Ad ogni tornata elettorale che siano amministrative o politiche, spunta puntuale la domanda: come mai i cattolici non incidono, non si fanno sentire? Perché non fondiamo un partito? Il tema è stato affrontato in modo articolato sulla rivista bimestrale, Cristianità, dallo storico del movimento cattolico, Marco Invernizzi, che da trent’anni conduce una trasmissione, “La Voce del Magistero”, a Radio Maria.

La questione di un partito cattolico nasce, con l’intento di far “uscire da una pluriennare situazione di subalternità culturale e politica dei cattolici stessi”. (Marco Invernizzi, “Cattolici e urne. Il problema politico dei cattolici italiani”, luglio-agosto 2021, n. 410, Cristianità) Ma prima di dare una risposta a questa domanda, bisogna rispondere a un’altra: i cattolici hanno il diritto di costruire una società ispirata al Vangelo? La risposta è affermativa: i cattolici hanno il diritto-dovere di costruire una ‘società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio’. Anche se questo comporta talvolta compromettersi con il potere temporale.

Invernizzi per consolidare la sua risposta ripercorre sinteticamente la storia dei cristiani partendo da lontano, dalla nascita della società cristiana, (la cristianità romano-germanica) attraverso l’evangelizzazione dei popoli. Partendo dall’Editto di Milano nel 313, voluto dall’imperatore Costantino, che ha dato la libertà religiosa ai cristiani, facendo cessare le persecuzioni.

È un lungo processo di inculturazione della fede, avversato da quegli intellettuali che sostengono che era meglio testimoniare il Vangelo, senza compromettere la sua purezza iniziale. Un’idea che si presenta spesso nella storia della Chiesa e dei cattolici.

Ma san Paolo VI si è pronunciato sull’argomento, denunciando certi improvvisati maestri, che considerano inautentico, superato, invalido, tutto il passato storico della Chiesa, in particolare quello Post-tridentino. “È indubbio – scrive Invernizzi – che la storia della cristianità offra tanti episodi di corruzione e di contro-testimonianza che possono non solo non edificare ma addirittura diventare occasione di scandalo e quindi di possibile allontanamento dalla fede”. A fronte di certi dubbi, però, occorre ammettere che la penetrazione del cristianesimo nella cultura ha favorito la conversione religiosa della gran parte degli abitanti dell’Europa e questo ha permesso il lento e progressivo superamento della schiavitù, della poligamia e della violenza nelle relazioni sociali. Inoltre, con il cristianesimo sono migliorate le condizioni dei poveri, la dignità della donna nella vita pubblica e familiare, il riconoscimento dell’uguaglianza in dignità di tutti gli uomini.

Tuttavia, la contestazione della cosiddetta “Chiesa costantiniana”, cioè la scelta dei cattolici di entrare nella vita politica dell’Impero e di cercare di costruire una civiltà cristiana, una “cristianità”, si è particolarmente manifestata nella metà del secolo XX, con la condanna della cosiddetta “ideologia della cristianità”, da parte di intellettuali e di teologi cattolici.

Invernizzi fa riferimento all’evento epocale del 1789, la Rivoluzione francese, che inaugurava un mondo “nuovo”, dove i cattolici diventano una parte della società e devono adeguarsi a questa nuova situazione. Non più una maggioranza come nell’epoca costantiniana. Seguono le varie tappe che hanno visto le difficili scelte dei cattolici nella politica, soprattutto in un’epoca caratterizzata dal rifiuto della religione, in particolare quella cattolica. Il Papa emerito Benedetto XVI, nell’intervista al giornalista tedesco Peter Seewald così legge gli eventi: “La scristianizzazione dell’Europa progredisce, l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società. Di conseguenza la Chiesa deve trovare una nuova forma di presenza, deve cambiare il suo modo di presentarsi […]”.

Ora vediamo come i cattolici hanno risposto, dopo le rivoluzioni liberali e la nascita degli Stati nazionali ostili alla Chiesa in Europa, ai capovolgimenti epocali del secolo XIX. Una prima risposta è stata il “Non expedit”, i cattolici, per protesta, rifiutano di partecipare alle competizioni elettorali. “Ne eletti né elettori”, diceva il giornalista cattolico don Giacomo Margotti. Successivamente con L’Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI) e il Patto Gentiloni (1913), i cattolici partecipano alla competizione elettorale, portando in Parlamento 228 deputati.

Con la Prima Guerra Mondiale, nasce il Partito Popolare, di don Luigi Sturzo. Quindi la Democrazia Cristiana, dopo la II Guerra Mondiale. Segue la vittoria della DC del 18 aprile 1948, grazie ai Comitati Civici di Luigi Gedda, che però vengono quasi subito “silenziati”, dall’egemonia del partito di De Gasperi.

Invernizzi conclude il “viaggio” storico dei cattolici in politica con gli anni dell’alternanza di Berlusconi-Prodi, sottolineando l’operato mirabile del presidente della Conferenza Episcopale Camillo Ruini, che è il vero protagonista della presenza pubblica, culturale e non solo politica, dei cattolici italiani. Invernizzi, sottolinea che la sua strategia ha trovato maggiore udienza nelle fila del centro-destra, molto più sensibile ad accogliere nel proprio programma politico quei principi, definiti da Papa Benedetto XVI, “principi non negoziabili”. Quantomeno a non favorire derive laicistiche in tema di vita innocente, famiglia e libertà di educazione.

IL risultato che fino a quando ha governato il Centrodestra non abbiamo avuto leggi come quella sulla cosiddetta “omofobia”, sulla legalizzazione dell’eutanasia, sull’allargamento del “diritto” d’aborto. Tuttavia, nonostante questa politica di contenimento, lo straordinario magistero di San Giovanni Paolo II, di papa Benedetto XVI, l’intelligente tentativo di mons. Ruini, il processo di secolarizzazione non si è fermato. Per Invernizzi paradossalmente le cose per i cattolici, sono andate meglio negli anni successivi al 1993, quando con Tangentopoli, sparisce, la DC. Infatti, prima con il partito di ispirazione cristiana al governo, sono stati approvati con i referendum il divorzio e l’aborto. Intanto questa approvazione ha certificato che i cattolici italiani sono diventati una minoranza, oggi ancora di più, per lo studioso torinese Franco Garelli, dovremmo essere il 20 per cento della popolazione.

Pertanto, per un eventuale partito, un contenitore politico, che possa far valere il rispetto della vita, famiglia e libertà di educazione a livello politico, potrebbe raccogliere un 10 per cento della popolazione – la metà dei cattolici praticanti – e di pochi altri disponibili a difendere questi principi.

Pertanto, per Invernizzi, “una minoranza deve anzitutto preoccuparsi di sopravvivere, custodendo la memoria della propria identità, e quindi ‘uscire’ dal proprio perimetro, ‘contagiare’ gli altri, cioè essenzialmente svolgere due azioni: coltivare la propria identità e portarla in partibus infidelium […]”. Mentre sul piano politico i cattolici devono contribuire alla realizzazione del bene comune, difendendo e diffondendo i “principi non negoziabili”.

Le comunità cristiane dei primi secoli IV e V, riuscirono prima a sopravvivere, poi a “contagiare” i pagani.

In conclusione, oggi è difficile trovare il giusto atteggiamento, “sia sul piano dell’apostolato culturale, sia sul versante politico: siamo infatti di fronte a un ‘mondo in frantumi’ e composto da persone ferite, alle quali serve anzitutto qualcuno che sappia piegarsi su di esse per aiutarle a riconoscere dove stanno la verità e la salvezza. Occorre cominciare dalle persone così come sono, non come vorremmo che fossero, individuando in ciascuna un punto di partenza, un ‘coagulo’, da cui partire, proponendo loro la verità che salva in un linguaggio comprensibile e attraverso la propria testimonianza di vita”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *