BARONISSI & CASTEL VOLTURNO – Due simboli della Campania (e del Sud), tra Europee e futuro prossimo

Claudio D’Aquino

Che cosa hanno in comune Baronissi e Castel Volturno? Nulla, all’apparenza.
Baronissi, provincia di Salerno, dal capoluogo di provincia dista circa 8 chilometri, circa 35 da Avellino. Conta poco più di diciassettemila abitanti. La sua storia è relativamente recente. Si deve a Giuseppe Bonaparte e soprattutto a Gioacchino Murat, generale francese e re di Napoli, cognato di Napoleone che il 26 gennaio 1810 proclamò la sua nascita come Comune. Cresciuto a ridosso del fiume Irno, oggi è servito da ben due uscite della strada statale 88, l’atmosfera che vi si respira non è diversa da quella di una cittadina di un cantone svizzero.
E Castel Volturno? Situato a cavallo tra provincia di Caserta e area domizia, a nord ovest di Napoli, di abitanti ne conta oltre venticinquemila. Il suo habitat naturale è marcatamente mediterraneo, il litorale compreso nel Golfo di Gaeta è il simbolo più che perfetto del territorio che ha tradito le sue vocazioni: negli anni Sessanta aspirava al ruolo di Florida d’Europa, nei Settanta fu preso a morsi dall’abusivismo edilizio, negli anni Ottanta venne fagocitato da un degrado da cui oggi fatica a liberarsi, a causa del sisma che riversò nelle villette requisite i terremotati di Napoli. Devastato, deturpato, sfregiato persino dalle organizzazioni criminali che ne hanno fatto il vertice del “triangolo della morte”, con Giugliano ed Acerra. Terra di fuochi e di camorra.

Baronissi e Castel Volturno sono quindi alfa e omega, nadir e zenith, paradiso e inferno, alto e basso per la scala che rappresenta la Campania? Forse. Di sicuro sembrano non avere granché in comune. E invece no. In comune hanno la fiducia nel loro destino, lo sguardo teso al futuro. Futuro che passa, indubitabilmente, per la politica. Quella buona. O almeno quella che ha tutte le caratteristiche per promettersi tale. Baronissi e Castel Volturno potrebbero avere nel 26 maggio il loro crocevia, l’origine di una nuova partenza. Domenica – qui e in altri 3800 comuni – i cittadini riceveranno la scheda delle elezioni amministrative assieme alle europee. Allineati allo start ci sono – ed è ovvio – centinaia di candidati, decine di liste. Ma non dappertutto la politica è espressione diretta della comunità medesima, di un comune sentire, condivisione, partecipazione vissuta per strada e non sui social.

Questo si percepisce a Baronissi anzitutto intorno a due figure: Gianfranco Valiante e Marco Picarone. A Castel Volturno ha il volto di Nicola Oliva.

Valiante è amministratore di lungo corso. Direttore di Poste Italiane sede di Napoli, consigliere comunale a Salerno (primo eletto con la allora lista della Margherita), poi assessore per cinque anni alla sicurezza e alla mobilità e Polizia municipale con il sindaco Mario De Biase. Poi assessore per un anno anche quando Vincenzo De Luca diviene primo cittadino a Salerno, nonostante avesse appoggiato la lista antagonista di Alfonso Andria. Quindi consigliere regionale, governatore Antonio Bassolino. Nel 2014 si candida a Baronissi e vince. Inanellando risultati ragguardevoli. Il Piano urbanistico comunale, opere di manutenzione non ordinaria come il “semaforo intelligente”, il portale e il sito dell’istituzione cittadina premiato dal Ministero. E una raccolta differenziata che ad oggi sfiora l’83,89 %. “Il tutto – dice a Il Sud on line non senza orgoglio – puntando sulla considerazione dei cittadini alla stessa stregua di utenti da ascoltare e tutelare. Cittadini e non sudditi.Con una squadra di assessori totalmente al servizio della comunità”. Esperienza interrotta pochi mesi prima del traguardo naturale per una sorta di sedizione interna di alcuni esponenti di giunta. Poi la parentesi della gestione commissariale, e quindi il ritorno. La candidatura di Valiante, è sostenuta da Pd, Psi e tre liste civiche di centro sinistra. Al suo fianco il giovane Marco Picarone, 29 anni soltanto, segretario del circolo Pd, esperienza di consigliere comunale e di assessore al Personale. Entrambi puntano a consolidare l’esperienza di governo di una cittadina già bella e ospitale, contrassegnata da un’alta qualità della vita. La loro proposta è semplice. Si basa su ancora più verde, ancora più parchi e giardini, e l’invenzione del bonus (100 euro per ogni quintale di rifiuti differenziati consegnati all’isola ecologica; 1000 euro per ogni tonnellata) come leva per ulteriori risultati sul percorso della ecosostenibilità ambientale. “Vogliamo confermare Baronissi – dicono i due candidati – come città dell’arte contemporanea, dei servizi eccellenti, degli spettacoli estivi gratuiti. Puntando sulle prossime Universiadi per portare qui, dal 3 al 14 luglio, le Universiadi”, appuntamento che si traduce in oltre mille atleti provenienti da cento nazioni del mondo.

Castel Volturno invece sembra sempre che debba partire da sottozero, nell’immagine come nella reputazione. Che cosa ha di diverso, infatti, il suo territorio, rispetto ad esempio al quartiere Scampia, nella narrazione giornalistica? Nulla tranne il mare, la spiaggia, la pineta, la macchia mediterranea. Hai detto nulla?
Il territorio comunale si estende su una superficie enorme, oltre 72 chilometri quadrati. Di questi 25 sono spiaggia e ben 10 pineta. “Ed è da qui che vogliamo ripartire – dice Nicola Oliva, giovane presidente del Consiglio comunale, oggi candidato a sindaco con il sostegno di due liste civiche – dalla natura, che è tanta parte della bellezza dei nostri luoghi. E che può essere una leva positiva di sviluppo economico oltre che di riscatto civico”. Di qui l’idea di riaprire i cancelli che da decenni chiudono Pinetamare in un recinto. Siamo nell’estrema propaggine di quella che i latini definirono Campania Felix, territorio abitato prima dagli Opici, poi dagli Etruschi, successivamente dagli Osci. Crocevia obbligato per chi dal mare voleva inoltrarsi nell’interno e raggiungere il porto di Casilinum sul Volturno e da qui l’antica città di Capua. Nel 95 d.C. l’Imperatore Domiziano fece costruire la strada che ancora oggi porta il suo nome. E un superbo ponte che univa le due sponde del fiume. Lungo la sua storia si incrociano nel Medioevo l’Abazia di Montecassino, i Saraceni non meno dei Longobardi, i Normanni di Aversa, gli Svevi con Federico II, gli Angiò e gli Aragonesi. E poi conti e duchi che nell’epoca feudale si trasmisero il suo territorio di mano in mano. Fino a giungere, in epoche più recenti, alla notevole opera di bonifica dei Borbone e del Ventennio fascista. Oggi a Castel Volturno il disagio sociale si taglia a fette, il degrado urbanistico è uno schiaffo in pieno volto, c’è la più alta incidenza di extracomunitari in Italia: quasi tutti di provenienza africana e con problemi d’inserimento. “Questo territorio  – rimarca Oliva – deve finalmente conoscere i benefici di un grosso progetto di riqualificazione sociale e urbana”.

Non sono chiacchiere che fioccano in tempo di elezioni. Qui non si parte da zero e non c’è solo natura da recuperare al turismo e alla qualità della vita. Una delibera del Consiglio Comunale ha istituito due anni fa il Museo Internazionale di Arte Contemporanea Euro-Mediterraneo (MIACE), ospitato nell’Auditorium e nei laboratori del nuovo complesso religioso di Santa Maria del Mare, messo gratuitamente a disposizione, comprese le spese di gestione (luce, acqua, gas e pulizie), dal Parroco Padre Antonio Palazzo. Laboratori tematici, gestiti attraverso le competenze dei dieci componenti di un Comitato scientifico formato da esperti di conclamata reputazione, e dalle Associazioni culturali del territorio. Tutti incarichi a titolo gratuito, nessuna spesa a carico dell’Amministrazione comunale. Lo dirige l’architetto Alessandro Ciambrone, il MIACE ha già superato i confini nazionali. “Non si parte da zero, a Castel Volturno, nemmeno nello sport – aggiunge il presidente del Consiglio comunale Oliva -. A parte dal centro sportivo del Calcio Napoli, possiamo annoverare anche la vicenda ormai nota del TamTam Basket, diventato un emblema nazionale”. Oliva allude ad una squadra giovanile di basket divenuta un esempio di come lo sport possa innescare un meccanismo di inclusione e riscatto. “Ma i ragazzi, pur nati e cresciuti in Italia – spiega ancora Oliva – sono considerati stranieri. Lo Ius soli era bloccato, e tale rimarrà per parecchio tempo, in Parlamento. Pertanto i ragazzi non potevano iscriversi ai campionati italiani”.

Così fino a quando il ministro per lo Sport del governo Gentiloni, Luca Lotti, poco prima di Natale 2017, annunciò che nella Legge di Bilancio il governo avrebbe inserito una norma (poi ribattezzata “TamTam”) che proprio dal settembre scorso consente a tutti i figli di stranieri, capaci di dimostrare la frequenza scolastica nella scuola italiana, di praticare qualsiasi tipo di sport senza alcuna limitazione. Una norma che riguarda ben cinquecentomila ragazzi in tutta Italia. Alla storia a lieto fine è stato dedicato anche un libro fotografico, intitolato “Born in Italy”, di Carmen Sigillo. Un anno e mezzo di fotografie, per raccontare la voglia di fare sport, di vivere dei ragazzi della TamTam Basket. Ed anche l’affermazione del diritto di competere nei campionati giovanili, contro leggi anacronistiche che non permettevano di avere più di due stranieri in rosa.

LETTERA APERTA / LE DUE NAPOLI ORA SONO (ALMENO) TRE – Dialogo a distanza con Antonio Napoli

Claudio D’Aquino

Le riflessioni di Antonio Napoli si confermano sempre lucidissime e stimolanti, siano esse affidate alle colonne del Corriere del Mezzogiorno o alla testata online Il Sussidiario. In particolare quando riguardano la sua città d’origine, che è la mia, mentre quella di adozione è ormai da anni vive Milano. Siamo entrambi partenopei di Fuorigrotta, in quel quartiere abbiamo speso l’adolescenza e ci siamo conosciuti.

A Napoli essere del Vomero o di Chiaia o del Vasto o, appunto, di Fuorigrotta, fa la differenza. Differenza di sfumature, intendiamoci. Anzi, di prospettive. Il quartiere di Fuorigrotta, nato in realtà nel ventennio sotto la spinta della costruzione della Mostra delle Terre d’Oltremare, è separato dal resto della città da un doppio tunnel, che anche fisicamente sanciscono un legame di “cordone” e, insieme, una certa distanza. Insomma è un po’ come guardare la città “vera” – il fazzoletto di territorio corrispondente al centro antico che si estende – dall’alto di una balconata di teatro.

L’ultimo articolo di Antonio parla di Noemi, la bimba ferita a Napoli da un killer della camorra. Il titolo non rende del tutto giustizia all’articolo perché indugia su un aspetto che non risponde del tutto allo spirito con cui la città ha reagito al ferimento di Noemi, la bimba che versa in condizioni critiche all’Ospedale Santobono. “Gomorra ha successo, le manifestazioni anticamorra no”, si legge sul Sussidiario, che poi aggiunge un sommario ancora più caustico: “Napoli è ritornata in prima pagina con il suo volto peggiore, la violenza criminale consumata senza riguardo per gli innocenti”.

Il racconto della realtà è il fondamentale obiettivo del giornalismo, ne è quasi la ragion d’essere. Ma il racconto è proprio lo spazio di intersezione che lega il giornalismo a un altro genere di scrittura, la narrazione letteraria con i suoi topoi e le sue enfasi, e persino i suoi tic. Leggere Napoli come un prolungamento della sceneggiatura di Gomorra? Ci può stare, scontando però una certa parzialità e un certo limite della visuale. Perché tutto può essere adoperato nel tentativo di raccontare Napoli, tranne che la divisione manichea in buoni e cattivi, i borghesi illuminati e il popolo, gli intellettuali nipoti della Repubblica partenopea e i lazzari di oggi, che da guappi si sono trasformati in criminali senza scrupoli.

Mettere il dito nella piaga è cosa buona e giusta, l’indignazione dinanzi a fatti così gravi non è mai troppa. Ma c’è anche un’altra realtà da raccontare, un’altra verità da testimoniare…

Lo espresse bene Caravaggio, ed è ragione della sua grandezza e attualità, che preferì descriverla coi chiaroscuri. “Si può discutere all’infinito – scrive Antonio Napoli – se la Napoli che racconta Gomorra esista davvero sia una finzione che danneggia l’immagine della città…”. Né l’una né l’altra, caro Antonio. Una terza Napoli si è manifestata proprio per effetto del ferimento di Noemi e sembra pronta a scendere in campo.

Una terza Napoli formata non solo dai pochi o molti che hanno preso parte alle manifestazioni che hanno fatto seguito all’episodio cruento, all’insegna di “Prima le persone” e di “DisarmiAmo Napoli”, quasi dei flash mob. C’è anche un ampio moto di sdegno di una maggioranza, oramai non tanto silenziosa, che ha percepito la differenza, ha compreso che in piazza Nazionale non è avvenuto un agguato “qualunque”, non di un episodio di ordinaria brutalità si è trattato per cui, proprio dal fondo suppurato di una comunità avvezza a convivere con abuso e sopruso, è sorto un sommovimento emotivo, una reazione diffusa al graffio avvertito nella carne, uno scatto degli umori che segnala lo scoccare una scintilla etica e dei costumi. E questa scintilla ha un nome e cognome: Antonio Piccirillo.

Chi è? Non un pentito della camorra che si dissocia come tanti. E nemmeno una persona che prende le distanze dal clan di appartenenza scegliendo di fare una vita appartata, come Nunzio Giugliano, ucciso nel 2005. Antonio Piccirillo ha fatto outing rispetto alle scelte del padre pubblicamente. Si è spogliato dei panni di famiglia proprio in piazza, come Francesco d’Assisi. E senza esitare ha gridato in piazza – poche o molte che fossero le persone presenti al sit-in – il più netto ed inequivocabile degli slogan: “La camorra è una montagna di merda”. Ha ventitrè anni, Antonio, ed è già una icona della “terza Napoli”. E soggiunge al cronista Fulvio Bufi che lo intervista: “Chi fa soffrire i propri figli condannandoli a una vita di sofferenze non serve a niente, nemmeno come genitore”.

Racconta che fa volontariato con Pietro Ioia, Antonio Piccirillo. Che per lui ha svolto evidentemente il ruolo di “testimone soccorrevole”, diventando la guida o il maestro che non ha mai avuto. Ioia è un ex narcotrafficante – spiega Bufi – che dopo aver scontato vent’anni di carcere fa fondato un’associazione che aiuta i ragazzi provenienti da famiglie disagiate a inserirsi nel mondo del lavoro. “Lui mi ha dato la spinta – afferma Piccirillo – a tirare fuori quello che ho dentro… Essere figlio di un camorrista significa non vivere bene, e io sono stanco di non vivere bene…

La terza Napoli è quella che si ottiene dalla intersezione di due insiemi, i borghesi e i lazzari che, come dice Raffaele La Capria, a Napoli si guardano in cagnesco e si tengono a debita distanza, temendosi l’un l’altro, fin dalle tragiche vicende della Repubblica partenopea. E’ la Napoli che sui social ha fatto rimbalzare la preghiera – laica o cattolica poco importa – affinché sia possibile che la vita della piccola Noemi non si spezzi. Una invocazione rimbalzata da profilo a profilo in Facebook quasi come una voce che passa di balcone in balcone, da vicolo a vicolo, come nella città immaginata da Domenico Rea. Che era scrittore e giornalista senza confondere mai i piani. E a proposito di articoli su Napoli ebbe a scrivere:

“Per noi resta il fatto che ovunque troviamo quattro righe su Napoli, prostituzione, furto, arrangiamento e compromesso sono i punti di forza. Ma il sentimento tragico della vita, spogliato e nudo, che qui regna su tutto, come la violenza di vivere almeno una volta, perché una volta si vive, rimangono forze oscure. La brama di vivere, che ossessiona questa gente di fondo pagano, oppressa dalla miseria, ha fatto sembrare il napoletano un uomo incontinente… il napoletano non insiste nel male, perché il suo ideale è un mondo semplice e buono che raramente riesce a realizzare. E’ un essere umano che nelle più violente furie conserva, più che un filo di ragione, un’illuminazione di bene”.

Ps: Intanto si apprende che “Noemi respira meglio” grazie a un lieve miglioramento del polmone sinistro. Rimossi i coaguli di sangue dai bronchi, i medici sperano di poterla estubare il prima possibile. La nota Ansa ha un punto attacco molto “vero”: La città prega per Noemi, si riaccende la speranza…

SUD PROTAGONISTA / PARLA LOREDANA GARGIULO – Ecco perché ho lasciato il Pd per aderire al movimento di Salvatore Ronghi

Loredana Gargiulo, 44 anni e tre figli, avvocato civilista, di Ercolano, è uno degli ultimi tasselli giunti a comporre il mosaico territoriale del movimento “Sud Protagonista”, che ha in Salvatore Ronghi l’artefice e motore propulsivo. Dov’è la notizia? La notizia sta nel fatto che Salvatore Ronghi è un politico di lunga esperienza, origini missine, prima sindacalista Cisnal e poi Ugl, ex An ed Mpa, già vicepresidente del consiglio regionale campano. La Gargiulo invece, famiglia democristiana, competente e grintosa, proviene dal Pd ercolanese, di cui è stata dirigente. Ma poi ha lasciato il partito di Martina e ha aderito di recente a “Sud Protagonista”, in cui ricopre l’incarico di coordinatrice dei Comuni dell’Area Vesuviana.

 

Avvocato, non le sembra un po’ un pasticcio? Lei di sinistra con Ronghi che ha invece una lunga militanza nel segno della Destra?

Nient’affatto. Mi sento invece In piena sintonia con il segretario federale Ronghi e con il programma del movimento che ha come primo obiettivo valorizzare il Sud e le immense risorse che lo caratterizzano.

Con quali politiche?

E’ necessario creare e tutelare occupazione, preservare l’ambiente, creare infrastrutture e puntare sulla formazione dei giovani come fulcro sul quale far ruotare un Paese migliore, più a misura di cittadino. In cui meritocrazia, trasparenza operativa, rispetto per la legalità non siano continuamente attentate da costumi corrotti, collusioni e mala politica.

Detta così sembra un colpo di fioretto al suo partito d’origine. Come sono i rapporti con il PD? Qual è il problema più critico ad Ercolano, a suo avviso?

Stiamo affrontando come movimento con grande attenzione la questione della messa in sicurezza degli alvei, con conseguente bonifica delle aree interessate dallo sversamento illecito dei rifiuti. Mi auguro che l’amministrazione comunale collabori attivamente con il movimento per l’ottimizzazione dei risultati prefissati. Io credo nelle potenzialità incommensurabili del territorio vesuviano.

Veniamo alla visione del Mezzogiorno e del meridionalismo che propugnate. Di recente un autorevole commentatore del Mattino, Massimo Adinolfi, ha tenuto a distinguere, come si dice,“il bambino dall’acqua sporca”. Il bambino da salvare è il Mezzogiorno. L’acqua sporca è la retorica passatista del Sud piagnone, vittimista, lazzarone. In una parola: neo borbonico…

Io penso che questo sia un modo un po’ specioso di affrontare la questione meridionale oggi. Mi spiego. Intanto l’acqua sporca del Sud penso sia la stessa in cui stagna l’Italia. E’ il Paese d’Europa che ha il divario più profondo e grave, misurabile in diversi punti decimali, tra il benessere e la povertà che hanno una specifica localizzazione geografica. Permane in Italia un gap che altre nazioni europee non hanno o hanno colmato nel giorno di pochi anni, come la Germania che ha inglobato con successo l’ex Ddr, dimostrando che fare coesione è possibile. Nascondere la polvere sotto il tappeto, magari sostenendo che i colpevoli sono i meridionali incapaci e vittimisti, è un espediente che lascia il tempo che trova.

Perché in Italia non si è riusciti a colmare quel gap in 150 anni?

Per tanti motivi, ma io credo principalmente perché le politiche di sviluppo per il Sud, specie negli ultimi decenni, sono state fallimentari perché indirizzate anzitutto all’assistenzialismo. Tale scelta di fatto ha alimentato il clientelismo, perché il disagio economico e sociale del territorio sembra condizione ideale per “incassare un dividendo” in termini di risultato elettorale, e poi gestire il consenso. Insomma il Sud arretrato fa comodo.

L’economia al Nord ha sempre tirato mentre il Mezzogiorno, viceversa, nella migliore delle ipotesi, si è fatto trainare con politiche di intervento straordinario. E’ d’accordo con questa lettura?

L’esigenza di rendere più omogeneo il Paese collocando il Mezzogiorno sui binari dello sviluppo industriale è stata percepita fino all’inizio degli anni Novanta. Questo percorso poi si è interrotto, proprio mentre la competizione dell’economia globale mandava in crisi il modello dei distretti industriali del Nord. E’ apparsa la questione settentrionale, cioè si è pensato, illusoriamente, che fosse necessario rimettere in corsa il Nord per avere un rilancio del made in Italy e del sistema Paese.

L’idea che il Mezzogiorno ne avrebbe avuto un beneficio indiretto agganciando il treno della ripresa italiana non ha funzionato. Perché?

Evidentemente è stata una lettura scellerata di un passaggio cruciale come la nascita dell’economia globale. Oggi siamo a un tasso di disoccupazione meridionale triplo rispetto a quello del nord, ma l’Italia nel suo insieme non cresce come altri Paesi europei. L’abbandono del Sud ha fatto esplodere la questione demografica, cioè la caduta del numero delle nascite e l’esodo massiccio delle nostre migliori risorse intellettuali.

A che serve un movimento sudista, chiuso nel recinto di un territorio esiguo, con la testa rivolta al passato? Che contributo può dare al dibattito e all’agenda politica?

Nel manifesto del Sud Protagonista c’è un forte appello al “popolo del Sud, con il suo talento, le sue eccellenze, la sua dignità”. Deve crescere la consapevolezza che il Mezzogiorno non è un’area residuale d’Europa, ma il vero territorio di connessione dello spazio euro-mediterraneo, che è poi una leva per proiettare l’Europa verso i mercati del futuro.

Lei dice che uno dei motivi principali della crisi dell’Unione europea, sta nella decisione della Germania di puntare, assorbendo i Paesi dell’ex blocco comunista, alla riedificazione del mercato europeo tradizionale?

Sì, quello che via terra teneva insieme il cuore asburgico all’Ungheria e agli altri Paesi dell’Est dell’area balcanica. Questo è il disegno di un’Europa piccola e chiusa nel suo recinto tradizionale. Questa opzione oggi mostra tutti i suoi limiti, proprio mentre le potenze del mondo, in particolare la Cina con le famose Vie della Seta, puntano al Mediterraneo come al mare di un nuovo impetuoso sviluppo.

E perché a suo avviso in Italia questo scenario viene sottovalutato?

Perché abbiamo avuto per due decenni governi a trazione leghista e, dopo i governi di sinistra, un ritorno alla guida del Paese della forza politica che più interpreta il distacco con l’orizzonte mediterraneo, visto come mare che porta nei nostri confini solo conflitti stridenti e non opportunità.

Ma il dinanzi a questi scenari sembra più un vaso di coccio tra vasi di ferro?

Il Mezzogiorno è la macroregione storicamente più consolidata d’Italia. Come tale si è strutturata fin dai tempi di Federico di Svevia. Oggi dovrebbe riproporsi in questa chiave e non come somma di regioni troppo piccole se vuole, appunto, tornare ad essere protagonista della storia

Che cosa impedisce questa presa di coscienza?

La qualità di una classe politica che guarda sempre e solo alle prossime elezioni invece che alle prossime generazioni. I governi Renzi e Gentiloni hanno provato a fare qualcosa di strutturale, con il tentativo del Master Plan e con le zone franche. Ma il Pd ha pagato l’insanabile divisione interna,che ha visto ferocemente contrapposti i presidenti delle due regioni più importanti del Mezzogiorno: la Campania di De Luca da una parte, la Puglia di Emiliano dall’altra.

Ed oggi, dopo il voto del 4 marzo?

Oggi il Sud non può “rincorrere” il voto di protesta ed affidarsi ad una classe politica “populista” e demagogica, capace soltanto di cavalcare il malessere sociale senza dare risposte vere e concrete. La luna di miele con il Governo lega-stellato è già finita. Il voto europeo dividerà quello che il contratto di governo ha unito a tavolino. E il Mezzogiorno sarà tanto più centrale per i nuovi assetti istituzionali in Italia e in Europa.

NATALE IN CASA DEMA SENZA LUCE (Bassolino insegna tu…)
La notizia è sui giornali. E in clamore consegue solo alla rottura del crociato di Ghoulam, terzino sinistro del Napoli, durante la recente partita con il Manchester City. E riguarda Antonio Bassolino, ex sindaco ed ex governatore, che ha detto “Batti il Cinque” al cittadino numero 1 di Napoli, Luigi De Magistris. In effetti l’ex sindaco e governatore si è appena – come dire? – “svincolato” dalla sua squadra d’origine, il Partito democratico. E già questo bastava a fare un certo effetto. Invece pochi giorni dopo ecco che i due ex contendenti a distanza arrivare agli incontri ravvicinati di un certo tipo. Prove di dialogo, un piccolo miracolo, che è successo?
MIRACOLO A SAN GIACOMO
Succede che da oggi in poi può accadere di tutto. In effetti Antonio Bassolino ha lasciato il partito democratico per veleggiare verso Mdp. E cioè l’aggregazione di sinistra alla quale vorrebbe iscriversi anche DeMa per conquistare qualche posto in Parlamento. Ecco quindi perché sono cambiati i toni: «Se Bassolino dovesse passare dalla critica a un atteggiamento più dialogante nei confronti dell’amministrazione non potremmo che esserne contenti», cinguetta de Magistris. Può accadere anche che il DeMa abbia trovato sulla sua strada un insolito advisor. Anzi di più: un personal trainer. Anzi di più: un maestro.
E’ noto che negli ultimi tempi, un po’ per celia e un po’ sul serio, Bassolino aveva mandato segnali critici, anche ironici, ma di tipo distensivo. Della serie: se ci fosse un sindaco a Napoli, si occuperebbe di questo e di quello. Ora che l’intesa con De Magistris sembra profilarsi, potrebbe anche dargli qualche lezione su “come si fa”. Un po’ di formazione da primo cittadino…
 
FIAT LUX
Gli argomenti su cui cimentarsi non mancano. Si va dalle buche nel manto stradale all’Anm sull’orlo del baratro. Un consiglio al mastro per rimettere in careggiata l’allievo? Comici dalle piccole cose, anche minute. Non forzi troppo la mano…
Un esempio? Mancano poche settimane a Natale. A Napoli, che pure ha avuto un afflusso turistico negli ultimi anni molto vicino al boom, devono averlo dimenticato. Si sono un po’ distratti, anche in tema di luminarie?  Evidentemente sì, stando a quanto dichiara Pasquale Russo (Confrcommercio): “Mentre altrove la programmazione riesce a trasformare l’evento natalizio in un attrattore turistico del valore di centinaia di migliaia di euro, a Napoli non si è riusciti ad ottenere l’ok a un progetto di collaborazione che avrebbe consentito, attraverso anche un bando, di illuminare non solo le vie più centrali della città ma anche tutti i borghi e le arterie secondarie, che rappresentano un grande giacimento per il commercio”. Non sono serviti a nulla i numerosi appelli alla collaborazione. “Lo stesso assessore al commercio Ciro Borriello – incalza Russo – aveva accolto nelle scorse settimane le nostre istanze anche per valutare il bando che avrebbe consentito ad importanti sponsor di investire in città. Dopodiché è calato un silenzio assordante e significativo: evidentemente il commercio e le festività natalizie per il Comune non rappresentano una priorità.
Qui ci vuole Bassolino, avvertitelo. Lui che di eventi in città ne sa qualcosa. Il Natale in casa DeMa non sarà “con tutti i sentimenti”, se il rischio di Napoli al buio è concreto come sembra. L’allarme è stato lanciato dalla Confcommercio, ma dello stesso avviso sono anche Consorzio Borgo Orefici e Federazioni orafi campani e i rappresentanti dei centri commerciali naturali di corso Umberto, Toledo Centro, Toledo Spirito Santo, Museo, Borsa, Chiaja.

LE ALI CHE IL MEZZOGIORNO SI SPEZZA DA SOLO

“Finalmente ora, a cose fatte, si avverte quale significato può avere l’esito del voto in Lombardia e in Veneto, e come sia stato sottovalutato negli ambienti anche più avvertiti della politica italiana, a cominciare dal Pd”. E’ questo l’incipit di un commento che Biagio de Giovanni ha affilato alle colonne del Mattino del 24 ottobre (“Se la destra rimette la politica al centro”). E via così. Il filosofo, ex eurodeputato del Pci, lamenta in sostanza che è stato lasciato un rilevante spazio vuoto e in politica quando questo accade c’è sempre qualcuno che, prima o poi, va a occuparlo. E così han fatto Maroni e Zaia. Come dargli torto?

Tuttavia più grave, molto più grave, a me pare l’azione che “gli ambienti più avvertiti della politica, a cominciare dal Pd” compiono a favore della costruzione di quel vuoto. Lo stesso De Giovanni, c’è da scommettere, due mesi fa non avrebbe speso un rigo sulla vicenda perché l’intellighenzia di sinistra è da sempre refrattaria a prendere in seria considerazione le spinte che vengono dal basso. Per formazione crociana, sono molto più propensi a considerare le spinte che vengono dall’alto, dalle elites ben formate ed educate, se non dal mondo dello spirito o dall’iperuranio. E’ questa una caratteristica distintiva della sinistra meridionale, illuminista e illuminato, che sogna il ritorno del primato della politica, che sorvola con ali pindariche dispiegate il popolo basso, vomitandogli addosso il sarcasmo.

La cartina al tornasole c’è. Esponenti di lungo corso di questa tipologia hanno trascurato il tema del referendum di Maroni e Zaia, considerandolo poco più che un diversivo, non altrettanto han fatto con la Giornata della Memoria voluta dal Consiglio regionale pugliese nell’estate scorsa. Non c’è partita. La decisione di ricordare ogni 13 febbraio l’uccisione di civili, da parte dell’esercito italiano, negli anni della repressione del brigantaggio, ha registrato una reazione inversamente proporzionale al tentativo di fuga autonomistica di Maroni e Zaia.

Perché? Perché anche solo il ricordo di una vicenda che risale a 156 anni fa e non è ancora capace di innestare un progetto politico, ha destato scalpore molto più di una che, agganciandosi al caso Catalogna, bene o male riguarda il presente ed il futuro dell’Europa. Ancora. Perché al Nord sono tutti uniti nella lotta, sindaci leghisti e del Pd, mentre nel Sud se appena appena si parla del “passato borbonico” si assiste a una isterica corsa a smarcarsi ed è tutto un prendere le distanze delle anime belle della sinistra accademica?

SINDROME DI STOCCOLMA

Qualcuno dice: vai alla voce “sindrome di Stoccolma”, ossia quella particolare condizione psicologica che porta la “vittima” a manifestare sentimenti positivi (gratitudine o addirittura innamoramento) verso il proprio “carnefice”.Forse è esagerato, ma certo la corale reprimenda contro “il mito di un Sud impoverito dalla annessione piemontese”, lo spregio verso le“ossessioni vittimiste dei piagnoni meridionali”, la disapprovazione per chi “sogna un passato che non può più tornare”, sono un segnale di un orientamento quanto meno opinabile, che fa tutt’uno con la pretesa che la nascita della nazione italiana debba essere preceduta dalla rescissione delle radici storiche del Meridione. E mentre qui al Sud, uomini del Sud, tendono a negare alle genti del Mezzogiornol’orgoglio di sentirsi “popolo”, e continuano a ridurre il Sud al rango di espressione geografica conficcata nella morchia del familismo amorale, è dal Nord che viene un’altra lezione di civismo, coi tanti milioni di lombardo-veneti – sindaci del Pd in testa – andati a votare per spezzare i vincoli con il resto del Paese, almeno dal punto di vista fiscale (per ora).

Si calpesta il “genio” di un popolo intero e proprio dal popolo che subisce l’ignominia viene il rigetto. Si traduce anche con il rubricare come stucchevole ogni cosa che, oltre a sapere di borbonico, sa di napoletano sanguigno. Si dimentica che proprio là dove c’è l’anima più popolare, c’è il meglio: il pentagramma dei sensi – la musica, la cucina, la vista dei panorami – e un dialetto/lingua (estremo retaggio identitario), tanta roba che attrae i turisti da tutto il mondo non meno che panorami e monumenti. I quali, diciamo pure, sono simili dappertutto, da Firenze a San Pietroburgo, ma se qui, a Napoli, acquisiscono il crisma della unicità, è perché è unico quel popolo e la musica, la cucina, il dialetto, entro cui l’immagine di Napoli trova sempre nuovo smalto.

Per questo è risibile ogni tentativo di sminuire questo fenomeno. E persino dannoso, perché lo“smarrimento del valore” è una componente patogena della questione meridionale. Il vero male oscuro del Sud è aver smarrito la propria autentica vocazione, l’immagine coerente della sua esistenza, l’idea plausibile del ruolo da svolgere nel mondo di oggi e di domani. Risorse e incentivi, quand’anche profusi con generosità, non possono surrogare il bisogno di una ragione per cui vivere, di una corrente spirituale che colga i miti fondativi di un popolo, anche quelli che la ragione non conosce o disconosce. Siamo figli dei Borbone non meno che di Genovesi e di Eleonora Pimentel Fonseca. Siamo figli della filosofia, non meno che della mistica e della superstizione.

IL BACIO ALLA TECA

Si è parlato molto del bacio alla teca del sangue di San Gennaro e di Luigi Di Maio usurpatore di una saga che non gli appartiene. Giova ricordare l’analogo episodio che vide protagonista Antonio Bassolino. Gesti esemplari che, come tanti, non si riescono a capire e a condividere, come quello che lo vide sulla scala dei pompieri rendere omaggio alla Immacolata, in cima all’obelisco di piazza del Gesù. Fu invece proprio grazie a tali segnali che il Rinascimento napoletano divenne un fenomeno corale, non chiuso nei circuiti della Napoli dei salotti, ma fermento che legittimò, assieme all’apertura per l’arte contemporanea, il rispetto dei miti e dei riti arcaici. Una legittimazione senza la quale non avrebbe lasciato alcun segno e alcun rimpianto in una città che da sempre si fa governare solo da chi non pretende solo di amministrarla.

Frattamaggiore – Al via il restyling cittadino. Saranno interessate 30 strade

Una vera e propria “grande opera” quella che riguarderà la città di Frattamaggiore per i prossimi mesi. Il Sindaco Marco Antonio Del Prete e la sua amministrazione hanno scelto infatti di provvedere ad uno dei problemi atavici, non solo della città ma dell’intero hinterland: le scarse condizioni del manto stradale.

Un intervento che darà un’immagine del tutto nuova alla cittadina a nord di Napoli. Erano diversi anni infatti che non si dava vita ad un provvedimento simile. Non si tratta infatti del solito rappezzo di asfalto, ma di un rifacimento generale che riguarderà circa trenta strade cittadine. I lavori sono cominciati nella giornata di giovedì 16 marzo e dovrebbero concludersi prima dell’inverno.

Numeri davvero rilevanti che danno l’idea di quanto sia importante quest’opera per la città. Per non creare problemi alla circolazione si procederà per step. Giovedì si è aperto il cantiere di via Francesco Antonio Giordano dove, per la prima volta, saranno rifatti alcuni marciapiedi. Basti pensare infatti che, quelli che ci sono ora, risalgono ancora all’originario progetto dell’Ina Casa.

 “Questa Amministrazione, con una seria programmazione, ha scelto la politica del fare – commenta il Sindaco Marco Antonio Del Prete. Come promesso, sono partiti  oggi i lavori di rifacimento del manto stradale di quasi tutte le nostre strade con la contestuale sistemazione dei marciapiedi. Abbiamo pensato ad un intervento così ampio perché era ormai da troppo tempo che i nostri cittadini ce lo chiedevano. Migliorare la viabilità dei nostri territori significa anche assicurare una buona e soddisfacente vivibilità”.

SVEGLIA SUD / SORPRESA (MA NON TANTO): Il Mezzogiorno svolta con l’agricoltura 2.0

Lo dice il Corriere della Sera (Michelangelo Borrillo): Lo attesta Il Sole 24 ore (Vera Viola). Lo conferma il Mattino (Luciano Pignataro). Si aggiungono Avvenire (Alessia Guerrini) e MF (Antonio Giordano). Sì, ma che cosa? Come che cosa? Al Sud la ripresa (sì, proprio “ripresa”…) è trainata dalle performance del 2015 dell’agricoltura (già, l’agricoltura…), che contribuisce con un più 3,8% al segno positivo del Pil nazionale (0,9%).

 RECORD

I numeri del settore primario meridionale sono da record. La crescita riguarda sia gli investimenti che l’export dei prodotti “terroni”. E si traduce in un fatturato che raggiunge il record di 36 miliardi di euro, l’occupazione giovanile che sale al 12,9% in più rispetto alla media, ventimila nuove imprese, mezzo milione di posti di lavoro.

I dati che sembrano assegnare al 2015 il ruolo di “anno della svolta” per il rilancio del  Mezzogiorno, presenti un uno studio Ismea – Svimez proposto il 21 febbraio a Montecitorio, confermano una tendenza che l’associazione presieduta da Adriano Giannola, in realtà, aveva già evidenziato mesi addietro col Rapporto 2016 sull’economia del Mezzogiorno (10 novembre 2016).

DRIVER

La bella sorpresa, ribadita dall’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, è che l’agricoltura ha assunto il compito di driver dello sviluppo nel Mezzogiorno. E non si tratta del lavoro rurale di vanga e di zappa che abbiamo conosciuto fino al miracolo economico, quando il rapporto tra settore primario e secondario si ribalto a favore dell’industria. I comparti che oggi fungono da locomotori sono il biologico, l’agriturismo, la IV gamma (la frutta, la verdura e, in generale, gli ortaggi freschi confezionati e pronti per il consumo).

Già mesi orsono Svimez segnalava che la terra elettiva della produzione biologica è il Sud, dove il comparto si afferma sia in termini di operatori (29.250 contro il 26mila del Centro-Nord nel 2014) che di superfici (861mila ettari al Sud rispetto ai 455mila del Centro-Nord nel 2013). Nel Mezzogiorno negli ultimi anni sono cresciute le attività agrituristiche e i servizi connessi (fattorie didattiche, sociali, ecc).

 LA STRADA

La direzione è giusta, anche se resta ancora molta strada da fare. Soprattutto in termini di sviluppo delle industrie di trasformazione, esportatori e piattaforme di distribuzione; a causa di un tasso di organizzazione della produzione in filiere e forme associative è modesto: su 15 AOP (associazioni di organizzazioni di produttori) presenti in Italia, solo 2 sono al Sud).

Ancora: al Sud sono registrati soltanto il 33% dei prodotti DOP e IGP e soltanto il 18% delle aziende agrituristiche (dati 2013. E tuttavia alcune aree con performance particolarmente vivaci andrebbero poste sotto osservazione, diceva Svimez, come ad esempio la Piana del Sele, divenuto una sorta di spontaneo distretto agroindustriale, poco conosciuto e poco studiato, che dà un contributo importante a una regione Campania che risulta oggi il secondo polo in Italia per la produzione di prodotti di IV gamma (25% delle aziende nazionali) dopo la Lombardia.

Claudio D’Aquino

CHE SUD CHE FA / VESCOVI A NAPOLI – Tra diagnosi e terapie, il confronto prosegue…
  1. ANALISI
    ITALIA, il Paese del grande divario

“Se l’Europa ha sostanzialmente fallito il suo programma di “coesione economica”, l’Italia è il più evidente simbolo di questo fallimento”. Sono le parole con cui Pietro Sacco conclude la sua radiografia del divide interno sulle colonne di Avvenire (10 febbraio 2017, pag 5). Dove si legge che non c’è Paese in Europa (e forse al modo) più diviso al suo interno dell’Italia.

Qui il Nord sta alla pari con il cuore dell’Europa ricca. Il Pil del Mezzogiorno può competere con i Paesi dell’Est e la Grecia. Con la differenza, però, che in nessuno dei Paesi dell’ex blocco sovietico né in Grecia, di cui si conosce il livello di criticità, esiste un divario così profondo tra regioni interne: “in nessun altro Paese europeo – afferma Riccò – convivono tante Regioni nelle prime due fasce di ricchezza (ben sei) e quasi altrettante (sette) nella fascia più povera. E’ come se nella stessa casa, nella stessa famiglia italiana, convivessero con lo stesso cognome e lo stesso sangue parenti abbastanza poveri al fianco di congiunti in condizione di evidente agiatezza. Lo si vede dai dati Eurostatcche suddivide le regioni dell’Unione in base al Pil pro capite a parità di potere d’acquisto. “La mappa dimostra – scrive Saccò – che l’Europa a due velocità immaginata da Angela Merkel c’è già ed è in Italia”. L’Eurostat suddivide le Regioni in sei gruppi in base al rapporto tra il loro Pil pro capite, calibrato in base al potere di acquisto, e quello medio dell’Unione europea. Ebbene ecco il quadro che ne emerge:

  • Europa ricca: Pil pro-capite superiore al 125% di quello medio europeo.
    • Italia dal Lazio in su, Germania,Danimarca, Svezia e (fuori dai confini politici dell’Ue ma dentro quelli stastici dell’Eurostat), Norvegia. Area trainata dal triangolo produttivo Lombardia-Baviera-BadenWurtemberg.
  • Europa povera: il Pil pro capite a parità di potere di acquisto è sotto il 75% della media europea.
    • Tutta la Grecia, tutto l’Est Europa, i Paesi baltici (con poche eccezioni), quasi tutto il Portogallo e anche gran parte della Spagna (tolte Catalogna, Paesi Baschi e Navarra).Il Sud Italia è tutto dentro questa vasta area di povertà.

 

  1. TERAPIAD’URGENZA
  • La Chiesa mette a disposizione terreni agricoli non coltivati per i giovani (e le Regioni finanziano lo start up delle nuove imprese). E a Napoli edifici sacri in affidamento a cooperative giovanili che li utilizzino per iniziative culturali o sociali
  • Invitalia compra da Poste la Banca del Mezzogiorno, operazione da 390 milioni di euro. Obiettivo: sostenere il credito alle imprese del Sud.

 

  1. TERAPIA A LUNGO TERMINE
    SUD, LA STRADA POSSIBILE

Ancora dall’Avvenire del 10 febbraio, ecco alcuni spunti riguardanti lo sviluppo del Sudindicati da Leonardo Becchetti:

  • Migliorare le infrastrutture fisiche e virtuali
  • Impedire immobilismi e fuga dalla responsabilità della burocrazia
  • Ridurre il peso della criminalità organizzata
  • Porre fine all’austerità contro la quale si è schierato anche il Fondo monetari internazionale
  • Assicurare premialità fiscale alle partite più urgenti, come
    • le aree economiche speciali
    • l’assunzione giovani qualificati
    • gli incentivi alle filiere ad alta qualità lavoro e sostenibilità ambientale.

(a cura di Claudio d’Aquino)

EDICOLA ENERGIA / BRUXELLES ACCELERA CON LE FONTI VERDI – Maxipacchetto per raggiungere in Europa la quota del 27% di rinnovabili entro il 2030

Due gli articoli che ieri 1° dicembre 2016 hanno parlato delle misure con cui la Commissione europea vuole accelerare sul tema delle fonti rinnovabili e del contenimento del riscaldamento globale. Il Messaggero a pagina 19 parla di maxipacchetto energia pulita, mille pagine di legislazione, per una “rivoluzione a base di energia “pulita” in grado di generare investimenti per 177 miliardi l’anno, creare oltre 900 mila posti di lavoro e dare una spinta alla crescita del PIL Ue dell’1%”.

Il titolo del documento è intrigante. Si intitola “Pacchetto d’inverno” varato ieri dalla Commissione Ue, oltre mille pagine di proposte normative volte a ridefinire il mercato elettrico, le bollette, le rinnovabili, il ruolo dei consumatori e alzare al 30% l’obiettivo dell’efficienza energetica.

Sullo stesso argomento si produce il Sole 24 ore. “La Commissione europea ha presentato ieri a Bruxelles – si legge in un articola a pagina 33 – una serie di ambiziose misure per permettere all’Unione di raggiungere gli obiettivi climatici su cui si è impegnata a livello europeo nel 2014 e poi a livello internazionale l’anno scorso.

Tra le altre cose, l’esecutivo comunitario ha deciso di:

  • aumentare dal 27 al 30% il tasso di miglioramento dell’efficienza energetica da qui al 2030.
  • accelerare il tasso di rinnovamento degli edifici, modificando l’attuale direttiva, una scelta che dovrebbe contribuire alla nascita di un nuovo mercato, tutto dedicato tendenzialmente alle piccole e medie imprese, del valore di 80-120 miliardi di euro entro il 2030.
  • si propone anche di allungare la lista dei prodotti che devono rispettare i criteri Ecodesign.
  • sul fronte delle energie rinnovabili, la Commissione europea intende facilitare il raggiungimento dell’obiettivo europeo: entro il 2030, il 27% della bolletta elettrica dovrà dipendere dalle fonti ecologiche. Bruxelles propone di:
    • promuovere i mercati all’ingrosso;
    • facilitare l’uso delle rinnovabili nel riscaldamento degli edifici;
    • incoraggiare queste fonti di energia nei trasporti.

EDICOLA ENERGIA / CONSIGLIO ESTERI DELLA UE: CLIMA, AMBIENTE; ACQUA E CIBO – ecco i caposaldi dello sviluppo euro-mediterraneo

L’Unione europea deve assicurare la coerenza delle politiche comunitarie coniugando la politica estera con quella energetica. E’ l’appello lanciato ieri a Bruxelles dal Consiglio Esteri, che all’energia ha dedicato una specifica dichiarazione conclusiva.

Il Consiglio – presente per l’Italia il vice-ministro Mario Giro – ha insistito innanzitutto sulla necessità di “rafforzare il legame tra sviluppo, energia, clima, ambiente, acqua e cibo” e dichiarato la volontà dell’Unione di sostenere i Paesi vicini nei loro sforzi per la transizione energetica. La cooperazione, in particolare, dovrebbe essere focalizzata sulla diffusione dell’accesso all’energia, la crescita dell’efficienza e delle rinnovabili e la lotta ai cambiamenti climatici.
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Di particolare interesse in vista dell’assemblea dell’associazione dei regolatori energetici del Mediterraneo (MedReg) e della conferenza ministeriale Energia dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), in programma a Roma rispettivamente oggi 30 novembre e domani 1° dicembre.
Nella dichiarazione conclusiva (secondo quanto riferisce QE – Quotidiano Energia), i ministri degli Esteri dei 28 hanno sottolineato i passaggi obbligati di una strategia tesa a “liberare il potenziale energetico dell’Africa in modo sostenibile e interconnettere l’Europa e l’Africa attraverso il Mediterraneo”.

Ecco cosa serve:

  • un ulteriore aumento della capacità di generazione
  • lo sviluppo di interconnessioni transfrontaliere attraverso l’Africa e tra l’Africa e la Ue
  • una maggiore efficienza energetica
  • il trasferimento di tecnologie
  • la diffusione di sistemi off-grid sostenibili e la riduzione del gap tra aree rurali e urbane nell’accesso all’elettricità.

EDICOLA MEZZOGIORNO / IL Sud cammina, il Nord corre, l’Italia unita fallisce – L’analisi di Sabini Cassese

Mentre il Sud cammina, il Nord corre. Dov’è la novità? E’ nuova la chiave di lettura che Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale e irpino di nascita, propone sul Foglio del 29 novembre. Per Cassese infatti il fallimento dell’Italia unita si deve al divario (e non al ritardo) che nel nostro Paese persiste, mentre Germania e Spagna lo hanno risolto recuperando rispettivamente a uno sviluppo più equilibrato i territori degli ex Lander dell’Est e l’Andalusia.

L’anno cruciale secondo Cassese è il 1992. Si ha la fine dell’intervento straordinario e la questione meridionale passa, come un testimone, nelle mani delle Regioni e dell’Unione europea. Lo Stato abdica a una delle sue principali funzioni, cioè tenere coesa la nazione, e la questione meridionale scivola fuori dall’agenda della politica italiana. “Contemporaneamente – aggiunge il giurista – vi sono stati una marginalizzazione della dirigenza politica di origine meridionale, la fine delle imprese pubbliche, il blocco del turn over nel pubblico impiego e quindi l’attenuazione della meridionalizzazione dello Stato”.

A quel punto le Regioni meridionali avrebbero potuto e dovuto prendere in mano le sorti del Mezzogiorno. Invece all’appuntamento si sono presentate con un carico di “malagestione, inerzia, ignavia, rassegnazione, sordità…”: Insomma è come se a un certo punto il Mezzogiorno si sia messo contro se stesso.

Il pezzo offre l’occasione per focalizzare quattro aspetti in cui si configura l’attuale questione meridionale.

  1. La contraddizione tra divario e ritardo

Il divario aumenta, anche se il ritardo diminuisce. Se il Mezzogiorno cammina, il Nord corre. E le distanze permangono.

  1. Nel Sud è più bassa la qualità delle istituzioni

Tutte le province meridionali sono caratterizzate da istituzioni deboli. Il pensiero meridionalista si è spesso soffermato sull’aspetto economico, ma nel Sud le istituzioni incidono sull’economia e non viceversa.

  1. Il fattore tempo penalizza il Sud e fa arretrare l’Italia

La Germania in trent’anni ha ridotto il suo divario interno. La Spagna ha fatto altrettanto con l’Andalusia. La concentrazione di risorse ha prodotto in altri Paesi risultati molto migliori.

  1. Cambiano i confini geografici della questione meridionale

Anzitutto ci sono aree del sud che hanno conosciuto un sensibile sviluppo, per cui si parla di sviluppo meridionale a macchia di leopardo. Alla questione meridionale poi si è aggiunta negli ultimi anni una questione romana, che ha reso la capitale più simile a Napoli che a Milano.

ENERGIA / LA SVIZZERA DICE NO ALLA CHIUSURA DELLE CENTRALI NUCLEARI – E Germania e Italia…

Chiusura delle centrali nucleari entro il 2029: la Svizzera ha detto No. Il Referendum promosso dai Verdi si è svolto ieri 27 novembre ed ha visto il voto contrario del 54,2% dei partecipanti: Il No si è imposto in 20 cantoni e lascia prevedere una uscita dal nucleare progressiva e non traumatica.

Ne parlano alcuni giornali italiani, in particolare il Messeggero, ma è sul Corriere della Sera che si trova la riflessione più articolata, un corsivo firmato da Stefano Agnoli (pag. 34). Ecco il suo commento: “Con il No i cittadini elvetici hanno dato fiducia a una visione meno estrema di quella presa dalla Germania, che dopo Fukushima ha optato per un phasing out entro il 2022”.

Viene spontaneo il paragone con l’Italia che nel 1987 ha fatto una scelta diversa, confermata nel 2011: chiudere subito le centrali nucleari. Facendo pagare – aggiunge Agnoli – il costo della bolletta alle generazioni future. Senza considerare che alcune centrali più antiche – come quella di Beznau, la più vecchia centrale nucleare al mondo (opera dal 1969) – distano poche centinaia di chilometri dal centro di Milano.

ITALIA: FRENANO GLI INCENTIVI, CALANO LE RINNOVABILI – OBIETTIVI COP21 A RISCHIO

Ampia e interessante l’inchiesta che Luca Pagni sullo stato dell’arte in Italia delle energie rinnovabili (Affari e Finanza, 21 novembre 2016, paggi 1+8/9). Efficace anche il titolo che sintetizza egregiamente una situazione: “L’energia tira il freno, ferme le rinnovabili, obiettivi CO2 a rischio…”.

Vediamo uno per uno i problemi che sono all’attenzione del ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda e che riguardano l’esigenza di avere una strategica energetica nazionale di lungo respiro.

IL FRENO

Le rinnovabili rallentano una crescita che in anni recenti è stata ragguardevole. “L’Italia ha toccato il suo apice nel settore green energy– si legge nell’incipit dell’ampio articolo – nel 2014 grazie all’apporto “storico” della quota di idroelettrico e alla crescita dell’eolico”. Ma da quell’anno si è ridotta la spinta di incentivi assegnati ai produttori di solare a partire dal 2009: un sostegno “che ha garantito per qualche anno rendimenti a doppia cifra”. Tra il 2014 e il 2015 le rinnovabili in Italia hanno toccato il loro punto più alto, ma a prezzo di una bolletta energetica per gli italiani che ha superato la media di 9 miliardi all’anno. Tre successivi interventi in materia, introdotti dai governi che hanno preceduto l’attuale, sono stati altrettanti colpi di freno.

LA PROPOSTA

Fino alla situazione di stallo di oggi, che vede la macchina delle rinnovabili procedere a folle. Con il rischio che, perduta la spinta, gli impegni assunti dall’Italia nell’ambito della Conferenza di Parigi (COP21) possano essere disattesi. Una ipotesi che gli operatori vorrebbero scongiurare invitando il governo a prendere in esame un piano di “repowering”, ossia il rinnovo tecnologico del parco impianti esistente. In altri termini l’idea è –spiega Luca Pagni – “sostituire i vecchi impianti utilizzando gli stessi siti senza sprecare ulteriore suolo”.

Altre soluzioni vengono dalla tecnologia delle emissioni zero o al servizio dell’efficienza energetica dalle auto elettriche alle pompe di calore per il riscaldamento delle abitazioni, fino alle piastre a induzione che sostituiscano i tradizionali fornelli a gas.

I DATI

L’inchiesta offre una serie nutrita di numeri e dati, che torna utile leggere come bullet point.

2009-2014

  •  9 miliardi l’anno è il costo della bolletta energetica degli italiani dovuto agli incentivi alle rinnovabili

2012-2015

  •  La fattura energetica nazionale passa da 64,9 miliardi a 35,8 miliardi

2012-2013

  • 67 mila i posti di lavoro diretti e 137 mila l’indotto creati dalla green energy in Italia

2014

  •  37,5% è la percentuale massima di energia prodotta da rinnovabili sul totale. La quota di copertura del fotovoltaico italiano giunge al 9% (media Ue 3,5%).

2015

  •  23,3% sono i terawattora di energia elettrica prodotta dagli impianti solari pari a 8,7% di tutta la produzione netta nazionale e 7,5% della domanda

2014

  •  1,57° è l’aumento medio della temperatura italiana rispetto alle medie 1961-1990

Entro il 2030

  •  38% è la quota di riduzione di CO2 assegnata all’Italia da Cop21 (accordo di Parigi)

RAPPORTO SVIMEZ / 2 MASTERPLAN E PATTI PER IL SUD: ECCO COSA SERVE PER STIMOLARE I DRIVERS DELLO SVILUPPO

Al Mezzogiorno serve una politica industriale degna di questo nome. Vanno bene le misure di contrasto alla povertà, ma le risorse in questo vampo sono insufficienti. Ok al ripristino della decontribuzione totale sui nuovi assunti nel 2017. I Patti per il Sud? Presentano luci e ombre. La posizione di Svimez sulle politiche per il Mezzogiorno, proposta nell’annuale incontro di presentazione del Rapporto Svimez (Tempio di Adriano, giovedì 10 novembre 2016), è al solito chiara e ponderata.

 

COSA PUO’ FARE L’ITALIA PER IL MERIDIONE

Secondo la SVIMEZ la crisi di competitività del Mezzogiorno e dell’intero Paese va affrontata con una politica attiva di sviluppo basata su alcune direttrici di intervento prioritarie, fortemente interconnesse tra loro.

Serve una nuova politica industriale, non bastano incentivi come il ripristino (solo nel Mezzogiorno) dell’esonero totale del pagamento dei contributi Inps a carico del datore di lavoro per i nuovi assunti, giovani e svantaggiati, a tempo indeterminato. E ancora, per Masterplan e Patti per il Sud servono diverse e ulteriori forme di finanziamento, coordinamento e unitarietà della programmazione e una chiara strategia sovraregionale. Occorre anzitutto orientare le risorse verso interventi per la crescita dimensionale, internazionalizzazione, accesso al credito, ricerca e innovazione, trasferimento tecnologico. Infine incrementare Industria 4.0 declinando territorialmente a favore del Sud gli interventi di incentivazione. E finanziare a tasso zero le imprese meridionali per la nuova Sabatini, rilanciando l’attrattività degli investimenti al Sud attraverso le Zone economiche speciali.

 

COSA PUO’ DARE IL SUD ALLA CRESCITA ITALIANA

Ma il Sud non ha solo da chiedere, ha anche molto da dare per contribuire a una prospettiva di crescita durevole del nostro Paese. I punti di forza che compongono questa strategia sono la logistica in una prospettiva euromediterranea, le energie rinnovabili e le bio energie, la rigenerazione urbana, l’agroalimentare el’agroindustria con tutti i settori ad essi collegati, l’industria culturale, a partire dalla scommessa di

“Matera 2019”.

Vediamo gli asset del Sud uno per uno.

  1. La logistica- Il Mezzogiorno è nelle condizioni di svolgere un ruolo preminente nel sistema economico delle relazioni euro – mediterranee, da cui passa una notevole quota degli scambi mondiali. Il Sud può contare su un forte asset portuale che ha bisogno di essere rigenerato e rilanciato. Alla competitività in termini di capacità logistiche dei porti del Nord Europa si affianca la forte concorrenza delle nuove strutture del Mediterraneo orientale e del Nord Africa in seguito a un forte potenziamento della dotazione infrastrutturale. Occorre ripensare il sistema della logistica del Mezzogiorno nell’ottica di una visione d’insieme, capace di convogliare le esigenze di tutti i comparti del trasporto marittimo: da quello container a quello crocieristico, allo Short Sea Shipping-autostrade del mare, alle navi multipurpose (Con-Ro), ai poli logistici retroportuali (distripark).

Per rilanciare la logistica al Sud, l’idea proposta dalla SVIMEZ è la realizzazione di Filiere Territoriali Logistiche (FTL): un insieme di infrastrutture e servizi di trasporto e logistica a servizio di un’Area Vasta, con uno sbocco a mare adatto a ospitare porti di transhipment, quali Taranto in Puglia, Gioia Tauro in Calabria e Catania in Sicilia.

 

  1. Rigenerazione urbana- La rigenerazione urbana può rappresentare un formidabile driver, unendo agli interventi di riqualificazione edilizia un insieme vasto di interventi di natura ambientale, sui sistemi di mobilità e sul funzionamento dei cicli dell’acqua, dell’aria e dei rifiuti in grado di attivare un cambiamento profondo e duraturo, nell’ambito di un rinnovato rapporto tra pubblica amministrazione e comunità locali.

Gli interventi di rigenerazione urbana richiedono un adeguato coordinamento tra programmi di riqualificazione urbana e azioni specifiche di tipo sistemico, quali interventi di incentivo fiscale e contributivo per la nascita e sviluppo di nuove imprese.

 

  1. Energie rinnovabili e biomasse

La SVIMEZ ha da tempo posto attenzione al tema energetico e alle opportunità offerte dalle energie rinnovabili. In particolare la promozione delle biomasse può contribuire al contenimento delle emissioni nocive e alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.

Lo sviluppo della bioeconomia, nella quale i diversi processi produttivi sono alimentati essenzialmente dalle biomasse, è al centro dell’agenda dell’Unione europea; in Italia essa impiega circa 1,5 milioni di occupati, con un valore produttivo nel 2013 pari a 244 miliardi di euro, ovvero il 7,9% del valore complessivo del totale economia.

Il Mezzogiorno possiede, in particolare, un maggior potenziale negli scarti provenienti da colture arboree (ulivo, vite, melo, pero, agrumi, ecc.) e in quelli provenienti dalle produzioni di olio d’oliva, uva da vino, pomodori e gusci di frutta.

 

  1. L’agricoltura- Il settore agricolo rappresenta uno dei settori economici di maggiore tenuta per il Sud. La dinamica positiva che si è instaurata nel 2015, sembra essere confermata dai primi dati del 2016.

Di particolare interesse è la riflessione sulle nuove istanze espresse dai consumatori moderni relativamente ai prodotti derivanti da agricoltura biologica, quelli certificati con il marchio DOP o IGP,

Tra i nuovi ruoli che possono essere stimolati da una politica volta a valorizzare la multifunzionalità dell’agricoltura, c’è quello della salvaguardia “ambientale” attraverso la conservazione/ricostituzione del paesaggio rurale e della biodiversità e la riconversione verso pratiche agricole più sostenibili.

 

  1. L’industria culturale- Il settore culturale ricopre nell’ambito dei driver una componente chiave nello sviluppo del Mezzogiorno. A testimoniarlo le performance del settore turistico meridionale, che incoraggiano perseguire questa direttrice di sviluppo: tra il 2014 e 2015 si è registrato un incremento di oltre un milione delle presenze straniere negli esercizi ricettivi del Mezzogiorno.

Nello stesso periodo è aumentata di circa l’8% la spesa dei turisti stranieri nel Mezzogiorno dopo il forte aumento registrato nel 2014. Gli spazi di crescita sono importanti soprattutto nelle regioni meridionali, dove un processo di investimento integrato in cultura e innovazione potrebbe determinare, se si raggiungesse la stessa quota presente nelle regioni del Centro-Nord, una crescita dell’occupazione impiegata di circa 200 mila unità, di cui circa 90 mila laureati. In questa prospettiva, un ruolo di particolare rilievo potrebbe essere rappresentato dalla designazione di Matera come Capitale Europea della Cultura per il 2019, da trasformare già oggi in un’occasione per l’intera economia lucana e per tutto il Mezzogiorno.

Se il Sud cresce nel 2015 più del Nord, e cioè dell’1%, recuperando parzialmente la caduta dell’anno precedente (-1,2%), lo si deve a due leve essenziali: un aumento dei consumi delle famiglie meridionali (+0,3%) e la riprese degli investimenti, cresciuti dello 0,8% dopo sette anni di variazioni negative. Il rischio impoverimento del Mezzogiorno deriva dal processo di migrazioni qualificata che non accenna ad arrestarsi (nel 2015 oltre sessantamila giovani hanno lasciato la loro terra) e da un saldo dal crollo delle nascite: nel 2015 il numero dei nati al Sud ha raggiunto il livello più basso dall’Unità d’Italia; 170 mila. E non basta. Nello scorso anno dieci meridionali su cento risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di sei nel Centro Nord. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese. Nelle regioni più grandi, Campania e Sicilia, sfiora il 40%.

E’ questa in estrema sintesi la “lezione dei dati” presenti nel Rapporto Svimez presentato oggi, giovedì 10 novembre, al Tempio di Adriano in Roma. L’Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno presieduta dall’economista Adriano Giannola prova a disegnare anche lo scenario del 2016-17.

 

CHE COSA APPARIRA’?

Secondo stime Svimez aggiornate a novembre, nel 2016 il Pil italiano dovrebbe crescere dello 0,8%, quale risultato del +0,9% del Centro Nord e del +0,5% del Sud. Una variazione ancor più positiva di prodotto del Sud rispetto alle previsioni di luglio 2016. Anche nel biennio preso in esame (2016-17) farà da traino l’andamento dei consumi, stimato del +0,6% al Centro Nord e del +0,4% nel Mezzogiorno. Divergente nel 2016 la dinamica degli investimenti fissi lordi: +2% al Centro Nord, +0,6% al Sud. L’occupazione, dopola drastica riduzione dal 1005 al 405 deglisgravi contributivi, ristagna: +0,3% al Centro Nord, +0,25 al Sud.

Una crescita che si rafforza nel 2017. L’anno venturo il Pil italiano dovrebbe aumentare del +1%, sintesi di un +1,1% del Centro Nord e del +0,9% al Sud.

 

PIL E MEZZOGIORNO 2015

Nel 2015 il PIL pro capite del Mezzogiorno torna ai livelli di metà anni Duemila: 17.887 euro rispetto ai 17.884 del 2006, pari al 56,5% del resto del Paese.

La regione del Sud con il reddito pro capite più alto è nel 2015 ancora l’Abruzzo (89,3% del reddito pro capite nazionale). Quella con la performance peggiore è la Calabria, con un reddito pro capite pari al 61,8% di quello medio del Paese; anche la Puglia, la Campania e la Sicilia non raggiungono il 70% del PIL.

Un aumento rilevante è registrato in Basilicata (+5,5%), ma anche nel Molise, sebbene con un ritmo più moderato (+2,9%).

L’Abruzzo cresce del 2,5% grazie all’industria, invertendo cosi la flessione del 2014 (–2,0%). La Sicilia e la Calabria, a causa dei risultati eccezionali ottenuti dal settore agricolo, crescono rispettivamente dell’1,5% e dell’1,1%.

Molto più contenuta (solo lo 0,2%) è l’incremento registrato in Campania, Puglia e Sardegna, debolezza parzialmente attribuibile alla persistenza di alcune crisi industriali.

Nel Mezzogiorno, la crisi ha colpito le regioni meridionali,

con un’intensità assai differenziata ma che nella media è quasi doppia di quella del resto del Paese (–13,2% contro il –7,8%).

 

ANDAMENTO DEI SETTORI

L’agricoltura cresce anche in termini di occupazione: nel 2015 sono 19,6 mila unità in più gli occupati in questo settore, pari a 2,2%. Oltre 18 mila dei nuovi occupati si collocano al centro sud, che conferma il suo ruolo di preminenza con il 55% dei lavoratori nel settore primario.

Il tessuto industriale del Mezzogiorno resta fragile. Nel 2015, in Italia, l’indice della produzione industriale è aumentato dell’1,1% rispetto all’anno precedente, interrompendo la caduta registrata negli ultimi tre anni. Nel 2015 l’evoluzione del prodotto industriale è risultata difforme: -0,9% nel Mezzogiorno e +1,7% nel Centro-Nord.  Viceversa le produzioni dell’automotive hanno fatto registrare, nel Sud, un forte balzo in avanti (+39,3%). Se si guarda al medio periodo, tra il 2009 e il 2014, il prodotto meridionale ha perso circa il 31%, quasi tre volte in più della caduta registrata nel resto del Paese (12,1%).

Nel 2015, gli investimenti fissi lordi industriali sono diminuiti, in termini reali, dell’1,6% nel Mezzogiorno e, invece, sono aumentati dell’1,7% nel Centro-Nord. Dal 2008, gli investimenti fissi lordi meridionali hanno perso oltre il 40%, quasi il doppio di quanto verificatosi nel Centro-Nord nello stesso periodo.

Per quanto riguarda la domanda estera, al netto dei prodotti petroliferi, la variazione congiunturale dell’export ha fatto segnare un incremento del 12% nel Mezzogiorno; nel Centro-Nord il medesimo dato è risultato pari al 3,7%. L’aumento delle vendite all’estero del Sud non ha riguardato tutti i settori, diversamente da quanto verificatosi nel Centro-Nord.

Ciò conferma la maggiore fragilità della posizione sull’estero del Sud, che riguarda in maniera disomogenea l’apparato produttivo.

Dal 2008 al 2015, l’industria meridionale ha perso circa 196.000 occupati, pari al 20,5% dell’intero stock di inizio periodo (l’analoga percentuale nella manifattura sale al 22,8%). È questa l’eredità più pesante della crisi avviatasi nel 2009 e che rappresenta, specie per il Sud, un elemento strutturale in grado di limitare le potenzialità di crescita di lungo periodo dell’area.

 

DRIVERS

Quali sono i motori che possono trascinare l’economia meridionale e, quindi, l’economia italiana?

Secondo la SVIMEZ la crisi di competitività del Mezzogiorno e dell’intero Paese va affrontata con una politica attiva di sviluppo basata su alcune direttrici di intervento prioritarie, fortemente interconnesse tra loro.

 

I punti di forza che compongono questa strategia sono la logistica in una prospettiva euromediterranea, le energie rinnovabili e le bio energie, la rigenerazione urbana, l’agroalimentare e l’agroindustria con tutti i settori ad essi collegati, l’industria culturale, a partire dalla scommessa di “Matera 2019”.

NAPOLI CENTRALE / LA CITTA’ VISIBILE: ECCO DOVE GLI DEI ANTICHI NON HANNO MAI SMESSO DI TROVARE ASILO

Sabato 10 settembre 2016. Al Palazzo delle Arti di Napoli (PAN), nell’ambito della seconda edizione della rassegna NapoliExpoArtPolis curata da Daniela Wollmann, si è svolta una performance di e con Giovanni Castaldi. Evento che ha trovato il baricentro nella figura di Noemi Belfiore, attrice emergente della sterminata fucina di talento che è da sempre Napoli.

A lei, e alla città che l’ha “impastata” è dedicato il seguente testo critico.

“Talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro.

Altre volte i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce, ma gli dèi che abitavano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dire nulla e al loro posto sono arrivati dèi estranei. E’ vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto”.

Italo Calvino, Le città invisibili

 

A Napoli ci sono circa cinquecento Chiese, forse anche più se si contano le chiesette, cappelle, tempietti. Infinitamente di più sono i tabernacoli e le edicole votive. Infatti viene definita (qualcuno lo ha dimenticato) la “città delle cinquecento cupole”.

Da sole esse basterebbero a giustificare l’interesse interminabile per la città, un tappeto evocativo (ed emotivo) su cui da qualche tempo poggiano anche le manifestazioni delle più note griffe di moda. Costituiscono un patrimonio artistico, architettonico, storico e spirituale unico nel genere.

Assieme ai Castelli, che sono sette.

E poi i Musei, che sono una cinquantina, se non più.

Questo computo, che erge la città al di sopra di tantissime altre di una spanna, induce a pensare che il motivo per il quale la parte più antica del suo centro viene costantemente presa d’assalto dai turisti sia questo: si sa, Napoli è un museo a cielo aperto.

Non è vero. Meglio: è vero ma non è tutto. Napoli non è solo (non è mai stata solo) “meta di pellegrinaggio” dei cultori dell’arte o tappa fondamentale del viaggio sentimentale.

Napoli è di più. E’ una immensa camera magmatica che produce “pasta umana” della specie più singolare. Ed è così forte, così intenso e seducente l’abbraccio che tale raro composto sa sprigionare nei riguardi di chi viene “da fuori”, da rivelarsi il tratto dominante (l’ancoraggio) mediante il quale “ri-conoscere” la nobiltà e la grandezza della sua storia ultra millenaria. Così caldo l’afflato della gente, che il visitatore – non da Goethe in poi, ma forse già da Boccaccio, forse già da Petronio e Stazio – viene come sollevato dal suolo e, se necessario, portato a spalla come madonnina sul trespolo nelle processioni che ancora la popolano frequentissime. “Giuvino’ a chi cercate? Venite, venite v’accumpagn’io…”

E questo accade infinite volte di più di quelle in cui uno “straniero” viene per disavventura preso di mira per la macchina fotografica che ha al collo. O per il Rolex al braccio. Sappiatelo: infinite volte di più.

E’ il movente per cui a un certo punto dimentica – se non è in malafede, cioè se il suo sguardo non è viziato da un pre-giudizio -, e forse neppure più scorge le distorsioni e le brutture che appartengono anche esse alla città nel profondo: questo non funziona, quello non si trova, tanto disordine, troppa trascuratezza… Sì, finisce proprio così. Finisce che non la vede tutta questa roba qui, come non la vedono i napoletani. Perché vedono, scorgono, intuiscono qualcosa di più grande e più vero.

***

Se Napoli non è mai morta come Ninive o Babilonia, come ricorda acutamente Jean-Noël Schifano; se è insorta come nessun’altra città europea dopo aver subito sulla sua pelle lo stupro del numero di bombe più massiccio dell’ultima guerra (quante cupole sono andate giù e poi ricostruite?), a che cosa pensate che lo si debba? Lo si deve alla “pasta umana” di Napoli. Una rara qualità di uomini e donne che, oggi come 2600 anni fa, mangiano la stessa erba di casa. Non smettono di sognare, ma sarebbe meglio dire “immaginare”, che come afferma Jung viene prima e sta oltre l’amare. Si cibano di sacro e di profano, spiritualità e razionalità, religione e misticismo, apollineo e dionisiaco. Senza soluzione di continuità.

Nelle pietre che emergono dal suolo come acqua carsica o magma, abitano come fossero fondaci e bassi non adibiti ad abitazione, gli dei al di sopra di tutti i tempi, quelli fondativi della cultura e della civiltà, della filosofia e del teatro, della poesia e della psicologia, del mito.

Mantenere accese le lanterne degli Dei fondativi, è la preoccupazione fondamentale delle donne di Napoli. Così capaci di pietas da prendere in cura i teschi dei morti di peste del Seicento, in fondo al Cimitero delle Fontanelle. Così in confidenza con il divino, da “prendere a schiaffi” un santo se dimentica di sciogliere il sangue quando è il momento. Come ai tempi delle Lampadoforie (o Lampadodromie), il rito primigenio della città fondata dai Cumani, i giovani scendono dalla sommità di San Gaudioso, primo nucleo abitato dai Greci dopo l’isola di Megaride e Monte Echia. Correvano scalzi con la torcia in mano, né troppo forte per non farla spegnere da un colpo di vento, né troppo piano. Ogni squadra rappresentava una fratrìa, ossia apparteneva a una famiglia. Era una “corsa di giovani nelle Panatenee ed altre feste ateniesi” tradotte a Napoli dai Cumani, fondatori di Neapolis “nelle quali colui che correndo con torcia accesa in mano, senza estinguerla, toccasse il primo la meta, conseguiva il premio…” (Bonavilla Aquilini, Dizionario Etimologico, Milano, 1821). Ecco perché a Napoli il calcio non è un gioco e basta, come vorrebbero far credere. Scendevano la collina dall’attuale via del Sole, sembra, e compiuto il giro delle mura tornavano su. Era quello ed è dopo duemilaseicento anni l’impianto dove lievita il tipo d’uomo e di donna che rende Napoli differente. Un fazzoletto urbano in cui sul cardine di San Gregorio Armeno, un lungo budello lievemente degradante in tutto somigliante a una aludella ribollente, si condensa la quintessenza che rende unica la città. E’ qui che lo spirito di Napoli, trova la sua consacrazione. Del resto questo è l’unico motivo che ha portato questa viuzza eternamente brulicante a sopravanzare tutte le altre in notorietà nel mondo. E quasi inutile ricordare che la sua forza centripeta continuerà a trascinare qui chi cerca di affacciarsi al suo mistero, come nella Cripta della Sibilla. La sua espressione plastica è il presepe barocco, una creazione in cui il sacro al massimo livello viene proposta nel più pagano dei modi: una costruzione traboccante di vitale allegria dionisiaca. Qui ogni angelo è anche un diavolo tentatore. Qui ogni puttino è anche uno scugnizzo. Qui al massimo grado si concreta la coesistenza di sacro e profano: le stesse medesime mani della città che forgiano madonne e bambinelli esponendole a un consumo che è quasi antropofago, quelle stesse mani lavorano il profano che il sistema dei media propone, l’ultimo calciatore, l’ultimo politico. Tutto fra queste mura, per queste strade è commistione, contaminazione, combinazione alchemica…

***

Sabato 10 settembre, interno, giorno. La scena si gira in una sala del Pan, uno dei musei di Napoli, dove è allestita una mostra d’arte contemporanea. Sono circa le 16 del pomeriggio. La curatrice stende un drappo bianco al pavimento. Ci sono due fotografi. Il performer è in abito scuro, molto trendly, camicia e giacca e piantaloni a sigarino. In petto ha appuntato un cartello: EGO. Ha in mano un laccio, una sorta di scudiscio di cuoio o guinzaglio con cui tiene al laccio IL SENSO DI COLPA. La ragazza ha fattezze d’Angelo decaduto, imprigionato. Tutto di lei è diafana bellezza esangue. Morbida. Ha estremità affusolate, come quelle di un raro uccello. Forse un albatro. I fotografi si mettono all’opera, puntano l’obiettivo.

E d’improvviso il volto cambia. Ora è una giovane donna, sembra, che abbia appena affrontato le sofferenze del parto ed è stremata. Ha capelli che guizzano come fiamme, simili a serpenti formicolanti sul capo di Erinni. Gli occhi che hanno il colore del mare o del sottobosco di radura di montagna, diventano vitrei, perdono ogni sfumatura. Adesso sono occhi di creature degli abissi, che detestano la luce. Occhi senza colore. Ma parlano, urlano. Dicono che si è sommata entro di lei tutta la sofferenza possibile, tutto il male delle donne, soprusi, angherie altri delitti. Guarda verso l’alto, come se lassù ci fosse una luce a cui anela. Il suo sguardo geme nel silenzio del dolore sordo. E se invece si rivolge al fauno o sileno o sileno che l’ha presa in trappola, il taglio degli occhi evoca implorazione, supplica, preghiera… Ma spinti fino al punto di rovesciarsi come un guanto a doppia faccia, un passo ancora avanti e il suo corpo raccolto in un gomitolo – un uroboro di dolore ed energia esplosiva – potrebbe spiccare il salto della fiera che azzanna: il guizzo belluino della belva che anima la “ubris” di ogni donna, che è Aphrodite ed è Medea, doppio piatto in equilibri precario di apollineo e dionisiaco. Ecco in questo momento i due evocano un gruppo marmoreo come quelli di Capodimonte o del Museo Nazionale.

Come quelli che, a due passi da qui, un po’ più verso il mare, si trovano in Villa comunale. Incarnano in altro modo, e con altre forme, la medesima satanica pulsione di morte che agisce il dimenarsi vano di Proserpina rapita da Ade, dio degli inferi… E’ un graffio di teatro greco che irrompe sulla scena ovattata del Pan, curiosamente anch’esso evocativo di una divinità antica, non olimpica, mezzo uomo e mezzo caprone. Irrompe, nelle quinte dell’esposizione d’arte contemporanea, l’umore profondo della città, che scorre carsico traendo origine dalle sue viscere. Erompe come magma dal pavimento come sfregio attoriale. E il sangue di Napoli che di nuovo si scioglie e scorre nelle vene della sua gente.

***

Non muore, no. Non muore. Perché qui gli Dei antichi hanno continuato a persistere. Si sono acquattati negli anfratti sotterranei scavati nel tufo, si sono annidati tra le colonne dei templi ancora integre, nelle scanalature delle colonne hanno continuato ad amare chi non li ha mai rinnegati e dimenticati. Napoli non muore perché è sacra agli Dei.

Non è una città normale, condotta sulla base dell’ideale dell’IO che porta necessariamente e senza scampo alla rimozione dell’OMBRA. La vita di Napoli è vita creativa sempre, ogni faccia che incontri per i decumani potrebbe essere giusta per il Presepe, ogni uomo e donna qui hanno scritto sulla pelle che la vita loro “è improntata tanto a una consapevole sofferenza quanto alla gioia dell’espressione creativa della totalità, al godimento che procura la capacità di far vivere insieme la realtà inferiore e quella superiore, facendole divenire forma (Erich Neumann, 1954). Napoli non è caos, non lo è mai stata. Qui vive una specie molto rara di uomo creativo che riesce a convertire, ogni santo giorno, il caos in cosmo.

Tutto gira intorno a lei, Noemi Belfiore, alias SENSO DI COLPA. Anche questa leva della grande narrazione classica deve ricondursi alla donna, che da sempre ha subito e al tempo stesso utilizzato la grammatica della COLPA per difendersi e per attaccare. Noemi non ha niente di mediterraneo, nelle fattezze. Potrebbe forse avere nel Dna il tratto normanno svevo inseminato dal Nord. Ma è Napoli nel cuore e nell’anima, consacrazione della irredimibile capacità di suscitare il numinoso. Evocare cioè le astrazioni simboliche della coscienza collettiva mediante il filtro emozionale del soggetto che agisce la scena. E’ una Vestale, ultima ma non definitiva, del tempio ove si celebra una realtà più vasta di quella della coscienza e la ricerca dei nessi o degli elementi di collegamento tra fattori personali e contenuti archetipici dell’inconscio collettivo conduce alla conquista di una psiche totale, dove coscienza e inconscio fanno tutt’uno, avendo bisogno l’uno dell’altro come sistemi differenziati di un organismo vivente. Fortunata è assai quella città che non ha bisogno di eroi, perché ha dalla sua parte gli Dèi…

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CLAUDIA DEL GIUDICE – VINCENZO SEVERINO

PROFILI

GIOVANNI CASTALDI

Autore e performer, nato a Napoli, vive a Munchen. Si è esibito tra tratti e gallerie (ex salone margherita -Napoli Sotterranea Galleria Borbonica-PAN). Tra le sue performance figurano “In Labirinti IberNATI”, “Squarci”, “Il Circo Infinito”, “Universi Dissociati”. Attinge da più forme d’arte in maniera trasversale, cercando di creare connessioni tra l’arte, la divulgazione, la fruizione, in un mix di filosofia, spiritualita’, scienza con uno sguardo rivolto alla “stretta quotidianità sociale”.

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NOEMI BELFIORE

Attrice, conduttrice televisiva, modella e fotomodella, nasce a Napoli nel segno dell’Ariete. Training alla Accademia degli Artisti di Rita Satte e Paolo Principini, masterclass con Ivana Chubbuck, un workshpo con Roberto Bigherati. Per il cinema figura in “Malanapoli” con Enzo Morzillo, Colpi di fulmine di Neri Parenti, Il giovane favoloso di Mario Martone, fino al più recente “Si accettano miracoli” di Alessandro Siani. Nel 2015 Nel nome del padre (regia di Gabri Gargiulo), Matrimonio al sud (regia di Paolo Costella), Gramigna (regia di Sebastiano Rizzo), La Casalese (regia Enzo Caiazzo).
Per il teatro: “Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te (musical tratto da romanzi di F. Moccia); Peter Pan e Grease (Compagnia d’Oriente); Arteriosclerosi (di e con Dalia Frediani); Performance (danza e teatro) – Universi dissociati di G. Castaldi – Galleria Borbonica Napoli

 

 

 

EDICOLA SUD / NATALE MARTUCCI (la voce.info): Infrastrutture? In tutto il Sud ci sono meno treni regionali che in Lombardia

Dal 1992 gli investimenti in infrastrutture nel Mezzogiorno hanno continuato a scendere, compresi quelli per interventi di tipo sociale, come la costruzione di scuole e ospedali. È vero che il Sud deve fare la sua parte per utilizzare meglio le risorse. Ma non può essere considerato una causa persa. Lo si legge in un articolo di Natale Martucci, imprenditore calabrese del settore vitivinicolo, laureato alla Bocconi, già consigliere provinciale. Seguire il suo ragionamento è interessante.

Martucci richiama l’indice di dotazione fisica di infrastrutture, elaborato dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne. Dove si evince che nel 2009 per il Sud era pari a poco più di 80 contro una media di oltre 110 per il Centro-Nord. A partire dal 1992, invece, si è assistito a un ridimensionamento dei flussi di investimenti in infrastrutture nel Mezzogiorno, che ha riguardato anche quelle di tipo “sociale”, principalmente per scuole e ospedali.

L’autore lamenta il fatto che l’attenzione pubblica è appuntata di solito sulle grandi opere come la Salerno – Reggio Calabria. Poca attenzione è stata invece dedicata al deterioramento delle “infrastrutture di base”, quali strade, reti ferroviarie, scuole, ospedali. “Basta dire che oggi – rimarca – al Sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia (rapporto Pendolaria 2015, Legambiente), con un’età media dei convogli nettamente superiore a quella del Nord (20,4 anni contro 16,6) e che Calabria, Sicilia e Sardegna sono le regioni con la peggiore qualità degli edifici scolastici.

La voce.info

CHE SUD CHE FA / INTERVISTA CON IL LIBRO “Quale politica economica?” di Massimo Lo Cicero

“La politica economica non convenzionale di Mario Draghi è riuscita a tenere unita l’area dell’euro, ma l’Italia non ha messo in campo una politica economica tale da riunire il Mezzogiorno al Centro Nord e all’Italia di mezzo: Rilanciare la crescita è possibile se il Sud tirrenico scopre di essere parte attiva della “virgola di Ponente”, che lega Campania e Piemonte a un unico orizzonte sistemico. Per L’Italia non c’è altra prospettiva che portare in Europa la voce di un Paese più credibile e più affidabile”. Interrogato a dovere, l’ultimo libro di Massimo Lo Cicero (Quale politica economica? Guida Editori) ha molte risposte e proposte da avanzare. Anche in merito a quello che non funziona nel Masterplan a parere di Lo Cicero Il sudonline.it ha “intervistato” il volume (risposte vere su domande “costruite” ad arte) che è stato presentato a Capri sabato 27 agosto a Palazzo Cerio, in un incontro con Vincenzo Boccia, da quattro mesi presidente di Confindustria.

La crisi alle nostre spalle, dopo il 2008, ha messo in luce gravi debolezze nella struttura e nelle istituzioni di alcuni paesi partecipanti all’Unione economica e monetaria, che hanno mostrato da allora un calo considerevole del reddito reale pro capite. Perché questo è accaduto?
L’Unione europea ha registrato una convergenza reale grazie al recupero del divario nei paesi dell’Europa centrale e orientale. Mentre nei 12 Paesi che aveva adottato l’euro non c’è stato un processo analogo. Come in una matrioska, l’Europa si divide tra i Paesi con e senza l’euro, ma con un mercato comune ed una fiscalità bassa e una flessibilità accentrata.

E in questo contesto l’Italia è uno dei Paesi che soffre di più. Nel 2011 il pil era pari a 1.613 miliardi di euro. Nel 2012 si è ridotto del 2,8%. Nel 2013 dell’1,7%.Nel 2014 dello 0,34. Sembra la corsa del gambero…
In tre anni prima del 2015 abbiamo perso il 4,9% del Pil. Nel 2015 il pil italiano ha ripreso molto moderatamente a crescere: 0,8%. Siamo giunti cioè a 1.547 miliardi di euro. Mancano ancora 4 punti percentuali per tornare al 2011.

Questa l’anamnesi. E la diagnosi?
L’Italia invece ha troppa spesa pubblica e troppe tasse… Ed è molto rigida nelle strutture. Si divide in un Centro Nord, che è meno gravato da istituzioni pubbliche e ha un mercato dove famiglie, banche e in prese trovano i loro spazi.

E adesso possiamo esaminare elementi di possibile terapia?
Le condizioni del nostro Paese impongono un duplice risultato: ricollegare e connettere le reti economiche e istituzionali del mercato domestico. E presentarsi con la reputazione di una nazione capace di agire e di ottenere risultati nell’ambito di una politica economica coerente con l’Unione europea.

In poco più di un decennio i tedeschi hanno eliminato il dualismo Est/Ovest. Che cosa invece non ha funzionato, in Italia, a proposito della riduzione del divario Nord – Sud?
Per decenni in Italia si sono scontrati due indirizzi di politiche pubbliche riguardo al Mezzogiorno: bottom up (quelle affidate alle istituzioni locali che presidiano i territori) e top down (quelle calate dall’alto). Nel Sud abbiamo esagerato con le politiche bottom up (programmazione negoziata). In ogni caso oggi inadeguate perché la crescita ha bisogno attualmente di contesti a largo raggio (reti lunghe).

Bisogna quindi trovare un nuovo equilibrio tra localismo e centralismo nel nostro Paese, per evitare che esso si spacchi in due…
Dobbiamo ritrovare come italiani l’equilibrio di una coesione nazionale se vogliamo riprenderci i 4 punti percentuali di crescita per tornare ai valori reali del 2011.

Ma l’Italia da quasi due decenni non riesce a sviluppare un potenziale di produttività ed anche questa condizione ha reso profonda e difficile la recessione, e la disoccupazione conseguente, dal 2007 ad oggi.
Ripeto. L’Italia (con Spagna e Grecia) non ha ancora recuperato le perdite accusate dal 2008. Negli ultimi due anni 2014/2016 ha trovato una leva, utile ma ancora inadeguata, nelle esportazioni e nella caduta dei costi dell’energia. Una flaccida ripresa si annuncia nel 2016, grazie a problemi di geopolitica mondiale ed al recente trauma della Brexit. Ma un paese senza capacità di sviluppare produttività non può competere adeguatamente sui mercati globali. La crisi ci ha solo mostrato, con durezza, quanto fossero diventatefragili ed insostenibili le nostre politiche.

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Qual è stato il freno maggiore per il nostro Paese, quello che lo ha portato a uno stato di inerzia?
Le ipotesi di federalismo fiscale, e la modifica del titolo V della Costituzione nel decennio alle nostre spalle – ed ancora prima la nascita delle Regioni – hanno determinato una situazione nella quale si rischia di smarrire il senso dell’Unità nazionale, come punto di riferimento.
Così oggi il reddito pro capite del Sud ammonta a 17.000 euro, quello del Centro Nord si colloca al 32 mila euro… Il Mezzogiorno ha un reddito che è il 54% di quello centrosettentrionale.

Nel 2015 Svimez dice che la media italiana della crescita si è attestata allo 0,8. Ma il centro Nord arriva all’1 mentre il Sud rimane a 0,1%.
E quindi è del tutto evidente che non ci possiamo permettere un paese spaccato in due. Anche perché non va sottaciuto che intanto nel Sud si è aperta una frattura longitudinale.

In che senso?
Nel senso che a nord est ci sono Puglia e Basilicata, con una demografia più leggera e una migliore capacità istituzionale… A sud Ovest c’è un eccesso di popolazione (Calabria e Campania sommano 8milioni di persone), una base economica efficace molto ridotta, larga disoccupazione e lavoro nero come effetto dello scarto tra popolazione e produzione. E anche una eccessiva, e spesso poco efficienti, presenza di organismi statali e locali.

Intanto i consumi sono calati nel Mezzogiorno per il 2014 mentre si riprendono nel resto del paese…
Nel Nord si è avviato un processo di crescita mentre nel Sud questo non accade ancora. Perché manca la dimensione di un ragionevole mercato domestico e resta aperto un ulteriore squilibrio tra demografia e capacità di produrre: un terzo della popolazione vive nel Mezzogiorno ma la capacità di produrre dell’industria manifatturiera meridionale è caduta del 35% rispetto ai volumi del 2007: dieci volte la dimensione accusata dal totale del 28 economie dell’Unione europea nel medesimo tempo. I consumi del Sud aumentano meno di quelli del centronord perché lo scarto tra reddito procapite, al centronord ed al Mezzogiorno, è molto divaricato.

Nelle regioni meridionali si è chiusa la recessione, con il 2015, ma le regioni che accelerano sono quelle più piccole: Basilicata, Abruzzo e Molise.
Bisogna agire con determinazione su Campania e Puglia, che insieme contano dieci milioni di persone, e trovare una ragionevole politica per la Calabria. Per fortuna, si riprendono gli investimenti manifatturieri nel Mezzogiorno. Si riapre il mercato del lavoro ma nel Sud manca quasi mezzo milione di occupati rispetto a prima della crisi. Rispetto al centro nord il rischio di povertà e triplo nel Mezzogiorno.

Nel Sud l’industria e la cultura industriale non riescono a trovare la base adeguata per supportare l’insieme dei servizi privati e delle strutture pubbliche, non è così?
Tra il Nord e il Sud esiste una tale differenza che dobbiamo chiamare dualismo. Superare il dualismo, e non ridursi solo alla ricerca di strumenti per chiudere il divario, diventa una necessità che si deve esprimere in un percorso almeno quinquennale…

Cosa manca all’azione della mano pubblica affinché le politiche di sviluppo siano veramente efficaci?
Non è il Governo che crea la crescita ma la relazione positiva tra Governo, banche e imprese: tra lo Stato e la Società. Ritrovare la strada della crescita diventa una strada obbligata in tre passi: rinunciare alle identità locali e alle divergenze tra le aree economiche del Paese. Collegare reciprocamente le parti del Paese, unire le forze per ottenere un risultato che superi la somma delle singole economie locali.

Molte imprese dopo la caduta del cambio dell’euro hanno ripreso vigore esportando.
Si ma questo non basta a dare al Sud una finanza adeguata alla crescita. Perché mancano gli orizzonti unitari di una politica economica nazionale capace di rimettere insieme le tra Italie: il Nord Ovest, il Sud e l’Italia di mezzo. Il Mezzogiorno come gli altri fragili paesi mediterranei ha bisogno di uno slancio imprenditoriale.

Che vuol dire?
Abbiamo bisogno di investimenti e non solo di investimenti pubblici. Servono infrastrutture e serve energia; servono reti per il turismo, e la cultura, e serve una nuova stagione dell’industria: che si deve fondare sulla cultura industriale e non solo sui capannoni e le macchine. Serve una partnership tra industria e lavori pubblici e serve un ridimensionamento delle macchine burocratiche che impediscono la libertà di creare e di investire.

Nel volume sono esposti i punti critici che, a detta di Lo Cicero, rendono il Masterplan una riedizione della programmazione negoziata degli anni 90. Possiamo riassumerli?
Il ministro Padoan ragiona sulle grandezze macro: occupazione, dimensioni del debito, crescita. Il capo del Governo Renzi propone una economia micro… dove le imprese sono ciascuna attori singolari della loro crescita… Meglio guardare a una Italia che allarga la sua economia, e ne riduce le differenze, che chiudere nella riserva indiana i meridionali.

E’ per questo che manca una vera e propria visione di medio periodo, che si deve immaginare e poi comunicare al Paese?
Il Masterplan dovrebbe avere una strategia e una visione… Se desideriamo ridurre lo scarto tra Nord e Sud non basta la legge di stabilità ma serve anche un piano strategico…

E il secondo punto da affrontare?
E’ la strana forma di governo del Masterplan: una cabina di regia, che si allarghi all’Agenzia per la coesione territoriale ma possa condividere anche le azioni del Dipartimento per le politiche di coesione, ed Invitalia. Troppo diverse nel tempo trascorso e nelle funzioni attribuite a queste organizzazioni…

La terza osservazione: non si trova traccia di politiche per la relazione tra banche e imprese capaci di accelerare alla ripresa della crescita
Quarta osservazione: servirebbero sia la Cassa Depositi e Prestiti che la Banca europea degli Investimenti per dare forza e presenza a un piano Junker, che avrebbe dovuto decollare entro il 2015 e del quale invece si parla assai poco.

Quinto punto?
E’ curioso che la sola volta che si parli di imprenditorialità si debba leggere che occorre “mettere in movimento la società civile del Mezzogiorno…”. Sarebbe meglio parlare di imprenditori, banche, ricercatori che si colleghino alle imprese ed agiscano per garantire processi innovativi… Perché è l’impresa che crea ricchezza, se e quando la logistica, le infrastrutture, i mercati finanziari e le banche offrono all’impresa pilastri sui quali poggiare le basi della propria azione.

Veniamo alla sesta osservazione.
Serve una politica fiscale che accompagni la capitalizzazione delle imprese e la riduzione dei costi delle imposte, delle tasse e dei cunei previdenziali: meno tasse e meno spesa pubblica inutile… per far posto ai consumi delle famiglie e agli investimenti delle imprese. Questa è la strada maestra della crescita.

Ed ora la settima…
Si parla molto di fondi europei e nazionali di ogni genere e tipo: la soluzione del problema, che nasce dalla loro scarsa efficacia, è molto semplice: il modo per supportare le imprese, al di fuori dei circuiti dei mercati finanziari e delle banche, non dipende dal quantum e dalla procedura con cui lo stato o le sue appendici regionali devono attribuire questi grants alle imprese.

Che cosa fare invece?
Si devono invece definire le dimensioni e il ritorno del profitto che verrà ottenuto dall’investimento realizzato. Questo esito è governato da analisti e imprenditori ed è assai difficile che istituzioni pubbliche siano in grado di battere imprese efficienti, o imporre alle stesse, procedure singolari e attriti inutili….

Insomma, bisognerebbe che quei fondi arrivassero nelle mani di chi riesce ad estrarre valore dagli investimenti che realizza davvero.
Esatto. E concludiamo con l’ottava osservazione: è singolare la destinazione dei 15 patti di programma, distribuiti tra Regioni meridionali e città metropolitane…

Vuole dire che le Regioni devono rimanere organi di programmazione e basta?
Le Regioni pensano al futuro possibile e trasferiscono quelle aspirazioni a chi riesce a realizzarle. Le metropoli e gli organismi a diretto contatto coi sistemi urbani, realizzano e gestiscono in proprio il contenuto di quei progetti. Strano fare di due erbe un fascio.

 

CHE SUD CHE FA / AGRICOLTURA E GIOVANI: Il boom delle produzioni biologiche – Tanta ricerca e innovazione in colture ed alimenti

L’agricoltura italiana fa rotta sui giovani, scrive il Sole 24 ore in un articolo recente. Lo si evince dai dati sull’occupazione, che evidenziano un incremento considerevole di under 40.

La Confagricoltura valuta che del milione di posti di lavoro creati in questo settore, una fetta rilevante è appannaggio dei giovani. La Coldiretti registra nei primi tre mesi del 2016 un balzo del 15% dei dipendenti di età inferiore ai 35 anni.

Fare dell’agricoltura una scelta di vita (44mila imprese guidate da un under 35) non si può più considerare un fenomeno di nicchia.  Secondo uno studio realizzato da Coldiretti, si consolida la tendenza ad avviare imprese agricole in cui agricoltori di prima generazione puntano dritti sull’innovazione, specie nel comparto biologico.

Oggi il 70% delle imprese under 35 opera in attività che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti, alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agri-asilo e ad attività ricreative come la cura dell’orto e i corsi di cucina in campagna. Per finire all’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, l’agri-benessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili.

In tale contesto, particolare attenzione merita l’agricoltura biologica. In poderosa crescita, in barba alla crisi economica e finanziaria. E un mondo dal quale può venire un contributo importante all’economia meridionale, anche in termini di lotta alla disoccupazione giovanile. Sorretto da principi etici ed ecologici, perché il biologico è cura, selezione, rispetto per l’ambiente e la salute.

CRESCITA PODEROSA

La crescita dell’agricoltura biologica in Italia, Paese che eccelle nel mondo per export di prodotti bio, si legge anche dai seguenti dati: + 5,8 operatori nel 2013, + 5,4% della SAU biologica, un mercato che si attesta sui 3,88 miliardi di euro. E nel Mezzogiorno non c’è regione che non registri da anni variazioni significative sia per numero di operatori che per superficie coltivata.

Dietro il mondo dell’agricoltura biologica in crescita ci sono fenomeni che riguardano nel profondo gli orientamenti della società italiana. La crisi ha prodotto un sommovimento degli umori dei consumatori, dato impulso a nuovi usi e stili di vita, generato nuovi orientamenti culturali. Uno spaccato su cui è utilissimo soffermare l’attenzione.

Primo punto: l’agro-bio non è più un fenomeno di nicchia, ma poggia invece sulla domanda di consumo vasto. Si incardina con l’orientamento alla spesa delle famiglie italiane nel loro insieme. Il conforto dei dati è esplicito a riguardo. Gli acquisti domestici di prodotti biologici confezionati sono cresciuti­­­­­ in valore dell’11 per cento nel 2014, in netta controtendenza rispetto al -0,2 dell’agroalimentare nel suo complesso. Ma i consumi di prodotti bio confezionati restano concentrati su poche categorie: le prime tra coprono circa il 70% della spesa complessiva sostenuta dalle famiglie italiane.

CAMBIA LA VISIONE

Siamo quindi di fronte a un processo che è sociale e culturale, che trae origine da mutamenti del costume forgiati da sette lunghi anni di crisi economica: tramonto del lusso ostentativo, affermazione dei valori del recupero, rilancio del principio che manutenzione, sharing e qualità bastante siano anche nell’attenzione delle classi agiate.

Domanda e offerta tendono quindi a bilanciarsi. Ed ecco quindi che, quando si parla di biologico, si fa riferimento a un comparto che non ha nel mirino esclusivamente il reddito d’impresa, quanto piuttosto la forte inclinazione per la tutela ambientale e per la salute dei consumatori. Due spiccate caratteristiche che contribuiscono a profilare tali aziende, se non come imprese sociali, certamente come organizzazioni produttive in connessione strettissima con i nuovi orientamenti sociali. Esse, in altri termini, si distinguono dalle altre imprese perché hanno elevato a loro valore un principio che contrasta con l’dea tradizionale del business e cioè il codice dell’efficienza tipica dell’età industriale, che all’osso è utilitaristica: ottenere il massimo profitto profondendo il minimo sforzo.

Le imprese biologiche rispondono ad altre motivazioni oltre alla redditività. Continuano a perseguire l’efficienza per far quadrare i conti, ma non a scapito del benessere della comunità in cui agiscono. E in tutto ciò non c’è niente di bucolico perché i tempi del “piccolo è bello” sono finiti da un pezzo anche nel mondo rurale. Ora si punta a lanciare start up di settore, sfruttare l’e-commerce, agganciare il turismo e la green economy.

CHE SUD CHE FA / PARLA MASSIMO LO CICERO: Ecco ciò che serve al Mezzogiorno per stare al passo con l’Europa

Quale politica economica per l’Europa, l’Italia e il Mezzogiorno? Domanda complessa, alla quale l’economista Massimo Lo Cicero ha provato a rispondere con un libro dal titolo (quasi) omonimo, che verrà presentato a Capri sabato 27 agosto (Palazzo Cerio – ore 18,30). Sono previsti gli interventi del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, dell’economista Mario Mustilli e del presidente del Gruppo Getra Marzo Zigon. Il dibattito, moderato da Alfonso Ruffo, consentirà di svolgere un confronto sulle dinamiche relative tra il Mezzogiorno e l’Italia e quelle tra l’Italia e l’Unione Europea a partire dalle analisi della Svimez e quelle dell’Istat. “Per avere una ragionevole consapevolezza delle traiettorie economiche dell’Unione Europea – afferma l’autore del volume – dobbiamo segmentare l’andamento della crescita, e della decrescita, ma anche l’insieme dei paesi che si aggregano nell’espansione o nella depressione. La Svimez ha prodotto a questo proposito una tabella molto interessante…”

E che cosa ci indica, professor Lo Cicero?

Parla delle traiettorie del Mezzogiorno, dell’Italia e dell’Europa dal 1996 al 2000. Il tasso complessivo della crescita in questo quinquennio presenta una notevole divaricazione tra le aree economiche e le singole nazioni.

Proviamo a segmentare allora?

Tra il 1996 e il 2000 l’Unione Europea cresce al 15,4%. L’area euro cresce al 14,8%, il che vuol dire che il nocciolo duro dell’Ue cresce meno dell’insieme dell’Unione. L’area non euro, infatti, cresce al 18,3%.

E l’Italia?

L’Italia cresce al 10,4% nei cinque anni ma si mantiene coesa nella separazione tra nord e sud: il Mezzogiorno cresce al 10,5% ed il centro nord al 10,3%.

Che cosa accade tra il 2000 e il 2007?

L’Italia riduce di molto la sua capacità di crescita in questo periodo. Scende ad 8,4% per sette anni, poco più di un punto percentuale all’anno, e si divarica tra sud e nord: 4,5% contro 9,7%. Il centro nord si integra verso l’area euro. Ma, contemporaneamente si vede chiaramente, nei dati dell’OECD sulla produttività, che dal 2000 al  2007 il prodotto potenziale pro capite, e le sue componenti (capitale per addetto, occupazione e capacità tecnologica) crollano a zero, rispetto alla crescita di produttività potenziale del 2000 con 1,5% annuo.

Come non bastasse, dal 2007 in poi si assiste ad un ulteriore decadimento, non è così?

Sì, perché dalla quota zero si arriva a – 0,7% nel 2011 e, successivamente, in una caduta di tutte e tre le componenti al di sotto dello zero, fino ad un – 1% annuo. Risultato: da quasi due decenni l’Italia non riesce a sviluppare un potenziale di produttività ed anche questa condizione ha reso profonda e difficile la recessione, e la disoccupazione conseguente dal 2007 ad oggi, mentre una flaccida ripresa si annuncia nel 2016, grazie a problemi di geopolitica mondiale ed al recente trauma della Brexit.

Ed è noto che un Paese che non abbia capacità di sviluppare produttività non può competere adeguatamente sui mercati globali. Giusto?

Negli ultimi due anni 2014/2016 ha trovato una leva, utile ma ancora inadeguata, nelle esportazioni e nella caduta dei costi dell’energia. Grazie al ridimensionamento del rapporto tra euro e dollaro in un canale tra 1,05 ed 1,15 dell’euro sul dollaro. Con una certa tendenza ad 1,11 nel secondo semestre del 2016.

Conferma che la crisi è un vero e proprio spartiacque storico?

Guardiamo ai dati. La graduatoria nel periodo 2000/2007 assume una configurazione, in termini di produzione accumulata nei sette anni, in questi termini: Grecia 32%; Spagna 27,7%; Area non euro 23,9%; Unione Europea 17% ed area euro 14,7%; Germania 10,3% ed Italia 8,5%; Mezzogiorno 4,5%.

Che cosa ci dice invece la graduatoria del periodo seguente, 2008/2014?

Dopo la recessione si assiste a un vero e proprio ribaltone. Ecco i dati. Area non euro 6,1%. Germania 5,3%. Francia 2,6%. Unione Europea 0,9%. Area dell’euro – 0,9%. Spagna 6,3%.

E l’Italia?

Italia – 9%. Ma il centro nord si trova a – 7 ,8% mentre il Mezzogiorno accusa un – 13,2%. Segue la Grecia – 26%.

Dopo il 2014 molti attendono una ripresa della crescita, considerando chiusa la stagione della recessione. Non è così?

Purtroppo, al contrario di quello che accade negli Stati Uniti, e malgrado i tassi a zero della BCE, la crescita non è in arrivo in termini adeguati e l’inflazione stagna sulla linea zero: sia nel 2015 che nel primo semestre del 2016.  Nella sequenza tra 2014 e 2015 l’Italia rimane un paese al di sotto sia dell’Unione Europea che dell’area euro. I paesi che hanno assorbito le perdite recessive sono numerosi ma solo Francia e Germania arrivano al 2014 con un valore positivo reale.

Italia, Spagna, Grecia?

Non hanno ancora recuperato le perdite accusate dal 2008. In Italia, in particolare, il Mezzogiorno cresce più del centro nord nel 2015 ma non ha ancora fatto i conti con le perdite accusate nella recessione alle nostre spalle. I consumi del Sud aumentano meno di quelli del centronord perché lo scarto tra reddito procapite, al centronord ed al Mezzogiorno, è molto divaricato.

Passando dai numeri ai fenomeni, cosa possiamo dire?

Per fortuna si vedono le prime luci di investimenti, ma l’esportazione, grazie alla discesa del cambio tra euro e dollaro, rimane più efficace della spesa per investimenti nelle filiere meridionali dell’industria. Ricordiamoci, tuttavia, che abbiamo bisogno di aumentare la produttività e non solo di usare la scorciatoia dei cambi tra euro e dollaro.

Cosa può aggiungere sul nostro Mezzogiorno?

Nel 2008/2015 gli investimenti hanno avuto un calo del 40% nel Mezzogiorno mentre quelli del centro nord hanno avuto solo un calo del 26%. Nelle regioni meridionali si è chiusa la recessione, con il 2015, ma le regioni che accelerano sono quelle più piccole: Basilicata, Abruzzo e Molise.

E Campania, Puglia, Calabria?

Bisogna agire con determinazione su queste due regioni che insieme contano dieci milioni di persone. E trovare una ragionevole politica per la Calabria. Per il 2016 ed il 2017 la ripresa non sarà irruenta ma lenta. Mentre, per fortuna, si riprendono gli investimenti manifatturieri nel Mezzogiorno. Si riapre il mercato del lavoro ma nel Sud manca quasi mezzo milione di occupati rispetto a prima della crisi. Rispetto al centro nord il rischio di povertà e triplo nel Mezzogiorno.

Qual è la ricetta allora?

Abbiamo bisogno di investimenti e non solo di investimenti pubblici. Servono infrastrutture e serve energia. Servono reti per il turismo, e la cultura. E una nuova stagione dell’industria, che si deve fondare sulla cultura industriale e non solo sui capannoni e le macchine.

Soffermiamoci su questo concetto, che sembra cruciale nell’analisi del perché l’economia meridionale non ha colmato il divario con il Nord.

Le risorse umane sono la base della crescita. Serve poi una partnership tra industria e lavori pubblici e un ridimensionamento delle macchine burocratiche che impediscono la libertà di creare e di investire. La capacità di tornare a produrre, che abbiamo sperimentato dopo la ricostruzione dei danni di guerra e nel miracolo economico, deve essere il nostro punto di riferimento principale. Perché solo la capacità di cooperare e competere per produrre apre la strada ai mercati mondiali ed al mercato domestico e produce la crescita, che alimenta lo sviluppo.