Negli ambienti che contano del calcio romano le manovre sono già cominciate. Riunioni riservate, incontri politici, telefonate per costruire alleanze: dopo l’ennesimo fallimento dell’Italia nella corsa al Mondiale, il sistema calcio si prepara a una nuova resa dei conti ai vertici della Figc.

Il dato politico, prima ancora che sportivo, appare chiaro: Gabriele Gravina è destinato a lasciare la presidenza federale. Non perché sia considerato il principale responsabile del tracollo, anzi. In molti gli riconoscono preparazione e competenza. Ma il peso dell’ennesimo disastro della Nazionale rende difficile immaginare una sua permanenza.

Gravina resiste: “La responsabilità oggettiva è mia”

Per ora Gravina non fa passi indietro, ma riconosce la gravità della situazione. “Quella oggettiva è mia. La crisi è grande, bisogna ridisegnare il calcio”, ha dichiarato, allargando però il campo delle responsabilità. Secondo il presidente federale, infatti, non può essere la sola Figc a pagare per un sistema in crisi: “La Federazione fa sintesi. Ci sono le Leghe, ci sono i club. Serve una riflessione più grande per cambiare le cose”.

Un ragionamento che, sul piano teorico, regge. Ma nel calcio, come spesso accade, contano soprattutto i risultati. E oggi proprio quelli non aiutano Gravina. Alla domanda sulle dimissioni, il numero uno della Federcalcio ha risposto così: “La politica chiede le mie dimissioni subito. Ma anche la politica deve fare la sua parte”.

Parole che fotografano bene il clima attorno alla Federcalcio: da una parte la pressione crescente, dall’altra il tentativo di resistere e di spostare il confronto sul terreno della riforma complessiva del sistema.

Il precedente Tavecchio pesa sul destino del presidente

A rendere ancora più fragile la posizione di Gravina c’è anche un precedente ingombrante. Carlo Tavecchio, suo predecessore, fu infatti spinto a lasciare dopo il primo grande fallimento mondiale. Insieme a lui uscì di scena anche il commissario tecnico Giampiero Ventura.

Per questo motivo, la sconfitta con la Bosnia non rappresenta soltanto una ferita sportiva, ma un passaggio che rischia di essere decisivo anche sul piano istituzionale. Gravina ha già dato mandato di convocare il consiglio federale e la battaglia che si apre si annuncia durissima.

La politica prova a entrare in partita

Attorno alla crisi della Figc si muove anche la politica, da sempre attenta agli equilibri del calcio italiano. Il controllo della Federcalcio significa influenza, relazioni, peso pubblico. E non sorprende che, nel pieno della tempesta, ci sia chi stia già lavorando a uno scenario alternativo a quello dell’attuale presidente.

Ma una cosa è far circolare i nomi, un’altra è conquistare davvero la guida della Federazione. Per arrivare alla presidenza servono infatti numeri precisi: il 50 per cento più uno dei consensi, costruiti attraverso l’appoggio delle sei grandi componenti del sistema.

A contare sono i voti di Lega Serie A, Lega Serie B, Lega Serie C, Lega Dilettanti, Associazione Italiana Calciatori e Associazione Allenatori. È da qui che passa ogni vera candidatura.

Ipotesi commissario più debole, il Coni guarda alle elezioni

Resta sullo sfondo anche l’ipotesi del commissariamento, soluzione già vista in passato. Ma al momento non sembra essere lo scenario favorito. Il Coni e il suo presidente Luciano Buonfiglio, considerato dirigente esperto e navigato, non paiono orientati in questa direzione.

In caso di emergenza istituzionale, il nome più autorevole sarebbe quello di Carlo Mornati, attuale segretario generale del Coni. Ma, almeno per ora, l’idea prevalente sembra essere un’altra: accompagnare il dopo-Gravina verso un percorso elettorale ordinato, evitando strappi.

Abete o Marani, il calcio italiano sceglie tra esperienza e rinnovamento

Se si andasse rapidamente al voto, i nomi più forti sul tavolo sarebbero due.

Il primo è quello di Giancarlo Abete, attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti, figura di lunghissima esperienza e profilo molto conosciuto dentro gli equilibri federali.

Il secondo è Matteo Marani, oggi alla guida della Lega Pro, con alle spalle una carriera giornalistica di alto profilo e un percorso dirigenziale già considerato solido.

Due candidature che incarnano anche due idee diverse di futuro: l’esperienza consolidata di Abete e la spinta al rinnovamento rappresentata da Marani. In mezzo, non si esclude neppure una possibile mediazione tra i due profili, nel tentativo di costruire una soluzione condivisa.

Una scelta decisiva per il futuro del calcio italiano

Dopo il terzo fallimento mondiale consecutivo, il tema non è soltanto scegliere un nuovo presidente. Il vero nodo è capire se il calcio italiano abbia davvero la volontà di cambiare. Servono idee nuove, riforme profonde, una visione che vada oltre il ricambio dei nomi.

La successione a Gravina, in questo senso, sarà molto più di una semplice elezione federale: sarà il primo vero test sulla capacità del sistema di reagire al proprio declino.

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