Storia di Aicha, la soldatessa di Allah che ha sfidato il Califfato

Storia di Aicha, la soldatessa di Allah che ha sfidato il Califfato

Nella visione occidentale la percezione più forte della condizione femminile islamica è quella di una donna sottomessa all’uomo, con pochissimi diritti e molti doveri. Questa immagine stride con il ruolo che Hasna Aitbulachen, la kamikaze che si è fatta esplodere giovedì a Parigi, nel quartiere di Saint Denis, aveva nella società e anche nell’organizzazione terroristica dell’Isis. Hasna, infatti, nata e cresciuta in Francia, era responsabile amministrativa di una piccola società di costruzioni, istruita e abituata ad usare i social network, una donna come ce ne potrebbero essere tante in occidente. La notizia della prima donna kamikaze che si è fatta saltare in aria in Europa ha ravvivato l’interesse sulla condizione femminile nell’Islam, soprattutto quello integralista, suscitando anche sorpresa in chi è convinto che le donne islamiche siano sottomesse agli uomini e non possano essere indipendenti. Nella sua storia e possibile ritrovare similitudini con  Aicha la “miliziana tunisina”  fuggita dalle fila dell’Isis, che nel libro scritto a quattro mani dai giornalisti napoletani Simone di Meo e Giuseppe Iannini, “Soldatessa del Califfato” (Imprimatur editore),  racconta la sua esperienza come “guerrigliera di Allah” e i motivi della sua fuga.

“Sì – conferma Simone di Meo, uno dei due autori del libro – del resto abbiamo riscontrato la medesima condizione in Fatima, la ragazza napoletana convertitasi per amore e fuggita in Siria, una “terrorista da tastiera” come è stata definita, pronta al martirio, eppure se vai sulla sua bacheca puoi trovare i like a pagine islamiche e che inneggiano ad Allah come unico Dio e like a pagine filo occidentali anche nel periodo della conversione.”

Nel suo libro Soldatessa del Califfato, Aicha racconta la sua dolorosa esperienza attraverso la crudeltà umana e la sua fuga dall’Isis

“Anche Aicha, che è una tunisina di origine sciita,  aveva un ruolo di primo piano all’interno dell’Isis, era una social media manager e faceva parte della brigata di Al-Khansa, la polizia morale del Califfato, composto da sole donne. Lei e il marito, un combattente che ha un ruolo di spicco nell’organizzazione fanno parte di una elite. Nello stato dell’Isis le donne hanno ruoli che non ci possiamo nemmeno immaginare.”

Eppure l’Occidente ha sempre pensato che la donna nel mondo islamico fosse sempre in secondo piano e avesse delle limitazioni:

“Sì, in realtà esiste questa tipologia ed è riferita a specifici ambiti etnici e religiosi che considerano la donna inferiore all’uomo, ma in altre realtà islamiche i ruoli sono equiparati. Pensiamo solo che al Baghdadi si è sganciato dalla forma terroristica per organizzare una forma Stato e uno Stato ha bisogno delle migliori energie dei migliori professionisti e lì il genere non conta.”

Aicha era una muajirah, una combattente di Allah, come è avvenuta la sua conversione?

“Aicha un giorno assiste alla decapitazione di decine di bimbi cristiani, i cui genitori si sono rifiutati di convertirsi e lì inizia la sua crisi, acuita dall’impossibilità di avere figli. La sua è una storia cruda, che mette in luce le contraddizioni dei terroristi. In un paragrafo, ad esempio, racconta che l’Isis fa i soldi vendendo alla rete mondiale della pornografia i video degli stupri di gruppo compiuti sulle povere ragazze yazidi e sulle prigioniere di guerra occidentali. È un commercio top secret, chiaramente. Nessuno lo confermerà mai perché nel Califfato che si ispira alla religione di Allah non c’è spazio per i filmini a luci rosse. Ma per fare la guerra c’è bisogno di tanto denaro. E ogni sistema per accumularlo è assolutamente legittimo”.

Conosciamo la spietatezza dei terroristi, com’è riuscita a fuggire?

“Approfitta di un permesso che le è stato concesso per la morte del fratello, torna a casa, sfuggendo all’Isis”

E il marito?

“Aicha ha raccontato che il marito le ha scritto una mail, nella quale si diceva stanco degli orrori, probabilmente è fuggito anche lui.”

Il libro è un’importante testimonianza di come funziona il meccanismo dell’indottrinamento religioso, attraverso l’esperienza di una donna, addetta al reclutamento di donne occidentali, che ha potuto toccare con mano le atrocità commesse dal Califfato, Aicha affronta anche il tema della primavera araba, di cui oggi sembrano tutti essersi dimenticati:

“In effetti dopo i fatti di Parigi non si è fatta alcuna analisi sulle conseguenze della primavera araba, nel libro Aicha sostiene che ha sortito l’effetto contrario rilanciando l’integralismo islamico, un avvenimento che ha portato indietro tutto il Nord Africa.”

Passiamo all’attentato di Parigi, alla fine i terroristi hanno colpito degli obiettivi diversi da quello che si poteva immaginare, il che rende impossibile prevedere cosa colpiranno, la situazione è preoccupante:

“La generalizzazione dei luoghi simbolo di attentati è il più grosso errore che si possa fare, del resto nessuno si aspettava che Charlie Hebdo sarebbe stato l’obiettivo più a rischio, il suo orientamento a sinistra lo faceva escludere. Sono dell’idea  che proteggere principalmente i luoghi simboli possa diventare un’agevolazione per il terrorismo”.

In Italia, secondo lei siamo preparati? Anche qui sembra che si sia orientati a proteggere i luoghi simbolo, ad esempio il  Vaticano che molti considerano un grosso bersaglio.

“Indubbiamente l’attenzione deve rimanere alta, ma qualche tempo fa stesso io scrissi che c’è un’imprevedibilità sugli obiettivi sui quali si sta concentrando l’Intelligence italiana. Secondo una lista stilata dal capo della polizia nella top ten rischio attentati c’è Ravenna. A Ravenna è sepolto Dante che nella Divina Commedia collocò Maometto nell’inferno. Tutti si sarebbero aspettati che all’attenzione dei terroristi ci fossero Roma, Milano, Napoli, nessuno avrebbe pensato alla tomba di Dante”.

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