Puglia domina il mercato”

“L‘oro verde  di qualità è solo italiano, e la Puglia domina il mercato”

Non c’è da meravigliarsi se popoli come Egiziani, Ebrei, Greci e Romani  già nell’antichità conoscevano il valore, le proprietà e il sapore di un alimento unico e straordinario come l’olio d’oliva, che veniva utilizzato come fondamentale condimento per varie pietanze. Un vero e proprio regalo dei fertili terreni delle coste del ’Mare Nostrum’, calde e asciutte, sui quali la pianta dell’olivo ha trovato le giuste condizioni per diffondersi.

L’ Italia  conta oggi circa 900.000 aziende olivicole e con oltre 464 mila tonnellate annue, il Bel Paese è  il secondo produttore di olio di oliva al mondo dopo la Spagna (che domina incontrastata il settore), e soprattutto può vantare un patrimonio eccezionale di 250 milioni di ulivi. Secondo gli ultimi dati Unaprol (Consorzio olivicolo italiano), siamo l’unico Paese al mondo che presenta 533 differenti varietà di olive e ben 43 oli tutelati dall’Unione Europea, con un giro d’affari che raggiunge un valore di 3 miliardi di euro tra il 2015 e il 2016, pari al 3% dell’intero fatturato dell’industria agroalimentare.

A livello mondiale il 12% della produzione di olio d’oliva è rappresentata da olio di oliva pugliese.
La Puglia infatti è leader a livello nazionale con i suoi circa 59 milioni di alberi, su una superficie di oltre 376 mila ettari, pari al 40% di quella del Mezzogiorno, quasi il 32% della superficie olivetata nazionale e l’8% di quella comunitaria.
L’incidenza della produzione olivicola pugliese è superiore al 40% di quella nazionale.
La produzione di olio extra vergine di oliva in Puglia risulta essere fortemente legata alle condizioni dell’olivicoltura locale e rappresenta uno dei comparti più interessanti e di spessore nel settore agro-alimentare pugliese.
L’olivicoltura  costituisce inoltre,  per diffusione, competenze e professionalità richieste, un bacino occupazionale di notevole importanza nell’economia agricola regionale.

Ad affermarlo Gianfranco Desantis patron della Olearia Desantis Spa, situata a Bitonto in provincia di Bari,  che, alla sua terza generazione, rappresenta una tra le più grandi aziende olearie italiane, con la missione di diffondere la cultura della buona tavola e del vivere sano.

Dott. Desantis, è vero che la Puglia è considerata  la locomotiva dell’olio extra vergine di oliva italiano di qualità?

Esatto. L’Italia può contare su un patrimonio di 24 Dop (denominazione di origine protetta) ed una Igp (indicazione geografica protetta).
La regione italiana con il più alto numero di riconoscimenti è proprio la Puglia, con ben 5 Dop già riconosciute.

Con l’approvazione (marzo 2016) del piano olivicolo nazionale si è aperto un percorso di crescita del vero Made in Italy sul quale fare leva per incrementare la produzione nazionale e sostenere attività di ricerca…

Si. L’Italia può contare su più di 250 milioni di piante di ulivo su oltre un milione di ettari di terreno coltivato con il maggior numero di olio extravergine a denominazione (44) in Europa e sul più vasto patrimonio di varietà d’ulivo del mondo (395) che garantiscono un fatturato al consumo stimato in 3,2 miliardi di euro nel 2015.

Dott. Desantis, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Qual è la differenza tra olio di oliva e olio extra vergine d’oliva?

Per oli di oliva si intendono gli oli ottenuti esclusivamente dalle olive, mediante un procedimento di estrazione meccanica. Sarà classificato come extravergine se corrisponderà ad un olio assolutamente perfetto, senza difetti, con un’acidità libera espressa in acido oleico non superiore a 0.8 g per 100 g; gli oli che, invece, presentano piccole imperfezioni di gusto, vengono destinati alla raffinazione e miscelati con una percentuale variabile di extra vergine diventando così olio di oliva.

In quest’ultimo periodo si è parlato molto ed in maniera piuttosto allarmente dell’olio di palma. Cosa ci può dire in proposito?

Le accuse contro l’olio di palma, un grasso vegetale estratto dalle drupe (frutti simili alle olive) di alcune varietà di palme e molto presente nei nostri consumi alimentari, mettono paura.  Fa male. Rovina il nostro sistema cardiocircolatorio. Provoca il diabete. Forse è anche cancerogeno. Eppure lo ritroviamo in una lunghissima lista di biscotti e merendine, nelle farciture dei dolci confezionati e nelle creme spalmabili, in quasi tutti i cibi pronti e persino nei prodotti per la prima infanzia. Non bastasse, sarebbe anche responsabile di una feroce deforestazione a favore della monocoltura intensiva della palma, e metterebbe a repentaglio interi ecosistemi e la sopravvivenza di molte specie animali del Borneo e di Sumatra. Insomma, un vero e proprio killer per la salute e l’ambiente.

Un quadro tutt’altro che positivo. Ma è proprio tutto vero?

Non completamente. In realtà il quadro è decisamente ridimensionato. Ecco qualche punto per iniziare a fare chiarezza. L’olio di palma, pur essendo di origine vegetale, ha una composizione in acidi grassi più simile al burro che agli altri grassi vegetali: è infatti composto essenzialmente da grassi saturi.  Di conseguenza ben si presta, per le sue proprietà chimiche, a sostituirlo nelle preparazioni industriali.

Per quali motivi?

Innanzitutto, perché ha un costo nettamente inferiore. In secondo luogo, perché è praticamente insapore, e aggiunto alle preparazioni non ne altera la gradevolezza. Inoltre, rispetto al burro garantisce una conservabilità maggiore dei prodotti, per la sua maggior resistenza alla temperatura e all’irrancidimento. Il suo ingresso massiccio tra i nostri cibi è avvenuto in seguito all’inasprimento delle normative dell’Organizzazione mondiale della sanità sui grassi idrogenati, come le margarine. Se ora ci ritroviamo a consumare olio di palma, quindi, è anche per evitare che nei nostri alimenti ci fosse di peggio.

Qual è la posizione dell’Organizzazione mondiale della Sanità riguardo il consumo dell’olio di palma?

In generale, va sottolineato che contro l’olio di palma non si registrano (perlomeno a oggi) posizioni ufficiali da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità, dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, del ministero della Salute, né dell’Istituto superiore di sanità, cioè di tutti  gli organi preposti a vigilare sulla nostra salute.

Esistono gli effetti collaterali dell’utilizzo dell’olio di palma sull’ambiente?

Ci sono, e sono innegabili. La coltivazione delle palme da olio, che si concentra nel Sud-Est asiatico (in particolare in Indonesia e Malesia) ha comportato e comporta tutt’oggi un massiccio abbattimento delle foreste tropicali per far spazio alle nuove piantagioni. Le conseguenze si misurano in termini di biodiversità (connessi alla distruzione dell’habitat di numerose specie, tra cui l’orango), ma anche di ripercussioni come l’impennata di gas serra nell’atmosfera e lo stravolgimento dell’assetto idrogeologico del territorio. Ed è forse proprio in ragione del suo forte impatto ambientale che, per dare forza alle campagne contro la sua produzione, si è calcata la mano nel criticarlo dal punto di vista nutrizionale.

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