Il titolo di oggi, non c’è dubbio alcuno, è questo: Gli occhi del mondo sono puntati su Ginevra. E’ qui che si sono incontrati il Segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov (71 anni). Obiettivo: trovare soluzioni sul dossier Ucraina, punto cruciale di un nuovo assetto strategico tra superpotenze in Europa e nel Mediterraneo. 

La tensione al confine tra Russia e Ucraina cresce, ma la diplomazia richiede tempi più lunghi (ma non lunghissimi), fatta com’è di successivi aggiustamenti, manovre di avvicinamento, dichiarazioni e intendimenti dichiarati che necessitano poi di essere limati e rifilati, passaggi obbligati che a volte somigliano a una serie di stop and go. Ma se Blinken e Lavrov accelerano sul dialogo, vuol dire che al momento la via diplomatica è opzione prioritaria. Ed è molto probabile che Ginevra consisterà solo in una tappa che prelude e prepara (se si troverà una quadra) a un incontro tra presidenti.

I NODI DEL CONTENDERE

In Ucraina soffia un vento gelido, c’è inquietudine crescente, incombe la sensazione che qualcosa di grave sta per succedere. “L’escalation della tensione è quotidiana… L’opzione di un attacco imminente – scrive Paolo Brera, inviato del Corriere della Sera a Kiev – è data come altamente probabile dagli americani e dagli inglesi… -mentre l’Europa ha ancora una certa fiducia nel dialogo”.

E i nodi del contendere richiamano, in un modo o in un altro, il ruolo che la NATO potrà ricoprire nei nuovi equilibri internazionali. Per i Russi il punto focale è ottenere l’impegno concreto che sia abbandonata l’ipotesi di un ingresso dell’Ucraina – come anche di Georgia e altri Stati che dopo il crollo dell’Urss guardano ad Ovest- nell’Alleanza atlantica. Ipotesi che considerano una premessa per l’allestimento di basi missilistiche alle porte della Federazione Russa. Posizione da cui a Mosca non è consentito recedere perché tale evoluzione metterebbe seriamente a rischio la loro sicurezza nazionale.

Diametralmente opposta la posizione della stessa Nato, che si rifà a uno dei suoi principi fondanti: la regola delle “porte aperte” per chi vuole aderire. Principio, diciamolo chiaro, che appare datato e non adeguato allo scenario emerso dopo il crollo del Muro di Berlino e il collasso del blocco comunista. E spieghiamo perché.

RAGIONI DA VENDERE

E’ evidente che la regola delle “porte aperte”, perseguita per molto tempo dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, valeva per le nazioni non appartenenti nella sfera d’influenza dell’Unione sovietica quando era protetta dalla cortina dei Paesi dell’Est. Questo lo scenario disegnato a Yalta, confermato dal fatto che la Yugoslavia di Tito si sottrasse alla preminenza sovietica nel Balcani, ma divenne un caso a sé come Paese non allineato: non era di certo concepibile che aderisse alla Nato. 

Mantenere in piedi il principio delle “porte aperte” a Paesi come l’Ucraina (e la Finlandia o la Gorgia, ha un significato tendenzialmente destabilizzante nella situazione attuale. Putin non ha certo intenzione di concedere alla Nato mano libera nel fare shopping nell’area Est Europa per consolidare la propria sfera di influenza come sistema.

IL MONDO E’ CAMBIATO

Nella configurazione geopolitica odierna, pur restando ancora il Paese guida dell’Occidente, gli USA faticano a mantenere attivo il ruolo di gendarme planetario. Nel secolo scorso, ad esempio, la Cina non era la potenza outsider che è oggi. Nessuno poteva immaginare ad esempio che, oltre la soglia del Duemila, sarebbero finitiin mani straniere (soprattutto giapponesi e cinesi) 6636 miliardi di dollari, vale a dire poco più di un quarto del totale del debito totale Usa (oggi pari a circa 22 mila miliardi di dollari). E lo stesso presidente degli Usa – lo scrive Massimo Gaggi nel suo recente libro “La scommessa Biden” – ha un mare di criticità da gestire in casa sua, alle prese com’è con un modello democratico in crisi, con un clima politico da una estremamente polarizzato, al punto che quasi metà degli elettori lo ritiene un leader illegittimo. Impoverito da una crisi economica che colpisce soprattutto il ceto medio, gli Usa si trovano dinanzi al un dilemma non nuovo: ripiegare su sé stesso, prendersi cura dei propri problemi alla maniera di Trump (America first), dopo il disastroso disimpegno in Afghanistan? Oppure reagire con “la massima durezza” a colpi di sanzioni più stringenti del passato, senza escludere l’opzione militare che coinvolgerebbe la stessa Europa, proprio per ristabilire l’egemonia in crisi. 

SE IL GAS DIVENTA DIRIMENTE

Ma l’Ucraina non è la Yugoslavia. Perché qualsiasi cosa accade a Kiev è di diretto interesse per Mosca, dove è vivo il ricordo del tempo in cui l’Ucraina era una delle repubbliche sovietiche e l’impegno a difendere i filorussi, non solo nel Donbass, non è negoziabile. 

Il mondo intanto è ambiato anche da un altro punto divista. Negli anni della Guerra fredda il climate changenon era un tema all’ordine del giorno, quasi assente del tutto dall’agenda setting dei media. Dei rischi dovuti alla combustione dei fossili si aveva una idea men che vaga e l’utilizzo dei fossili per produrre energia non era al bando. Oggi invece carbone e petrolio sono in cima al generale sentimento di rigetto in quanto primi indiziati delle alterazioni del clima. Viceversa oggi rifiuto delle fonti energetiche che alterano il clima – lo dimostra il recente vertice COP26 di Glasgow – è orientamento che ormai unisce in un modo o in un altro tutti i Paesi. E laddove l’opzione nucleare è ancora una ipotesi respinta, come in Italia, non c’è alternativa perseguibile se si vuole sostituire le fonti fossili con risorse relativamente più pulite come il gas naturale.

Ecco perché la questione energetica, sia pure sullo sfondo, ha un peso di non poco conto nel braccio di ferro Est/Ovest sull’Ucraina. Infatti quando si promettono“sanzioni durissime”, come ha fatto Biden, si pensa di colpire la Russia in un interesse economico primario, dal momento che il 45% del Pil russo è costituito dall’export di gas. 

Ma il coltello ha un’altra faccia. Bloccare le importazioni di gas significa far molto male agli stessialleati europei della Nato, perché il fabbisogno energetico dell’Ue dipende – lo ricorda Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera – per il 48% dalla Russia.E dal gas dipende in buona misura ogni possibilità di lenire le conseguenze climatiche che già sono presenti in tutta Europa negli inverni a tratti rigidissimi e nei lunghi periodi estivi, spesso torridi oltre misura.

Di Claudio D'Aquino

Claudio D'Aquino, napoletano, giornalista e comunicatore di impresa