Parla Maddalena Tulanti

In foto Maddalena Tulanti

In Ucraina la situazione resta molto tesa. Ma minacciare l’invasione, come fanno i russi, significa avere realmente l’intenzione di invadere? Ne parla firstonline.it, una delle maggiori testate telematiche italiane diretta da Franco Locatelli. L’articolo porta la firma di Maddalena Tulanti, che nutre diversi dubbi in proposito della reale volontà di Putin di lanciare i suoi carri armati oltre i confini. Almeno nell’immediato.

Napoletana, fondatrice del Corriere del Mezzogiorno Puglia, dorso locale del Corriere della Sera che ha diretto per quindici anni, è una profonda conoscitrice della realtà russa. Laureata in Lingua e letteratura russa (con il massimo dei voti, presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli), prima del crollo dell’Urss è stata inviata a Mosca per conto dell’Unità, giornale allora diretto da Walter Veltroni. In Russia quindi ha vissuto per alcuni anni, trovandosi alcune volte in zone di guerra. Ilsudonline l’ha intervistata.

Da mesi alcune settimane Putin ha disposto di dislocare truppe in assetto di guerra al confine con l’Ucraina. Ma in un suo recente articolo per firstonline.it sostiene che la prospettiva di una invasione russa appare piuttosto remota. Perché?

In un’intervista alla televisione Ictv di Kiev, ripresa dall’agenzia Interfax, il ministro della Difesa ucraino Alexei Reznikov ci ha tenuto a rimarcare che “… una minaccia di invasione dell’Ucraina da parte della Russia al momento non esiste”. Tuttavia la situazione è seria, infatti assistiamo a una continua escalation. La quantità di soldati russi impegnati ai confini orientali dell’Ucraina (al netto delle truppe bielorusse, sulle quali Putin può contare a occhi chiusi) è enorme. Si stima tra centomila e duecentomila uomini.

E dunque che cosa le fa pensare che l’invasione sia una ipotesi improbabile?

Una volta entrati in territorio ucraino, si tratterebbe di conquistare città grandi come Kharkiv, la prima che i russi si troverebbero di fronte, che conta un milione e mezzo di abitanti. Vero è che si trova un’area a maggioranza russofona, il che conferisce ai russi un certo vantaggio. Ma la vera difficoltà consisterebbe nell’utilizzo dei carri armati in centri cittadini densamente popolati.

Quindi il vero ostacolo non è il fango, viste le temperature di un inverno globalmente mite…

I russi hanno sperimentato meno di venti anni fa quanto sia complicato penetrare nelle città a Groznij, la capitale della Cecenia: pur essendo molto più piccola di Kharkiv (la metà degli abitanti), tenne testa per oltre un mese ai tank di Mosca e cedette solo quando fu completamente distrutta.La guerra totale è uno scenario plausibile perché i soldati alle frontiere sono un dato di fatto. Ma se Mosca vuole dimostrare che quella parte di mondo le appartiene, potrebbe seguire piani più raffinati. 

A che cosa si riferisce, esattamente?

Penso al Moscow Times. Il giornale di lingua inglese di Mosca include la guerra totale fra gli scenari plausibili, ma su quest’ultima opzione non crede (quasi) nessun analista. A parte la difficoltà a entrare nelle città densamente abitate (non solo Kharkiv, ma anche la capitale Kiev), è sempre vivo lo spettro Afghanistan: si entra, si conquista e poi? Come si mantiene il controllo di un Paese tra i più estesi dell’Est Europa?

Uno scenario più limitato prevede la guerra solo nel Donbass, non è così?

Parliamo dell’area sud orientale dell’Ucraina, a maggioranza russofona. Fu oggetto di invasione nel 2014 e da allora si è autodefinita zona autonoma. Ma il presidente russo ha sempre ritenuto ufficialmente quel conflitto una questione interna all’Ucraina, una specie di guerra civile fra gli abitanti di lingua russa (le vittime) e quelli che parlano ucraino (i persecutori). Gli sarebbe piaciuto che venisse applicato l’accordo di Minsk che seguì a quella rivolta e che concede ai territori ribelli ampia autonomia, ma sempre dentro l’Ucraina. L’invasione e l’annessione del Donbass romperebbe questo quadro.

C’è un terzo scenario?

Sì e somiglia a quello che è accaduto nella Georgia, nel Caucaso, nel 2008. Un’operazione limitata oltre le frontiere. Si penetra, stavolta in Ucraina, si sconfigge il primo esercito che si può affrontare e torni a casa. Ma non è del tutto efficace. Pur avendo perso un quinto del suo territorio, la Georgia mostra di non aver capito la lezione ed è sempre rimasta filoccidentale. E non solo: aspira ancora a entrare nella Nato.

La Russia che fatica a superare le ferite dovute al crollo dell’Unione sovietica e la crisi dopo la fine della Guerra fredda. E’ d’accordo con questo assunto?

Partiamo proprio da allora, vale dire da quando – secondo una bella ricostruzione dell’Economist – per ottenere il suo assenso alla riunificazione della Germania, fu promesso a Gorbaciov che mai la Nato sarebbe andata oltre quel Paese. Glielo giurò Bush padre nel vertice di Malta nel 1989 e lo confermò a Mosca il segretario di Stato Baker: “non ci sarà allargamento dell’alleanza verso Est nemmeno di un centimetro”. E anche quando l’Urss crollò definitivamente nel 1991, lo ribadì il premier inglese Major, a nome degli alleati occidentali: “non stiamo parlando di rafforzare la Nato”.

Classiche promesse da marinaio?

E veda lei. Sta di fatto che in trenta anni l’Alleanza atlantica si è allargata a Est non di un centimetro, ma di mille chilometri. Degli otto Stati che facevano parte del Patto di Varsavia sette oggi sono membri della Nato. Con la conseguenza che la distanza tra un Paese Nato, l’Estonia per esempio, e San Pietroburgo è poco più di 200 chilometri.

Si comprende quindi che la cosa, vista dalla capitale russa, può impressionare.

A questo si aggiunge l’ultimo tassello, che ha fatto saltare il banco: lo scorso dicembre è stata confermata a Ucraina e Georgia la promessafatta loro nel 2008, ossia che presto sarebbero anche esse entrate nella Nato.

E a questo punto Putin è esploso…

Lo dico con le sue stesse parole: “Cosa ci fanno gli Usa in Ucraina, alle porte del nostro Paese? – ha dichiarato –. Dovrebbero capire che non abbiamo più spazio per arretrare”. E poi la botta finale: “Pensano che resteremo a guardare senza fare nulla?”. Da qui ha origine la scelta di schierare i soldati alla frontiera ucraina, chiedendo un arretramento consistente della Nato e la creazione di una sfera di influenza russa in Europa orientale, nel Caucaso e nell’Asia centrale.

La vera arma in mano al Cremlino restano le forniture di gas all’Europa?

Prendiamo l’Italia per esempio. Metà della nostra elettricità si ottiene bruciando gas. Lo si usa nell’industria e nelle abitazioni per riscaldare e cucinare: in 17 milioni e mezzo di case su 25 milioni in totale. Dopo Natale la fornitura russa al nostro Paese è calata di circa un terzo. Si consideri inoltre che lo stoccaggio del gas a casa nostra è bassissimo.  Possiamo contare su un piccolo aiuto dal Tap, il gasdotto tanto contestato, che ci porta il gas dall’Azerbaijan.

Era inevitabile arrivare a un livello di scontro così critico?

La storia non si fonda sui destini precostituiti, ma sui fatti concreti. E due sono i fatti concreti accaduti negli ultimi dieci anni. Il primo riguarda la Russia. Non c’è dubbio che abbia cambiato strada, che politicamente si sia involuta. All’interno sono partiti attacchi alla società civile e agli oppositori, mentre Putin ha deciso che non avrebbe più lasciato il potere facendosi eleggere praticamente a vita. All’estero è stato usato l’esercito non solo per riportare l’ordine nella propria Federazione (vedi Cecenia), ma anche in altri Paesi (Ucraina e Georgia in primis; Bielorussia e Kazakistan in tempi più recenti).

Sembra che nel rapporto tra Russia e Occidente agisca sempre la diffidenza reciproca.

Una volta caduto il Muro e l’impero sovietico, ci si è fermati a metà strada, lasciando immaginare a popoli sottomessi e impauriti che bastasse entrare nella Nato per raggiungere la democrazia ed essere protetti da ogni tirannia. Ma un’alleanza militare non basta a infondere fiducia nei diritti ed educare alla libertà e alla tolleranza. La Nato andava riformata subito, appena crollata l’Urss, perché era nata con l’intento di difendersi da quel sistema e quel sistema non esisteva più. Oltretutto trent’anni fa, quando tutto accadde, Mosca era pronta a tornare a casa, in Europa. Peccato non averci creduto. Ora la Russia di Putin vuole far risuscitare Yalta, le sfere di influenza. Forse non ha scelta, visto come sono andate le cose.

L’articolo completo di firstonline: https://www.firstonline.info/ucraina-russia-guerra-o-no-quattro-scenari-in-campo/

Di Claudio D'Aquino

Claudio D'Aquino, napoletano, giornalista e comunicatore di impresa