Prima della inclusione, prima della accoglienza e della solidarietà, viene la coesione sociale. Un concetto a cui Osvaldo Cammarota, assessore a Napoli nelle giunte Valenzi, dirigente della cooperazione, appassionato animatore di fenomeni sociali, ha dedicato tutta la sua vita professionale. Per la rivista “InfinitiMondi” (in pubblicazione) Cammarota ha approfondito il caso del Circolo Ilva di Bagnoli, del quale è socio, ritenendolo esemplare nello sforzo di individuare modelli che sono in grado di assicurare l’appartenenza a una comunità e il senso di condivisione e ascolto, da contrapporre al senso di indefettibile solitudine che nei giorni nostri appare assume i segni dell’uso compulsivo dei social, consuetudine aggravata dalle restrizioni dovute alla pandemia da Covid.

IlSudonline lo ha intervistato.

Nel dibattito pubblico non c’è voce che non declami il bene della coesione sociale. Ma che cos’è, come e dove si costruisce? In qual modo si consolida?

La coesione sociale è un bene collettivo “riscoperto” nella dura esperienza che stiamo vivendo con la pandemia, poco conosciuto nella società liquida definita dal sociologo polacco Zygmunt Baumann dove prevale la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è in realtà l’unica certezza.

Lei sostiene che la coesione sociale è una dimensione in grado di dare una prospettiva anche ai singoli soggetti nella nostra era postfordista, non è così?

Sì, a quanti sono cresciuti nel clima di liberismo selvaggio con il culto illusorio del self made man, ossia dell’uomo che si fa da solo confidando unicamente su sé stesso. Semmai agendo senza o contro tutti gli altri. Il Covid-19 poi ha ricordato a tutti che la vita e il benessere delle singole persone dipende dalla cura dei beni collettivi.

All’inizio del lockdown, oltre a cantare sui balconi in nome dello slogan “Andrà tutto bene”, correva anche l’idea che “ne usciremo migliori”. Che ne pensa?

Ho la sensazione che nemmeno le minacce della pandemia siano sufficienti per generare i sentimenti di solidarietà e il rispetto dell’altro da sé, che sono i fondamenti della coesione. Osserviamo, all’opposto, la crescita di squilibri e diseguaglianze che ricalcano e aggravano quelle antiche ingiustizie che radicano, da sempre, nella differenza di status tra “ricchi” e “poveri”.

Ma al di là dei principi astratti, può indicarci un modello in vivo o un esempio di “best practice”, per usare un termine un po’ abusato al giorno d’oggi, ma efficace?

Per non rischiare l’astrazione possiamo individuare luoghi concreti in cui si alimenta il senso di comunità che ci preserva dalla condizione di anomia che è la malattia principale del nostro tempo. Parlo ad esempio del quartiere di Bagnoli, dove per decenni si è svolta, con l’Italsider, una attività siderurgica dal valore strategico per il sistema industriale italiano. E in particolare del suo Circolo ILVA (www.circoloilvabagnoli.it), che mantiene tuttora la denominazione originaria dell’insediamento siderurgico.

Per i lettori che non conoscono Napoli, cosa possiamo dire in più sul quartiere?

Il territorio di Bagnoli è situato a occidente della città, ai piedi della collina di Posillipo, affacciato sul bel mare del golfo di Pozzuoli. Ha subìto numerose trasformazioni fino a diventare, a fine Ottocento, un possente polo industriale, in prevalenza siderurgico. La crisi del settore, a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento ha poi condotto, dopo molte vicende, alla dismissione a cui Ermanno Rea ha dedicato un monumentale romanzo.

Ci vuole ricordare come nasce il circolo?

Si vuole che nasca al traino della nascita della “Bagnolese”, associazione calcistica nata per impulso di un gruppo di appassionati sportivi alle dipendenze dello stabilimento. Siamo agli inizi del secolo scorso, precisamente nel 1905, praticamente al sorgere della fabbrica. Poi allo sport segue lo sviluppo di attività sociali, in veste di Società di mutuo soccorso che risulta attiva già nel 1909.

Quest’ultimo sembra un aspetto fondamentale per la sua ricerca sociologica. Parliamone.

Essa aveva lo scopo fondamentale, dopo l’abolizione dei sindacati voluta dal regime fascista del 1926, di garantire assistenza, solidarietà e aggregazione. In buona sostanza ereditò le funzioni sociali della fabbrica, occupandosi dell’istruzione degli operai, ospitando numerose colonie marine dedicate ai figli dei dipendenti più bisognosi. Dedicandosi inoltre a varie attività ludico ricreative per i dipendenti, tra cui la istituzione dei “Filodrammatici dell’ILVA”, il cinema “Ferropoli” e simili. Si aggiunsero poi altri sport come ginnastica, ciclismo, scherma e canottaggio.

Veniamo ai giorni nostri. Perché lo definisce un luogo esemplare?

E’ un luogo dove tuttora, oltre a diverse discipline sportive, si svolgono attività culturali che interessano una platea composita dal punto di vista della estrazione sociale e massiccia anche per le numerose occasioni di incontro e opportunità offerte. Ma il mio richiamo alla esperienza straordinaria di questo sodalizio e del luogo in cui insiste, è definito dagli stessi soci, concordi nel ritenere che qui i ricordi e la storia si intrecciano con la prospettiva futura, vale a dire con la rinascita del quartiere, un processo complesso che non può più tardare. Proprio sul sito della associazione, infatti, si legge che i soci vogliono intendere il Circolo ILVA “come un piccolo avamposto di resistenza al disfacimento di Bagnoli, seguìto alle vicissitudini industriali”.

Dove e come si costruisce coesione?

Non c’è alcun dubbio che un forte impulso alla coesione a Bagnoli sia retaggio della Grande fabbrica. Sin dall’inizio i lavoratori si tassavano e intervenivano concretamente per mitigare le diseguaglianze sociali sofferte dalla comunità del luogo. Attrezzature per il vicino Ospedale S. Paolo, il pullman per la mobilità e il sostegno alle famiglie con disabili, le donazioni di sangue, si uniscono a iniziative come assicurare case per i lavoratori e garantire sicurezza sociale.

Nella storia di Bagnoli la “coesione orizzontale” ha supplito anche alla crisi di rappresentanza che ha cominciato a riguardare partiti e sindacati sin dagli anni ’80. Su questo aspetto cosa può dirci?

La fabbrica era il luogo-collante, dove una comunità di lavoratori vivevano gli stessi problemi, dentro e fuori le sue mura e doveva ricercare soluzioni condivise, soddisfacenti per tutti. Oggi, non c’è più e, con la sua scomparsa, si è slabbrato anche il capitale sociale territoriale, fattore determinante dello sviluppo armonico ed equilibrato di quel territorio.

Il circolo quindi è l’ultimo avamposto di coesione sociale, dunque…

Le cui tracce resistono orgogliosamente nell’opera sociale che ancora svolge. Ma intorno, tutto è cambiato. Come era inevitabile, anche qui è avvenuta la metamorfosi.

Che cosa accadrà? O almeno lei cosa lei si augura per il futuro?

La nuova sfida a mio parere è andare “oltre le mura dell’impresa”. Uso a bella posta il titolo di un libro curato da Aldo Bonomi e mi spiego. Aveva ragione Giorgio Ceriani Sebregondi, giurista e partigiano della Sinistra Cristiana che lavorò presso l’Einaudi, la Fiat, l’Ansaldo, e la stessa Iri, oltre che alla Svimez. Cito le parole della prefazione di Giuseppe De Rita al volume che ne raccoglie scritti e pensiero (“Sullo sviluppo della società italiana”, Donzelli, 2021): lo sviluppo non è un concetto o una procedura di intervento, ma è più strutturalmente un processo complesso che si innerva e cresce dentro (un territorio e) una società specifica, storicamente determinata”.

Territorio e comunità sembrano le parole chiave per far crescere coesione e sviluppo

E Bagnoli è un luogo emblematico, un microcosmo di valenza universale. Qui si è verificato che le politiche dirigiste, economiciste, tecniciste, non hanno prodotto un bene-coesione durevole nel tempo; meno che mai in questi ultimi trent’anni. Basta dare una rapida occhiata al contesto.

E oggi cosa sanno e cosa pensano i giovani che sono nati dopo la chiusura dello stabilimento di questo retaggio?

La popolazione nata quando è stata chiusa la fabbrica -anni ’90 – oggi ha circa trent’anni. Ha meno fiducia nel “sol dell’avvenire”, e come dargli torto? E’ dubbiosa, diffidente, talvolta persino rancorosa verso la storia pregressa, anche per le scorie che il polo siderurgico ha lasciate nell’ambiente. Il liberismo selvaggio e l’individualismo hanno permeato persino questa comunità solidale che sembrava … di ferro. Il territorio appare per me come una periferia di lusso.

In che senso?

Il lusso è dato dalla preziosità paesaggistica e ambientale del luogo. E la perifericità è data da quella condizione di progressiva marginalità economica, urbana e sociale in cui è stata spinto da un immobilismo pubblico in cui hanno trovato spazio micro-iniziative private con caratteri di precarietà, informalità, disordine e, talvolta, ai limiti della legalità. Una eccezione è Città della Scienza, ma anche questo prestigioso polo di innovazione sembra vivere “dentro le mura”, molto al di sotto delle sue potenzialità.

Resta la risorsa-baluardo del terzo settore, vale a dire del volontariato?

E infatti questo contesto pullula di Associazioni di volontariato che, specialmente nel periodo della pandemia, hanno concretamente supplito a carenze che le comunità locali già soffrivano per effetto della crisi del welfare. Tra queste il Circolo Ilva, che una bella metafora coniata da un socio e amico, Guglielmo xxx, definisce come “ultimo reparto in produzione” della fabbrica. E in effetti, nella mia percezione, è una fabbrica di inclusione e coesione sociale che sopravvive.

Questo territorio è ricco di energie sociali. È mai possibile che non si riesca a portarle a valore in una strategia di sviluppo che le renda partecipi e protagoniste?

Si tratterebbe, come ho detto, di andare oltre la retorica del mero ascolto e dell’assemblearismo inconcludente. Basterebbe attuare il principio comunitario di Partecipazione, creare i luoghi dove ascoltare davvero, aiutare a superare i conflitti. Ricercare insieme soluzioni condivise, affrontare la metamorfosi invece di farsi travolgere dal cambiamento.

E’ il modo per costruire e manutenere capitale sociale, o no?

E sì, perché il capitale sociale è un bene immateriale, difficile da produrre solo con soldi e tecnicismi. Esso si genera dal basso, accompagnando le tante energie sociali verso esiti coesivi e competitivi. Fare questo non è impossibile. Peraltro la coesione non scaturisce se si lasciano le energie sociali e le loro fabbriche di inclusione in un destino incerto.

Di Claudio D'Aquino

Claudio D'Aquino, napoletano, giornalista e comunicatore di impresa