AUTONOMIA DIFFERENZIATA / I rischi di frantumazione di un “Paese troppo lungo” – Intervista con Amedeo Lepore

“La questione dell’Autonomia è troppo seria per essere ridotta a un mero gioco delle parti o a uno scontro tra fazioni”. Ne è convinto Amedeo Lepore, professore di Storia dell’economia con esperienza amministrativa come assessore alle Attività produttive della Campania, dove si è distinto in particolare per l’impegno nella costituzione delle Zone economiche speciali in regione. “Si tratta di un tema di fondo – aggiunge in un commento pubblicato sul Mattino – che riguarda l’organizzazione dello Stato, i rapporti delle istituzioni con i cittadini, i diritti di uguaglianza e di democrazia, alcune delle parti più sensibili della Costituzione repubblicana, ma anche principi di importanza fondamentale, come il funzionamento e l’efficienza delle pubbliche amministrazioni”. Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario – in base all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione – si è imposto al centro del dibattito politico a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2017. Dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il Governo a febbraio 2018, su richiesta delle tre regioni, il negoziato è proseguito ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto. Nella seduta del 14 febbraio 2019, il Ministro per gli Affari regionali ha illustrato in Consiglio dei ministri i contenuti delle intese da sottoporre alla firma. Nel frattempo altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia…

Professore, il mantra degli amministratori del Centro Nord e della Lega è accattivante: occorre semplificare e rendere più efficienti i servizi pubblici. E visto che ognuno ha il diritto a essere padrone in casa propria…

E’ impensabile tradurre l’esigenza di nuove forme di semplificazione e produttività delle istituzioni in una delega meccanica per l’attribuzione di poteri o funzioni in base alla Costituzione. Non si può dare la stura allabulimia regionale per la conquista di competenze e risorse, senza guardare agli interessi reali del Paese.

Ma dinanzi agli obiettivi di maggiore efficienza ed efficacia dei servizi tutto il resto viene in secondo piano. Non è così?

Se gli obiettivi sono quelli di efficienza ed efficacia, di ruolo e capacità delle strutture pubbliche, i problemi riguardano sia il livello nazionale che quello territoriale. A quasi quarant’anni dalla loro costituzione, andrebbe avviata una riflessione anche sulle regioni, per evitare quei pericoli su cui Giorgio Rufolo appuntò l’attenzione in un suo famoso libro, intitolato «Un Paese troppo lungo», in cui denunciava i rischi di fare di un sistema Italia frammentato e disunito. Se davvero si vuole innovare senza creare ulteriori squilibri territoriali e differenze sociali, considerando il peso enorme sul futuro dell’Italia intera costituito dal divario meridionale, è necessario muoversi evitando forzature e con l’impiego massimo del buon senso, misura essenziale anche di politica e strategia in tempi turbolenti.

Entrando nel merito, qual è il suo giudizio sul tema Autonomia differenziata?

Rilevo le gravi preoccupazioni emerse sulle bozze di intesa per il regionalismo asimmetrico, attualmente in discussione tra il governo e i tre presidenti di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, e dico chesono molti i punti che devono essere discussi.

A che cosa si riferisce in particolare?

Alla possibilità di coinvolgeretutte le regioni, all’interno della loro Conferenza, e il Parlamento stesso. Non sono aspetti secondari, come hanno sancito il procuratore generale della Corte dei conti e il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi, che è una struttura di supporto della presidenza del consiglio.

Qual è la preoccupazione più impellente?

Guardando i documenti che sono circolati di recente è possibile verificare l’ampiezza delle deleghe che toccano materie come la scuola, la sanità e la salute, la ricerca scientifica e tecnologica, le grandi reti nazionali di trasporto e navigazione, le infrastrutture, i beni culturali, l’energia e l’ambiente, i rapporti internazionali e il commercio con l’estero, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, le professioni, lo sport, il governo del territorio e la protezione civile, la previdenza integrativa, la sicurezza sul lavoro…E via dicendo. Oltretutto si tratta di documenti tenuti gelosamente segreti finora, quasi si trattasse di contratti tra privati e non dell’attuazione di disposizioni costituzionali.

La cosa che più conta è che assieme alle deleghe vengono trasferitealle tre regioni anche le relative risorse finanziarie. Non crede?

Con qualche distinguo fra loro. Vi sono le posizioni più aggressive del Veneto, che chiede tutto e subito, ossia il massimo di 23 materie indicate nel titolo V. Poi quelle apparentemente più morbide della Lombardia, che ha richiesto 20 materie e 131 funzioni, ne ha concordate un centinaio con i singoli ministeri e sta trattando, per averne ancora qualcuna di quelle non riconosciute su sanità, beni culturali, infrastrutture e strade, prima di chiudere.

Facciamo un esempio concreto?

Prendiamo in esame una competenza particolarmente significativa come la scuola.Assegnandola integralmente alle due regioni, si affermerebbe un modello di «scuola differenziata», prevedendo perfino il passaggio alle loro dipendenze di dirigenti scolastici e insegnanti.

E l’Emilia-Romagna?

E’ l’unica ad aver meritoriamente riconosciuto nella bozza l’unità e l’indivisibilità della Repubblica e si è limitata a chiedere sedici materie, anche se sembra seguire l’esempio lombardo della delega di «funzioni» e pare abbia inserito qualche lapsus nel testo, come la competenza regionale per «istituire in territorio montano zone economiche speciali, per favorire l’insediamento delle imprese e promuovere lo sviluppo e l’occupazione».

Un lapsus?

Come è noto, le ZES, per legge, riguardano i porti della rete TEN-T e le aree logistiche e industriali a essi collegati e, secondo l’art. 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, possono essere istituite solo nelle regioni in ritardo di sviluppo. In ogni caso il conferimento di queste deleghe trasformerebbe, di primo acchito, le tre regioni a statuto ordinario in regioni a statuto speciale.

E se Liguria e Piemonte dovessero procedere lungo la stessa strada?

Ci troveremmo di fronte a un cambiamento repentino degli equilibri istituzionali e territoriali del nostro Paese. Senza considerare la mole delle risorse economiche riallocate, in tempi di ristrettezze finanziarie, a livello regionale, solo in tre regioni.

Anche le Regioni del Mezzogiorno potrebbero seguire l’esempio, o no?

Luciano Cafagna, nel 1994, quando lanciava l’allarme sul rischio di fare a pezzi l’unità d’Italia, criticava lucidamente anche i “naziomeridionalisti”, quelli che invocavano una reazione speculare dei territori meridionali. L’autonomia può essere un’opportunità per tutto il Paese solo se si coniuga con la responsabilità e l’equilibrio nazionale delle scelte, la perequazione verso i più deboli.

Intanto sembra che ci sia ben poco da fare per arrestare questo processo…

Per ora si sta negando anche il concetto dell’efficienza, perché, anziché procedere verso la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e nella sfida dei costi standard, si propone di adottare il criterio della spesa storica per trasferire le risorse ai “primi arrivati” nei primi tre anni. Poi si vedrà.

Che cosa si dovrebbe fare, invece?

Al contrario, sarebbe necessario rendere operative norme finora inattuate, ossia i livelli essenziali di prestazione, discutere apertamente del regionalismo e delle modalità attraverso cui mettere in atto, all’interno di un più saldo quadro nazionale, al contempo una collaborazione e una sana competizione a livello territoriale.

E per conservare un ruolo negli scenari della globalizzazione?

l’Italia nel suo insieme, nella reciprocità degli interessi di Nord e Sud, potrebbe affrontare la «globalizzazione arcipelago» di questo periodo, che condanna irrimediabilmente alla marginalità anche le regioni più forti, se si isolano e se contribuiscono alla dissoluzione del sistema più importante che possediamo: quello italiano.

ECONOMIA MARITTIMA / Il Mediterraneo è il futuro per il Sud ma le ZES devono decollare al più presto. Srm presenta il Sesto Rapporto annuale

Sala piena come sempre, quando organizza Srm. E uditorio attento, perché di grande interesse le analisi e i dati proposti. A Palazzo Piacentini di Napoli si presenta il sesto Rapporto che Studi e Ricerche per il Mezzogiorno dedica all’Economia marittima. “Il Mediterraneo –commenta il direttore del Centro studi Massimo Deandreis- sta ritrovando la sua centralità nell’economia marittima e l’Italia ha ora una grande opportunità: quella di trasformare il suo posizionamento geo-economico in un vero vantaggio competitivo, anche per attrarre nuovi investitori. Ma occorre puntare con decisione sul binomio logistica-portualità, investendo in infrastrutture materiali, intermodalità e tecnologie. Il Mezzogiorno- aggiunge –  in questo scenario ha una grande opportunità di sviluppo in cui si inseriscono le ZES, strumento che va ora reso operativo senza indugi e con convinzione”.

Si discute di prospettive di mercato e di scenari globali che vedono il Mezzogiorno proiettato nel futuro, quasi fosse già possibile considerarlo macro area rivolto ai mercati più promettenti del mondo, quelli in cui la Cina costituisce un driver, non solo delle produzioni labour intensive, ma sempre più anche nell’innovazione. Le previsioni per il commercio marittimo sono positive, con un tasso di crescita media annua del 3,8% tra il 2019 e il 2023 (tra il 2005 e il 2017 è aumentato ad un tasso medio del 3,5%). L’Asia domina l’attività di movimentazione di container, rappresentando quasi i due terzi del totale globale. Circa 240 milioni di container sono stati registrati in Cina. La Belt& Road Initiativeaumenterà il PIL mondiale entro il 2040 di 7,1 trilioni di dollari l’anno, pari a una crescita del 4,2% annuo. E tutto questo mentre il Canale di Suez mette a segno un ultimo anno record: oltre 18 mila navi e 983,4 milioni di tonnellate di merci transitate.

E l’Italia?Nel nostro Paese cresce la componente internazionale del nostro trasporto marittimo. Il mare assorbe il 37% dell’interscambio italiano. Ma da noi è ancora basso l’utilizzo dell’intermodale, come risulta da un panel di imprese intervistate da Srm: l’81% fa ricorso al mezzo gommato per raggiungere i porti. E tuttavia l’istituto stima che se il nostro Paese effettuasse investimenti portuali tali da comportare un aumento della capacità e di attrazione del traffico dei nostri porti del 10%, ciò genererebbe un impatto sul valore aggiunto prodotto dalla filiera marittima pari a ulteriori 3,2 miliardi di euro.

SUD PIATTAFORMA LOGISTICA

E’ da rimarcare che tutti i dati di traffico mostrano una presenza di rilievo del Mezzogiorno nel nostro commercio marittimo, con percentuali di peso sul totale nazionale che si attestano intorno al 45%. E’ per questo che le ZES devono decollare al più presto per ispessire il tessuto produttivo ed attrarre investimenti industriali. “L’economia marittima – affermaFrancesco Guido, direttore regionale Sud di Intesa Sanpaolo – è un asset fondamentale per lo sviluppo del Mezzogiorno in quanto consente di fornire prospettiva alla sua connotazione geografica di piattaforma logistica nel Mediterraneo, area in cui si concentra il 20% dei traffici mondiali via nave. E’ però fondamentale che ci sia un coerente impegno non soltanto negli adeguamenti infrastrutturali per migliorarne la competitività ma anche e soprattutto nel cogliere le opportunità straordinarie presenti nelle ZES. Troppo spesso – continua il direttore – se ne sottolineano gli ambiti di perfettibilità e non le potenzialità”. Intesa Sanpaolo è impegnata ad accompagnare lo sviluppo delle ZES con un plafond di 1,5 miliardi così come nell’opera di attrazione di investimenti italiani ed esteri. “Ma allo stesso tempo è necessario – conclude Guido – che si intensifichi la proiezione dei nostri imprenditori verso l’internazionalizzazione, che è allo stesso tempo necessità e opportunità di profitto e di sviluppo per l’intero Mezzogiorno”.

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MEZZOGIORNO E AUTONOMIA / A che punto siamo?

E’ una fortuna, per voi che restate nel Mezzogiorno, se i Cinque Stelle hanno nel Sud ancora larga parte della loro base elettorale. Bene o male il succo è questo. I 5 Stelle provano a reagire alla batosta delle Europee cercando di fungere da elemento di (ri)equilibrio in un governo a guida bipolare.

E quindi: più i leghisti puntano a strappare impegni per l’autonomia differenziata (o secessione dei ricchi), più i grillini puntano a rallentare l’iter di approvazione della legge cara a Salvini. Ne parla, tra gli altri, Federico Caruso sul Messaggero del 27 giugno: «Oltre duecento riunioni, tavoli tecnici, mesi di lavoro e poi, al vertice decisivo per dare il via al decreto sulle Autonomie, il Movimento 5 stelle fa ostruzionismo». I leghisti sono furiosi e… si infiammano quasi quanto i governatori del Nord, che tuonano contro tutto e tutti. Per Caruso l’obiettivo dei 5 Stelle è rallentare il testo del decreto caro a Matteo Salvini in modo da scavalcare la data del 20 luglio, quando si chiuderà la finestra per tornare a votare a settembre.

In effetti è stato il Dipartimento legislativo di palazzo Chigi a emettere un parere negativo sul testo presentato dal ministro leghista per gli Affari regionali Erika Stefani. Il decreto – a quanto sostengono i tecnici di Conte – espone lo Stato a maggiori esborsi, perché riforma il sistema con cui ogni anno lo Stato distribuisce fondi alle Regioni.

LA LINEA DEL PO

Obiettivo tacito della strategia grillina è (sarebbe) respingere le truppe di Salvini nel recinto padano. E il nulla di fatto sul tema della secessione strisciante induce lo stesso Salvini a spingere al calor bianco la polemica sulla SeeWatch, che è la manopolacon cuialza il livello di ebollizione da cui – e non da ora – tra massimo consenso elettorale. Ne è convinto anche Pietro Treccagnoli, che nel blog “L’Arcinapoletano” avverte: “Non lasciatevi ingannare… Il braccio di ferro di Salvini con la a Sea Watch è “un’arma di distrazione di massa”. Il vero obiettivo è invece l’annientamento del Sud…”. Fingono di avercela con i migranti, aggiunge Treccagnoli,  “mentre lavorano alacremente e quasi sempre sotto traccia per spingere fino allo spasimo l’approvazione dell’autonomia differenziata… un imbroglio per nascondere un’autentica secessione, non solo fiscale…” Il vero nemico della Lega? E’sempre uno solo: i terroni. Insomma, gridano “prima gli italiani”, pensano “prima il Nord.

Intanto si registrano i commenti contenuti in un editoriale per il Messaggero, ripreso dal Mattino di Napoli, di Gianfranco Viesti (giovedì 27 Giugno). L’economista richiama l’Appunto del Dipartimento per gli affari giuridici della Presidenza del Consiglio in cui si evince che esistono dal 16 maggio nuovi schemi di intesa fra il governo e le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. “Ma questi schemi – aggiunge – sono segreti per l’ampia parte inclusa nel Titolo II, che dettaglia i nuovi poteri. Non sono noti né ai cittadini italiani né agli stessi parlamentari della Commissione Bicamerale sul Federalismo Fiscale che stanno svolgendo un’utile indagine preliminare conoscitiva…”

PARLAMENTO ESAUTORATO?

Si è appreso – addirittura – che la Regione Lombardia ha richiesto che il processo di approvazione parlamentare preveda la “non emendabilità” del testo. Testi segreti, approvazione rapida. Ma non può essere così: perché la funzione legislativa del Parlamento “risulterebbe direttamente incisa dalle scelte operate nell’ambito delle Intese”. Tradotto, è ineludibile il ruolo del Parlamento in questo passaggio proprio in quantoistituzione che rappresenta tutti gli italiani:“Il progetto – insiste Viesti – tocca tutte le grandi politiche si fanno nel nostro Paese, e le ridisegna; con conseguenze rilevanti per i cittadini delle tre Regioni e di tutti gli altri. Dalla scuola alla sanità, dalle infrastrutture, all’energia, all’ambiente. Il timore è che si tenti una “modifica surrettizia” della Costituzione, su una materia che viceversa richiederebbe un“grande e attentissimo dibattito parlamentare”.

SI’ MA CHI PAGA?

Vi sono poi gli aspetti finanziari. E si sa che quando si tocca il portafoglio anche un nemico diviene un avversario. Qui il risultato che si vorrebbe portare a casa è determinare risorse maggiori per le tre Regioni, ma mettendole al riparo da manovre d’emergenza di finanza pubblica. Quindi; a spese delle altre. “Il rischio – conclude Viesti – sempre presente, è quello di una secessione dei ricchi”. Ossia la formazione di regioni “che somigliano molto ad un vero e proprio stato e che godono di poteri straordinariamente vasti e di un finanziamento maggiore dei servizi per i propri cittadini”. Le quali tuttavia restanoparte dello Stato italiano per quanto conviene, vale a dire il debito pubblico, che rimarrebbe a carico di tutti…

CAMPANIA & FUTURO: Le sfide dell’ecosistema dell’innovazione e della ricerca

E’ la prima Regione del Mezzogiorno per investimenti in Ricerca & Sviluppo in percentuale del PIL (1,2%) e presenta un buon livello di attrattività e competitività. Se si considera la quota di questi investimenti in valore assoluto, la Campania raggiunge la sesta posizione in Italia, subito dopo la Toscana, con investimenti pari a 1,3 miliardi di Euro. Sono dati che emergono dal Rapporto “Opportunità e sfide dell’ecosistema dell’innovazione e della ricerca”, presentatoil 27 giugno nel corso dei lavori della terza edizione del Technology Forum Campania di The EuropeanHouse – Ambrosetti: una piattaforma di discussione e confronto tra gli attori pubblici e privati che mette al centro il contributo dell’innovazione e della ricerca per il rilancio della Campania e di tutto il Mezzogiorno.

Da sempre la Campania ospita centri di ricerca in diversi comparti strategici per lo sviluppo del Paese. Il quadro nazionale non è tuttavia confortante, se è vero che l’Italia resta in posizioni di retroguardia a livello europeo: con 136.000 ricercatori, l’Italia si posiziona dietro i principali Paesi Europei, dopo Germania (413.000), Regno Unito (289.000) e Francia (288.000). In questo contesto, con oltre 12.000 ricercatori, la Campania si posiziona prima nel Mezzogiorno e settima in Italia.

Inoltre, la Campania è tra le prime Regioni italiane per occupati con istruzione in professioni tecnico scientifiche (17,1% del totale). La dinamicità del sistema campano si conferma anche guardando ad alcune variabili di output del sistema di innovazione, come ad esempio la creazione d’impresa: oltre ad essere la prima Regione per tasso di crescita delle PMI negli ultimi 5 anni, la Campania è anche la prima Regione del Mezzogiorno e la quinta in Italia per numero di startup innovative (+85% rispetto alla Toscana e +50% rispetto al Piemonte). In particolare, Napoli è la terza città in Italia per numero di startup innovative (380), dopo Milano (1.837) e Roma (1.048).

 

AVANGUARDIA IN ITALIA

Anche il sistema universitario campano si conferma all’avanguardia nel Paese, posizionandosi al terzo posto in Italia per numero di iscritti (193.000 su 1,6 milioni pari al 12% del totale) e per laureati (34.000 su 317.000 pari all’11% del totale). Punte di eccellenza si registrano in alcune branche della formazione tecnico- scientifica come l’ingegneria: la Campania è la prima Regione del Mezzogiorno e la quarta in Italia per numero di laureati in ingegneria (4.734).

Sul fronte dell’agenda di sviluppo digitale, le Istituzioni regionali si stanno attrezzando con strumenti di policy propedeutici a favorire una maggiore alfabetizzazione digitale e tecnologica delle imprese, soprattutto di quelle di piccole e medie dimensioni, ma anche dei cittadini, nella consapevolezza delle sfide imposte dalla trasformazione digitale in corso.

La sfida è in primis sfruttare il polo urbano di Napoli per l’avvio di iniziative-bandiera in grado di posizionarla come “capitale della digitaltransformation” a 360 gradi. Per raggiungere questo obiettivo e far sì che si generino risultati a cascata per tutta la Campania, la Regione sta lavorando principalmente in tre cantieri di lavoro: rafforzamento delle infrastrutture fisiche, potenziamento delle conoscenze e riduzione del digital divide, digitalizzazione dei servizi ai cittadini, soprattutto in alcuni ambiti come quello sanitario.

SVILUPPO DIGITALE

Nello specifico, la Campania ha investito 325 milioni di Euro per lo sviluppo digitale del territorio, coinvolgendo direttamente 546 comuni su sei linee programmatiche principali: infrastrutture fisiche; infrastrutture immateriali e piattaforme abilitanti; dati, sistemi di analisi e soluzioni smart; competenze digitali e supporto all’innovazione; politiche di settore; modello di dispiegamento territoriale l’impegno della Regione è infine il settore delle Scienze della Vita. Nel campo delle biotecnologie, la Regione è la prima del Mezzogiorno e settima in Italia per numero di imprese biotecnologiche (34), oltre che prima del Mezzogiorno per investimenti in Ricerca & Sviluppo intra-muros biotech (5,0%). L’industria farmaceutica, inoltre, genera il 23% delle esportazioni manifatturiere ad alta tecnologia.

Tali primati sono il frutto di un forte impegno della Regione, che ha recentemente stanziato 160 milioni di Euro per la sola ricerca oncologica, attraverso tre bandi, che hanno portato al finanziamento di 45 progetti. Oltre alle risorse investite per la ricerca, è recentemente partita la Rete Oncologica Campana ed è stata attivata la convenzione oncologica interregionale Campania-Puglia- Basilicata ‘‘AMORE’’ (Alleanza Mediterranea Oncologica in Rete): si tratta di interventi che fanno seguito ad una delle linee guida emerse dai lavori del “Technology Forum Campania” nel campo delle Scienze

 

 Vedi le video interviste:

 https://www.youtube.com/watch?v=RDQhhm7eS4Y

LETTERA / IL SUD DEVE DIVENTARE IL FARO EUROPEO DELL’AFRICA CHE CRESCE
di Claudio Panarella

Avvocato internazionalista – Presidente Icri

L’indipendenza della Tunisia, che fu a lungo protettorato francese, quest’anno ha compiuto sessantadue anni. E Napoli ha celebrato l’evento venerdì 21 giugno a Villa Domi,con un ricevimento organizzato dal Consolato tunisino per le Autorità e gli amici di Tunisi. Festa preceduta, tra l’altro, da un seminario a cui hanno partecipato delegazioni commerciali tunisine e in cui si son avuti interscambi concreti.Il tutto coronato nella stessa serata dallo spettacolo di M’ Barka, cantante di fama internazionale, che si è esibita in una performance di straordinaria allegria e professionalità.

C’ero anche io, che da anni svolgo funzioni di consulente del Consolato. Ed in quella occasione ho avuto la possibilità di meditare sul dibattito avviato con l’intervista ad Adolfo Bottazzo, pubblicata da Ilsudoniline di recente. Le dichiarazioni amare – eppure di estremo interesse perché molto vere – circa lo smarrimento di cosa siamo e quanto valiamo, come Mezzogiorno e come Napoli, come classe dirigente di un Paese che rischia la deriva… Beh, pur condividendo nella sostanza quanto detto dal vice presidente di Confindustria Caserta, vorrei aggiungere anche io la mia: credo che tante volte dovremmo guardare a noi stessi con gli occhi di chi ci osserva da fuori. Da non lontano. Gli occhi dei Tunisini ad esempio, che da sempre hanno saputo intrecciare da legami commerciali e culturali con gli altri “condomini del Mediterraneo”. E innanzitutto con gli italiani del Mezzogiorno.

Prima, però, facciamo un passo indietro.

PERCORSO STORICO

Nel XIX secolo la Tunisia fu il primo paese arabo ad avere una costituzione e ad abolire la schiavitù. Nell’aprile 1956 Habib Bourguiba diventa il primo Capo del Governo Tunisino. Dopo aver proclamato la Repubblica Tunisina il 25 luglio 1957, HabibBourguiba ne diviene il Primo Presidente.Nel 1991apre il 1°Consolato di Tunisia a Napoli, avviando il consolidamento dei legami di amicizia tra la Tunisia e Napoli, sviluppando progetti di cooperazione e di gemellaggio con le Istituzioni e gli Enti locali, in vari campi economico commerciale, culturale, medico, giuridico.Ed è per tale motivo che l’attuale Console di Tunisia a Napoli, la Signora Beya Ben Abdelbaki (tra l’altro è la prima donna console inviata a Napoli), è divenuta una parte integrante della società napoletana. Lo attestano numerose occasioni di incontro e di presenza in tante attività, organizzati anche dalla società civile, alcuni dei quali in fattiva collaborazione con l’Istituto di Cultura e relazioni internazionali (Icri).Una fitta attività che fanno del Consolato di Tunisia un esempio di diplomazia attiva, volta alla concretizzazione di progetti in tempi brevi, e un presidio di incessante attenzione nel divulgare la conoscenza della Tunisia in tutte le sue bellezze.Senza trascurare le opportunità che la Tunisia offre agli investitori ed operatori economici italiani, in uno con la Cooperazione Italiana.

Pochi sanno che intanto si è registrata una tendenza all’aumento significativo di cittadinimeridionali che decidono di trasferirsi in Tunisia per avvantaggiarsidel valore della loro pensione al cambio locale e al costo della vita tunisino, di gran lunga inferiore a quello italiano. Posso attestare che il Consolato di Tunisia a Napoli è impegnato costantemente con le Istituzioni locali affinché la colonia tunisina – residente in Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Molise – continui a dare il proprio contributo nella vita sociale di appartenenza cittadina, finalizzato ad una sempre maggiore aiuto alla concreta integrazione.

NUOVA MISSIONE

Ecco, dovremmo tenete maggiormente presente questa realtà che, evidentemente, non riguarda solo la Tunisia, ma l’intera area del Maghreb. Sono d’accordo con Bottazzo. Il Mezzogiorno non ha bisogno di incentivi ma di ritrovare le sue radici identitarie.Soprattutto deve individuare una missione in cui credere, e darsi una visione del ruolo da svolgere nel mondo che cambia. Occorre tenere nel dovuto conto la funzione che ci viene richiesta, da grande area europea moderna quale siamo, fondamentale riferimento per l’Africa che vuole crescere.

Del resto il raddoppio del Canale di Suez ha aperto prospettive di sviluppo commerciale e logistico molto interessanti nel breve termine. Ci hanno creduto i Cinesi, che fanno giungere nel Mediterraneo le estreme propaggini della nuova Via della Seta. Il Sud deve diventare il faro europeo dell’Africa che vuole crescere. Perché non dovremmo credere in questa missione proprio noi, il popolo che da millenni abita le coste più vicine alla sponda Sud dell’Europa?

Link all’intervista al Dottor Bottazzo:

https://www.ilsudonline.it/mezzogiorno-per-fare-sviluppo-gli-incentivi-non-bastano-serve-una-nuova-classe-dirigente-parla-adolfo-bottazzo-confindustria-caserta/

SUD COME COLONIA. DA RAZZIARE – Manca la capacità di riscatto – L’analisi di Salvatore Lucchese

Da qualche tempo il Sudonline si sta occupando degli effetti collaterali delle elezioni europee. Ossia del tracollo del Movimento 5 Stelle, formazione politica che era stata indicata come espressione anzitutto della insofferenza e del disagio meridionale, inversamente proporzionale al boom della Lega nel Paese, sulla spinta dello sfondamento al Sud del partito di Matteo Salvini.

E’ stato osservato che la conseguenza diretta di questo vero e proprio terremoto elettorale, l’inasprimento delle attese autonomistiche delle Regioni del Nord e un nuovo giro di vite alla cosiddetta “secessione dei ricchi”. Adolfo Bottazzo prima e Giuseppe Pedersoli poi hanno commentato questa eventualità chiosando la pressoché totale assenza della classe politica meridionale su fronti così nevralgici per il futuro del Sud come la modifica dell’imposizione fiscale a beneficio delle Regioni, che per molti versi ha aspetti di dubbia costituzionalità. “Il problema della totale mancanza di rappresentanza politica del Mezzogiorno – aggiunge Salvatore Lucchese in una nota apparsa su VesuvioNews – rimane drammaticamente aperto”.Salvatore Lucchese è coordinatore del Comitato meridionalista dell’Area vesuviana “Gaetano Salvemini” e ricercatore presso il Centro di ricerca internazionale Francesco Saverio Nitti per il Mediterraneo.Proviamo a sintetizzare qui di seguito il suo pensiero.

IL PARTITO DEL NORD

Giustamente Lucchese rimarca anzitutto – come del resto hanno fatto Bottazzo e Pedersoli – soprattutto il tema della “sovra-rappresentazione dei territori settentrionali”. Le Regioni del Settentrione avanzano a testuggine nella contesa con i poteri centrali (Parlamento, Corte costituzionale) in tema di regionalismo federativo. E’ il frutto di anni di progressivo consolidamento nel dibattito pubblico e nel confronto mediatico della cosiddetta “Questione settentrionale” e all’esistenza del “Grande Partito Trasversale del Nord”. Un partito che ha già portato a casa una serie di risultati che Lucchese evidenzia: “nel solo triennio 2014/2016, grazie al “trucchetto” della spesa storica, non solo ha drenato dalle regioni meridionali verso quelle settentrionali la “modica” cifra di 183 miliardi di euro di spesa pubblica allargata…” E non basta, perché lo stesso partito trasversale del Nord “in deroga al vincolo del 34%, dal 2007 al 2017 ha sottratto al Sud anche 25 miliardi di investimenti pubblici produttivi. Un’altra espropriazione indebita che è costato al Mezzogiorno una mancata crescita del Pil del 5%, corrispondenti a 300 mila posti di lavoro in meno”.

Lucchese non ha dubbi e senza alcun timore reverenziale parla di:

  • Un Meridione non solo è stato abbandonato e cancellato dall’agenda politica nazionale e ridotto alla condizione di “colonia” da razziare.
  • A causa di questo processo di “de-soggettivazione”, è divenuto “oggetto” di reiterati saccheggi tramite l’attuazione sia di “politiche differenziate” sia di meccanismi fiscali “estrattivi”
  • Condizione di colonia che si intenderebbe istituzionalizzare definitivamente tramite l’approvazione dell’autonomia regionale differenziata.

IL PATTO DELLA CASMEZ

E affina l’analisi risalendo al “patto sociale” di coesione sociale e solidarietà nazionale sancito, dopo la Seconda guerra mondiale, con la parte più arretrata del Paese grazie alla Costituzione repubblicana del 1948. “Patto culminato – spiega – nella fondazione della Cassa per il Mezzogiorno (1950-1984), che, tra aspetti positivi e negativi, ha contribuito nel corso del “trentennio d’oro” del “capitalismo maturo” ad attenuare e in alcuni casi ad eliminare il dualismo Nord/Sud.

Un percorso lungo, interrotto già in coincidenza con la riforma del Titolo V della Costituzione (2001)… E al dunque arriva la domanda cruciale: “chi riprenderà e rialzerà la bandiera del Sud? Quale sforza politica ne rappresenterà le legittime istanze di uguaglianza, sviluppo, coesione, equità e perequazione sociale?”

Se è vero che quella del regionalismo differenziato può essere ‘la madre di tutte le battaglie’ anche per la sinistra, che resta però nella morsa di un trend che vede il partito del Nord crescere di consensi e tenta di limitare i danni in quell’area del Paese, evitando di prendere posizione decisa su di un tema sensibile per l’elettorato settentrionale.

IL RUOLO DEL PD

Sta di fatto però che “i nordisti sono prima di tutto nordisti e solo poi progressisti, democratici, sindacalisti”, aggiunge Lucchese. E si domanda: “Quali condizioni socio-politico-culturali ci sono a che la Sinistra abbandoni gli atteggiamenti timidi o attendisti o addirittura possibilisti per fare dell’opposizione al regionalismo differenziato la madre di tutte le battaglie? E perché nel Settentrione prima di essere “progressisti”, “democratici” e “sindacalisti” ci si percepisce “prima di tutto” come “nordisti”, mentre nel Sud questo non accade?

Seguiamo il suo ragionamento.

  • nel campo della Sinistra progressista l’“atteggiamento” del PD sulla “perversa attuazione del federalismo fiscale” o “colpo di Stato dei ricchi” non è stato soltanto di semplice “timidezza”, “attendismo” o “possibilismo”
  • il PD ha ricoperto e tuttora ricopre un ruolo da attore protagonista nella rimozione del Sud e nella sua consequenziale e sempre più chiara, netta e conclamata riduzione a “colonia estrattiva” di risorse finanziarie ed umane.
  • Infatti, non solo per meri calcoli elettoralistici nel 2001 il PD ha varato la riforma del Titolo V della Costituzione Italiana, riforma, ha osservato il costituzionalista Giuseppe Tesauro, “fatta in notturna, alquanto frettolosamente”; non solo tra il 2014 ed il 2018 – Governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni
  • ha avviato il federalismo fiscale “estrattivo”, che, alla stregua di un “Robin Hood alla rovescia”, ruba ai poveri per dare ai ricchi; non solo a quattro giorni dalle elezioni politiche il Governo Gentiloni ha firmato le Pre-Intese con le tre Regioni “sovversive”, ma una di queste, l’Emilia Romagna, è guidata dal Presidente del PD Stefano Bonaccini.

PICCONATE ALLA COSTITUZIONE

Esiste al fondo un disegno politico, condiviso dal centrodestra, e specificamente dalla Lega, volto a sovvertire radicalmente l’architettura costituzionale? C’è chi pensa che sia cosa buona e giusta consolidare il divario abbandonando al suo destino la parte debole del paese?Certo da tempo gode di buona stampa l’idea di liberare la locomotiva del Nord dal peso dei vagoni più lenti, per favorirne l’aggancio all’Europa e la competitività nel mondo globalizzato. Ma si tratta di “un disegno radicalmente incostituzionale – spiega Lucchese – per tutto ciò che comporta in danno dei principi di solidarietà, perequazione, eguaglianza dei diritti”.

E’ dalla fine della Prima Repubblica, diciamo dal 1992 in poi, che una nuova formazione politica a dominante territoriale, quale è stato ed è ancora oggi la Lega, ha egemonizzato il quadro politico nazionale. Circa trent’anni in cui le altre organizzazioni politiche (anche il Pd) sono state costrette a rincorrerla sul suo terreno: ossia “la centralità della questione settentrionale e la rimozione di quella meridionale”, chiosa Lucchese.

Al tempo stesso è stato coltivato il disegno anticostituzionale di staccare la parte “produttiva” del Paese da quella “improduttiva”. Con tutto quanto ne segue sul piano simbolico in una narrazione che vede “il recupero e la rielaborazione di atavici pregiudizi antimeridionali” e la contrapposizione tra le due Italie: l’Italia “virtuosa”, “laboriosa” e “meritevole” del Nord e quella, invece, “fannullona”, “oziosa” e “sprecona” del Sud. La prima da premiare e la seconda da punire

SVEGLIA SUD(ALTRIMENTI SOCCOMBI)

“Non sarebbe opportuno iniziare a ragionare sulla costruzione di un soggetto politico meridionale e meridionalista di orientamento democratico, radicale, ecologista, antirazzista, antifascista ed antiliberista, che rappresenti le istanze, i bisogni ed i diritti disattesi del Mezzogiorno?”. Alla prima domanda Lucchese ne aggiunge un’altra:non di sarebbe oggi quanto mai bisogno di “un soggetto politico che, rimettendo al centro del dibattito politico nazionale ed europeo il dualismo Nord/Sud, lotti senza quartiere per l’uguaglianza, la perequazione, l’equità e la giustizia e la coesione sociale?”.

Il Mezzogiorno d’Italia somiglia molto all’Italia di Machiavelli, una terra ridotta alla mercé delle potenze straniere. E così come l’autore del Principe parlava di una “milizia” che sostituisse le truppe mercenarie al soldo ora di questa ora di quella Signoria, Lucchese guarda il Mezzogiorno ridotto a colonia e afferma: “Per essere combattuta, la madre di tutte le battaglie ha bisogno di “eserciti”. Il Nord ha dalla sua parte tutte le forze armate schierate in campo – sistema politico, economico-finanziario, socio-culturale, mediatico… il Sud ha tanto più bisogno del combinato di forza della mobilitazione popolare e qualità della rappresentanza politica e non solo della “moral suasion”.

Ed ecco come conclude a questo proposito il ricercatore vesuviano:

“In conclusione, il Mezzogiorno soffre di un drammatico deficit di rappresentanza che, a partire da altre “sponde” politiche, già si pensa di colmare o preannunciando la presentazione di una lista neo-borbonica per le elezioni regionali campane del 2020 o impegnandosi per la raccolta delle firme a favore di un referendum sull’istituzione di una Macroregione Sud. E la sinistra meridionalista cosa risponde? Pensiamoci!”

Claudio D’Aquino

Le altre interviste de Il SudOnline sull’argomento:

MEZZOGIORNO / Per fare sviluppo gli incentivi non bastano, serve una nuova classe dirigente – Parla Adolfo Bottazzo (Confindustria Caserta)

Il Sud senza classe dirigente – La risposta di Pedersoli a Bottazzo

Se il Mezzogiorno è una carta sporca, nessuno se ne importa. Anche al Sud” – Intervista con Antonio Napoli

“Il Sud Italia è un dramma sociale, economico, generazionale, educativo. Il degrado e l’inefficienza sembrano non avere fine. Nemmeno gli alibi..”. Parla Antonio Napoli, già dirigente del Pci- Pds, assessore al Bilancio a Palazzo San Giacomo con Antonio Bassolino sindaco, da anni manager e consulente d’impresa napoletano da anni a Milano, e opinionista del Corriere del Mezzogiorno e del Sussidiario.net. “Quasi sempre quando il Sud conquista le prime pagine dei giornali – aggiunge – è per una brutta storia…”.

A che cosa si riferisce in particolare?

Qualche settimana fa fecero notizia i due poveri bambini protagonisti involontari di cruenti scontri a fuoco avvenuti in pieno giorno in due affollati quartieri popolari di Napoli. Vicenda terribile ma a lieto fine, perché la piccola Noemi è tornata a casa sana e salva.

Purtroppo non sempre queste storie sono a lieto fine, però…

Infatti. Pochi giorni dopo, sempre a Napoli, circa 500 chili di calcinacci sono precipitati da un cornicione, a pochi metri dal Duomo in pieno centro cittadino.

E’ sotto ci è rimasto un commerciante che stava andando a prendersi un caffè…

Già. Pensate voi se la stessa cosa fosse accaduta a pochi metri dal Duomo di Milano o di Firenze…

Per giunta da quel giorno in città non si cammina più.Decine di condomini con problemi di manutenzione alle facciate hanno trovato ragionevole la soluzione di interdire il passaggio dei pedoni sui marciapiedi di loro competenza. Così, centinaia di metri di recinzioni arancioni hanno improvvisamente incominciato a segnalare la presenza di decine di finti cantieri.

Il Sud non gode di buona reputazione da sempre. E ogni qualvolta assurge agli onori delle cronache, diciamo così, è come imboccasse un sentiero in discesa verso un altro girono dantesco.

Esatto. E difatti ha destato infine scalpore l’apparizione in tv (Rai2, Realiti) di due cantanti neomelodici che non hanno avuto imbarazzo a dire cose tremende su Falcone e Borsellino.Mentre un altro esponente della stessa tipologia di musica ascoltata dalla malavita, minacciava pubblicamente il consigliere regionale dei Verdi, reo di battersi in difesa dei piccoli diritti negati dalla prepotenza diffusa che regna in città.

La cosa non è sfuggita, tra gli altri, a Galli della Loggia…

Che vi ha dedicato un lungo e argomentato editoriale sul Corriere, in cui – in somma sintesi – sostiene che l’Italia intera non si occupa dello stato comatoso del Sud, in preda a classi dirigenti incapaci, a criminalità dominante e ad una sottocultura di cui dovremmo avere solo paura.

Anzi, facciamo proprio finta di non vedere cosa accade proprio perché non sappiamo cosa fare.

Galli della Loggia però aggiunge una nota positiva…

Ah sì? E quale?

Che il Mezzogiorno d’Italia dovrebbe proprio oggi provare a riconquistare un ruolo da protagonista nel Mediterraneo e ritornare ad essere luogo di dialogo tra i popoli che vi affacciano, costruendo così insieme un nuovo percorso di sviluppo e di civiltà.

Lei non pensa che del Sud è bene che si parli, in ogni modo, anche criticamente, purché se ne parli? Meglio così che l’oblio, l’abbandono e il vuoto del silenzio…

La cosa che uccide di più le nostre speranze è l’oblio, la negazione dell’evidenza, il disinteresse per la qualità di vita di milioni di nostri concittadini.Venti milioni di italiani che vivono in condizioni assai diverse dagli altri. Ogni aspetto della loro vita – la scuola, il lavoro, l’alimentazione, i trasporti, la sanità, la sicurezza, per citarne i principali – rivela un divario enorme con gli standard raggiunti nel Centro-Nord. 4

E c’è chi disconosce o nega questo enorme problema…

Io penso che sia corresponsabile di questa situazione. Al primo posto di questa speciale categoria colloco i gruppi dirigenti del Sud, che pur di nascondere le proprie incapacità continuano a descrivere una situazione, a loro dire, “contrastante”, cioè dove sarebbero tanti i segnali positivi e che è sbagliato non riconoscere che molto è stato fatto. Soprattutto da loro, ovviamente. Inutile dire che questo modo di agitare le poche cose positive che pur esistono altro non è che un maldestro tentativo di costruire alibi dietro cui nascondere le politiche fallimentari di decenni.

Lei sta mettendo all’indice i rappresentanti meridionali domina la retorica “del sì però”, “non tutto il Sud è così”, “occorre una analisi differenziata”…?

Tutte affermazioni che servono solo a nascondere Che ha generato una fuga costante di giovani che vanno a studiare – chi se lo può permettere – altrove. I più poveri restano a casa in una scuola pubblica ridotta allo stremo, dove si insegna poco e si impara ancora meno, e che spesso abbandonano.

La cartina di tornasole della scuola è molto utile a capire la natura economica e sociale della condizione reale del Sud. Non crede?

Insisto, di tutto il Sud. Siamo tornati – dopo circa 50 anni – alla scuola di classe e per pochi. Solo che questa scuola si è spostata altrove, mentre la vecchia scuola è rimasta per chi non può permettersi costosi studi in giro per il mondo. Se prima questo fenomeno era limitato alle università e alla formazione post-laurea, oggi molti ragazzi abbandonano il Sud appena dopo le medie. Una vera emergenza sociale di cui pochi parlano perché la lentezza con cui tutto questo è avvenuto ne ha reso debole la percezione.

Le cifre sono imbarazzanti:centottantamila giovani ogni anno lasciano il Mezzogiorno…

Le loro famiglie sopportano un costo di oltre 4 miliardi all’anno, risorse sottratte alla nostra economia e destinate a rimpinguare zone già più ricche. Se si perde di vista questa enorme questione di classe che si gioca intorno alla formazione dei giovani meridionali non avremo mai la dimensione esatta del nostro problema.

Occorre una proposta innovativa, allora, in grado di immettere risorse nel sistema formativo meridionale e di affidare a centri autonomi la direzione culturale e didattica del progetto. Lei che ne pensa?

Bisogna chiudere i canali attraverso cui i grandi centri formativi del Nord si vengono a scegliere i migliori e se li portano via. Ma bisogna anche prendere atto che chi governa scuole e università nel Mezzogiorno non è all’altezza di creare un’offerta educativa accettabile. Così come bisogna pensare ad un’offerta formativa per i ragazzi di tutti i paesi del Mediterraneo che possono trovare al Sud quello che non hanno nei loro paesi.

In questi anni abbiamo più volte sentito decantare Erasmus, programma che ha portato molti giovani a studiare in altri paesi europei.

Anche in questo caso, è bene dirlo, non tutti hanno potuto parteciparvi, perché il costo – rilevante – comunque ricade sulle famiglie. Resta da capire se non vi sia lo spazio per un altro programma, questa volta rivolto ai ragazzi meritevoli del Sud e di tutti i paesi della grande area mediterranea.

Forse il pezzo mancante del discorso di Galli della Loggia è la proposta…Lei ne ha?

Dare vita ad una iniziativa concreta per fare del Sud qualcosa di utile ed ospitale, puntando sui giovani, con l’obiettivo di essere utile alla stessa Europa in un contesto più aperto. Certo, non potremmo più chiamarlo Erasmus. Si potrebbe provocatoriamente chiamarlo “Spartaco”, per rendere più chiaro a tutti il vero scopo.

Claudio D’Aquino

Al seguito i link alle precedenti interviste con Antonio Napoli:

Parla Antonio Napoli: “Se Napoli fosse come Milano…”

LA PROPOSTA / ANTONIO NAPOLI: Affiancare ai presidi manager esperti. Così la scuola si salverà

BARONISSI & CASTEL VOLTURNO – Due simboli della Campania (e del Sud), tra Europee e futuro prossimo

Claudio D’Aquino

Che cosa hanno in comune Baronissi e Castel Volturno? Nulla, all’apparenza.
Baronissi, provincia di Salerno, dal capoluogo di provincia dista circa 8 chilometri, circa 35 da Avellino. Conta poco più di diciassettemila abitanti. La sua storia è relativamente recente. Si deve a Giuseppe Bonaparte e soprattutto a Gioacchino Murat, generale francese e re di Napoli, cognato di Napoleone che il 26 gennaio 1810 proclamò la sua nascita come Comune. Cresciuto a ridosso del fiume Irno, oggi è servito da ben due uscite della strada statale 88, l’atmosfera che vi si respira non è diversa da quella di una cittadina di un cantone svizzero.
E Castel Volturno? Situato a cavallo tra provincia di Caserta e area domizia, a nord ovest di Napoli, di abitanti ne conta oltre venticinquemila. Il suo habitat naturale è marcatamente mediterraneo, il litorale compreso nel Golfo di Gaeta è il simbolo più che perfetto del territorio che ha tradito le sue vocazioni: negli anni Sessanta aspirava al ruolo di Florida d’Europa, nei Settanta fu preso a morsi dall’abusivismo edilizio, negli anni Ottanta venne fagocitato da un degrado da cui oggi fatica a liberarsi, a causa del sisma che riversò nelle villette requisite i terremotati di Napoli. Devastato, deturpato, sfregiato persino dalle organizzazioni criminali che ne hanno fatto il vertice del “triangolo della morte”, con Giugliano ed Acerra. Terra di fuochi e di camorra.

Baronissi e Castel Volturno sono quindi alfa e omega, nadir e zenith, paradiso e inferno, alto e basso per la scala che rappresenta la Campania? Forse. Di sicuro sembrano non avere granché in comune. E invece no. In comune hanno la fiducia nel loro destino, lo sguardo teso al futuro. Futuro che passa, indubitabilmente, per la politica. Quella buona. O almeno quella che ha tutte le caratteristiche per promettersi tale. Baronissi e Castel Volturno potrebbero avere nel 26 maggio il loro crocevia, l’origine di una nuova partenza. Domenica – qui e in altri 3800 comuni – i cittadini riceveranno la scheda delle elezioni amministrative assieme alle europee. Allineati allo start ci sono – ed è ovvio – centinaia di candidati, decine di liste. Ma non dappertutto la politica è espressione diretta della comunità medesima, di un comune sentire, condivisione, partecipazione vissuta per strada e non sui social.

Questo si percepisce a Baronissi anzitutto intorno a due figure: Gianfranco Valiante e Marco Picarone. A Castel Volturno ha il volto di Nicola Oliva.

Valiante è amministratore di lungo corso. Direttore di Poste Italiane sede di Napoli, consigliere comunale a Salerno (primo eletto con la allora lista della Margherita), poi assessore per cinque anni alla sicurezza e alla mobilità e Polizia municipale con il sindaco Mario De Biase. Poi assessore per un anno anche quando Vincenzo De Luca diviene primo cittadino a Salerno, nonostante avesse appoggiato la lista antagonista di Alfonso Andria. Quindi consigliere regionale, governatore Antonio Bassolino. Nel 2014 si candida a Baronissi e vince. Inanellando risultati ragguardevoli. Il Piano urbanistico comunale, opere di manutenzione non ordinaria come il “semaforo intelligente”, il portale e il sito dell’istituzione cittadina premiato dal Ministero. E una raccolta differenziata che ad oggi sfiora l’83,89 %. “Il tutto – dice a Il Sud on line non senza orgoglio – puntando sulla considerazione dei cittadini alla stessa stregua di utenti da ascoltare e tutelare. Cittadini e non sudditi.Con una squadra di assessori totalmente al servizio della comunità”. Esperienza interrotta pochi mesi prima del traguardo naturale per una sorta di sedizione interna di alcuni esponenti di giunta. Poi la parentesi della gestione commissariale, e quindi il ritorno. La candidatura di Valiante, è sostenuta da Pd, Psi e tre liste civiche di centro sinistra. Al suo fianco il giovane Marco Picarone, 29 anni soltanto, segretario del circolo Pd, esperienza di consigliere comunale e di assessore al Personale. Entrambi puntano a consolidare l’esperienza di governo di una cittadina già bella e ospitale, contrassegnata da un’alta qualità della vita. La loro proposta è semplice. Si basa su ancora più verde, ancora più parchi e giardini, e l’invenzione del bonus (100 euro per ogni quintale di rifiuti differenziati consegnati all’isola ecologica; 1000 euro per ogni tonnellata) come leva per ulteriori risultati sul percorso della ecosostenibilità ambientale. “Vogliamo confermare Baronissi – dicono i due candidati – come città dell’arte contemporanea, dei servizi eccellenti, degli spettacoli estivi gratuiti. Puntando sulle prossime Universiadi per portare qui, dal 3 al 14 luglio, le Universiadi”, appuntamento che si traduce in oltre mille atleti provenienti da cento nazioni del mondo.

Castel Volturno invece sembra sempre che debba partire da sottozero, nell’immagine come nella reputazione. Che cosa ha di diverso, infatti, il suo territorio, rispetto ad esempio al quartiere Scampia, nella narrazione giornalistica? Nulla tranne il mare, la spiaggia, la pineta, la macchia mediterranea. Hai detto nulla?
Il territorio comunale si estende su una superficie enorme, oltre 72 chilometri quadrati. Di questi 25 sono spiaggia e ben 10 pineta. “Ed è da qui che vogliamo ripartire – dice Nicola Oliva, giovane presidente del Consiglio comunale, oggi candidato a sindaco con il sostegno di due liste civiche – dalla natura, che è tanta parte della bellezza dei nostri luoghi. E che può essere una leva positiva di sviluppo economico oltre che di riscatto civico”. Di qui l’idea di riaprire i cancelli che da decenni chiudono Pinetamare in un recinto. Siamo nell’estrema propaggine di quella che i latini definirono Campania Felix, territorio abitato prima dagli Opici, poi dagli Etruschi, successivamente dagli Osci. Crocevia obbligato per chi dal mare voleva inoltrarsi nell’interno e raggiungere il porto di Casilinum sul Volturno e da qui l’antica città di Capua. Nel 95 d.C. l’Imperatore Domiziano fece costruire la strada che ancora oggi porta il suo nome. E un superbo ponte che univa le due sponde del fiume. Lungo la sua storia si incrociano nel Medioevo l’Abazia di Montecassino, i Saraceni non meno dei Longobardi, i Normanni di Aversa, gli Svevi con Federico II, gli Angiò e gli Aragonesi. E poi conti e duchi che nell’epoca feudale si trasmisero il suo territorio di mano in mano. Fino a giungere, in epoche più recenti, alla notevole opera di bonifica dei Borbone e del Ventennio fascista. Oggi a Castel Volturno il disagio sociale si taglia a fette, il degrado urbanistico è uno schiaffo in pieno volto, c’è la più alta incidenza di extracomunitari in Italia: quasi tutti di provenienza africana e con problemi d’inserimento. “Questo territorio  – rimarca Oliva – deve finalmente conoscere i benefici di un grosso progetto di riqualificazione sociale e urbana”.

Non sono chiacchiere che fioccano in tempo di elezioni. Qui non si parte da zero e non c’è solo natura da recuperare al turismo e alla qualità della vita. Una delibera del Consiglio Comunale ha istituito due anni fa il Museo Internazionale di Arte Contemporanea Euro-Mediterraneo (MIACE), ospitato nell’Auditorium e nei laboratori del nuovo complesso religioso di Santa Maria del Mare, messo gratuitamente a disposizione, comprese le spese di gestione (luce, acqua, gas e pulizie), dal Parroco Padre Antonio Palazzo. Laboratori tematici, gestiti attraverso le competenze dei dieci componenti di un Comitato scientifico formato da esperti di conclamata reputazione, e dalle Associazioni culturali del territorio. Tutti incarichi a titolo gratuito, nessuna spesa a carico dell’Amministrazione comunale. Lo dirige l’architetto Alessandro Ciambrone, il MIACE ha già superato i confini nazionali. “Non si parte da zero, a Castel Volturno, nemmeno nello sport – aggiunge il presidente del Consiglio comunale Oliva -. A parte dal centro sportivo del Calcio Napoli, possiamo annoverare anche la vicenda ormai nota del TamTam Basket, diventato un emblema nazionale”. Oliva allude ad una squadra giovanile di basket divenuta un esempio di come lo sport possa innescare un meccanismo di inclusione e riscatto. “Ma i ragazzi, pur nati e cresciuti in Italia – spiega ancora Oliva – sono considerati stranieri. Lo Ius soli era bloccato, e tale rimarrà per parecchio tempo, in Parlamento. Pertanto i ragazzi non potevano iscriversi ai campionati italiani”.

Così fino a quando il ministro per lo Sport del governo Gentiloni, Luca Lotti, poco prima di Natale 2017, annunciò che nella Legge di Bilancio il governo avrebbe inserito una norma (poi ribattezzata “TamTam”) che proprio dal settembre scorso consente a tutti i figli di stranieri, capaci di dimostrare la frequenza scolastica nella scuola italiana, di praticare qualsiasi tipo di sport senza alcuna limitazione. Una norma che riguarda ben cinquecentomila ragazzi in tutta Italia. Alla storia a lieto fine è stato dedicato anche un libro fotografico, intitolato “Born in Italy”, di Carmen Sigillo. Un anno e mezzo di fotografie, per raccontare la voglia di fare sport, di vivere dei ragazzi della TamTam Basket. Ed anche l’affermazione del diritto di competere nei campionati giovanili, contro leggi anacronistiche che non permettevano di avere più di due stranieri in rosa.

LETTERA APERTA / LE DUE NAPOLI ORA SONO (ALMENO) TRE – Dialogo a distanza con Antonio Napoli

Claudio D’Aquino

Le riflessioni di Antonio Napoli si confermano sempre lucidissime e stimolanti, siano esse affidate alle colonne del Corriere del Mezzogiorno o alla testata online Il Sussidiario. In particolare quando riguardano la sua città d’origine, che è la mia, mentre quella di adozione è ormai da anni vive Milano. Siamo entrambi partenopei di Fuorigrotta, in quel quartiere abbiamo speso l’adolescenza e ci siamo conosciuti.

A Napoli essere del Vomero o di Chiaia o del Vasto o, appunto, di Fuorigrotta, fa la differenza. Differenza di sfumature, intendiamoci. Anzi, di prospettive. Il quartiere di Fuorigrotta, nato in realtà nel ventennio sotto la spinta della costruzione della Mostra delle Terre d’Oltremare, è separato dal resto della città da un doppio tunnel, che anche fisicamente sanciscono un legame di “cordone” e, insieme, una certa distanza. Insomma è un po’ come guardare la città “vera” – il fazzoletto di territorio corrispondente al centro antico che si estende – dall’alto di una balconata di teatro.

L’ultimo articolo di Antonio parla di Noemi, la bimba ferita a Napoli da un killer della camorra. Il titolo non rende del tutto giustizia all’articolo perché indugia su un aspetto che non risponde del tutto allo spirito con cui la città ha reagito al ferimento di Noemi, la bimba che versa in condizioni critiche all’Ospedale Santobono. “Gomorra ha successo, le manifestazioni anticamorra no”, si legge sul Sussidiario, che poi aggiunge un sommario ancora più caustico: “Napoli è ritornata in prima pagina con il suo volto peggiore, la violenza criminale consumata senza riguardo per gli innocenti”.

Il racconto della realtà è il fondamentale obiettivo del giornalismo, ne è quasi la ragion d’essere. Ma il racconto è proprio lo spazio di intersezione che lega il giornalismo a un altro genere di scrittura, la narrazione letteraria con i suoi topoi e le sue enfasi, e persino i suoi tic. Leggere Napoli come un prolungamento della sceneggiatura di Gomorra? Ci può stare, scontando però una certa parzialità e un certo limite della visuale. Perché tutto può essere adoperato nel tentativo di raccontare Napoli, tranne che la divisione manichea in buoni e cattivi, i borghesi illuminati e il popolo, gli intellettuali nipoti della Repubblica partenopea e i lazzari di oggi, che da guappi si sono trasformati in criminali senza scrupoli.

Mettere il dito nella piaga è cosa buona e giusta, l’indignazione dinanzi a fatti così gravi non è mai troppa. Ma c’è anche un’altra realtà da raccontare, un’altra verità da testimoniare…

Lo espresse bene Caravaggio, ed è ragione della sua grandezza e attualità, che preferì descriverla coi chiaroscuri. “Si può discutere all’infinito – scrive Antonio Napoli – se la Napoli che racconta Gomorra esista davvero sia una finzione che danneggia l’immagine della città…”. Né l’una né l’altra, caro Antonio. Una terza Napoli si è manifestata proprio per effetto del ferimento di Noemi e sembra pronta a scendere in campo.

Una terza Napoli formata non solo dai pochi o molti che hanno preso parte alle manifestazioni che hanno fatto seguito all’episodio cruento, all’insegna di “Prima le persone” e di “DisarmiAmo Napoli”, quasi dei flash mob. C’è anche un ampio moto di sdegno di una maggioranza, oramai non tanto silenziosa, che ha percepito la differenza, ha compreso che in piazza Nazionale non è avvenuto un agguato “qualunque”, non di un episodio di ordinaria brutalità si è trattato per cui, proprio dal fondo suppurato di una comunità avvezza a convivere con abuso e sopruso, è sorto un sommovimento emotivo, una reazione diffusa al graffio avvertito nella carne, uno scatto degli umori che segnala lo scoccare una scintilla etica e dei costumi. E questa scintilla ha un nome e cognome: Antonio Piccirillo.

Chi è? Non un pentito della camorra che si dissocia come tanti. E nemmeno una persona che prende le distanze dal clan di appartenenza scegliendo di fare una vita appartata, come Nunzio Giugliano, ucciso nel 2005. Antonio Piccirillo ha fatto outing rispetto alle scelte del padre pubblicamente. Si è spogliato dei panni di famiglia proprio in piazza, come Francesco d’Assisi. E senza esitare ha gridato in piazza – poche o molte che fossero le persone presenti al sit-in – il più netto ed inequivocabile degli slogan: “La camorra è una montagna di merda”. Ha ventitrè anni, Antonio, ed è già una icona della “terza Napoli”. E soggiunge al cronista Fulvio Bufi che lo intervista: “Chi fa soffrire i propri figli condannandoli a una vita di sofferenze non serve a niente, nemmeno come genitore”.

Racconta che fa volontariato con Pietro Ioia, Antonio Piccirillo. Che per lui ha svolto evidentemente il ruolo di “testimone soccorrevole”, diventando la guida o il maestro che non ha mai avuto. Ioia è un ex narcotrafficante – spiega Bufi – che dopo aver scontato vent’anni di carcere fa fondato un’associazione che aiuta i ragazzi provenienti da famiglie disagiate a inserirsi nel mondo del lavoro. “Lui mi ha dato la spinta – afferma Piccirillo – a tirare fuori quello che ho dentro… Essere figlio di un camorrista significa non vivere bene, e io sono stanco di non vivere bene…

La terza Napoli è quella che si ottiene dalla intersezione di due insiemi, i borghesi e i lazzari che, come dice Raffaele La Capria, a Napoli si guardano in cagnesco e si tengono a debita distanza, temendosi l’un l’altro, fin dalle tragiche vicende della Repubblica partenopea. E’ la Napoli che sui social ha fatto rimbalzare la preghiera – laica o cattolica poco importa – affinché sia possibile che la vita della piccola Noemi non si spezzi. Una invocazione rimbalzata da profilo a profilo in Facebook quasi come una voce che passa di balcone in balcone, da vicolo a vicolo, come nella città immaginata da Domenico Rea. Che era scrittore e giornalista senza confondere mai i piani. E a proposito di articoli su Napoli ebbe a scrivere:

“Per noi resta il fatto che ovunque troviamo quattro righe su Napoli, prostituzione, furto, arrangiamento e compromesso sono i punti di forza. Ma il sentimento tragico della vita, spogliato e nudo, che qui regna su tutto, come la violenza di vivere almeno una volta, perché una volta si vive, rimangono forze oscure. La brama di vivere, che ossessiona questa gente di fondo pagano, oppressa dalla miseria, ha fatto sembrare il napoletano un uomo incontinente… il napoletano non insiste nel male, perché il suo ideale è un mondo semplice e buono che raramente riesce a realizzare. E’ un essere umano che nelle più violente furie conserva, più che un filo di ragione, un’illuminazione di bene”.

Ps: Intanto si apprende che “Noemi respira meglio” grazie a un lieve miglioramento del polmone sinistro. Rimossi i coaguli di sangue dai bronchi, i medici sperano di poterla estubare il prima possibile. La nota Ansa ha un punto attacco molto “vero”: La città prega per Noemi, si riaccende la speranza…

SUD PROTAGONISTA / PARLA LOREDANA GARGIULO – Ecco perché ho lasciato il Pd per aderire al movimento di Salvatore Ronghi

Loredana Gargiulo, 44 anni e tre figli, avvocato civilista, di Ercolano, è uno degli ultimi tasselli giunti a comporre il mosaico territoriale del movimento “Sud Protagonista”, che ha in Salvatore Ronghi l’artefice e motore propulsivo. Dov’è la notizia? La notizia sta nel fatto che Salvatore Ronghi è un politico di lunga esperienza, origini missine, prima sindacalista Cisnal e poi Ugl, ex An ed Mpa, già vicepresidente del consiglio regionale campano. La Gargiulo invece, famiglia democristiana, competente e grintosa, proviene dal Pd ercolanese, di cui è stata dirigente. Ma poi ha lasciato il partito di Martina e ha aderito di recente a “Sud Protagonista”, in cui ricopre l’incarico di coordinatrice dei Comuni dell’Area Vesuviana.

Avvocato, non le sembra un po’ un pasticcio? Lei di sinistra con Ronghi che ha invece una lunga militanza nel segno della Destra?

Nient’affatto. Mi sento invece In piena sintonia con il segretario federale Ronghi e con il programma del movimento che ha come primo obiettivo valorizzare il Sud e le immense risorse che lo caratterizzano.

Con quali politiche?

E’ necessario creare e tutelare occupazione, preservare l’ambiente, creare infrastrutture e puntare sulla formazione dei giovani come fulcro sul quale far ruotare un Paese migliore, più a misura di cittadino. In cui meritocrazia, trasparenza operativa, rispetto per la legalità non siano continuamente attentate da costumi corrotti, collusioni e mala politica.

Detta così sembra un colpo di fioretto al suo partito d’origine. Come sono i rapporti con il PD? Qual è il problema più critico ad Ercolano, a suo avviso?

Stiamo affrontando come movimento con grande attenzione la questione della messa in sicurezza degli alvei, con conseguente bonifica delle aree interessate dallo sversamento illecito dei rifiuti. Mi auguro che l’amministrazione comunale collabori attivamente con il movimento per l’ottimizzazione dei risultati prefissati. Io credo nelle potenzialità incommensurabili del territorio vesuviano.

Veniamo alla visione del Mezzogiorno e del meridionalismo che propugnate. Di recente un autorevole commentatore del Mattino, Massimo Adinolfi, ha tenuto a distinguere, come si dice,“il bambino dall’acqua sporca”. Il bambino da salvare è il Mezzogiorno. L’acqua sporca è la retorica passatista del Sud piagnone, vittimista, lazzarone. In una parola: neo borbonico…

Io penso che questo sia un modo un po’ specioso di affrontare la questione meridionale oggi. Mi spiego. Intanto l’acqua sporca del Sud penso sia la stessa in cui stagna l’Italia. E’ il Paese d’Europa che ha il divario più profondo e grave, misurabile in diversi punti decimali, tra il benessere e la povertà che hanno una specifica localizzazione geografica. Permane in Italia un gap che altre nazioni europee non hanno o hanno colmato nel giorno di pochi anni, come la Germania che ha inglobato con successo l’ex Ddr, dimostrando che fare coesione è possibile. Nascondere la polvere sotto il tappeto, magari sostenendo che i colpevoli sono i meridionali incapaci e vittimisti, è un espediente che lascia il tempo che trova.

Perché in Italia non si è riusciti a colmare quel gap in 150 anni?

Per tanti motivi, ma io credo principalmente perché le politiche di sviluppo per il Sud, specie negli ultimi decenni, sono state fallimentari perché indirizzate anzitutto all’assistenzialismo. Tale scelta di fatto ha alimentato il clientelismo, perché il disagio economico e sociale del territorio sembra condizione ideale per “incassare un dividendo” in termini di risultato elettorale, e poi gestire il consenso. Insomma il Sud arretrato fa comodo.

L’economia al Nord ha sempre tirato mentre il Mezzogiorno, viceversa, nella migliore delle ipotesi, si è fatto trainare con politiche di intervento straordinario. E’ d’accordo con questa lettura?

L’esigenza di rendere più omogeneo il Paese collocando il Mezzogiorno sui binari dello sviluppo industriale è stata percepita fino all’inizio degli anni Novanta. Questo percorso poi si è interrotto, proprio mentre la competizione dell’economia globale mandava in crisi il modello dei distretti industriali del Nord. E’ apparsa la questione settentrionale, cioè si è pensato, illusoriamente, che fosse necessario rimettere in corsa il Nord per avere un rilancio del made in Italy e del sistema Paese.

L’idea che il Mezzogiorno ne avrebbe avuto un beneficio indiretto agganciando il treno della ripresa italiana non ha funzionato. Perché?

Evidentemente è stata una lettura scellerata di un passaggio cruciale come la nascita dell’economia globale. Oggi siamo a un tasso di disoccupazione meridionale triplo rispetto a quello del nord, ma l’Italia nel suo insieme non cresce come altri Paesi europei. L’abbandono del Sud ha fatto esplodere la questione demografica, cioè la caduta del numero delle nascite e l’esodo massiccio delle nostre migliori risorse intellettuali.

A che serve un movimento sudista, chiuso nel recinto di un territorio esiguo, con la testa rivolta al passato? Che contributo può dare al dibattito e all’agenda politica?

Nel manifesto del Sud Protagonista c’è un forte appello al “popolo del Sud, con il suo talento, le sue eccellenze, la sua dignità”. Deve crescere la consapevolezza che il Mezzogiorno non è un’area residuale d’Europa, ma il vero territorio di connessione dello spazio euro-mediterraneo, che è poi una leva per proiettare l’Europa verso i mercati del futuro.

Lei dice che uno dei motivi principali della crisi dell’Unione europea, sta nella decisione della Germania di puntare, assorbendo i Paesi dell’ex blocco comunista, alla riedificazione del mercato europeo tradizionale?

Sì, quello che via terra teneva insieme il cuore asburgico all’Ungheria e agli altri Paesi dell’Est dell’area balcanica. Questo è il disegno di un’Europa piccola e chiusa nel suo recinto tradizionale. Questa opzione oggi mostra tutti i suoi limiti, proprio mentre le potenze del mondo, in particolare la Cina con le famose Vie della Seta, puntano al Mediterraneo come al mare di un nuovo impetuoso sviluppo.

E perché a suo avviso in Italia questo scenario viene sottovalutato?

Perché abbiamo avuto per due decenni governi a trazione leghista e, dopo i governi di sinistra, un ritorno alla guida del Paese della forza politica che più interpreta il distacco con l’orizzonte mediterraneo, visto come mare che porta nei nostri confini solo conflitti stridenti e non opportunità.

Ma il dinanzi a questi scenari sembra più un vaso di coccio tra vasi di ferro?

Il Mezzogiorno è la macroregione storicamente più consolidata d’Italia. Come tale si è strutturata fin dai tempi di Federico di Svevia. Oggi dovrebbe riproporsi in questa chiave e non come somma di regioni troppo piccole se vuole, appunto, tornare ad essere protagonista della storia

Che cosa impedisce questa presa di coscienza?

La qualità di una classe politica che guarda sempre e solo alle prossime elezioni invece che alle prossime generazioni. I governi Renzi e Gentiloni hanno provato a fare qualcosa di strutturale, con il tentativo del Master Plan e con le zone franche. Ma il Pd ha pagato l’insanabile divisione interna,che ha visto ferocemente contrapposti i presidenti delle due regioni più importanti del Mezzogiorno: la Campania di De Luca da una parte, la Puglia di Emiliano dall’altra.

Ed oggi, dopo il voto del 4 marzo?

Oggi il Sud non può “rincorrere” il voto di protesta ed affidarsi ad una classe politica “populista” e demagogica, capace soltanto di cavalcare il malessere sociale senza dare risposte vere e concrete. La luna di miele con il Governo lega-stellato è già finita. Il voto europeo dividerà quello che il contratto di governo ha unito a tavolino. E il Mezzogiorno sarà tanto più centrale per i nuovi assetti istituzionali in Italia e in Europa.

NATALE IN CASA DEMA SENZA LUCE (Bassolino insegna tu…)
La notizia è sui giornali. E in clamore consegue solo alla rottura del crociato di Ghoulam, terzino sinistro del Napoli, durante la recente partita con il Manchester City. E riguarda Antonio Bassolino, ex sindaco ed ex governatore, che ha detto “Batti il Cinque” al cittadino numero 1 di Napoli, Luigi De Magistris. In effetti l’ex sindaco e governatore si è appena – come dire? – “svincolato” dalla sua squadra d’origine, il Partito democratico. E già questo bastava a fare un certo effetto. Invece pochi giorni dopo ecco che i due ex contendenti a distanza arrivare agli incontri ravvicinati di un certo tipo. Prove di dialogo, un piccolo miracolo, che è successo?
MIRACOLO A SAN GIACOMO
Succede che da oggi in poi può accadere di tutto. In effetti Antonio Bassolino ha lasciato il partito democratico per veleggiare verso Mdp. E cioè l’aggregazione di sinistra alla quale vorrebbe iscriversi anche DeMa per conquistare qualche posto in Parlamento. Ecco quindi perché sono cambiati i toni: «Se Bassolino dovesse passare dalla critica a un atteggiamento più dialogante nei confronti dell’amministrazione non potremmo che esserne contenti», cinguetta de Magistris. Può accadere anche che il DeMa abbia trovato sulla sua strada un insolito advisor. Anzi di più: un personal trainer. Anzi di più: un maestro.
E’ noto che negli ultimi tempi, un po’ per celia e un po’ sul serio, Bassolino aveva mandato segnali critici, anche ironici, ma di tipo distensivo. Della serie: se ci fosse un sindaco a Napoli, si occuperebbe di questo e di quello. Ora che l’intesa con De Magistris sembra profilarsi, potrebbe anche dargli qualche lezione su “come si fa”. Un po’ di formazione da primo cittadino…
 
FIAT LUX
Gli argomenti su cui cimentarsi non mancano. Si va dalle buche nel manto stradale all’Anm sull’orlo del baratro. Un consiglio al mastro per rimettere in careggiata l’allievo? Comici dalle piccole cose, anche minute. Non forzi troppo la mano…
Un esempio? Mancano poche settimane a Natale. A Napoli, che pure ha avuto un afflusso turistico negli ultimi anni molto vicino al boom, devono averlo dimenticato. Si sono un po’ distratti, anche in tema di luminarie?  Evidentemente sì, stando a quanto dichiara Pasquale Russo (Confrcommercio): “Mentre altrove la programmazione riesce a trasformare l’evento natalizio in un attrattore turistico del valore di centinaia di migliaia di euro, a Napoli non si è riusciti ad ottenere l’ok a un progetto di collaborazione che avrebbe consentito, attraverso anche un bando, di illuminare non solo le vie più centrali della città ma anche tutti i borghi e le arterie secondarie, che rappresentano un grande giacimento per il commercio”. Non sono serviti a nulla i numerosi appelli alla collaborazione. “Lo stesso assessore al commercio Ciro Borriello – incalza Russo – aveva accolto nelle scorse settimane le nostre istanze anche per valutare il bando che avrebbe consentito ad importanti sponsor di investire in città. Dopodiché è calato un silenzio assordante e significativo: evidentemente il commercio e le festività natalizie per il Comune non rappresentano una priorità.
Qui ci vuole Bassolino, avvertitelo. Lui che di eventi in città ne sa qualcosa. Il Natale in casa DeMa non sarà “con tutti i sentimenti”, se il rischio di Napoli al buio è concreto come sembra. L’allarme è stato lanciato dalla Confcommercio, ma dello stesso avviso sono anche Consorzio Borgo Orefici e Federazioni orafi campani e i rappresentanti dei centri commerciali naturali di corso Umberto, Toledo Centro, Toledo Spirito Santo, Museo, Borsa, Chiaja.

LE ALI CHE IL MEZZOGIORNO SI SPEZZA DA SOLO

“Finalmente ora, a cose fatte, si avverte quale significato può avere l’esito del voto in Lombardia e in Veneto, e come sia stato sottovalutato negli ambienti anche più avvertiti della politica italiana, a cominciare dal Pd”. E’ questo l’incipit di un commento che Biagio de Giovanni ha affilato alle colonne del Mattino del 24 ottobre (“Se la destra rimette la politica al centro”). E via così. Il filosofo, ex eurodeputato del Pci, lamenta in sostanza che è stato lasciato un rilevante spazio vuoto e in politica quando questo accade c’è sempre qualcuno che, prima o poi, va a occuparlo. E così han fatto Maroni e Zaia. Come dargli torto?

Tuttavia più grave, molto più grave, a me pare l’azione che “gli ambienti più avvertiti della politica, a cominciare dal Pd” compiono a favore della costruzione di quel vuoto. Lo stesso De Giovanni, c’è da scommettere, due mesi fa non avrebbe speso un rigo sulla vicenda perché l’intellighenzia di sinistra è da sempre refrattaria a prendere in seria considerazione le spinte che vengono dal basso. Per formazione crociana, sono molto più propensi a considerare le spinte che vengono dall’alto, dalle elites ben formate ed educate, se non dal mondo dello spirito o dall’iperuranio. E’ questa una caratteristica distintiva della sinistra meridionale, illuminista e illuminato, che sogna il ritorno del primato della politica, che sorvola con ali pindariche dispiegate il popolo basso, vomitandogli addosso il sarcasmo.

La cartina al tornasole c’è. Esponenti di lungo corso di questa tipologia hanno trascurato il tema del referendum di Maroni e Zaia, considerandolo poco più che un diversivo, non altrettanto han fatto con la Giornata della Memoria voluta dal Consiglio regionale pugliese nell’estate scorsa. Non c’è partita. La decisione di ricordare ogni 13 febbraio l’uccisione di civili, da parte dell’esercito italiano, negli anni della repressione del brigantaggio, ha registrato una reazione inversamente proporzionale al tentativo di fuga autonomistica di Maroni e Zaia.

Perché? Perché anche solo il ricordo di una vicenda che risale a 156 anni fa e non è ancora capace di innestare un progetto politico, ha destato scalpore molto più di una che, agganciandosi al caso Catalogna, bene o male riguarda il presente ed il futuro dell’Europa. Ancora. Perché al Nord sono tutti uniti nella lotta, sindaci leghisti e del Pd, mentre nel Sud se appena appena si parla del “passato borbonico” si assiste a una isterica corsa a smarcarsi ed è tutto un prendere le distanze delle anime belle della sinistra accademica?

SINDROME DI STOCCOLMA

Qualcuno dice: vai alla voce “sindrome di Stoccolma”, ossia quella particolare condizione psicologica che porta la “vittima” a manifestare sentimenti positivi (gratitudine o addirittura innamoramento) verso il proprio “carnefice”.Forse è esagerato, ma certo la corale reprimenda contro “il mito di un Sud impoverito dalla annessione piemontese”, lo spregio verso le“ossessioni vittimiste dei piagnoni meridionali”, la disapprovazione per chi “sogna un passato che non può più tornare”, sono un segnale di un orientamento quanto meno opinabile, che fa tutt’uno con la pretesa che la nascita della nazione italiana debba essere preceduta dalla rescissione delle radici storiche del Meridione. E mentre qui al Sud, uomini del Sud, tendono a negare alle genti del Mezzogiornol’orgoglio di sentirsi “popolo”, e continuano a ridurre il Sud al rango di espressione geografica conficcata nella morchia del familismo amorale, è dal Nord che viene un’altra lezione di civismo, coi tanti milioni di lombardo-veneti – sindaci del Pd in testa – andati a votare per spezzare i vincoli con il resto del Paese, almeno dal punto di vista fiscale (per ora).

Si calpesta il “genio” di un popolo intero e proprio dal popolo che subisce l’ignominia viene il rigetto. Si traduce anche con il rubricare come stucchevole ogni cosa che, oltre a sapere di borbonico, sa di napoletano sanguigno. Si dimentica che proprio là dove c’è l’anima più popolare, c’è il meglio: il pentagramma dei sensi – la musica, la cucina, la vista dei panorami – e un dialetto/lingua (estremo retaggio identitario), tanta roba che attrae i turisti da tutto il mondo non meno che panorami e monumenti. I quali, diciamo pure, sono simili dappertutto, da Firenze a San Pietroburgo, ma se qui, a Napoli, acquisiscono il crisma della unicità, è perché è unico quel popolo e la musica, la cucina, il dialetto, entro cui l’immagine di Napoli trova sempre nuovo smalto.

Per questo è risibile ogni tentativo di sminuire questo fenomeno. E persino dannoso, perché lo“smarrimento del valore” è una componente patogena della questione meridionale. Il vero male oscuro del Sud è aver smarrito la propria autentica vocazione, l’immagine coerente della sua esistenza, l’idea plausibile del ruolo da svolgere nel mondo di oggi e di domani. Risorse e incentivi, quand’anche profusi con generosità, non possono surrogare il bisogno di una ragione per cui vivere, di una corrente spirituale che colga i miti fondativi di un popolo, anche quelli che la ragione non conosce o disconosce. Siamo figli dei Borbone non meno che di Genovesi e di Eleonora Pimentel Fonseca. Siamo figli della filosofia, non meno che della mistica e della superstizione.

IL BACIO ALLA TECA

Si è parlato molto del bacio alla teca del sangue di San Gennaro e di Luigi Di Maio usurpatore di una saga che non gli appartiene. Giova ricordare l’analogo episodio che vide protagonista Antonio Bassolino. Gesti esemplari che, come tanti, non si riescono a capire e a condividere, come quello che lo vide sulla scala dei pompieri rendere omaggio alla Immacolata, in cima all’obelisco di piazza del Gesù. Fu invece proprio grazie a tali segnali che il Rinascimento napoletano divenne un fenomeno corale, non chiuso nei circuiti della Napoli dei salotti, ma fermento che legittimò, assieme all’apertura per l’arte contemporanea, il rispetto dei miti e dei riti arcaici. Una legittimazione senza la quale non avrebbe lasciato alcun segno e alcun rimpianto in una città che da sempre si fa governare solo da chi non pretende solo di amministrarla.

Frattamaggiore – Al via il restyling cittadino. Saranno interessate 30 strade

Una vera e propria “grande opera” quella che riguarderà la città di Frattamaggiore per i prossimi mesi. Il Sindaco Marco Antonio Del Prete e la sua amministrazione hanno scelto infatti di provvedere ad uno dei problemi atavici, non solo della città ma dell’intero hinterland: le scarse condizioni del manto stradale.

Un intervento che darà un’immagine del tutto nuova alla cittadina a nord di Napoli. Erano diversi anni infatti che non si dava vita ad un provvedimento simile. Non si tratta infatti del solito rappezzo di asfalto, ma di un rifacimento generale che riguarderà circa trenta strade cittadine. I lavori sono cominciati nella giornata di giovedì 16 marzo e dovrebbero concludersi prima dell’inverno.

Numeri davvero rilevanti che danno l’idea di quanto sia importante quest’opera per la città. Per non creare problemi alla circolazione si procederà per step. Giovedì si è aperto il cantiere di via Francesco Antonio Giordano dove, per la prima volta, saranno rifatti alcuni marciapiedi. Basti pensare infatti che, quelli che ci sono ora, risalgono ancora all’originario progetto dell’Ina Casa.

 “Questa Amministrazione, con una seria programmazione, ha scelto la politica del fare – commenta il Sindaco Marco Antonio Del Prete. Come promesso, sono partiti  oggi i lavori di rifacimento del manto stradale di quasi tutte le nostre strade con la contestuale sistemazione dei marciapiedi. Abbiamo pensato ad un intervento così ampio perché era ormai da troppo tempo che i nostri cittadini ce lo chiedevano. Migliorare la viabilità dei nostri territori significa anche assicurare una buona e soddisfacente vivibilità”.

SVEGLIA SUD / SORPRESA (MA NON TANTO): Il Mezzogiorno svolta con l’agricoltura 2.0

Lo dice il Corriere della Sera (Michelangelo Borrillo): Lo attesta Il Sole 24 ore (Vera Viola). Lo conferma il Mattino (Luciano Pignataro). Si aggiungono Avvenire (Alessia Guerrini) e MF (Antonio Giordano). Sì, ma che cosa? Come che cosa? Al Sud la ripresa (sì, proprio “ripresa”…) è trainata dalle performance del 2015 dell’agricoltura (già, l’agricoltura…), che contribuisce con un più 3,8% al segno positivo del Pil nazionale (0,9%).

 RECORD

I numeri del settore primario meridionale sono da record. La crescita riguarda sia gli investimenti che l’export dei prodotti “terroni”. E si traduce in un fatturato che raggiunge il record di 36 miliardi di euro, l’occupazione giovanile che sale al 12,9% in più rispetto alla media, ventimila nuove imprese, mezzo milione di posti di lavoro.

I dati che sembrano assegnare al 2015 il ruolo di “anno della svolta” per il rilancio del  Mezzogiorno, presenti un uno studio Ismea – Svimez proposto il 21 febbraio a Montecitorio, confermano una tendenza che l’associazione presieduta da Adriano Giannola, in realtà, aveva già evidenziato mesi addietro col Rapporto 2016 sull’economia del Mezzogiorno (10 novembre 2016).

DRIVER

La bella sorpresa, ribadita dall’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, è che l’agricoltura ha assunto il compito di driver dello sviluppo nel Mezzogiorno. E non si tratta del lavoro rurale di vanga e di zappa che abbiamo conosciuto fino al miracolo economico, quando il rapporto tra settore primario e secondario si ribalto a favore dell’industria. I comparti che oggi fungono da locomotori sono il biologico, l’agriturismo, la IV gamma (la frutta, la verdura e, in generale, gli ortaggi freschi confezionati e pronti per il consumo).

Già mesi orsono Svimez segnalava che la terra elettiva della produzione biologica è il Sud, dove il comparto si afferma sia in termini di operatori (29.250 contro il 26mila del Centro-Nord nel 2014) che di superfici (861mila ettari al Sud rispetto ai 455mila del Centro-Nord nel 2013). Nel Mezzogiorno negli ultimi anni sono cresciute le attività agrituristiche e i servizi connessi (fattorie didattiche, sociali, ecc).

 LA STRADA

La direzione è giusta, anche se resta ancora molta strada da fare. Soprattutto in termini di sviluppo delle industrie di trasformazione, esportatori e piattaforme di distribuzione; a causa di un tasso di organizzazione della produzione in filiere e forme associative è modesto: su 15 AOP (associazioni di organizzazioni di produttori) presenti in Italia, solo 2 sono al Sud).

Ancora: al Sud sono registrati soltanto il 33% dei prodotti DOP e IGP e soltanto il 18% delle aziende agrituristiche (dati 2013. E tuttavia alcune aree con performance particolarmente vivaci andrebbero poste sotto osservazione, diceva Svimez, come ad esempio la Piana del Sele, divenuto una sorta di spontaneo distretto agroindustriale, poco conosciuto e poco studiato, che dà un contributo importante a una regione Campania che risulta oggi il secondo polo in Italia per la produzione di prodotti di IV gamma (25% delle aziende nazionali) dopo la Lombardia.

Claudio D’Aquino

CHE SUD CHE FA / VESCOVI A NAPOLI – Tra diagnosi e terapie, il confronto prosegue…
  1. ANALISI
    ITALIA, il Paese del grande divario

“Se l’Europa ha sostanzialmente fallito il suo programma di “coesione economica”, l’Italia è il più evidente simbolo di questo fallimento”. Sono le parole con cui Pietro Sacco conclude la sua radiografia del divide interno sulle colonne di Avvenire (10 febbraio 2017, pag 5). Dove si legge che non c’è Paese in Europa (e forse al modo) più diviso al suo interno dell’Italia.

Qui il Nord sta alla pari con il cuore dell’Europa ricca. Il Pil del Mezzogiorno può competere con i Paesi dell’Est e la Grecia. Con la differenza, però, che in nessuno dei Paesi dell’ex blocco sovietico né in Grecia, di cui si conosce il livello di criticità, esiste un divario così profondo tra regioni interne: “in nessun altro Paese europeo – afferma Riccò – convivono tante Regioni nelle prime due fasce di ricchezza (ben sei) e quasi altrettante (sette) nella fascia più povera. E’ come se nella stessa casa, nella stessa famiglia italiana, convivessero con lo stesso cognome e lo stesso sangue parenti abbastanza poveri al fianco di congiunti in condizione di evidente agiatezza. Lo si vede dai dati Eurostatcche suddivide le regioni dell’Unione in base al Pil pro capite a parità di potere d’acquisto. “La mappa dimostra – scrive Saccò – che l’Europa a due velocità immaginata da Angela Merkel c’è già ed è in Italia”. L’Eurostat suddivide le Regioni in sei gruppi in base al rapporto tra il loro Pil pro capite, calibrato in base al potere di acquisto, e quello medio dell’Unione europea. Ebbene ecco il quadro che ne emerge:

  • Europa ricca: Pil pro-capite superiore al 125% di quello medio europeo.
    • Italia dal Lazio in su, Germania,Danimarca, Svezia e (fuori dai confini politici dell’Ue ma dentro quelli stastici dell’Eurostat), Norvegia. Area trainata dal triangolo produttivo Lombardia-Baviera-BadenWurtemberg.
  • Europa povera: il Pil pro capite a parità di potere di acquisto è sotto il 75% della media europea.
    • Tutta la Grecia, tutto l’Est Europa, i Paesi baltici (con poche eccezioni), quasi tutto il Portogallo e anche gran parte della Spagna (tolte Catalogna, Paesi Baschi e Navarra).Il Sud Italia è tutto dentro questa vasta area di povertà.
  1. TERAPIAD’URGENZA
  • La Chiesa mette a disposizione terreni agricoli non coltivati per i giovani (e le Regioni finanziano lo start up delle nuove imprese). E a Napoli edifici sacri in affidamento a cooperative giovanili che li utilizzino per iniziative culturali o sociali
  • Invitalia compra da Poste la Banca del Mezzogiorno, operazione da 390 milioni di euro. Obiettivo: sostenere il credito alle imprese del Sud.
  1. TERAPIA A LUNGO TERMINE
    SUD, LA STRADA POSSIBILE

Ancora dall’Avvenire del 10 febbraio, ecco alcuni spunti riguardanti lo sviluppo del Sudindicati da Leonardo Becchetti:

  • Migliorare le infrastrutture fisiche e virtuali
  • Impedire immobilismi e fuga dalla responsabilità della burocrazia
  • Ridurre il peso della criminalità organizzata
  • Porre fine all’austerità contro la quale si è schierato anche il Fondo monetari internazionale
  • Assicurare premialità fiscale alle partite più urgenti, come
    • le aree economiche speciali
    • l’assunzione giovani qualificati
    • gli incentivi alle filiere ad alta qualità lavoro e sostenibilità ambientale.

(a cura di Claudio d’Aquino)

EDICOLA ENERGIA / BRUXELLES ACCELERA CON LE FONTI VERDI – Maxipacchetto per raggiungere in Europa la quota del 27% di rinnovabili entro il 2030

Due gli articoli che ieri 1° dicembre 2016 hanno parlato delle misure con cui la Commissione europea vuole accelerare sul tema delle fonti rinnovabili e del contenimento del riscaldamento globale. Il Messaggero a pagina 19 parla di maxipacchetto energia pulita, mille pagine di legislazione, per una “rivoluzione a base di energia “pulita” in grado di generare investimenti per 177 miliardi l’anno, creare oltre 900 mila posti di lavoro e dare una spinta alla crescita del PIL Ue dell’1%”.

Il titolo del documento è intrigante. Si intitola “Pacchetto d’inverno” varato ieri dalla Commissione Ue, oltre mille pagine di proposte normative volte a ridefinire il mercato elettrico, le bollette, le rinnovabili, il ruolo dei consumatori e alzare al 30% l’obiettivo dell’efficienza energetica.

Sullo stesso argomento si produce il Sole 24 ore. “La Commissione europea ha presentato ieri a Bruxelles – si legge in un articola a pagina 33 – una serie di ambiziose misure per permettere all’Unione di raggiungere gli obiettivi climatici su cui si è impegnata a livello europeo nel 2014 e poi a livello internazionale l’anno scorso.

Tra le altre cose, l’esecutivo comunitario ha deciso di:

  • aumentare dal 27 al 30% il tasso di miglioramento dell’efficienza energetica da qui al 2030.
  • accelerare il tasso di rinnovamento degli edifici, modificando l’attuale direttiva, una scelta che dovrebbe contribuire alla nascita di un nuovo mercato, tutto dedicato tendenzialmente alle piccole e medie imprese, del valore di 80-120 miliardi di euro entro il 2030.
  • si propone anche di allungare la lista dei prodotti che devono rispettare i criteri Ecodesign.
  • sul fronte delle energie rinnovabili, la Commissione europea intende facilitare il raggiungimento dell’obiettivo europeo: entro il 2030, il 27% della bolletta elettrica dovrà dipendere dalle fonti ecologiche. Bruxelles propone di:
    • promuovere i mercati all’ingrosso;
    • facilitare l’uso delle rinnovabili nel riscaldamento degli edifici;
    • incoraggiare queste fonti di energia nei trasporti.

EDICOLA ENERGIA / CONSIGLIO ESTERI DELLA UE: CLIMA, AMBIENTE; ACQUA E CIBO – ecco i caposaldi dello sviluppo euro-mediterraneo

L’Unione europea deve assicurare la coerenza delle politiche comunitarie coniugando la politica estera con quella energetica. E’ l’appello lanciato ieri a Bruxelles dal Consiglio Esteri, che all’energia ha dedicato una specifica dichiarazione conclusiva.

Il Consiglio – presente per l’Italia il vice-ministro Mario Giro – ha insistito innanzitutto sulla necessità di “rafforzare il legame tra sviluppo, energia, clima, ambiente, acqua e cibo” e dichiarato la volontà dell’Unione di sostenere i Paesi vicini nei loro sforzi per la transizione energetica. La cooperazione, in particolare, dovrebbe essere focalizzata sulla diffusione dell’accesso all’energia, la crescita dell’efficienza e delle rinnovabili e la lotta ai cambiamenti climatici.
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Di particolare interesse in vista dell’assemblea dell’associazione dei regolatori energetici del Mediterraneo (MedReg) e della conferenza ministeriale Energia dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), in programma a Roma rispettivamente oggi 30 novembre e domani 1° dicembre.
Nella dichiarazione conclusiva (secondo quanto riferisce QE – Quotidiano Energia), i ministri degli Esteri dei 28 hanno sottolineato i passaggi obbligati di una strategia tesa a “liberare il potenziale energetico dell’Africa in modo sostenibile e interconnettere l’Europa e l’Africa attraverso il Mediterraneo”.

Ecco cosa serve:

  • un ulteriore aumento della capacità di generazione
  • lo sviluppo di interconnessioni transfrontaliere attraverso l’Africa e tra l’Africa e la Ue
  • una maggiore efficienza energetica
  • il trasferimento di tecnologie
  • la diffusione di sistemi off-grid sostenibili e la riduzione del gap tra aree rurali e urbane nell’accesso all’elettricità.

EDICOLA MEZZOGIORNO / IL Sud cammina, il Nord corre, l’Italia unita fallisce – L’analisi di Sabini Cassese

Mentre il Sud cammina, il Nord corre. Dov’è la novità? E’ nuova la chiave di lettura che Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale e irpino di nascita, propone sul Foglio del 29 novembre. Per Cassese infatti il fallimento dell’Italia unita si deve al divario (e non al ritardo) che nel nostro Paese persiste, mentre Germania e Spagna lo hanno risolto recuperando rispettivamente a uno sviluppo più equilibrato i territori degli ex Lander dell’Est e l’Andalusia.

L’anno cruciale secondo Cassese è il 1992. Si ha la fine dell’intervento straordinario e la questione meridionale passa, come un testimone, nelle mani delle Regioni e dell’Unione europea. Lo Stato abdica a una delle sue principali funzioni, cioè tenere coesa la nazione, e la questione meridionale scivola fuori dall’agenda della politica italiana. “Contemporaneamente – aggiunge il giurista – vi sono stati una marginalizzazione della dirigenza politica di origine meridionale, la fine delle imprese pubbliche, il blocco del turn over nel pubblico impiego e quindi l’attenuazione della meridionalizzazione dello Stato”.

A quel punto le Regioni meridionali avrebbero potuto e dovuto prendere in mano le sorti del Mezzogiorno. Invece all’appuntamento si sono presentate con un carico di “malagestione, inerzia, ignavia, rassegnazione, sordità…”: Insomma è come se a un certo punto il Mezzogiorno si sia messo contro se stesso.

Il pezzo offre l’occasione per focalizzare quattro aspetti in cui si configura l’attuale questione meridionale.

  1. La contraddizione tra divario e ritardo

Il divario aumenta, anche se il ritardo diminuisce. Se il Mezzogiorno cammina, il Nord corre. E le distanze permangono.

  1. Nel Sud è più bassa la qualità delle istituzioni

Tutte le province meridionali sono caratterizzate da istituzioni deboli. Il pensiero meridionalista si è spesso soffermato sull’aspetto economico, ma nel Sud le istituzioni incidono sull’economia e non viceversa.

  1. Il fattore tempo penalizza il Sud e fa arretrare l’Italia

La Germania in trent’anni ha ridotto il suo divario interno. La Spagna ha fatto altrettanto con l’Andalusia. La concentrazione di risorse ha prodotto in altri Paesi risultati molto migliori.

  1. Cambiano i confini geografici della questione meridionale

Anzitutto ci sono aree del sud che hanno conosciuto un sensibile sviluppo, per cui si parla di sviluppo meridionale a macchia di leopardo. Alla questione meridionale poi si è aggiunta negli ultimi anni una questione romana, che ha reso la capitale più simile a Napoli che a Milano.

ENERGIA / LA SVIZZERA DICE NO ALLA CHIUSURA DELLE CENTRALI NUCLEARI – E Germania e Italia…

Chiusura delle centrali nucleari entro il 2029: la Svizzera ha detto No. Il Referendum promosso dai Verdi si è svolto ieri 27 novembre ed ha visto il voto contrario del 54,2% dei partecipanti: Il No si è imposto in 20 cantoni e lascia prevedere una uscita dal nucleare progressiva e non traumatica.

Ne parlano alcuni giornali italiani, in particolare il Messeggero, ma è sul Corriere della Sera che si trova la riflessione più articolata, un corsivo firmato da Stefano Agnoli (pag. 34). Ecco il suo commento: “Con il No i cittadini elvetici hanno dato fiducia a una visione meno estrema di quella presa dalla Germania, che dopo Fukushima ha optato per un phasing out entro il 2022”.

Viene spontaneo il paragone con l’Italia che nel 1987 ha fatto una scelta diversa, confermata nel 2011: chiudere subito le centrali nucleari. Facendo pagare – aggiunge Agnoli – il costo della bolletta alle generazioni future. Senza considerare che alcune centrali più antiche – come quella di Beznau, la più vecchia centrale nucleare al mondo (opera dal 1969) – distano poche centinaia di chilometri dal centro di Milano.

ITALIA: FRENANO GLI INCENTIVI, CALANO LE RINNOVABILI – OBIETTIVI COP21 A RISCHIO

Ampia e interessante l’inchiesta che Luca Pagni sullo stato dell’arte in Italia delle energie rinnovabili (Affari e Finanza, 21 novembre 2016, paggi 1+8/9). Efficace anche il titolo che sintetizza egregiamente una situazione: “L’energia tira il freno, ferme le rinnovabili, obiettivi CO2 a rischio…”.

Vediamo uno per uno i problemi che sono all’attenzione del ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda e che riguardano l’esigenza di avere una strategica energetica nazionale di lungo respiro.

IL FRENO

Le rinnovabili rallentano una crescita che in anni recenti è stata ragguardevole. “L’Italia ha toccato il suo apice nel settore green energy– si legge nell’incipit dell’ampio articolo – nel 2014 grazie all’apporto “storico” della quota di idroelettrico e alla crescita dell’eolico”. Ma da quell’anno si è ridotta la spinta di incentivi assegnati ai produttori di solare a partire dal 2009: un sostegno “che ha garantito per qualche anno rendimenti a doppia cifra”. Tra il 2014 e il 2015 le rinnovabili in Italia hanno toccato il loro punto più alto, ma a prezzo di una bolletta energetica per gli italiani che ha superato la media di 9 miliardi all’anno. Tre successivi interventi in materia, introdotti dai governi che hanno preceduto l’attuale, sono stati altrettanti colpi di freno.

LA PROPOSTA

Fino alla situazione di stallo di oggi, che vede la macchina delle rinnovabili procedere a folle. Con il rischio che, perduta la spinta, gli impegni assunti dall’Italia nell’ambito della Conferenza di Parigi (COP21) possano essere disattesi. Una ipotesi che gli operatori vorrebbero scongiurare invitando il governo a prendere in esame un piano di “repowering”, ossia il rinnovo tecnologico del parco impianti esistente. In altri termini l’idea è –spiega Luca Pagni – “sostituire i vecchi impianti utilizzando gli stessi siti senza sprecare ulteriore suolo”.

Altre soluzioni vengono dalla tecnologia delle emissioni zero o al servizio dell’efficienza energetica dalle auto elettriche alle pompe di calore per il riscaldamento delle abitazioni, fino alle piastre a induzione che sostituiscano i tradizionali fornelli a gas.

I DATI

L’inchiesta offre una serie nutrita di numeri e dati, che torna utile leggere come bullet point.

2009-2014

  •  9 miliardi l’anno è il costo della bolletta energetica degli italiani dovuto agli incentivi alle rinnovabili

2012-2015

  •  La fattura energetica nazionale passa da 64,9 miliardi a 35,8 miliardi

2012-2013

  • 67 mila i posti di lavoro diretti e 137 mila l’indotto creati dalla green energy in Italia

2014

  •  37,5% è la percentuale massima di energia prodotta da rinnovabili sul totale. La quota di copertura del fotovoltaico italiano giunge al 9% (media Ue 3,5%).

2015

  •  23,3% sono i terawattora di energia elettrica prodotta dagli impianti solari pari a 8,7% di tutta la produzione netta nazionale e 7,5% della domanda

2014

  •  1,57° è l’aumento medio della temperatura italiana rispetto alle medie 1961-1990

Entro il 2030

  •  38% è la quota di riduzione di CO2 assegnata all’Italia da Cop21 (accordo di Parigi)