“Le aziende che si insediano nelle Zone economiche speciali devono dare un contributo forte alla crescita del territorio. Già con un emendamento alla legge istitutiva delle Zes abbiamo allungato i tempo minimo di permanenza da 5 a 7 anni. Credo che bisogna portarlo a dieci anni”. Il sottosegretario allo Sviluppo economico Andrea Cioffi scegli il palco del Premio Sele d’Oro a Oliveto Citra, in provincia di Salerno, per illustrare le strategie dei pentastellati sul Mezzogiorno. Una visione a 360 gradi che parte da

due considerazioni di fondo: “Prima di tutto studieremo i dossier per evitare di fare gli stessi errori del passato. Inoltre dobbiamo scongiurare il rischio di sprecare le poche risorse a disposizione come è successo in passato quando sulla dorsale jonica abbiamo costruito ben quattro assi stradali paralleli”, aggiunge l’esponente del governo giallo-verde. Il problema, spiega l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, è che “da molti decenni non solo non c’è stata una politica meridionalistica, ma è mancata anche una politica industriale per lo sviluppo del Paese”. Secondo Arcuri oggi “il tempo ha vinto definitivamente la sua battaglia contro lo spazio e i capitali: in Corea per aprire uno stabilimento sono sufficienti appena 27 giorni contro i 237 della media italiana. Oggi è su questo terreno che si gioca la competizione fra i Paesi, vince chi ha le infrastrutture migliori, la pubblica amministrazione più efficiente e una tenuta forte del sistema sociale”.

Anche per Luca Bianchi, direttore della Svimez, intervenuto al dibattito conclusivo del Premio, organizzato dal sindaco del Comune salernitano, Carmine Pignata e moderato dal giornalista Emanuele Imperiali, la questione sociale è dirimente: “Il Mezzogiorno ha reagito alla crisi meglio di quanto non si pensi, però non tutte le regione hanno reagito allo stesso modo. Ci sono aree produttive che sono cresciute più velocemente rispetto alla media nazionale e altre, invece, che hanno continuato a perdere terreno e si sono ristrette. Il mio auspicio è che dopo le politiche fallimentari della prima e della seconda Repubblica, si possa mettere al centro della politica la questione meridionale”.

Concetto condiviso dall’ex ministro Dc Vincenzo Scotti, presidente della Fondazione Link Campus University, che cita Pasquale Saraceno: “Il Mezzogiorno deve essere la via per lo sviluppo nazionale. E, per crescere, ha bisogno di puntare soprattutto sulla ricerca e sulla formazione dei suoi giovani talenti”. Cervelli in permanente fuga verso il Nord o l’estero “anche se, in alcune regioni, come la Campania – sottolinea Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei rettori – il fenomeno si è fortemente ridimensionato”. Segno che quando le università sono in grado di offrire una formazione di qualità, i giovani restano. Ma questo “potrebbe non bastare perché – spiega Riccardo Varaldo, già rettore della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa – è necessario creare un collegamento più forte fra l’università e il mondo produttivo, anche con la costituzione di un’agenzia ad hoc per il trasferimento delle tecnologie”. Per l’ex assessore alle Attività produttive della Regione Campania, Amedeo Lepore, “il Sud può ora contare su strumenti, come il contratto di sviluppo, che possono davvero fare la differenza”.

Di Enrica Procaccini

Napoletana, giornalista professionista, collaboratrice del Mattino, esperta di comunicazione