La sanità di prossimità promessa dal Pnrr rischia di nascere già segnata da un profondo divario territoriale. A pochi mesi dalla scadenza europea fissata per giugno, gli Ospedali di comunità – uno dei pilastri della riforma territoriale – avanzano soprattutto nel Centro-Nord, mentre il Sud continua a inseguire, con numeri ancora troppo bassi per colmare il ritardo.

Secondo l’ultimo monitoraggio dell’Agenas, a dicembre 2025 erano 163 gli Ospedali di comunità attivi in tutta Italia. Ma il dato che colpisce è la loro distribuzione: ben 118, cioè circa tre quarti del totale, si concentrano in sole quattro Regioni, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Da sole raccolgono quasi 3mila posti letto e rappresentano il cuore della nuova rete di assistenza intermedia.

Il Veneto guida con 47 strutture attive, seguito dalla Lombardia con 30, dall’Emilia-Romagna con 24 e dalla Toscana con 17. Un’accelerazione che contrasta in modo netto con il quadro del Mezzogiorno, dove tutte le Regioni meridionali insieme, alla stessa data, si fermavano a 23 strutture complessive. Un numero che fotografa con chiarezza una nuova frattura sanitaria tra Nord e Sud.

Il paradosso è evidente: l’Emilia-Romagna, da sola, ha già aperto più Ospedali di comunità di tutte le Regioni del Sud messe insieme. E mentre il Centro-Nord consolida la sua rete territoriale, il Mezzogiorno rischia di restare ancora una volta indietro proprio su un’infrastruttura pensata per alleggerire gli ospedali tradizionali e offrire risposte più vicine ai bisogni quotidiani di anziani, cronici e pazienti fragili.

Il rischio è che alla scadenza di giugno, fissata dall’Europa per i progetti finanziati con i fondi del Pnrr, l’Italia riesca forse a centrare il target nazionale ma lasciando scoperta una parte consistente del Paese. Gli Ospedali di comunità programmati dalle Regioni sono complessivamente 594, ma quelli che dovranno essere aperti entro l’estate per rispettare l’obiettivo minimo europeo sono 307. Traguardo che appare ancora possibile sul piano numerico generale, soprattutto se nei prossimi mesi ci sarà una corsa finale, ma molto meno sul piano dell’equilibrio territoriale.

Ed è qui che il Sud paga il prezzo più alto. Perché anche in caso di raggiungimento del target nazionale, il Mezzogiorno rischia di restare privo ancora a lungo di strutture fondamentali per la presa in carico dei pazienti più vulnerabili. Una sanità di prossimità, insomma, che potrebbe svilupparsi prima e meglio nelle aree già più forti del Paese, lasciando ai margini quelle dove spesso i servizi sanitari sono già più fragili.

Gli Ospedali di comunità sono strutture intermedie tra l’assistenza domiciliare e l’ospedale tradizionale. Servono a evitare ricoveri impropri e ad accompagnare le dimissioni dei pazienti che non hanno più bisogno di cure ad alta intensità, ma che non possono ancora essere assistiti adeguatamente a casa. Accolgono soprattutto persone fragili, anziani cronici o pazienti con quadri clinici stabilizzati ma ancora bisognosi di sorveglianza sanitaria e assistenza infermieristica.

In media dispongono di 15-20 posti letto, fino a un massimo di 40, e prevedono ricoveri generalmente non superiori a 30 giorni. Il loro funzionamento si basa soprattutto sulla presenza infermieristica continua, 24 ore su 24, con il supporto di almeno un medico per circa 4 ore e mezza al giorno, sei giorni su sette. Proprio per questo rappresentano uno snodo decisivo della riforma della sanità territoriale.

Dal monitoraggio emerge che tutti i 163 Ospedali di comunità attivi garantiscono la presenza degli infermieri sette giorni su sette, ma soltanto 133 assicurano anche la presenza minima del medico. Ancora più limitato il numero delle strutture dotate di ambienti protetti per pazienti con demenza o disturbi comportamentali: appena 61. Un dato che segnala come il problema non sia solo aprire le strutture, ma renderle pienamente operative.

A rendere il quadro ancora più disomogeneo ci sono poi le aree del Paese dove il ritardo è totale o quasi. A dicembre risultavano quattro territori senza alcuna struttura attiva: Marche, Basilicata, Valle d’Aosta e provincia autonoma di Bolzano. Ma è soprattutto il dato del Sud a pesare, perché conferma che il gap infrastrutturale e organizzativo non è stato colmato neppure con l’occasione straordinaria dei fondi europei.

La grande scommessa del Pnrr era portare la sanità più vicino ai cittadini, riducendo le disuguaglianze e alleggerendo la pressione sugli ospedali. Oggi, però, quella promessa rischia di trasformarsi in una riforma a metà. Se i numeri finali premieranno solo il raggiungimento formale dei target, senza correggere gli squilibri territoriali, il risultato sarà l’ennesima Italia a due velocità: con il Nord che si rafforza e il Sud che aspetta ancora.

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