Intervista a Vincenzo Benessere (Prossima Napoli)

“Patto per Napoli, le misure sono inadeguate”. Lo afferma Vincenzo Benessere, chimico e ricercatore, divulgatore napoletano e attivista storico sui temi del debito pubblico, a nome di “Prossima Napoli”, commentando il provvedimento per il risanamento delle casse di Palazzo San Giacomo che sarà valido e vincolante, per i cittadini, nei prossimi ventuno anni. Il sudonline.it lo ha intervistato. “Prossima Napoli” è un raggruppamento di cittadini che vogliono mettere a disposizione le proprie energie e competenze per “organizzarsi e contare, assumersi responsabilità, conquistare spazio, prendersi cura di questa terra, ricambiare quello che questa città ci ha dato e contribuire a scriverne il futuro” (Chi siamo – Prossima Napoli).

In controtendenza con l’opinione corrente, lei definisce inadeguate le misure del piano di risanamento che ha un alto impatto per la vita democratica e sociale di questa città. Perché?

In foto Vincenzo Benessere

Con la pandemia ancora sullo sfondo e con la guerra in Ucraina più che viva, il Comune di Napoli ha scelto la via della “buona amministrazione” dopo anni di “immobilità”. Sono parole con cui il sindaco Manfredi ha esordito presentando di recente il piano al Consiglio comunale.

Che cosa c’è che non va?

Proprio per lo scenario complesso nel quale viviamo e per la portata temporale del provvedimento, il primo rilievo è che ci saremmo aspettati una ampia e larga partecipazione decisamente determinante per tutti i concittadini. Così non è stato.

Entrando invece nel merito?

Il contenuto politico del documento in sintesi è il seguente: il Comune di Napoli riceve dallo Stato, a fondo perduto, 1,2 miliardi di Euro e nei prossimi 21 anni si impegna a “fare la sua parte” mettendo a garanzia dei fondi ricevuti un quarto della cifra totale. Il Comune sarà sottoposto a verifica semestrale e dovrà dimostrare come spende questi soldi e a cosa servono.

Fin qui niente di nuovo per il sistema di finanziamento degli Enti Locali: soldi in cambio di impegni dell’Ente per evitare il dissesto…

Infatti è successo con il fondo di rotazione nel 2013 quando il Comune ha aderito al pre-dissesto, è successo nel 2016-2018 quando ai Comuni sono stati forniti ingenti anticipi di liquidità, solo per stare agli ultimi 10 anni.

Stavolta invece?

Stavolta c’è una novità che sembra determinante: il trasferimento a fondo perduto (al netto del cofinanziamento pari ad ¼ del totale) serviranno come investimenti da affiancare ai soldi che arriveranno con i progetti del PNRR.

Il contenuto “tecnico” chiarisce invece la modalità con cui il Comune riceverà la quota dallo Stato e come reperirà i propri 307 milioni nei prossimi ventuno anni. Qui di nuovo non c’è proprio niente perché di questi 307 milioni ben 302 milioni verranno dall’aumento dell’IRPEF in deroga perché è già ai massimi possibili.

E quindi?

Obiettivo raggiunto senza nessuna politica amministrativa innovativa e senza particolari soluzioni intelligenti: chi già paga, pagherà di più e considerando che già oggi i “finanziatori” del Comune (per il 65% delle entrate) sono coloro che pagano le imposte, davvero non si intravede nessuna novità.

E poi?

Gli 1,2 miliardi arriveranno in 21 anni, in due fasi: una prima, entro i prossimi 5 anni, più “ingente e irregolare” sia in entrata di fondi che di messa a disposizione da parte del Comune della sua quota, definita emergenziale; e una seconda più costante e duratura. Dalle tabelle si evince 540 milioni entro il 2027 da ricevere e 130 milioni di quota comunale per la prima fase e il resto negli anni 2027-2042, ovvero 660 da avere e 180 da dare.

Al di là dei numeri, cosa non la convince?

Come detto il comune di Napoli deve garantire 307 milioni ma si è impegnato a risanare per un totale di 800milioni quindi, si dice nella relazione, più di quanto dovuto. La differenza da 302 fino a 730 milioni verranno da riscossioni, da affidare entro il 2026 ad un Ente terzo (non Equitalia, ma chi?) e dalla tassa di imbarco ancora da istituire. Il resto sarà a carico delle vendite di patrimonio e riorganizzazione affitti dei beni del Comune di Napoli, per un totale di 73 milioni. Entro settembre dovrà esserci un piano per le partecipate e la stima degli investimenti relativi al PNRR.

E poi ci sono gli immobili da valorizzare, non è così?

A questo scenario va aggiunto quanto appreso attraverso le uscite stampa dell’Assessore Baretta e tramite la relazione dello stesso Assessore in Consiglio Comunale lo scorso gennaio: il Comune di Napoli sta trattando con Invimit un pacchetto di seicento stabili di proprietà comunale da valorizzare e alienare sul modello di altre città italiane.

Nulla di nuovo anche su questo fronte… O no?

Anche su questo argomento non è dato conoscere i piani e le scelte che verranno intraprese ma se il modello Invimit sarà confermato anche qui non ci sarà nulla di nuovo rispetto a politiche di gestione privatistica dei beni se non direttamente l’alienazione: le città risanano il proprio bilancio arretrando con le politiche pubbliche e incentivando messe a reddito senza destinazione sociale e spesso fanno cassa con la vendita, peraltro quasi sempre svendita visto che la maggior parte dei beni non sono nemmeno in condizione di essere venduti.

Come giudica le prospettive di sviluppo della città tratteggiate da Manfredi?

Sulle politiche di investimento la sua Giunta è stata chiara, “rieducazione” delle masse informi di giovani e città vetrina “magnete per turisti”. Almeno su questo non ci sono dubbi: abitanti e socialità fuori dal centro e turisti tutti dentro per aumentare tasse di sbarco, tassa di soggiorno e creare ricchezza privata attraverso la speculazione su beni immobili. Per tutto il resto c’è il PNRR.

Non la convince?

E’ l’unico modo possibile di pianificare il futuro di Napoli? Secondo il Sindaco “questi sono i dati” e “questa è la storia” e tutto il resto significa parlare a vuoto. Tutto come previsto, i tecnocrati si comportano così. Ma la realtà è ben diversa e si presta a molteplici altre interpretazioni e soluzioni possibili e realizzabili.

A che si riferisce?

Una di queste possibilità risiede nell’analizzare e mettere in pratica le linee di intervento proposte dalla Consulta di Audit sul debito del Comune di Napoli: rinegoziare i mutui e accollare gli oneri allo Stato come previsto dalla legge, annullare i derivati come previsto dalla Corte di Cassazione, porre in capo allo Stato i debiti storici relativi al terremoto degli anni ‘80 e alla stagione dei rifiuti negli anni ’90 e realizzare un piano di valorizzazione sociale del patrimonio del Comune di Napoli. A questa “ricetta” va aggiunta una importante battaglia sulla destinazione di risorse adeguata alla Costituzione e come previsto dal fondo di perequazione mai attivato al 100% dalla sua istituzione.

Quali obiettivi si raggiungono seguendo questa ricetta?

Queste misure avrebbero l’effetto di non aumentare la tassazione, non vendere il patrimonio tantomeno destinarlo a scopo esclusivamente turistico, ma soprattutto avrebbero l’effetto di rimettere al centro le politiche pubbliche sulla gestione cittadina che permetterebbero un processo di riequilibrio tra le forze attive sociali e l’effettivo esercizio della democrazia.

Si ha un’idea di cosa si ottiene con la rimodulazione dei mutui comunali?

La sola rimodulazione dei mutui farebbe risparmiare al Comune di Napoli 800 milioni in 10 anni rispetto ai 302 milioni in 21 anni con un aumento delle imposte locali, solo per fare un esempio. Nel complesso sarebbero misure ingenti, radicali e parecchio superiori a 1,2 miliardi in 21 anni che a tutto dire bastano appena a ripagare gli interessi sul debito attuale (60 milioni all’anno circa, 1,2 miliardi in 21 anni) e che a poco serviranno se la situazione strutturale fin qui descritta non verrà affrontata con strumenti nuovi e con l’obiettivo di ridefinire il rapporto Stato Centrale-Enti Locali e una profonda revisione del TUEL, il testo unico sull’ordinamento degli Enti locali, in materia di squilibrio finanziario.

Di Claudio D'Aquino

Claudio D'Aquino, napoletano, giornalista e comunicatore di impresa