In un certo senso Valeria fuggiva: dalle ultime vicissitudini, da una storia finita male, da un lavoro lasciato poco più che a metà.

Come pensava della sua vita.

Affittare quell’appartamento fuori mano, in una zona così differente da quella cui di solito abitava, era stato anche un mezzo per allontanare se stessa dalla tentazione di riprendere vecchie consuetudini che, all’apparenza, potevano sembrare rassicuranti, ma che l’avrebbero, invece, riportata nell’incertezza.

Considerava la possibilità che camminare in una folla di sconosciuti fosse più piacevole di quella che l’avrebbe costretta a raccontarsi, ancora, tra conoscenti.

Così aveva affittato quel mini appartamento nella zona antica e poco elegante di Napoli,

a due passi dalle strade più animate, ma costretto in un vicolo che di sera non e appariva, tutto sommato, neanche sicuro.

Non vide nessuno per molti giorni: usciva poco, passando molte ore a disegnare modelli da presentare a qualche improbabile casa di mode. Il suo sogno era pressoché impossibile visto che ben sapeva come molti marchi, come Bulgari, Emilio Pucci, e Fendi, fossero italiani solo nel nome e lei non aveva agganci.

Tuttavia cocciutamente disegnava, aiutata da una grande scrivania ben piazzata sotto una luminosissima finestra (l’unica, praticamente, utilizzabile) e dagli ultimi spiccioli del lavoro appena lasciato.

Vittorio l’aveva ripagata di tre anni con cinquemila euro e un bacio sulla guancia, amichevole, perché non si facesse illusioni. Non se n’era fatte.

Aveva bisogno di luce e di silenzio; per due giorni non erano mancate entrambi, ma poi, in spiegatamente, una mattina, quasi all’alba, era stata svegliata da una furiosa litigata in un napoletano strettissimo cui lei non era praticamente abituata.

Di là dal muro, tanto chiaramente udibili come se fossero in casa con lei, un uomo (che pareva anziano) e una donna, sembravano volersi riempire di improperi per questioni che non le erano chiare.

Lui appariva il meno disposto a continuare, non la chiamava mai per nome, o in qualche modo che chiarisse il loro rapporto, ma sollecitava:

-“Che vuoi? Perché ti incazzi? Sono stanco di queste storie!”-

Lei sembrava ricordargli che le doveva dei soldi, faceva conti, gli rispondeva che era stanca anche lei, che non lo sopportava più… ma esprimendosi in un dialetto feroce e con toni altissimi.

Poi, silenzio.

Quegli improvvisi silenzi duravano ore. Poi si sentiva come un ronzio di là del muro. Come se qualcuno parlasse molto a bassa voce.

La matita, o il pennello, le restavano appesi in aria. Ascoltava.

Sussurri. Forse lamenti. -“C’aggia fa mo?”- Una frase chiara. Un tonfo. – “Come faccio mo’?”- Sussurri, piagnucolii. Come se qualcuno stesse male.

Era un’illusione o aveva sentito un grido di dolore?

Poi veniva accesa la televisione, un programma nazionale, come se si trattasse di un gioco a premi. Quindi il telegiornale, che, per un bel pezzo, le portava in casa tutti gli avvenimenti del giorno. Di quale giorno?

Valeria non riusciva a seguire bene la cosa. Poi film, pareva di Totò. Non si lasciava distrarre. Lei non aveva TV in casa.

Non c’era intermittenza. Impossibile da sopportarsi. Ma nessuno si lamentava con l’amministratore?

Venne tentata più volte di bussare a fianco e una mattina, verso le cinque, dopo che appena aveva preso sonno, fu destata da un litigio più feroce del solito:

la voce di lei era acuta, insopportabile, dialettale. Continuava a capire ben poco di quelle discussioni. Lui sembrava sempre più stanco che irritato, aveva toni alti, ma di chi vorrebbe stare tranquillo, mentre lei lo incitava, come se gli dicesse che era un buono a nulla, incapace, che le rendeva la vita una noia, che non si cambiava le maglie o qualcosa di simile.

-“Sì nu spuorco, nu zozzo. Lavate!”-

L’uomo doveva essere vecchio e malato. La donna più giovane, si comprendeva che lui le dovesse uno stipendio. Forse soldi arretrati. Le parole di lei erano come una cantilena altalenante di urla e strida. Cominciava davvero ad averne abbastanza. Si decise a bussare contro la parete con le nocche delle dita più volte e… scoppiò il silenzio.

Quel giorno, dopo sette giorni da che era sbarcata in quell’universo, decise di uscire.

Era al quinto piano e scese a piedi per sbloccarsi un poco. Non incontrò anima viva.

Passò dal vicolo alla via principale notando il contrasto tra il via vai apparentemente felice di Via Toledo e i silenzi del vicolo.

Faceva quasi caldo ed era uscita con una giacca di lana. Se la tolse posandola sulla borsa che aveva al collo. Le vetrine l’attiravano coi colori di un’estate tutta da venire. Il cellulare lanciò un grido acuto, simile a quello del telefono di casa che fortunatamente non aveva.

Il padre. La chiamava di nuovo, preoccupato. Doveva avere capito che si trovava in un brutto momento, doveva avere parlato con Laura e la sorella avergli detto che era andata via da casa.

Di Vittorio lui non sapeva nulla. Del suo lavoro, meno. Le aveva trovato una buona occasione a Milano, dove lui viveva, in un importante negozio del centro, come organizzatrice degli acquisti e delle vetrine, ma lei aveva rinunciato.

Mentre chiudeva la chiamata con un messaggio opportuno, si ritrovò a terra. Era caduta, bene tutto sommato, salvandosi con i palmi delle mani. Qualcuno si girò a guardarla, una mano si tese per aiutarla a rialzarsi, una voce le chiese se voleva un bicchiere d’acqua. Stordita, stupita della caduta, controllò i pantaloni che, rompendosi, le avevano salvato le gambe, almeno in parte. L’uomo recuperò dell’acqua in un bar e gliela porse. Ringraziò e bevve. Dopo cercò di darsi un tono.

Il suo soccorritore le fece vedere la buca del terreno dove era inciampata. Lei sorrise e disse, quasi a se stessa:

– “Napoli è piena di buche. Debbo stare più attenta!”-

Poi si infilò in un portone per controllare il ginocchio indolenzito e il palmo della mano sinistra: livido. Cercò intorno una farmacia, acquistò un prodotto adatto e nello stesso locale, sempre con l’aria smarrita, lo passò dove le parve opportuno.

-“Vuole darmi il codice fiscale?”-

-“No, grazie…”-

-“Può sedersi se ne ha bisogno…”-

-“No, sto bene. Niente di rotto.”-

Se la filò, vergognandosi di essere caduta e chiedendosi perché.

-“Sono distratta, penso ad altro che al terreno che calpesto.”- Si disse.

Fece dietro front e rientrò velocemente nel suo appartamento. Aprire con la chiave, accendere la luce, posare la borsa e…

Riudire immediatamente dalla sua stanza da letto (in realtà forse l’appartamento, in passato, doveva essere stato diviso), le urla dei due individui a fianco.

Le venne la tentazione di appoggiare l’orecchio al muro per capire di cosa discutessero, ma infine si disse che non erano fatti suoi.

All’improvviso un silenzio, un tonfo, il brontolio di uomo che sembrava chiedersi cosa fare (di nuovo?), qualcosa che veniva trascinato oltre quel muro. (Un corpo?).

La televisione accesa all’improvviso. Sembrava il solito gioco a premi: qualcuno poneva domande ai concorrenti. Lei non li seguiva.

Chiuse la giornata stendendo pochi panni e cominciando a riporre quelli puliti nel borsone: forse era venuto il momento di rientrare a casa. Di decidersi ad accettare la concretezza dell’offerta paterna e lasciare i sogni alla notte.

Si versò tre dita di Muller Thurgau dispiacendosi di non avere bicchieri adatti (era una bestemmia l’uso di quelli in plastica), poi altri tre e così via di seguito, disegnando con particolare ferocia grafica fino a notte. Aveva finito la bottiglia e le prese sonno.

La mattina seguente, verso le sei, fu svegliata dalle solite urla. No: non ce la faceva proprio più. Meglio rientrare nelle abitudini consuete di un condominio italiano dove l’amministratore non permetteva che gli inquilini disturbassero.

Erano soltanto quelli di sinistra a farsi sentire, da destra non le giungeva alcun rumore.

Vi abitava, così come le aveva spiegato la padrona di casa, un vecchio primario in pensione. Decise che, in un orario decente, avrebbe bussato al suo uscio per chiedergli chi fosse la coppia che disturbava in modo così pesante la sua quiete, tanto da farla desistere dalla decisione di fermarsi di più.

Verso le dieci del mattino, vestitasi, si avvicinò all’uscio di destra e bussò vigorosamente.

Per qualche minuto pensò che non vi fosse nessuno in casa, ma dopo poco la porta si aprì ed un uomo in giacca da camera, dall’aria austera la guardò con aria di domanda.

-“Mi scusi: vorrei chiederle una cosa Sono momentaneamente nel monolocale della signora Olga…”-

-“Sì.”-

-“Volevo chiederle come mai l’amministratore del palazzo non fa nulla per evitare gli schiamazzi della coppia che abita a sinistra del mio appartamento.”-

-“A sinistra?”-

Indicò con la mano la porta scura e chiusa, abbassando la voce.

-“Lei dice la coppia?”-

-“Sì.”-

L’uomo assunse uno sguardo stupito.

-“La disturbano?”-

-“Certamente! Forse lei non li sente in quanto abita lontano dalle pareti…”-

L’uomo sembrò ancora più a disagio e prese ad osservarla come se si trovasse di fronte a qualcuno non proprio completamente in sé. Poi parve decidersi e, aprendo la porta in modo più completo, le fece segno di entrare.

-“Vuole un caffè?”-

Lei, che stringeva le chiavi di casa nelle mani, accettò volentieri: voleva capire.

Si ritrovò in un ingresso con molti segni di agiatezza vecchio stampo, dopo passarono per uno studio scuro, in legno, che le ricordò quello del nonno ed infine lui decise di condurla in cucina, dove l’invitò a sedersi. Lo fece, accanto alla tavola, mentre lui con una velocità improbabile, mise sul fuoco una vecchia macchinetta da caffè.

L’osservò, quindi, perplesso:

-“Lei è disturbata dalle grida, dice?”-

– “Sì. Nelle ore più problematiche per me, che vorrei dormire. Pare non vadano d’accordo.”-

-“No, difatti non andavano d’accordo… “-

Il vecchio medico si accorse che era uscito il caffè, lo versò in due tazzine, mise lo zucchero in zollette accanto a queste e le fece segno di servirsene. Sembrava sorridere per un suo pensiero, quando le chiese di nuovo:

-“La disturbano?”-

-“Sì. Parlano un dialetto napoletano quasi incomprensibile. Lei deve essere proprio insopportabile, lui mi fa quasi pena…”-

-“Già. Lei era la badante di mia moglie. Brutta persona, davvero. Quando la mia Angela se ne è andata l’ho pagata e messa fuori casa. Insisteva: voleva restare con me. Per carità. Nascondeva bene la sua indole, ma sarebbe venuta fuori prima o poi. Io sto bene e non ho bisogno di nessuno.”- Sorrise.

-“Quindi? Com’è finita a fianco?”-

-“Lui era un pover’uomo. Uno che, da giovane, aveva un’inverosimile vendita di qualsiasi cosa gli riuscisse di trovare. Vendeva su di una bancarella al mercato. Roba da niente. Forse anche trovata nell’immondizia. Comunque merce di scarto. Divenuto vecchio e restato vedovo ha accolto in casa la badante di mia moglie. Si chiamava Concetta. Ma subito cominciarono i litigi. Lei non lo sopportava, l’accusava di essere sporco, gli lavava i panni e li metteva fuori la porta, su di uno stenditoio, perché in casa non c’era posto. Pochi soldi. Gridava sempre che la pagava poco e male. Li sentivo da casa. Come dice lei. Qualche volta li sento ancora e ma figlia dice che ho l’Alzheimer.”-

-“Perché?”-

-“Ma lei mi dice che li sente, vero?”-

-“Certamente! Non si sopportano. Poi, ogni tanto, suoni strani, sussurri, tonfi, come un trascinamento di qualcosa…”-

-“Trascinamenti?”-

-“Sì, come di un mobile, o un tappeto, o una poltrona…”-

-“No. E’ un corpo.”-

-“Dio mio!”- La giovane sussultò. -“Un corpo? Di chi?”-

-“Vede signorina io e lei dobbiamo essere vittime delle stesse vibrazioni spazio -temporali…”-

-“Vibrazioni?”-

-“Spazio temporali. Le stringhe. Non conosce?

La teoria delle stringhe, quella che sostiene il principio secondo cui la materia, l’energia e, sotto certe ipotesi, lo spazio e il tempo sono solamente le manifestazioni più evidenti di entità fisiche subordinate, che hanno differenti dimensioni e vengono chiamate “stringhe” oppure “brane”. Non mi guardi così. Non c’è una prova scientifica della teoria, ma le urla che lei sente appartengono certamente ad un tempo differente da quello che stiamo vivendo adesso, io e lei.”-

-“Io non capisco… sento quei due gridare, sussurrare, ascoltare la televisione…”-

-“Certo. Lei li sente. Io li sento. Ma, vede, molti mesi fa quel pover’uomo, non sopportando più la donna, la ha accoltellata…”-

-“Accoltellata?”-

-“Come le dico. Poi ha acceso la TV (l’hanno trovata accesa a tutto volume), l’ha trascinata in camera da letto, l’ha sistemata sul letto e, avendo capito di avere commesso un omicidio, si è tagliato la gola.”-

– “Gesù! Morti?Entrambi? Ma lei che dice! Io li sento!”-

-“Le stringhe mia cara signorina. Le stringhe. Forse farebbe meglio, lei che può ancora farlo, a rientrate nella sua collocazione spazio temporale e lasciarli sentire soltanto a me, che sono molto vecchio e non ho futuro. Se ne vada.”-

Inutile dire che la giovane donna, dopo avere lasciato la casa del vecchio medico, decise di allontanarsi dall’appartamento e tornò alla sua dimensione nel più breve tempo possibile.

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