Mi trovavo a Lagonegro, quel limpido mattino invernale del 2014, per accompagnare mia sorella, che, come il suo solito, si andava ad infilare in situazioni sentimentali a dir poco complesse. Marianna, ventiquattro anni sulle spalle, si stava laureando in architettura, anzi, come lei precisava con sussiego, in: Ingegneria edile-Architettura. Si stava laureando è una parola un po’ grossa, poiché, dopo essersi iscritta in Legge, a Napoli, per seguire le orme del fidanzato del momento (avevano frequentato assieme il liceo scientifico), aveva dovuto trovare casa a Napoli e ci aveva trascorso due anni. Diciannove anni e un sogno che ebbe presto fine, in quanto si lasciò sia con la giurisprudenza alla Federico II, che con il tizio barbuto e scorbutico (lui si sarebbe sì, laureato), decidendo di tentare un’altra strada dopo due anni persi. E siamo a ventuno. A ventidue, dunque, fece ritorno nella nostra città, ossia Salerno, scegliendo il corso appena attivato nel 2010. Tutto ciò detto allo scopo di definire mia sorella e il suo metodo di studio che in quel mattino invernale ci condusse (assieme al fidanzato del momento), in quel di Lagonegro. Una scarpinata di non poco, da Salerno, specie sulla provinciale. Lei doveva effettuare studi grafici e misurazioni nel borgo medioevale, per non so quale esame propedeutico a non so quale altro esame, assieme a Sergio, il compagno del momento e, guarda un po’, l’amico non aveva l’auto e neanche la patente. L’aveva forse la mia sorellina? Neanche a parlarne, ragion per cui mi trovai costretto (dalle urla di mia madre), ad accompagnarli fino al piccolo promontorio su cui sorgeva il borgo medievale. In auto? Si fa per dire, in quanto a questi si accedeva attraverso una lunga scalinata, scomoda, che era stata costruita nel 1603 (e altrimenti il bello dov’era?). L’Università aveva fornito i suoi giovani discepoli di una documentazione che permetteva loro di fotografare e fare ricerche, su tutta la zona. Comunque, il fine ultimo, dopo aver oltrepassato la porta in ferro vecchiotta più delle scale era che, alla fine di un’altra bella gradinata, i due studiosi avrebbero potuto accedere alla Chiesa di San Nicola, se possibile più antica ancora. Motivo delle ricerche? Quei due folli si erano messi in testa di dimostrare che, proprio a Lagonegro, aveva soggiornato la modella di Leonardo da Vinci, denominata dai due “Lisa del Giocondo”. In effetti, per strada, mi avevano reso edotto (contro la mia volontà, visto che io sto per laurearmi in matematica e di queste cose mi interesso davvero poco) della morte di costei, che, a parere (senza prova alcuna), degli abitanti del luogo, era avvenuta proprio in quei luoghi, il 15 luglio 1542 , quando la signora aveva 63 anni. Io, nel corso del viaggio (circa due ore), avevo chiesto di controllare su google dove e come si credesse (storicamente), fosse morta la tizia. Avevano ammesso (in coro), che le teorie fossero “controverse” (il che è dire poco), giacché risultava:

a) che Lisa si ammalasse nel 1538, morendo, quattro anni dopo nel convento di Sant’Orsola, all’età di anni 63. In Firenze.

b) Che il marito morisse nel 1539, mentre Lisa spirasse nel 1551, quando lei avrebbe avuto 71 o 72. anni. Insomma. A Firenze.

Che dire? Mi lasciarono solo, per effettuare le loro “ricerche vane” e, infreddolito, pensai di dedicare la mia attenzione alla grande navata ed al bellissimo altare maggiore della Chiesa di San Nicola, dove si diceva vi fosse sepolta la sorridente modella del Da Vinci. Non potei far altro dunque, che guardarmi intorno, intirizzito ed intorpidito e in tal modo ebbi maniera di notare che, proprio sotto l’altare, prima del cordoncino che ne vietava l’accesso, c’era una signora inginocchiata sui gradini.

Detti uno sguardo distratto ad un paio di statue vecchie anche loro e poi tornai a fissare la donna. Aveva una certa eleganza: capelli lunghi nascosti dal velo che le donne portano a volte, in chiesa, abito di un certo pregio, anche se di colore scuro, una figura elegante, di cui si intuivano le braccia avanti, presso il volto, forse in gesto di preghiera. Mi dissi: guarda che stupidi e bofonchiosi i due studentelli: convinti che, senza il permesso dell’Università il custode del luogo non ci avrebbe permesso l’accesso. Quella signora (non proprio giovane, si intuiva), era entrata e se ne stava chiaramente libera da problemi, a dire il suo rosario e neanche l’aveva degnata di uno sguardo il vecchio prete, giunto poco prima per dare una sistemata ai ceri e ai fiori.

Me, sì, mi aveva chiesto, a bassa voce come mai fossi entrato. Gli avevo spiegato brevemente le motivazioni ed aveva annuito brontolando qualcosa su “le noie anche ai defunti…”, ma della donna non si era proprio curato. Anzi, che tipo strano! L’aveva urtata con la tonaca nera, spegnendo una candela accesa dinanzi a lei, senza neanche curarsi di chiederle scusa. La signora vestita di violetto (sì, il tessuto dell’abito sembrava sul violetto, molto scuro, quasi un bruno), neanche si era girata. Cominciavo ad essere curioso di vederle il viso, per cui, lentamente, cercando di non fare rumore, decisi di spostarmi di lato, verso una porta in legno (chiusa), passando sopra una di quelle lastre di marmo che si usavano molto tempo addietro, quando ancora c’era la barbara abitudine di seppellire i cadaveri nelle chiese. Aveva un bel parlare Foscolo dei sepolcri, bene aveva fatto Napoleone a farli porre fuori delle mura delle città. Poi ci si meravigliava che, all’epoca, vi fossero tante epidemie… intanto ero riuscito a piazzarmi più avanti della donna, per guardarle il volto, ma restai deluso: aveva i palmi aperti proprio avanti la faccia.

Da non credere: quasi un quarto d’ora e non si era mossa di tanto. Continuai a fissarla, cercando di comprendere quanti anni potesse avere. Neanche mi spiegavo perché fossi così curioso, tuttavia c’era qualcosa di particolare nella sua figura, che mi dava l’impressione di conoscerla. Come se l’avessi già vista altrove.

Restai fermo, guardandomi intorno: mia sorella e il fidanzato parevano scomparsi. Chissà dove stavano prendendo misure e scattando foto. Certamente avrebbero dovuto fare la stessa operazione anche in chiesa, quindi non mi sembrava logico cercarli. Almeno lì dentro mi sentivo al coperto e avevo meno freddo.

Mentre ero preso da questi pensieri la figura femminile si mosse. Quasi sussultai: non me l’aspettavo. Ponendosi in piedi, con molta grazia, scostò l’abito (che era davvero un tantino troppo lungo ed ingombrante), sistemandone le pieghe. Doveva essere una bella stoffa, pensai. Un raso traslucido che mutava di tono con il movimento. Forse non era proprio violetto, piuttosto un brunito con tracce di rosso che vi lampeggiavano di tanto in tanto. Ecco, finalmente si era girata e potei osservarla bene in viso. Davvero una bella donna. Certamente doveva avere i suoi anni, ma li portava con grazia. Sembrava triste, come pensierosa. Stringeva tra le mani quello che intuii fosse un libretto da messa, che poi infilò in una specie di borsetta di merletto. Fece una rotazione lieve, dopo essersi fatta il segno della croce e compresi che stava dirigendosi verso di me. Mi sentii colto in fallo, come se potesse pensare che la stessi osservando (difatti così era stato). Aveva un’andatura lieve, tale che sembrava non toccare le vecchie lastre del pavimento, ossia piuttosto le sfiorasse con le scarpe, che non mi riusciva di vederle spuntare di sotto l’abito.

Sorprendente: l’abito. Lungo, gonfio, bordato in basso di un raso più spesso e decisamente violetto. Nel guardarla camminare, in pochi minuti me la trovai di fronte che mi fissava:

-“Avete visto i miei figli?”- Chiese.

Fu tanta la sorpresa di sentirmi interpellato che non mi riuscì, da prima, comprendere cosa mi avesse chiesto. Come un babbeo risposi un :

-“Eh?”-

Ma lei, di nuovo:

-“Avete visto i miei figli?”-

Nel domandare aveva un’espressione così preoccupata e triste che mi fece pena.

-“Sono piccoli?”-

-“Piccoli? No. Si chiamano Piero, Camilla, Andrea, Giocondo, e Marietta. Ma c’é anche Bartolomeo, che però è figlio di Francesco.”-

Sembrava quasi che queste notizie le stesse soltanto dicendo a se stessa, senza curarsi di me.

-“Francesco è andato per affari e mi ha lasciata qui. Mi diceva che, vicino, ci sono le coltivazioni dei bachi da seta. Lui proprio la seta, cerca, del tipo migliore, per i suoi commerci. E’ stato a settembre alla fiera della Croce e sarà andato ora in terra di Gioi, lasciandomi in quanto ammalata. Questo paese è così freddo… Neanche ritorna. Lo aspetto, ma non ritorna.”-

Davvero non sapevo cosa risponderle. Più le guardavo il volto, che, anche alla luce fievole proveniente dall’esterno, era come rilucesse di luce propria e più mi sembrava di riconoscerla.

Adesso osservava mestamente la borsetta che teneva ancora tra le mani. Io guardavo lei, quasi incantato.

-“Posso aiutarla? Posso accompagnarla da qualche parte?”-

-“No. Credo proprio di essere destinata a restare qui in attesa del ritorno del mio signor marito.”-

Rispose lei, come distrattamente, aggiustandosi il velo sul capo. Mi sorrise. In quel momento ebbi come un fremito: Gesù! Quel sorriso! Io l’avevo già visto. Un po’ triste, come velato. Si era detto che Leonardo avesse dipinto la Gioconda quando ella aveva da poco perso un figlioletto… se ne dicevano tante…

Un rumore distrasse la mia attenzione: ecco che entravano in Chiesa mia sorella con il fidanzato. Finalmente! Si guardavano intorno, scattavano foto…

si avvicinavano a me e mi girai verso di loro. Alle spalle, sentii un fruscio, come di stoffa che urtasse contro altra stoffa. Un fruscio di seta o di raso. Mi girai. La donna non c’era più.