Alle origini del “politicamente corretto”

La formula del «politicamente corretto» oggi abusata e logorata, ha un forte bisogno di essere chiarita, soprattutto in questi tempi. «In ogni luogo del discorso pubblico i soggetti più disparati – politici, intellettuali, giornalisti, artisti – gareggiano nel dichiararsi politicamente scorretti, intendendo con ciò ‘anticonformisti’, ovvero estranei all’ortodossia ideologica, linguistica e culturale dominante, alla quale si riferiscono con atteggiamento sarcastico, sprezzante». Soltanto però che la dottrina ufficiale del politicamente corretto secondo il professore Eugenio Capozzi, è «viva e vegeta, ed ha una forza tale da esercitare una coercizione ferrea, imponendo terminologie, erogando censure e divieti».
Pertanto di fronte a questa forza, quelli che si considerano anticonformisti, facilmente si piegano, si inchinano e si auto correggono. E i pochi che hanno il coraggio (questi si che sono i veri anticonformisti) di continuare «a sostenere tesi non allineate vengono isolati, delegittimati e le loro opinioni bollate come offensive verso specifici gruppi di persone, a volte persino come hate speech, incitamento all’odio».
Il 4 aprile scorso Alleanza Cattolica, presso il Centro culturale “Rosetum” di Milano, ha presentato il libro di Capozzi, «Politicamente corretto. Storia di un’ideologia», edito da Marsilio Editori (2018). E’ stata una serata di studio come ha precisato, Marco Invernizzi, responsabile nazionale dell’associazione. Una sorta di scuola popolare in atto per uomini e donne che intendono combattere la “buona battaglia” del nostro tempo.
Eugenio Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa”, in questo libro ricostruisce le origini ed evidenzia le attuali contraddizioni della retorica del politicamente corretto collegandola ad una vera e propria ideologia, che affonda le radici nella crisi della civiltà europea di inizio Novecento. Una ideologia che cresce negli anni sessanta, al tempo dei cosiddetti baby boomers e soprattutto dopo la fine della guerra fredda, con la morte dei totalitarismi. Si sviluppa e si impone con la globalizzazione e diventa egemone soprattutto nell’Occidente relativista e scettico.


Il politicamente corretto è una visione del mondo che ha dato vita secondo Capozzi a dogmi e feticci, come il multiculturalismo, la rivoluzione sessuale, l’ambientalismo radicale, la concezione dell’identità come pura scelta soggettiva (il gender).
Il professore napoletano, in questo libro ben documentato, sono straordinariamente tante le citazioni a piè di pagina delle opere consultate, soprattutto di autori anglosassoni, presenta gli evidenti eccessi e gli aspetti grotteschi del politicamente corretto. Soprattutto per Capozzi, lo ha sottolineato più volte durante la serata di Milano, è necessario proporre la storia di questa ideologia anch’essa totalitaria come quelle del Novecento. Una storia che si può studiare, proprio ora che il fenomeno culturale e politico secondo il professore, appare avviato verso la sua parabola discendente.
Tuttavia, Capozzi vede un’aperta ribellione, una certa ostilità di intellettuali, veramente anticonformisti, ma anche di tante maggioranze silenziose, che non vengono presentate nel mondo dei social media, verso le classi dirigenti, e la loro retorica del politicamente corretto. Nello stesso tempo stanno nascendo nuove forze politiche, che «si distinguono per essere apertamente polemiche verso aspetti qualificanti dell’agenda progressista politicalcorrettista, e che in genere vengono bollate dai sostenitori di quest’ultima come fenomeni pericolosi e regressivi». Capozzi si riferisce a quelle forze politiche, chiamate «populiste», o «sovraniste», o «neo-nazionaliste», nate in Europa quanto nel continente americano, che hanno conseguito rilevanti successi elettorali, e che hanno conquistato il governo dei loro paesi.
Un altro aspetto importante che Capozzi ha sottolineato nella serata milanese, è quello che noi spesso pensiamo che l’ideologia politicalcorrettista, la sua egemonia, la sua centralità, sia un dato naturale e non invece un fatto storico, soggetto come tutti gli altri all’incessante dialettica del divenire, cioè destinata a finire.
Il professore insiste, «per comprendere il politicamente corretto è indispensabile studiarlo in chiave storica, inserirlo nel suo contesto, ricostruirne lo sviluppo dalle origini a oggi, evidenziare le forze che lo hanno favorito e quelle che lo hanno contrastato e lo contrastano tuttora». Pertanto per contrastarlo efficacemente, occorre risalire alle sue radici profonde della visione del mondo che l’ha generato. «Questo libro- scrive Capozzi – intende dunque essere in primo luogo la ricostruzione di un fenomeno, una riflessione che tenta di individuare in esso ‘ciò che è vivo e ciò che è morto’, per usare una nota espressione di Benedetto Croce. A tale scopo è necessario innanzitutto classificarlo per ciò che è, definendone la natura».
Il «catechismo civile», del politicamente corretto che tende strutturalmente alla censura, non è una moda delle classi colte. Piuttosto, «rappresenta invece l’espressione di un’ideologia, impostasi nelle società occidentali nell’ultimo mezzo secolo, paradossalmente mentre il luogo comune dominante sosteneva la ‘morte delle ideologie’».
Nei cinque capitoli del libro Capozzi definisce le forme e lo sviluppo dell’ideologia dalla quale derivano precetti del politicamente corretto, quel progressismo fondato sul relativismo etico radicale e sull’idea radicale dell’autodeterminazione del soggetto. E’ una Weltanschauung secondo Capozzi che ha segnato un mutamento profondo delle società occidentali. A questa idea si è formato un blocco sociale e una classe dirigente, che hanno abbracciato il nascente progressismo come filosofia di vita e fondamento della convivenza civile.


Un blocco sociale di uomini e donne capace di indirizzare secondo i loro interessi, i loro desideri, i loro gusti, l’economia, la politica, la cultura, la ricerca scientifica, la comunicazione mediatica.
Nel I° capitolo viene subito delineata la nuova ideologia: il progressismo diversitario, che arriva, nelle università dei paesi anglosassoni, ad esplicitare addirittura una condanna retroattiva, una specie di censura applicata allo studio del passato. Capozzi riporta l’esempio di Ovidio, di Shakespeare e di Mark Twain; nelle opere di questi letterati secondo i politicalcorrettisti, si intravede discriminazione, violenza, addirittura stupri. Inoltre negli atenei vengono poste in discussione i concetti stessi di civiltà in riguardo all’Occidente.
La pressione sui professori e gli studenti è molto forte, i programmi si devono adeguare al politicamente corretto. Tutto viene controllato dalla letteratura all’intrattenimento di massa, viene censurato, edulcorato e riscritto nei contenuti. Questo perchè ci sono ondate di proteste suscitate da presunte offese. Il metodo è sempre lo stesso: «un soggetto (intellettuali, giornalisti, organizzazioni della società civile) punta il dito contro una frase, un termine, un comportamento percepito come discriminatorio, e immediatamente si scatena sui media tradizionali e sui social – traducendosi poi in manifestazioni fisiche – una campagna che costringe alla rettifica, alle scuse, alle dimissioni coloro che vengono additati come colpevoli diretti o indiretti». Ricordo il caso Barilla.
E’ successo nel caso delle statue di nudi maschili e femminili nei Musei capitolini di Roma, che il governo italiano ha subito fatto coprire in occasione della visita ufficiale in Italia del presidente iraniano Hassan Rouhani. Una cosa simile è capitata anche nella metropolitana di Londra, la nudità di un’opera d’arte poteva essere considerata offensiva nei confronti dei molti abitanti musulmani.
Insomma in ogni contesto culturale e sociale c’è una costante pressione nel ridefinire il linguaggio, «che si traduce nella rimozione di espressioni, definizioni, modi di dire, e nella corrispondente adozione di una serie innumerevole ed elaborata di eufemismi, neologismi, perifrasi, approvati volta a volta dalle élite culturali, politiche e mediatiche più influenti».
Capozzi a questo proposito fa degli esempi eclatanti, come quelli delle accuse pesanti per molestie sessuali, che hanno subito certi noti personaggi Sono espressioni politically correct e political correctiness che si sono diffusi a partire dal mondo anglosassone in senso negativo nei confronti dei comportamenti sociali delle classi colte. Formule molto simili al linguaggio usato dagli attivisti e dai documenti ufficiali comunisti dopo la rivoluzione bolscevica, e poi soprattutto negli anni trenta, «all’epoca della strategia staliniana dei fronti popolari, per descrivere i comportamenti giusti o sbagliati di militanti del partito comunista e di compagni ‘di strada’ (intellettuali fiancheggiatori) rispetto alla linea dettata dai vertici dell’organizzazione».
Tra l’altro, scrive Capozzi, si tratta della stessa terminologia usata da alcune frange della sinistra movimentista degli anni sessanta e settanta nel senso analogo di teorie e comportamenti conformi ai nuovi standard e slogan ideologici allora in voga. C’era qualcuno che aveva la pretesa del monopolio della verità, il partito totalitario, il movimento, lo Stato onnipotente.
Successivamente questi precetti si sono diffusi nelle società occidentali, a tal punto che si percepiscono come una severa morale sociale imposta dall’alto. Per Capozzi appare come una «morale pedante alla quale occorre rendere omaggio per non essere emarginati dal discorso pubblico, per rimanere nel consesso delle ‘persone perbene’ […]».


A questo punto Capozzi si pone la domanda sul perchè il catechismo del politicamente corretto, i suoi codici di prescrizioni e divieti ha conquistato un’egemonia indiscussa? E qui Capozzi narra un po’ la storia del Progressismo, dell’idea di progresso, comune a gran parte della cultura europea moderna. Si tratta di quel blocco dottrinario, di quell’ideologia, che vuole creare un mondo nuovo. Un’idea progressista ideologica che è apparsa e incarnata sotto diversi nomi: liberalismo, democrazia, nazionalismo, socialismo. «Tratto comune a tutte le forme di progressismo è l’obiettivo di estirpare dalle società disuguaglianze e ingiustizie ereditate dal passato per condurle verso un avvenire radioso, di volta in volta, attraverso l’ampliamento e l’estensione dei diritti civili (il liberalismo nella sua versione radicale), l’uguaglianza politica (la democrazia), l’uguaglianza sociale ed economica (socialismo, comunismo, anarchismo), la liberazione dei popoli dall’oppressione esterna (i nazionalismi)».
Addirittura per il nostro, persino le ideologie totalitarie o autoritarie del Novecento, come il nazismo e il fascismo, possono essere classificate per molti versi come espressioni di un progetto progressista, sebbene opposto alla vulgata liberale, democratica e socialista. Comunque sia tutte le forme di progressismo, tendenzialmente sono convinte che «attraverso la traduzione di una dottrina in azione politica, si possano colmare le lacune della natura umana».
Dunque il progressismo dottrinario diventa l’ideologia occidentale, che si base su una «vita priva dell’orizzonte della trascendenza, ma che della religione trascendente mantiene l’anelito alla redenzione e alla salvezza, e l’attesa della fine dei tempi».
Per questo motivo tutte le ideologie intese come sistemi di idee per il governo delle società, «possono essere considerate religioni politiche o religioni secolari, secondo la definizioni che ne hanno dato rispettivamente Eric Voegelin e Augusto del Noce».
In particolare scrive Capozzi, «tutte le ideologie sono eredi di quella che sempre Voegelin considera la tendenza ‘gnostica’ della cultura europea moderna[…]».
Naturalmente la versione più assoluta e seducente del progressismo è stato incarnata nel Novecento, «dal comunismo che a partire dalla rivoluzione bolscevica in Russia, ha dominato incontrastato l’immaginario politico occidentale e di conseguenza il dibattito ideologico».
L’Unione Sovietica appariva come il modello della società egualitaria, il “paradiso in terra”. Intanto si comincia ad abbattere non solo il capitalismo, ma anche la civiltà occidentale, come modello di vita, la sua cultura, le sue tradizioni. Adesso “l’uomo bianco”, diventa il nemico, il conquistatore schiavista, devoto al sacrificio e alla produzione, repressore di ogni slancio creativo, era il nemico della liberazione umana, il freno al vero progresso verso un mondo più giusto e felice.
Praticamente l’Occidente arriva a odiare se stesso. Il progressismo cerca di de-occidentalizzare il mondo e di fare un’opera di “trasvalutazione di tutti i valori” come l’aveva elaborata un secolo prima Friedrich Nietzsche. L’ideologia del politicamente corretto, potrebbe essere definita come l’«autofobia» occidentale, il grande conservatore Roger Scruton, prendendo in prestito dal vocabolario psichiatrico, l’avversione alla propria casa, alla propria patria, l’ha chiamata, «oicofobia», che corrisponde in simmetria l’«allofilia», quel valutare pregiudizialmente positiva qualsiasi aspetto- culturale, sociale, politico, persino estetico – delle civiltà non europee e non occidentali.
In questo modo l’ideologia del progressismo secondo il sociologo canadese Mathieu Bock-Cotè si propone come un’«utopia doversitaria», dove il protagonista, l’eroe della lotta per il nuovo paradiso in terra diventava l’Altro, ‘il diverso’, in tutte le sue possibili eccezioni». Il nuovo progressismo diversitario, non abbraccia più l’ingegneria sociale, ma una infinità di «soggetti diversi, liberati da ogni vincolo, che esprimono se stessi convivendo armoniosamente senza alcuna gerarchia». Arriviamo così a quell’ideale dove i protagonisti sono quei giovani degli anni sessanta che si ribellano, siamo alla controcultura del sessantotto europeo. Non più il mito del comunismo sovietico ma il parricidio dell’Occidente cattivo, imperialista, colonialista, repressivo, discriminatorio. In pratica si tratta di un «primo mondo» che dovrebbe abbandonare le proprie caratteristiche culturali, per cominciare un nuovo ciclo. La forza trainante di questo nuovo percorso saranno tutti gli esclusi, gli emarginati a qualsiasi titolo dal sistema di dominio, le minoranze più varie che unite formeranno una nuova classe che interpreterà il senso della storia. Questi soggetti, che saranno minoranze etniche, culturali, religiose, sessuali (comprese le donne) sostituiranno il proletariato operaio eletto a suo tempo dal marxismo.
In questo quadro di minoranze escluse, vanno aggiunte l’ambiente e gli animali. Creando così le basi del filone del neo-progressismo ecologista.
La retorica e la propaganda riveste una importanza fondamentale per tutte le ideologie. Così «ogni religione secolare non soltanto ha i suoi testi sacri, i suoi santi, i suoi martiri, i suoi riti, le sue liturgie, i suoi simboli sacri, ma anche il suo catechismo». Soltanto che nell’ideologia del progressismo diversitario, il nemico, non è più come al tempo del marxismo, ma il nemico, si trova nelle nostre menti. Occorre vincere la resistenza oscurantista che c’è in noi. E quindi si arriva ben presto a delegittimare i nuovi avversari politici che saranno quelli che l’ideologia ha costruito come categorie spregiative per indicare le opinioni dei dissidenti.
Questi a sua volta sono relegati «in uno spazio di esclusione totale da qualsiasi possibilità di discussione civile, in quanto portatori di odio e discriminazione; l’avversario è ‘razzista’, ‘intollerante’, ‘sessista’, e poi ‘omofobo’, ‘islamofobo’, e via di questo passo». Praticamente secondo Capozzi questo nuovo tipo di ideologia è ancora più intollerante rispetto a quella comunista, che bene o male ti faceva dibattere, qui sei escluso e basta.
Il nuovo catechismo ideologico diversitario nato all’interno di una società dei mass media, «sfrutta ogni occasione offerta dalla comunicazione, dall’industria culturale e dalla cultura pop per comunicare i propri messaggi, rendendoli comprensibili, accattivanti, persuasivi per il maggior numero possibile di persone».
Se nel passato, per le ideologie classiche, la funzione divulgativa, avveniva attraverso il partito, i manuali di propaganda, dai libretti rossi, dai manifesti murali, dai volantini, «per il progressismo diversitario viene esercitata dai film, dal teatro, dalle canzoni, da trasmissioni di informazione/intrattenimento televisivo, e infine dai contenuti veicolati attraverso il web e i social network».
Il nuovo catechismo ha conquistato la nuova borghesia senza radici, che si è manifestata a partire dal boom economico del secondo dopoguerra, sono i giovani baby boomers ribelli degli anni sessanta che intraprendono professioni liberali, entrano nel sistema dei grandi media, dell’editoria, dell’accademia, dell’intrattenimento di massa e vanno a costruire l’economia in via di essere globalizzata.
Insomma per Capozzi, l’ideologia diversitaria ha conquistato l’egemonia culturale nei paesi liberaldemocratici. Gli ex ribelli del sessantotto diventano borghesia, fino ad arrivare al vitalismo libertario dell’industria hi-tech di Silicon Walley, con i suoi leader riconosciuti, come Bill Gates o Steve Jobs. Paradossalmente l’ideologia di queste èlite, diventa dottrina ufficiale di certa sinistra occidentale, nonostante negli anni novanta, si imponevano i movimenti della contestazione No global.
Le classi dirigenti riescono a rovesciare quella diffusa contestazione, presentando la globalizzazione a favore dei nuovi diritti e delle opportunità individuali.
Come è stato scoperto il politicamente corretto? Per il professore si comincia con il 1994, un caso letterario clamoroso, un libro satirico di un umorista americano rivisita le più note fiabe europee secondo i canoni linguistici e morali delle retorica correttista. Si comincia con Cappuccetto Rosso, che si trasforma in una arringa a favore dell’emancipazione femminile e in una ferma condanna del cacciatore come simbolo del potere maschilista. Si prosegue con i Tre porcellini, i Sette nani di Biancaneve e così via. E’ un documento prezioso questo libro, perchè già allora, si mettono insieme in un unico bersaglio satirico femminismo, multiculturalismo e abientalismo/animalismo, considerandoli elementi di un unico sistema di pensiero.
In questo periodo in cui si profilava la nuova ideologia sono stati pubblicati dei libri che denunciavano l’avanzare di un conformismo politico-culturale, i suoi luoghi comuni, la crescente limitazione della libertà di pensiero e di espressione. Sono comunque delle voci minoritarie. Capozzi, cita, «Singhiozzo dell’uomo bianco» (1983) e «La tirannia della penitenza» di Pascal Bruckner, dove viene descritta la progressiva trasformazione del terzomondismo in un’ortodossia dogmatica, la civiltà europea è colpevole di tutti i mali sofferti dai popoli ex colonizzati. Ma il più potente atto di accusa nei confronti della nuova ideologia del politicamente corretto compare nel 1987, «La chiusura della mente americana» del filosofo Allan Bloom. L’autore denuncia entrando nei particolari, la riscrittura della storia del sistema formativo scolastico e universitario americano che demolisce dalle fondamenta la cultura occidentale. Successivamente ci pensa un altro volume, «La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto», di Robert Hughes, a criticare la sinistra americana per l’attenzione ossessiva ai diritti civili e al multiculturalismo, l’ipocrisia moralista, la fissazione per le ‘vittime dell’Occidente’.
Tuttavia ritornando all’ideologia diversitaria, Capozzi nel libro ne descrive tutti gli aspetti. Guardando i principali temi del dibattito, Capozzi ritiene che i dogmi del neo-progressismo si possono raggruppare in quattro blocchi principali: 1)l’equivalenza tra le culture e le civiltà (il multiculturalismo); 2) l’equivalenza tra desideri e diritti (la rivoluzione sessuale, antropologica, biopolitica); 3) la messa ai margini della civiltà umana rispetto alla salvaguardia dell’ambiente (ecologismo ideologizzato e antiumanesimo ambientalista); 4) la concezione dell’identità non come eredità naturale e storica, ma come scelta soggettiva, espressione dell’autodeterminazione individuale e collettiva.
Sono le quattro verità, articoli di fede, dell’ideologia correttista che si innesta facilmente nel nostro mondo occidentale relativista che peraltro sta morendo. Sono i quattro argomenti che Capozzi sviluppa nei capitoli successivi del libro.
L’Occidente è sempre colpevole. Oggi è diventato impossibile fare un discorso di appartenenza senza essere tacciato di etnocentrismo, di imperialismo culturale, se non di razzismo. Praticamente «tra gli intellettuali, politici, classi dirigenti si è imposto un relativismo culturale che condanna a priori qualsiasi gerarchia di organizzazione sociale, di costume, di valore». Ricordo sempre tanti anni fa quando una collega mi riprendeva a scuola perchè io sostenevo che gli Atzechi con i sacrifici umani non potessero essere considerati popoli civili. Siamo all’affermazione del multiculturalismo, dove le culture devono convivere, mescolarsi e integrarsi, senza che nessuna cultura prevalga. Anzi per la verità sottolinea Capozzi sono le altre culture a prevalere. Infatti in America viene messa in discussione la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo del 1948, perchè espressione di una cultura occidentale e quindi secondo l’antropologo culturale statunitense Melville J. Herskovits, «non avrebbe dovuto applicarsi astrattamente all’intero genere umano, ma tenere conto delle diverse culture e rispettarne le differenze». Infatti l’ideologia correttista si rifà a questo antropologo che aveva criticato la dichiarazione.
Comunque sia secondo Capozzi la conversione della sinistra dal marxismo classico al terzomondismo e alla contestazione dei modelli occidentali era stata preparata da molto tempo; nel secondo dopoguerra veniva fatta propria dai vari fronti di liberazione di molti paesi. L’anticolonialismo era sempre presente nelle forze politiche della sinistra. Alla base di quell’idea c’era che le «culture dei popoli extraeuropei assoggettati erano depositari di un’«innocenza» originaria macchiata dai dominatori».
Capozzi descrive bene quegli anni della guerra in Vietnam, dei movimenti di protesta, delle rivolte pacifiste dei giovani americani ed europei. La protesta contro la guerra in Vietnam, offre al relativismo un ambiente ideale in cui svilupparsi. In quegli anni assume una importanza incisiva il brano musicale di John Lennon, Imagine, del 1971. Un brano semplice che esprime «in una forma universalmente comprensibile l’utopia di un mondo dal quale sarebbero state estirpate tutte le cause della violenza». Un brano che si è trasformato nell’inno ufficiale del pacifismo, e in uno dei monumenti del catechismo politicamente corretto, ancora oggi un valido collante emotivo propagandistico. Non sto qui a riferire i contenuti della canzone, mi limito solo a scrivere quali sono i mali che intende rimuovere: la religione, le nazioni, la proprietà. In pratica i fondamenti della modernità euro-occidentale.
L’ultimo stadio del multiculturalismo è un mondo di migranti. Secondo la vulgata multiculturalista, le politiche dei governi occidentali non avrebbero dovuto pretendere che i nuovi arrivati si omologassero al contesto politico e giuridico, l’obiettivo è quello di fare società globali aperte, fluide, fondate sulle contaminazioni.
Il 3° capitolo riguarda la rivoluzione sessuale in atto nelle nostre società. “Ogni desiderio è un diritto”.
Capozzi affronta i temi connessi alla libertà sessuale in tutte le sue forme. Negazione di ogni repressione o differimento della soddisfazione dei desideri. Chiunque in Occidente «riproponga la validità di una morale imperniata su autodisciplina e continenza viene messo in ridicolo, oltre che accusato di essere reazionario, nostalgico di un passato oscuro». Oppure come è capitato ai partecipanti al Congresso delle Famiglie di Verona viene classificato come medievale.
Nel capitolo Capozzi risponde alla domanda sul perché i temi legati alla sessualità sono diventati uno tra i pilastri del nuovo progressismo nel secondo Novecento.
Il testo fa una splendida sintesi degli avvenimenti che caratterizzarono il sessantotto. Soprattutto della controcultura di quei movimenti, dei gruppi, degli hippie e poi dei festival che hanno segnato la storia della musica pop: Monterrey, Woodstock. Ma fa anche i nomi dei gruppi musicali. In questo ambiente si prospettava una liberazione dai vincoli e un risveglio delle energie interiori, ritrovarsi insieme uniti non per norme etiche universali, tradizioni, leggi o istituzioni, ma da istinti, emozioni, desideri comuni. Vivere alla giornata. Il nuovo metro di giudizio del progresso sarà il piacere soggettivo. Si arriva alla rivoluzione sessuale attraverso “la politica del piacere”.
Naturalmente Capozzi fa i nomi dei vari filosofi, studiosi che hanno teorizzato questa emancipazione dell’uomo e della donna. La scuola di Francoforte con Eric Fromm, ma soprattutto con l’austriaco Wilhelm Reich, con la sua celebra opera, “La rivoluzione sessuale”. E poi Herbert Marcuse, che ha dato alla sessualità un sostegno filosofico criticando sistematicamente l’organizzazione sociale occidentale.
A poco a poco si pone l’attenzione sui gruppi più discriminati: le donne e i gay, i cultural studies influenzano il movimento femminista e quello dei diritti degli omosessuali. «contribuendo a diffondere l’identificazione di pratiche non legate alla stabilità familiare e riproduttiva con una sorta di proletariato della vita emotiva, istintuale, etica».
Con la seconda ondata del femminismo, la donna ha pieni poteri sulla vita. Le donne sono liberate dall’essere mogli e madri. Riconquistano la sovranità sul proprio corpo, demolendo le prigioni in cui erano relegate.
Nel 4° capitolo Capozzi affronta il tema dell’utopia dell’antiumanesimo ambientalista. Secondo i politicalcorrettisti, l’uomo non è necessario. Perchè l’uomo inquina, costruisce, distrugge. A poco a poco negli anni, la sensibilità ecologica viene trasformata in rivendicazione etico-politica e l’ambientalismo entra a pieno titolo tra i temi della sinistra. Pertanto per la“salvezza del pianeta”, si arriva a prescrivere una serie di precetti che investono non soltanto i comportamenti delle classi politiche ma anche quelli dei privati cittadini.
Le forme dell’ecologismo radicale concordano sul fatto che l’unico modo per garantire la salvaguardia dell’ambiente, è quello di ritornare per certi versi allo stadio precedente alla civilizzazione e allora contro l’imperialismo del genere umano, si propone veganesimo e antispecismo.
Infine il 5° e ultimo capitolo si occupa dell’autodeterminazione dell’essere umano. “Puoi essere quello che vuoi”. Per cambiare sesso basta una semplice attestazione di “sentirsi” maschio o femmina. Pertanto si possono avere diverse identità. L’uomo viene spogliato della sua essenza, viene ridotto a semplice hub di percezioni, emozioni, desideri. Il percorso giunge a un’umanità neutra, quella del Gender: essere quello che si vuole.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Fermate la rivoluzione digitale delle macchine

C’è un libro pubblicato l’anno scorso da Sperling & Kupfer che fa molto bene leggerlo. Se non lo avete letto dovete farlo. Se c’è un argomento di stretta attualità, è proprio quello trattato in questo testo che ho divorato in questi giorni. Si tratta di «Fermate le macchine! Come ci stanno rubando il lavoro, la salute e perfino l’anima», l’autore è Francesco Borgonovo, giornalista e saggista, vicedirettore del quotidiano La Verità.

Il testo è una forte critica della rivoluzione digitale, un pressante allarme quello di  Borgonovo. Bisogna preoccuparsi oppure si tratta soltanto di elucubrazioni giornalistiche? Borgonovo sta esagerando? Ha portato alle estreme conseguenze il problema? Forse si, forse no.

Per quanto mi riguarda anche scrivendo questa recensione ho utilizzato il pc e quindi tutto quello che appartiene, alla rivoluzione digitale. Lo racconto sempre parlando con gli amici, che cosa è stato per me, l’invenzione del computer e tutto quello che ruota intorno. Non posso negare che è stata straordinaria «la comodità», di poter scrivere un articolo, inviarlo a un giornale velocemente e poi condividerlo con tanta gente.

E proprio nella prefazione, Mario Giordano segnala l’aspetto della comodità. La rivoluzione digitale «ha successo perchè è comoda. Ci risolve un sacco di problemi. Ci fa credere che tutto sia facile, a portata di mano,accessibile, perfino gratis, nascondendoci accuratamente i costi che tutto ciò comporta». Anche Giordano è preoccupato dello strapotere della tecnologia: «io non vorrei vivere in un mondo senza tecnologia, di cui sono per altro un abbondante consumatore. Ma ho l’impressione che ormai il rapporto si stia invertendo: non sono più gli uomini a usare la tecnologia, ma è la tecnologia che usa gli uomini».

Borgonovo ad ogni capitolo del libro si affida, riportando le loro tesi, a una serie infinita di più o meno noti studiosi, sociologi, psicologi, professori, scienziati. Nel 1° capitolo (la quarta rivoluzione industriale) presenta un futuro inquietante. Dopo aver fatto riferimento accenna alle prime rivoluzioni industriali, citando il libro di Klaus Schwab, “La quarta rivoluzione industriale” Franco Angeli), descrive questa rivoluzione che si caratterizza, «per un uso diffuso di internet, a cui si ha accesso con sempre maggiore frequenza attraverso dispositivi mobili, sempre più piccoli ma più potenti ed economici, e per il ricorso all’intelligenza artificiale e a forme di apprendimento automatico».

I cantori di questa rivoluzione proliferano ovunque, si va dall’area progressista al colosso della Silicon Valley. Tutti questi «tecnoentusiasti», ci dicono che «il robot in fabbrica non deve far paura. Anche quando distruggono posti di lavoro». Per questi signori, «le nuove tecnologie aumentano la produttività del lavoro, e quindi i salari, facendo crescere di conseguenza la domanda di servizi».

Credere che i computer sostituiranno l’uomo nelle fabbriche e negli uffici, «rappresenta una concezione ingenua e parziale di come funziona il mercato del lavoro». Anche se a denti stretti devono ammettere che probabilmente bisognerà spostarsi in giro per il globo, «svolgendo occupazioni, di cui, ora, faticate persino a pronunciare il nome».

Il futuro che si sta preparando è abbastanza inquietante, si parla di «intelligenze artificiali», che dovrebbero sostituire quelle umane. Milioni di lavoratori in tutto il mondo dovrebbero inventarsi un nuovo ruolo e una nuova funzione.

Sostanzialmente, «troverà lavoro chi è disposto a spostarsi, chi accumula master e chi si diletta a smanettare sulle tastiere. Ma tutti gli altri? Come faranno quelli che non vogliono lasciare casa propria, o che non possono permettersi un certo tipo di istruzione o, semplicemente, non sono portati per svolgere lavori come il programmatore o l’analista tecnologico? Facile: tutti costoro verranno spazzati via. Si creerà una ristretta élite di specialisti molto pagati (magari per un breve periodo) e un esercito di lavoratori inutili e sostituibili alla bisogna, sottopagati e sempre a rischio. Ne sanno qualcosa gli impiegati di Amazon […]».

Anche se l’azienda non è crisi, anzi il suo fondatore, diventato il più ricco del mondo, sta assumendo e dalle statistiche che circolano in giro, si sostiene che Amazon crea posti di lavoro.

Tuttavia per Borgonovo siamo di fronte a un’evidenza: «ci stiamo trasformando in una jobless society, una ‘società senza lavoro’. L’innovazione tecnologica e la robotizzazione ci stanno conducendo verso quello che lo studioso americano Martin Ford ha definito un regime di ‘piena disoccupazione’». Pertanto secondo Borgonovo, «le macchine non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro: benvenuti nella quarta rivoluzione industriale». A questo punto i guru della Silicon Valley e una bella fetta dell’intellighenzia progressista spingono verso l’innovazione e non di fermare la tecnologia. Fino a cancellare completamente il lavoro. «Come si manterranno allora le persone? Semplice: con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto la divinità digitale chiamata Bill Gates».

Borgonovo, ha pronta la citazione del sociologo Domenico De Masi, che ha pubblicato un saggio sull’argomento, «Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati» (Rizzoli). I disoccupati potranno «organizzarsi attraverso il web, al fine di trovare l’occupazione a loro più gradita, senza il cruccio di dover portare a casa uno stipendio, poiché saranno mantenuti da sussidi pubblici». Si paventa una società come nell’antica Grecia dove i filosofi si dedicavano all’«ozio creativo».

Nel 2° capitolo (che fine ha fatto il nostro futuro?), Borgonovo, affronta la questione delle conseguenze dello sviluppo sfrenato della tecnologia. Ci stiamo abituando allo strapotere della tecnica e pertanto gli effetti negativi di questo dominio troppe volte non riusciamo a coglierli. Ecco perché Borgonovo propone di giudicare il nostro presente da uomini del passato, che non sono uomini qualunque, ma dei veri geni, ci tiene a precisare. come Emile Zola (1840-1902), Jules Verne (1828-1905), H.G. Wells (1866-1946), George Bernanos (1888-1948). «Questi monumenti della letteratura occidentale dedicarono profonde riflessioni al rapporto dell’umanità con la tecnologia, e scrissero romanzi, racconti e saggi per mettere in guardia i posteri sugli enormi rischi legati alla creazione del ‘mondo delle macchine’». Avevano ragione, ma non sono stati ascoltati come capita spesso. Il caso più eclatante è quello dello scrittore francese Jules Verne, che comunemente viene considerato «il cantore entusiasta della scienza e del progresso, con il suo nome che evoca mirabolanti avventure a bordo di macchine strabilianti». Eppure questo letterato, aveva scritto un saggio che prefigura il nostro presente, dove «le nuove invenzioni hanno portato comodità ed efficienza, ma hanno anche contribuito a disumanizzare l’uomo». In pratica lo scrittore francese aveva predetto l’«era del neutro, dell’individuo disponibile, più simile a una macchina che a un essere umano». Alle stesse conclusioni era giunto Emile Zola, dove in un suo romanzo, racconta di una grande magazzino che manda in rovina i piccoli commercianti locali, «funzione oggi assolta da Amazon», scrive Borgonovo.

Altro romanzo significativo è quello di H.G. Wells, dove tratteggia certe compagnie dominanti a Londra, dove «la scienza ha compiuto passi da gigante, in compenso però le disuguaglianze sociali sono aumentate a dismisura. E ciò dimostra – scrive Borgonovo – che il problema non è la macchina in sé, ma il modo in cui viene gestita». Infine Bernanos è stato quello a descrivere meglio di tutti l’abominevole connubio fra capitalismo rapace e tecnologia rampante, raccolte in un volume intitolato «Lo spirito europeo e il mondo delle macchine», (Feltrinelli).

«La conquista del mondo da parte della mostruosa alleanza tra la speculazione e la macchina un giorno apparirà simile non solo alle invasioni di Gengis Khan o di Tamerlano ma alle grandi invasioni così mal conosciute della preistoria». Così scrive va Bernanos. Il dramma vero per lo scrittore era proprio quello della disumanizzazione e della «trasformazione dell’uomo in un robot: il male non sta nelle macchine, ma sta e starà nell’uomo che la civiltà delle macchine va formando. La macchina despiritualizza l’uomo mentre ne accresce mostruosamente il potere».  Attenzione per Borgonovo non stiamo parlando «di reazionari spaventati dal radioso avvenire, ma di pensatori acuminati che hanno fiutato prima di tutti il pericolo». Infatti Bernanos scriveva: «non nego che le macchine siano capaci di rendere più facile la vita. Niente però sta a dimostrare che la possano rendere più felice». Verissimo, soprattutto nel nostro mondo di oggi, in cui «l’uomo ha fatto la macchina e la macchina è diventata uomo, per una specie di inversione diabolica».

Allora continuando con le riflessioni sulle nuove logiche portate dalla rivoluzione digitale, Borgonovo sintetizza bene quello che è successo.

«Si è cercato – scrive Borgonovo – di creare individui intercambiabili, privi di identità e di cultura, disposti a inghiottire lo stesso cibo, a indossare i medesimi abiti. Uomini e donne disponibili, pronti a sostenere turni di lavoro, appunto, disumani a fronte di stipendi sempre più bassi. Essere viventi controllati e controllabili». E questo secondo il giornalista, è la stessa logica che sta dietro la migrazione di massa. «Gli immigrati, che dall’Africa e dall’Asia giungono in Occidente, servono come esercito di lavoratori di riserva, pronti a sostituire gli europei e gli americani qualora ce ne fosse la necessità, possibilmente con stipendi bassissimi, in modo da livellare i salari di tutti. Ci viene detto che le frontiere non esistono, che le differenze culturali sono un’invenzione, che è bello mescolarsi ed essere fluidi. Per quale motivo?» Si chiede Borgonovo. «Per rendere tutti neutri. Come le macchine. Che non hanno né cultura né religione né sesso».

E qui il vicedirettore de La Verità, accenna a papa Francesco, che ha parlato di questi temi. Parlando ai membri della Pontificia accademia per la vita, ha rilevato che oggi è necessaria «una rinnovata cultura dell’identità e della differenza». Ecco la parolina che farà rizzare i capelli a molti: «differenza». Tra uomo e donna, tra maschio e femmina, sostiene il papa, c’è una differenza che va preservata. «L’utopia del neutro rimuove a un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita». E’ importante per Borgonovo che il pontefice abbia attirato l’attenzione sul tema della neutralità.

«Quella del neutro è un’utopia pericolosa, che mira a creare individui intercambiabili, facilmente manipolabili, sempre disponibili e malleabili. Non uomini compiuti, ma esseri che hanno molto in comune con i robot». Papa Francesco lo ha detto con estrema chiarezza: l’utopia del neutro è l’ultima frontiera prima dell’annichilimento dell’essere umano.

Così potremmo arrivare a quello che sosteneva il filosofo tedesco Gunther Anders in un corposo saggio che «l’uomo è antiquato», perchè viviamo nel mondo della tecnica, ormai diventata soggetto della storia.

Borgonovo accenna a diversi studi, tra questi, due studiosi dell’Università di Oxford nel 2013, hanno realizzato una ricerca intitolata, il futuro dell’occupazione, nel giro di vent’anni, nei soli Stati Uniti il 47% degli impieghi potrebbe essere affidato a «macchine intelligenti». E qui da una citazione all’altra si scopre che l’automazione rimpiazzerà i lavoratori, pertanto cambia la natura del lavoro stesso. Si fa l’esempio dei camionisti che secondo McKinsey nei prossimi otto anni, un terzo di tutti i camion su strada si guideranno da soli. Molti lavoratori di oggi dovrà presto temere la minaccia posta dai lavoratori artificiali e dagli intelletti sintetici.

Qualcuno dice che servono sempre più nuove competenze, «ma come si fa a tenere il passo con computer che, in ventiquattr’ore, immagazzinano più dati di quanti noi possiamo eleborarne in una vita intera?». Nel frattempo l’ecatombe lavorativa si avvicina sempre più. Borgonovo citando Shelly Palmer, prova a prevedere i cinque lavori che in futuro i robot si prenderanno. I primi a perdere il lavoro saranno i quadri intermedi, poi ci sono i venditori. Commessi, negozianti, addetti alle vendite. Poi impieghi affini come i camerieri e i baristi. Un altro settore su cui si abbatterà la robotizzazione secondo Palmer, sarà quello dei giornalisti, anche televisivi, che potranno essere rimpiazzati da algoritmi che selezionano notizie o addirittura da annunciatori catodici. Altro lavoro che scompare è quello dei contabili, tutti coloro che si occupano di amministrazione, nelle banche come negli uffici. Scompaiono anche i medici, secondo Palmer. Naturalmente non mancano gli esempi.

Nonostante tutto questo la campagna a favore della robotizzazione è costante, per i media è foriera di enormi progressi e splendide novità. Addirittura i robot hanno marciato su Roma; si è svolta nella capitale una vera e propria full immersion nel mondo della robotica con laboratori, esposizioni, conferenze, tavole rotonde e soprattutto gare.

Su questo tema per il giornalista de La Verità, bisognerebbe ascoltare Nicholas Carr, uno dei maggiori esperti di tecnologia del pianeta, autore di “Internet ci rende stupidi”, bestseller mondiale pubblicato in Italia da Raffaello Cortina, dove si parla dei rischi legati alla crescente automazione a cui ci stiamo affidando.

Per Carr invece di elevarci a lavori più interessanti ci stiamo trasformando in semplici “operatori informatici”. Dipendiamo sempre più da un software e dalle sue strutture. In tutto questo c’è il rischio di essere manipolati e di diventare passivi. Sono interessanti le riflessioni di Carr su internet: in pratica ci rende più facile raccogliere informazioni, ma nello stesso tempo ci rende difficile sviluppare la conoscenza, che comporta la sintesi di informazioni, che a sua volta richiede attenzione, riflessione, contemplazione.

Negli altri capitoli Borgonovo affronta le questioni che riguardano i grandi colossi della rivoluzione digitale come Amazon, Google, Apple, questi moloch miliardari, sono i nuovi feudatari della rivoluzione in atto.

Interessanti da leggere sono le considerazioni sull’invasione digitale a scuola.

Il libro ricorda Valeria Fedeli, l’ex ministro dell’Istruzione, che consente l’introduzione sui banchi scolastici dello smartphone e dei tablet. Con tanta forza e ironia il giornalista scrive: «Non basta che i dispositivi elettronici assorbano costantemente occhi e menti dei ragazzi (compresi i bambini della scuola primaria) nell’arco della giornata. No, bisogna che la schiavitù digitale prosegua anche in classe». Sono numerosi gli esperti che hanno elencato gli esorbitanti danni causati dagli smartphone e dai tablet. Viene da chiedersi se i luminari del ministero ne abbiano tenuto conto. Praticamente nel mondo l’uso dei dispositivi tecnologici sono vietati, in Italia in controtendenza si ammettono, anzi si incentivano per tutte le classi. Una decisione incomprensibile dal punto di vista pedagogico per il pedagogista Daniele Novara. E’ difficile non pensare al business enorme che sta dietro a tutto questo. «Si introduce nelle classi uno strumento che oggi rappresenta un elemento di inquietudine per bambini e ragazzi». Come si fa a controllare qualcosa che uno si porta in tasca o si mette sotto il cuscino?

Il professore Novara è estremamente critico sullo smartphone come strumento didattico, è come dare l’alcol ai bimbi di sei anni, così imparano a gestirlo. Novara non è il solo a mettere in guardia sul digitale c’è anche Manfred Spitzer, medico e psichiatra, celebre per aver scritto il libro “Demenza digitale”, pubblicato in Italia da Corbaccio, ha avuto già quattro edizioni e soprattutto ha avuto il merito di aprire gli occhi sugli effetti collaterali della rivoluzione digitale. Spitzer ha spiegato con grande chiarezza perché «internet ci rende stupidi». Addirittura il medico, direttore del Centro per le neuroscienze e l’apprendimento dell’università di Ulm, paragona la nostra relazione con la tecnologia digitale a quella che abbiamo con le droghe. I media digitale danno dipendenza e danneggiano lo sviluppo del cervello dei bambini e negli adolescenti come le droghe. Per il professore gli smartphone causano depressione e insoddisfazione, sono «le patologie delle società civilizzate». Pertanto occorre proteggere i bambini e gli adolescenti dall’uso intenso del digitale. Occorre abituare i bambini al piacere della lettura, se non lo si abitua a questo, lui sceglierà scelte più facili come lo smartphone.

Ci sarebbero altri aspetti interessanti che vengono affrontati nel libro come la cultura del narcisismo incrementata dalla connessione al web. Lo sottolinea Pietropolli Charmet. Tanti ragazzi hanno perso il legame con la natura, proprio a causa dell’uso della tecnologia digitale. Lo ha allontanato dall’ambiente, dagli alberi, dal verde. E’ fondamentale ritornare alla dimensione selvatica per l’uomo. Borgonovo fa riferimento alla grande importanza per i bambini del «gioco brado», del gioco spontaneo, le attività programmate, strutturate e sorvegliate dagli adulti non fanno bene.

Concludo con qualche riflessione che Borgonovo, ha fatto a «Letture.org», che gli chiedeva se il suo libro poteva essere visto come un manifesto del luddismo. La parola luddismo è sempre usata a sproposito. Si pensa che i luddisti avessero un odio cieco verso la tecnologia e un’ottusa ostilità verso il progresso, un rifiuto barbaro di ogni novità. Non è proprio così. I luddisti, «non se la prendevano con le macchine, ma soprattutto con i padroni che le utilizzavano per massimizzare i profitti a spese di una larga fetta della popolazione».

I tecnofanatici accusano di luddismo chiunque osi criticare la rivoluzione digitale. Utilizzano lo stesso disprezzo che un tempo veniva esibito nei confronti dei luddisti. Ci viene ripetuto in ogni occasione che “il progresso non si può fermare” […]. Ci viene ribadito che dobbiamo “andare avanti”, anche se non sappiamo quale sia la direzione. L’importante è muoversi, innovare, stare al passo. Siamo immersi nell’ideologia del movimento fine a sé stesso, cosa pericolosa e grottesca. Borgonovo  tra i molteplici lati oscuri della rivoluzione digitale vede quelli come vengono utilizzati i nostri dati personali raccolti dai social network. Grande scandalo sui media per le vicende che hanno coinvolto Facebook, ma Google si comporta in modo molto simile, circa il 77% delle pagine Web che visitiamo attraverso il motore di ricerca viene tracciato. Pensiamo davvero che questo tipo di società sorvegliata sia “un progresso”?

Tra i rischi che comporta la digitalizzazione della nostra società, tra quelli più gravi, Borgonovo crede che stiamo perdendo la nostra umanità. «I tecnofanatici vogliono creare un uomo nuovo, esattamente come volevano fare le grandi dittature del Novecento. È un progetto folle e pericolosissimo».

Presentando il libro di Borgonovo, Luca Gallesi su Il Giornale, scrive che oggi «ai dogmi religiosi, sono subentrati altri dogmi, ben più intransigenti, che alla teologia hanno sostituito la tecnologia, nuova divinità».

Pertanto secondo Gallesi, «la lettura di Fermate le macchine! fa l’effetto di una doccia gelata. Intendiamoci: Borgonovo non è un luddista, non auspica la distruzione delle macchine né il ritorno a una civiltà pre-moderna, dove la legna sostituisca il petrolio e i cavalli le automobili, ma ci mette in guardia dal dilagare di un ottimismo ingiustificato e pericoloso nei confronti delle cosiddette «nuove tecnologie». (Luca Gallesi, «Fermate le macchine» vogliamo uscire dal progresso che umilia l’essere umano», 30.6.18, Il Giornale)

Allora è possibile difendersi dallo strapotere tecnologico? Certamente iniziando con piccoli accorgimenti come «dandosi un limite. Limitando il tempo che passiamo attaccati al cellulare. Spegnendolo quando non serve. Perché non ci gustiamo il bel piatto che abbiamo davanti invece di farlo freddare mentre cerchiamo di fotografarlo? È solo un esempio, una piccola cosa. Ma dimostra come si possa dominare la tecnologia. Poi, certo, ci sono questioni molto più ampie, a cui solo la politica può dare una risposta. Per esempio quelle legate al lavoro. Credo che un governo serio dovrebbe occuparsene immediatamente. E dovrebbe anche provvedere a cancellare i provvedimenti che hanno spalancato le porte delle classi ai dispositivi digitali».

Domenico Bonvegna

LA RECENSIONE. Il calvario degli italiani a Istria 1943-1945

Anche quest’anno in occasione della Giornata del Ricordo, ho inteso ricordarla leggendo un libro. Il testo è scritto da Gaetano La Perna, «Pola – Istria – Fiume, 1943-1945. La lenta agonia di un lembo d’Italia», pubblicato dalla casa editrice Mursia nel 1993 (478 pagine , comprese le appendici)
Il libro è un contributo storico, costruito con competenza e determinazione, ben documentato con precise descrizioni, con riferimenti a fonti precise e serie. Non vorrei esagerare, ma credo di aver letto il libro più completo su questo argomento. Anche se non è facile uno studio completo ed esaustivo sul groviglio di quegli avvenimenti storici. L’autore ne è consapevole, infatti scrive: «l’elenco delle foibe istriane fin qui nominate, nelle quali furono fatti precipitare i corpi martoriati di tanti infelici, non è certamente completo [..] Studi e ricerche per giungere alla compilazione di elenchi ufficiali, completi e attendibili, delle foibe, delle cave, delle fosse comuni usate nei vari periodi dagli slavi come tombe, non risulta che siano mai stati fatti in modo sistematico […]a tutt’oggi – scrive La Perna – non sono noti – almeno a carattere ufficiale – elenchi nominativi completi di tutte le vittime del genocidio slavo […] le ragioni sono diverse e possono essere fatte risalire, oltre che alle difficoltà insite in un tale tipo di ricerca, a svariate cause spesso legate alla travagliata storia di quelle contrade, alle vicende belliche e postbelliche, alle soluzioni politiche che hanno coinvolto in pratica l’intero territorio in questione».
Peraltro per lo studioso non facile un censimento completo delle vittime e i luoghi del loro martirio. Si incontrano diverse difficoltà, spesso sono andati dispersi le documentazione, i verbali delle commissioni giudiziarie e poi sono andate distrutte le sedi giudiziarie. Di facile reperibilità sono le fonti che appartengono alla pubblicistica fascista del tempo, che, per ovvie ragioni di propaganda, sfruttò gli eccidi compiuti dai comunisti slavi. Naturalmente questi documenti non sempre possono essere considerati del tutto attendibili e vanno presi perciò con la dovuta cautela. La stessa cosa si può scrivere, per quanto riguarda la pubblicistica comunista, soprattutto quella slava. «gli slavi hanno fatto sparire con cura e in modo sistematico ogni traccia che avrebbe potuto, anche solo indirettamente, suffragare l’infamante accusa a loro carico di genocidio degli italiani».


Del genocidio degli italiani nella Venezia Giulia e nella Dalmazia sopratutto dopo l’esodo, «si sono occupati gli esuli giuliani e le loro associazioni che hanno raccolto, in modo lodevole ma spesso occasionale e frammentario, testimonianze, memorie, ricordi, reperti fotografici, dati anagrafici delle persone uccise o scomparse, curando anche, in tempi diversi, la pubblicazione di monografie e di elenchi, non completi, di vittime e di dispersi». La Perna, lui stesso costretto all’esilio, evidenzia che queste fonti hanno il grosso inconveniente di essere sparse in una serie di archivi, poco noti, ad associazioni, unioni e famiglie degli esuli.
Tuttavia nel testo troviamo diverse citazioni di queste fonti, a cominciare dagli studi di Paolo De Franceschi, Gianni Bartoli, padre Falminio Rocchi, Antonio Pitamiz e tanti altri.
Comunque sia la ricerca del professore La Perna, rimane molto valida, perché lascia parlare i fatti, le testimonianze, i documenti e restituisce alla storia quella verità che nessun stravolgimento politico-ideologico potrà mai condizionare. E’ un lavoro serio, documentato, scritto con onestà e obiettività. Almeno per quanto riguarda il territorio di Pola, Fiume e l’Istria.
Il testo riesce a descrivere fatti che hanno visto coinvolti centinaia, migliaia di uomini e donne, a volte con meticolosa precisione. Possiamo ridurre a quattro gruppi, movimenti politici, che si contendono il territorio istriano a partire dall’armistizio dell’8 settembre del 43 fino al 1945. I primi due protagonisti, sono italiani: i fascisti con il rinnovato Partito fascista e i comunisti del PCI, che entrambi, bene o male lottano per mantenere l’italianità del territorio; gli altri due sono stranieri: i tedeschi nazisti e i comunisti sloveni e croati, entrambi mirano all’occupazione del territorio e quindi ad inglobarlo nel loro progetto espansionistico.
In mezzo a questa lotta spietata, si trova la popolazione per la maggior parte italiana, che deve subire ogni tipo di sopruso.
Con la caduta di Mussolini e del Fascismo, in poche ore il regime scompare e nessuno tenta di fare qualcosa per salvarlo. Con l’armistizio dell’8 settembre, tutti pensano che la guerra sia finita. Scompare ogni forma di autorità, l’incertezza del domani induce molti a dare l’assalto ai magazzini di generi alimentari. Furono prese di mira le caserme, i depositi e gli accantonamenti militari, gli uffici statali ormai abbandonati, dei quali vennero asportati mobili e suppellettili di ogni genere. I saccheggi scrive La Perna iniziarono subito il 9 settembre e continuarono nei giorni successivi. Naturalmente il professore fa riferimento ai centri dell’Istria, in particolare Pola e Fiume.


«Abbandonate le caserme e gli insediamenti militari, marinai e soldati iniziarono la frenetica ricerca di un abito civile; molti si misero in viaggio verso Trieste con mezzi di fortuna ed anche a piedi». Furono circa trentamila i militari italiani che rimasti a Pola, una volta occupata dai nazisti, «ai militari italiani, dopo il disarmo, i nazisti posero, in alternativa, tre condizioni: combattere al loro fianco, collaborare come lavoratori, farsi internare in Germania». La maggior parte scelse l’internamento e subito furono fatti partire.
Le truppe tedesche del Reich avevano un progetto ambizioso sui territori italiani dell’Istria, della Venezia Giulia, la Dalmazia. Miravano ad inglobarli per fare la grande Germania. Hanno iniziato subito a trattare gli italiani come sudditi, in mezzo ad altri popoli. Anzi gli italiani, più di altri, subiscono limitazioni, condizionamenti, restrizioni. Diventano minoranze, c’è un’atmosfera di aperta ostilità verso tutto quanto è italiano. Si arrivò a distruggere i monumenti patriottici come quello di Nazario Sauro.
A capo del progetto nazista c’era il commissario austriaco Friedrich Alois Rainer, che ha avuto questo incarico direttamente da Hitler per tedeschizzare quei territori. La Perna descrive minuziosamente il disegno nazista, conosciuto come il «Nuovo Ordine», dove in previsione doveva risorgere la vecchia Austria nei territori della tramontata monarchia asburgica. Ma alla Venezia Giulia e alla Dalmazia guardavano con chiare mire espansionistiche anche i miliziani comunisti slavi di Tito, soprattutto quelli sloveni e croati.
La Perna nota nel libro che la tendenza all’espansione territoriale ai danni dell’Italia «fu una costante comune a tutti i movimenti politici e militari che negli anni del secondo conflitto mondiale operarono dentro e fuori la vicina Jugoslavia: agli ustascia di Pavelic, ai ‘domobranci’ sloveni e ai cetnici ‘legali’ che collaborarono tutti con i nazisti; ai partigiani comunisti di Tito, ai cetnici di Draza Mihajlovic[…] Di là dalle ideologie politiche che li separavano e dall’odio ancestrale che divide da sempre i serbi dai croati, tutti avanzarono rivendicazioni territoriali. Sotto qualunque bandiera, su tutto e su tutti, fu il nazionalismo panslavista che ebbe il sopravvento e che costrinse lo stesso PCJ, al compromesso – pertanto secondo La Perna – in qualunque modo la guerra si fosse conclusa, i confini orientali d’Italia erano già allora molto minacciati e, forse, anche irrimediabilmente compromessi».
Con queste premesse non poteva che finire male per quelle terre e soprattutto per la maggioranza degli italiani che vi abitava.


L’amministrazione Rainer si scontrava anche con i fascisti, che spesso venivano umiliati dalle sue prese di posizione. Ormai i fascisti, scrive La Perna dovevano abituarsi alll’idea che la Venezia Giulia non apparteneva né alla Repubblica Sociale Italiana, né all’Italia. Rainer lavorava nella prospettiva di una definitiva annessione del «Litorale Adriatico» al Grande Reich tedesco.
Nel IV capitolo La Perna si occupa dell’antifascismo in Istria e a Fiume e la penetrazione slava in questi territori.
Il testo di La Perna fa riferimento alla storia passata di questi territori, cita il Trattato di pace di Versailles, che ha scontentato i vari nazionalismi, in particolare quello italiano e slavo. Molto spazio viene riservato al nascente Partito comunista d’Italia, in particolare la federazione di Trieste, che con gravi crisi di coscienze, si schierò apertamente a favore delle rivendicazioni nazionalistiche delle minoranze slave. Infatti La Perna, racconta come diversi esponenti comunisti italiani avversavano le tesi slave, contrapponendo le complesse e complicate esigenze della lotta di classe, l’autodeterminazione dei popoli a quelle nazionali e sociali.
Il giudizio sulle altre forze politiche è negativo, i partiti tradizionali sembravano incerti, indecisi sulle questioni più importanti. Pertanto, «ampi spazi politici vennero in tal modo lasciati ai gruppi nazionalistici nei quali il nascente fascismo troverà fertile terreno per svilupparsi e per costruire in breve tempo il suo successo».
Il fascismo si oppose con fermezza al bolscevismo comunista e alle spinte espansionistiche del revanscismo slavo. Ricevendo il consenso di larghi strati della piccola e media borghesia, dei gruppi patriottici e di tutti quelli che intendevano difendere l’identità nazionale.
La Perna non nasconde i difficili rapporti tra le istituzioni fasciste con le minoranze slave e con gli antifascisti. «L’opposizione ideologica al regime fu sempre e dovunque duramente repressa, da qualunque parte provenisse, senza nessuna discriminante. Nessuno sfuggì a questa regola e tutti gli antifascisti istriani furono indistintamente perseguitati, non costituendo differenza alcuna la loro appartenenza all’uno o all’altro gruppo etnico, ad una o ad altra classe sociale, ad uno o ad altro partito, movimento o associazione. La repressione fu dura e indiscriminata, sorretta dalla logica del ‘chi non è con noi, è contro di noi’ comune a tutti i regimi dittatoriali nei quali nessun’altra ideologia al di fuori di quella dominante ha diritto di cittadinanza».
Lo scoppio della II guerra mondiale e soprattutto con le prime sconfitte dell’Asse, ha risvegliato gli attivisti comunisti. Il libro descrive tutti i passaggi della scesa in campo delle cellule comuniste e dei vari rivoluzionari che si organizzarono per le prossime battaglie. L’autore fa riferimento a diverse fonti più o meno attendibili. Elenca gruppi e sopratutto una marea di nomi, soprannomi, dei capi partigiani che a poco a poco si riorganizzano. «L’inizio del movimento di penetrazione verso Fiume e l’Istria interna – per La Perna – da parte di agitatori e attivisti comunisti, provenienti dalla Croazia, può essere fatto risalire alla fine del 1941[…]».
Inizia la cosiddetta guerra di popolo del maresciallo Tito contro l’occupazione nazifascista. Una guerra che diventa una occasione irripetibile per la riaffermazione di quelle rivendicazioni, da sempre sostenute a gran voce dal nazionalismo slavo, sulle terre Giulie, sulla Dalmazia e sulle isole della costa orientale dell’Adriatico.
Tito è stato abile comandante, è riuscito a far accantonare vecchi rancori e odi aviti tra croati, serbi, macedoni e montenegrini. Il maresciallo ha offerto a questi popoli slavi, attraverso la lotta armata, il riscatto economico, politico e sociale. E superando tutte le differenze ideologiche, attraverso il Partito Comunista della Jugoslavia (PCJ), si è saputo presentare come l’unico coagulo unificante, imponendo un’unica guida militare e politica del movimento nazionale e popolare di liberazione.
Naturalmente oltre ai compromessi, il PCJ di Tito per far trionfare la sua linea politica revanscista, ha eliminato tutti i possibili oppositori interni con lucidità e freddezza tutta balcanica. La strategia di conquista dei partiti comunisti croati e sloveni era molto simile. Entrare subito in tutti i territori rivendicati con i propri attivisti politicamente preparati, e col pretesto della comune lotta al nazifascismo, bisognava avvicinare e poi organizzare tutti gli antifascisti, in particolare il Pci. Inoltre, occorreva al più presto, assumere «il diretto controllo, non solo per poter avere la direzione della lotta armata, ma soprattutto per poter imporre la soluzione finale del problema nazionale che prevedeva l’annessione alla futura Jugoslavia di tutti i territori rivendicati».


Era arrivato il momento, la propaganda martellante e capillare, lo si ripeteva in continuazione: «per le genti dell’Istria di origine slava stava arrivando il grande momento della vendetta, della rivincita, del riscatto nazionale e sociale; i padroni non sarebbero stati più gli italiani, fascisti e sfruttatori […] la giustizia popolare sarebbe stata inflessibile con tutti i traditori e i nemici del popolo[…]».
Il testo di La Perna dà molto spazio ai contrasti dei comunisti italiani, con quelli slavi, vengono pubblicate lettere, interventi di singoli esponenti e di gruppo. Si fanno riferimenti a diversi documenti. A questo proposito un quadro abbastanza dettagliato dello stato di relazioni tra la federazione regionale giuliana del PCI, di cui era segretario Luigi Frausin, e il PCS lo si può trovare in un lungo rapporto steso nel gennaio del 1944 da Giordano Pratolongo, «Oreste» per la direzione del PCI.
Nella relazione i comunisti italiani elencano i motivi di divergenze nei riguardi dei comunisti slavi. E’ presente sempre l’obiettivo categorico nazionalista dei PC slavi. Dove si aggiunge anche il futuro di Trieste e della Venezia Giulia.
Per far passare il progetto revanscista, i comunisti slavi non si fermano davanti a nulla, eliminano anche i compagni italiani che non si piegano alla loro politica come l’uccisione di Giovanni Zol della brigata triestina. Peraltro secondo La Perna, molti partigiani italiani caddero nelle mani naziste, dopo essere stati traditi dai miliziani slavi. Per La Perna questo non deve stupire, si tratta della doppiezza tipicamente balcanica.
Comunque sia i comunisti italiani erano sempre propensi che tutte le questioni territoriali si dovevano risolvere soltanto alla fine del conflitto, solo dopo essersi liberati dal nazifascismo. Tuttavia nella primavera del ’44 ci fu la svolta filo slava della direzione triestina del PC, e La Perna, racconta quello che è successo, si dà conto di una lettera riservatissima, che doveva essere diffusa a tutte le federazioni, del torinese Vincenzo Bianco, detto «Vittorio», che era il responsabile del PCI dell’Alta Italia, dove si sosteneva i progetti espansionistici dei croati e sloveni, inoltre si sottolineava la necessità di porre subito tutte le formazioni partigiane italiane sotto il comando slavo e si accettava l’annessione di Trieste e del Litorale alla Slovenia come un inevitabile fatto storico.
In questo contesto La Perna si occupa anche della posizione della Chiesa cattolica presente nel territorio. Mi ha sorpreso in particolare, il comportamento dei sacerdoti slavi, che appoggiavano apertamente le forze comuniste slave, addirittura sono arrivati ad odiare i confratelli italiani. Questi sacerdoti erano aperti sostenitori delle tesi annessionistiche slovene e croate.
La Perna nel libro sostiene che i seminari giuliani erano diventati «delle vere e proprie fucine antitaliane e centri motori del movimento revanscista e nazionalista panslavo». La Perna fa un elenco di questi sacerdoti, seguendo delle relazioni militari e di polizia sul clero slavo, che aveva preso esplicita posizione contro l’italianità.
Scrive a questo proposito La Perna, «fu attraverso le canoniche e le sagrestie delle parrocchie rette da sacerdoti di origine slava che nei primi anni Venti passò gran parte dell’emigrazione diretta soprattutto verso la Croazia; e fu con l’aiuto di questi religiosi che, dopo l’occupazione italo-tedesca della Jugoslavia nel ’41, fu favorito il ritorno e il reinserimento in Istria di molti di quegli emigrati, parecchi dei quali erano veri e propri agenti del PC sloveno e croato».
Il clero slavo secondo La Perna, dopo qualche perplessità iniziale, per via dell’ideologia atea, solidarizzò con il MPL diretto dai comunisti, anzi spesso si trovano religiosi all’interno dei diversi Comitati di Liberazione e nei fronti unici popolari. Questa alleanza singolare tra clero slavo e marxisti sciovinisti, continua ancora oggi a sollevare non poche perplessità e interrogativi, destinati forse a restare senza risposta, fra gli studiosi di quelle vicende storiche. «In realtà, non è per nulla agevole – scrive La Perna – comprendere quali condizioni vennero allora maturando e quali considerazioni prevalsero tra coloro che resero possibile la convivenza politica dell’ideologia cristiana e cattolica con quella marxista-leninista dei comunisti, decisamente materialista ed atea».
Inoltre altre considerazioni alquanto inquietanti sono che questo clero, tutto sommato era sottoposto ai vescovi diocesani e alle gerarchie della Curia romana. Infine ancora più inquietante e del tutto inspiegabile è quell’«atteggiamento di avversione profonda nutrito da questi sacerdoti verso altri religiosi e laici cattolici, quelli italiani, che pur erano nati ed erano vissuti in quelle stesse terre abitate dalle genti slave. E la cosa – insiste La Perna – appare ancor più difficile da comprendere se si considera che di tale ostilità, di tale malanimo assai somigliante all’odio, vennero gratificati senza eccezione tutti gli italiani, compresi quelli che con il fascismo nulla ebbero da spartire. Come annunziatori del messaggio evangelico questi religiosi furono indubbiamente testimoni assai poco credibili».
Pertanto dopo queste considerazioni non è difficile comprendere l’odio razziale dei miliziani comunisti che portò a quel tipo di massacri di uomini e donne nelle foibe istriane.
Il V capitolo si occupa delle conseguenze dell’armistizio. Il libro evidenzia nel gruppo nazionale italiano uno stato di crisi e di abbandono. Accanto ai timori, alle incertezze e alle preoccupazioni più immediatamente legate alla guerra, andò diffondendosi tra gli italiani della regione una precisa sensazione di isolamento accompagnata da un profondo senso di smarrimento, ma anche di impotenza. In pratica gli italiani si sentirono abbandonati.
La Perna descrive con precisione la strategia delle varie occupazioni del territorio ad opera delle unità partigiane croate, rinforzate da elementi locali e il conseguente insediamento «in nome del popolo» dei poteri civili che avvennero in una situazione di assoluto vuoto di potere e di istituzioni. Del resto non c’era più nessuna autorità costituita, nessun potere civile, militare o politico che poteva fare resistenza. C’era una situazione di totale sbandamento, militari che scappavano, che abbandonavano i reparti, ovunque regnava il disordine e la confusione. In tempi brevi, senza ricorrere all’uso delle armi, senza dover vincere nessuna resistenza, i partigiani comunisti slavi occupano tutto quello che c’era di occupare e si impossessano di armi ed equipaggiamenti di ogni tipo.
Ecco perchè per La Perna non si può assolutamente parlare di nessuna insurrezione, di ribellione collettiva, di sommossa popolare, come ha poi sostenuto la storiografia slava di orientamento comunista. Certo in quei momenti l’unico popolo che partecipò fu quello appartenente al gruppo etnico slavo. «La popolazione italiana restò completamente estranea a tutto questo e se partecipò in qualche modo a quegli avvenimenti fu piuttosto come spettatrice attonita e sbigottita e, poco dopo, soprattutto vittima della nuova situazione venutasi a creare».
Sempre La Perna sottolinea come gli slavi dell’Istria, abilmente manipolati dai tanti agitatori, istigati dalla propaganda, si diedero al libero sfogo agli antichi odi ed alle passioni lungamente represse contro la popolazione italiana. In nome della «giustizia popolare» furono compiute numerose vendette personali, regolati vecchi torti subiti. Ovunque si svolse lo stesso cerimoniale: «dopo essersi accertati che la zona fosse del tutto libera da insidie, a bordo di corriere e di autovetture requisite e di automezzi già in dotazione all’esercito italiano, i miliziani slavi facevano il loro ingresso nelle località, agitando bandiere dai colori croati, a volte cantando inni e qualche volta sparando in aria. Armati fino ai denti, essi prendevano immediato possesso del luogo ‘in nome del popolo’, occupando tutti gli edifici pubblici e militari esistenti: dal piccolo ufficio postale alla residenza municipale, dalla caserma dei carabinieri a quella della guardia di finanza[…]la popolazione veniva invitata in modo molto spiccio a partecipare all’immancabile comizio durante il quale prendevano la parola il responsabile militare e il commissario politico. Nei discorsi si celebrava la ‘grande vittoria’ riportata, si esaltavano il Movimento popolare di liberazione, le forze partigiane, i partiti comunisti della Jugoslavia e della Croazia, l’Unione Sovietica, l’Armata Rossa e gli Alleati».
In quei giorni l’Istria fu sommersa da una marea di tricolori croati, rispetto ai quali la presenza delle bandiere rosse fu ben poca cosa. I tricolori italiani, furono fatti ritirare in tutta fretta.
Subito dopo l’8 settembre iniziarono i primi arresti e le prime esecuzioni. «Tutta la penisola occupata dagli slavi visse in quel periodo giornate terribili. Subito dopo l’insediamento delle nuove autorità iniziarono infatti le operazioni di polizia con fermi, perquisizioni, confische, interrogatori, arresti che si susseguirono, quasi senza soluzione di continuità, fino ai primi giorni di ottobre, quando sopraggiunsero in forze i tedeschi. Furono presi di mira gerarchi e militanti fascisti, podestà, segretari e messi comunali, levatrici e uffici postali, veterinari e medici condotti, ufficiali e sotto ufficiali delle diverse forze armate[…]». La Perna ci tiene a precisare che «gli arresti non avvennero mai con maniere brutali; anzi, con sottile perfidia, il più delle volte vennero fatti passare come misure provvisorie, al fine di effettuare normali accertamenti, o preventive, volte cioè a tutelare le stesse persone arrestate da possibili azioni violente di carattere privato ai loro danni».
Le persone arrestate vennero concentrate tutte nelle stesse zone, rinchiuse in delle celle sotterranee del castello cinquecentesco di Pisino. Altre ad Albona in una caserma isolata. Quasi sempre ai familiari fu tenuto nascosto il luogo di detenzione dei deportati. In questi centri di raccolta, commissari e ufficiali croati, coadiuvati da elementi locali di origine slava, accusavano questi poveretti di delitti assurdi e cavillosi erano i capi d’imputazione, furono sottoposti a lunghi ed estenuanti interrogatori, infliggendo loro umiliazioni, angherie e maltrattamenti di ogni genere. Nella stragrande maggioranza gli inquisiti non avevano commesso nulla di cui essere incolpati. L’unica colpa era quella di appartenere al gruppo nazionale italiano e di sentirsi italiani per lingua, per cultura e per tradizioni.
Davanti ai «tribunali del popolo», agli accusati non fu concessa alcuna garanzia a tutela dei propri diritti per cui nessun prigioniero ebbe la possibilità di interpellare neppure un avvocato d’ufficio. Nell’ultima decade di settembre il tribunale del popolo lavorò a pieno ritmo e l’attività dei giudici slavi fu intensissima con un altissimo numero di condanne.
La Perna racconta il supplizio dei condannati, le barbare modalità di uccisione dei condannati, ormai tante volte descritti dagli studiosi. L’altra sera abbiamo visto tutti con la fiction «Red Land» (Rosso Istria), mandata in onda da Rai 3, come venivano uccisi gli uomini e le donne, finalmente dopo settant’anni anche le foibe arrivano al grande pubblico televisivo. La Perna nel libro fa i nomi degli aguzzini tristemente famosi in tutta l’Istria per l’eliminazione fisica degli italiani, tra di essi non possono essere dimenticati Ivan Motika, il principale giudice di Pisino. Beletich, detto «drago», Tonca Surian, Ciro Raner. Giusto Massarotto, i fratelli Stemberga, Giovanni Colich, detto «il gobo», Rade Poropat, Gioacchino Rakovac e tanti altri. Tutti o quasi nomi che già avevo avuto modo di conoscere negli anni ’90, quando ancora erano poche le pubblicazioni sulle foibe.
Il testo di la Perna da l’elenco delle varie foibe e il recupero delle salme più o meno identificate. Il numero delle vittime non è stato mai possibile averlo con una certa precisione. La Perna, per quanto riguarda l’Istria, e soltanto il periodo del dopo armistizio, il mese del terrore, tenendo conto del recupero dalle foibe, conta complessivamente 750 vittime. Poi ci sono quelle degli altri territori, del dopo ’45. Gli storici orientativamente contano dalle 10 alle 20mila vittime. Il testo di La Perna, pubblica delle appendici, dove troviamo elenchi delle foibe e soprattutto nella 3a appendice si pubblica i nomi, in ordine alfabetico, del genocidio degli italiani ai confini orientali dal settembre 1943 al maggio 1945 e oltre. Si tratta di nominativi di militari civili uccisi o scomparsi. Un elenco che parte da pagina 357 fino a pagina 451. L’elenco è un minuzioso e paziente lavoro che dura da anni e che non può essere considerato definitivo. In tutto sono 6.335. 2.493 appartengono a militari, a pagina 369, c’è il nome di Bruno Domenico, carabiniere a Rovigno (Pola); ucciso il 16 settembre 1943, originario di Mandanici (Me); i civili sono in tutto 3.842, compresi 39 religiosi.
Chi poteva salvare gli italiani in quel momento storico? Si chiede La Perna. In quel momento c’erano i tedeschi e i fascisti. E qui paradossalmente l’autore del libro fa intendere che la grande paura suscitata dall’avanzare delle idee rivoluzionarie, ispirate ai soviet della Russia, gran parte della popolazione italiana si convinse che il risorto fascismo potesse costituire un valido rimedio contro i disordini, scioperi e violenze di quei giorni. I fascisti repubblicani furono gli unici che dichiararono apertamente di voler combattere in difesa dell’identità di quelle terre. Anche se poi vedremo tutto questo non portò nessun giovamento agli italiani e alla loro causa, anzi finì per comprometterla ulteriormente.
Questa era la realtà in quei territori che durò fino al ’45 e per La Perna, la reazione degli italiani non fu adeguata, anche perchè mancò una valida guida ideale ed un concreto aiuto materiale nella difesa dei loro giusti diritti etnici e nazionali. Su questi aspetti probabilmente non si è riflettuto abbastanza.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. “La terra trema”: i trenta secondi del terremoto di Messina che cambiarono l’Italia

«Ora venite? Ora che il terremoto è finito? Una donna ferita tende i pugni contro la prima pattuglia sbarcata dalle navi italiane. Dopo i marinai russi della squadra del Baltico, dopo gli equipaggi della flotta inglese, martedì 29 dicembre arrivano, finalmente. I nostri». Con questa invettiva nel retrocopertina, viene presentato il libro di Giorgio Boatti, «La terra trema. Messina 28 dicembre 10908. I trenta secondi che cambiarono l’Italia, non gli italiani», pubblicato da Arnoldo Mondadori editore nel 2004.
Il terremoto che ha colpito Messina, mi ha sempre incuriosito e per certi versi, affascinato. Ho letto con una particolare attenzione la puntuale cronaca di quello che è successo prima, nei trenta secondi e soprattutto dopo il tragico terremoto. Siamo all’alba del 28 dicembre alle ore 5,45, quando la maggior parte della gente sta dormendo, in pochi secondi si abbatte sulla città il più disastroso terremoto mai avvenuto in Europa, radendo al suolo Messina e Reggio Calabria, con il suo tragico bilancio di morti (quasi centocinquantamila). Subito dopo, «in un surreale silenzio, un rombo sordo che sembra venire dal fondo del mare. In rapida successione le gigantesche ondate del maremoto investono la città devastata dal sisma». Sparisce il porto, le barche sono scagliate contro le macerie dei palazzi, in particolare della «Palazzata».
Il libro di Boatti racconta la catastrofe di Messina in un ampia e serrata ricostruzione basata, oltre che sulle cronache e i racconti dei sopravvissuti, su documenti inediti che rendono particolarmente completo lo studio. Boatti sottolinea i ritardi nella ricerca dei sepolti vivi, l’incapacità delle istituzioni di decidere come sistemare i sopravvissuti e quindi il territorio, soprattutto di operare con umanità.


Messina, in quelle ore, in quei giorni era priva di tutto. I primi soccorritori, sono stati i marinai russi che si trovavano in quel momento nel porto, sulle corazzate Cesarevic e Slava furono i primi ad accorrere. «Con i bianche vessilli, la croce blu della marina zarista issata in poppa», alle 7 del mattino questi giovani disciplinatissimi, graziosi e pieni di attenzione verso la popolazione colpita dal disastro, scendono dalle navi con le scialuppe e raggiungono la città. Sono ammirati anche dagli altri equipaggi giunti nel porto, in particolare, gli inglesi. Sommando le diverse unità, sono quasi tremila marinai che accorrono in soccorso di Messina distrutta. I giovani marinai oltre a cercare i sopravvissuti, han dovuto intervenire contro chi stava compiendo il gesto più oltraggioso: rubare e saccheggiare tra le macerie delle case. Naturalmente ai militari non rimaneva che sparare a vista.
Scarfoglio, cronista de Il Mattino, racconta, «Almeno la metà dei detenuti di Messina è vagante per le vie: tutti i detenuti di Messina sono liberi: tutti i malviventi arrestati nei villaggi sono fuggiti la notte del terremoto: vi sono poi moltissimi malfattori liberi accorsi dai paesi vicini, i quali nella sciagura immane vedono un comodo mezzo per compiere le loro gesta».
La questione dei cosiddetti «sciacalli», mi ha molto impressionato. Per la verità il libro non è stato tanto chiaro sulla faccenda. In Boatti trapela una certa distinzione, c’era chi rubava per fame e chi invece lo faceva per avidità. Tuttavia il testo evidenzia lo sconvolgimento sociale e sovversivo che opera l’evento terremoto. Tutto è mutato rapidamente: la mentalità, i rapporti umani. Dai primi racconti è evidente che c’è un «repentino ritorno a uno stato di natura, brutale e semplice».
«Sono molti gli episodi, riportati dai cronisti, che parlano dello scatenarsi dei saccheggi, dell’accendersi della violenza, delle reazioni da parte degli sparuti presidi di uomini in divisa, dei conflitti a fuoco che avvengono in quelle prime ore, in quei primi giorni, nella città devastata». A.C. Fratta sul Corriere d’Italia, cita episodi atroci: cadaveri con le dita tagliate, lobi degli orecchi tagliati, strappati, per rubare orecchini. Addirittura sembra che i ladri sono in azione anche durante la visita del re d’Italia e della regina.
Seguiamo il resoconto di un giornalista: «Si vedono…lugubri abitatori, le bieche figure dei ladri che frugano i resti della morte. Tratto tratto qualcuno ne viene arrestato dai soldati che fanno la ronda: il delitto è flagrante, l’ordine è perentorio, i miserabili sono fucilati. La pioggia, la sete, la fame, il buio della notte senza più alcun mezzo di illuminazione, accrescono lo sgomento di chi resta. Anche ai superstiti sembra che lo squallore dell’oggi sia peggio della morte di ieri».


Bellonci, giornalista de Il Giornale d’Italia, racconta che l’ammiraglio Viale, voleva impedire ai suoi marinai di scendere a terra, perché c’erano orde di predoni che infestano Messina. C’è stato un marinaio che ha dovuto lottare contro un gruppo di malviventi. Anche i marinai russi hanno dovuto lottare contro bande di criminali, evasi dalla carceri.
Dunque dopo i russi e gli inglesi arrivano gli italiani. Boatti racconta minuziosamente i primi momenti del dopo terremoto. Naturalmente erano saltati tutti i collegamenti. La torpediniera Serpente, ha dovuto faticare per trovare una postazione attiva telegrafica per inviare a Catania il telegramma del maggiore Graziani, alla fine soltanto a Milazzo è riuscita ad inviarlo, ma erano le 18. Mentre l’altra, la torpediniera Scorpione, raggiunse l’ufficio telegrafico di Nicotera alle 13 per trasmettere i telegrammi diretti al Governo. Mentre nel pomeriggio, il maggiore è riuscito ad utilizzare la postazione telegrafica di Scaletta Zanclea.
Tuttavia calato il buio di quel lunedì, 28 dicembre, giungono a Palermo, a Catania e a Roma, i messaggi che danno un quadro vicino alla realtà. «Richieste senza risposte immediate. Molte le voci e i messaggi che invocano aiuto, ma la macchina dei soccorsi – sia nelle città vicine che nella capitale – anche quando comincia a udire gli appelli è lenta e impacciata nel muovere i primi passi».
A questo proposito alla fine del libro Boatti pubblica una appendice documentaria. Si tratta di tre rapporti. Tre osservatori, il primo, il console americanoBayard Cutting jr, il colonnello francese Elie Jullian e il colonnello inglese,Charles Delmè-Radcliffe che sono presenti sulla scena già nei primi giorni di gennaio del 1909 e svolgono incarichi ufficiali per conto delle loro nazioni.
Negli scritti di questi tre osservatori, «colpiscono i comuni, severi giudizi con cui valutano l’opera di soccorso e l’intervento dello stato italiano nelle zone terremotate. Talvolta, nel caso dei due addetti militari, le notazioni critiche coinvolgono, e pesantemente, la stessa popolazione e sottolineano alcune caratteristiche generali del carattere italiano che sarebbero all’origine delle gravissime disfunzioni».
Il Boatti sottolinea quanto erano ancora diffusi certi stereotipi, talvolta razzisti, nei confronti dell’Italia e del suo Meridione.


«A Messina tutti hanno dato ordini, nessuno li ha eseguiti», sostiene il colonnello francese. Sembra che i primi nostri battaglioni sono arrivati a Messina senza viveri, senza ambulanze, ecco perché molti feriti sono morti. Il colonnello descrive l’inadeguatezza dei nostri vertici che non sono riusciti a tenere l’ordine pubblico. Uno sciame di delinquenti si sono impossessati di territori della città. Viene fortemente criticato l’operato del generale Francesco Mazza, a cui il presidente del Consiglio Giolitti aveva dato pieni poteri per lo stato d’assedio, preoccupato soltanto di impedire che arrivassero a Messina, elementi indesiderabili. Il testo di Boatti descrive nei minimi particolari, la contraddittoria figura di questo generale, che viveva con una certa agiatezza sulla nave e da qui dava i comandi.
Infine l’ultima accesa critica, forse quella più grave viene dal colonnello inglese che asserisce che con un soccorso tempestivo da parte delle forze armate italiane e soprattutto se avessero accettato l’aiuto delle navi straniere, si sarebbero potute salvare più di diecimila persone. Delmè- Radcliffe mettendo piede a Messina, ha notato una generale apatia, indifferenza. Gli stessi sopravvissuti, «il 90 per cento di solito si rifiutava categoricamente di muovere un solo dito per aiutare se stessi, e tanto meno qualcun altro. Consideravano come un dovere del resto del mondo dare loro cibo, vestiario, case e rifornirli di comodità […]Naturalmente, non tutti possono essere raggruppati in questa ampia generalizzazione[…]».
Secondo il colonnello inglese si perdettero troppi giorni, inoltre, il diplomatico percepisce l’inaffidabilità della maggior parte delle autorità locali, dai sindaci ai prefetti.
Con lo stato d’assedio, si cominciò a ragionare sul futuro della città di Messina, le ipotesi erano tante, sgomberarla e ricostruirla da un’altra parte, bombardarla e raderla al suolo. Altra soluzione era quella di disinfettarla con calce viva, visto che ora dopo tanti giorni i morti vanno in decomposizione e c’è il rischio di gravi epidemie. In una corrispondenza del 1 gennaio di L. Lucatelli, si sostiene che Messina è civilmente morta, tutto è andato perduto, l’archivio municipale, quello giudiziario, morti quasi tutti i pubblici funzionari.
Ma il terremoto non ha colpito solo Messina, è stata distrutta anche Reggio e molti altri centri della Calabria. I sindaci dei piccoli centri calabresi si premurano con insistenza ad allertare con telegrammi il Governo a Roma. Peraltro qui si lamenta altre gravi inadempienze, forti ritardi negli aiuti. Addirittura si parla di totale abbandono dei calabresi. Tra l’altro gli stessi territori avevano subito nei mesi precedenti altre scosse di terremoto con forti danni.


Il libro di Boatti racconta molte cose in riguardo a Reggio. Colpisce l’analisi competente sulle condizioni dei palazzi reggini, che hanno ceduto internamente, schiacciando la gente sotto i vari soffitti. Boatti si affida alle competenti analisi dell’architetto Baratta. Così sono morti quelle giovani sfortunate reclute della caserma Mezzocapo di Reggio, arrivati la sera prima dal Nord Italia, dal Veneto. Sono passati dal sonno alla morte. Invece destino inverso hanno avuto un gruppo di seminaristi della camerata San Carlo Borromeo, che dovevano andare in gita, senza aspettare il suono della sveglia delle 6, si sono alzati prima alle 4,20 e così il terremoto li raggiunse sul treno.
Anche qui sulla Calabria affiorano analisi impietose sul comportamento di una parte dei sopravvissuti al terremoto. Vecchi stereotipi vengono a galla. Il vecchio topos sulla Calabria resiste, in particolare, il fatalismo.
I giornalisti notano una certa fannullaggine da parte dei giovani calabresi, che non sarebbero pronti ad aiutare i soccorritori. Il testo di Boatti riporta episodi ben precisi. Addirittura De Rossi, si domanda su Il Corriere d’Italia «se vale la pena affannarsi tanto per un popolo di egoisti, di fiacchi e di ingrati?».
Il libro di Boatti si sofferma anche sui numerosi aiuti che le regioni meridionali ricevono da tutta la penisola, ma soprattutto da tutto il mondo. Anche qui si discute poi come far arrivare questi aiuti ai vari territori del Sud, necessita istituire un Comitato centrale di soccorso, di cui entrano a far parte tutti i notabili di allora. C’è un oceano di memorie e di testimonianze da raccogliere, circa 512 buste dell’Archivio del Comitato. Altrettante documentazioni si trovano negli Archivi della Chiesa cattolica. Il Boatti fa riferimento anche alla Massoneria, al grande Oriente che si mobilitò per aiutare i terremotati. Partirono treni speciali da Milano, con descrizione dettagliata di queste partenze. Le raccolte sono state organizzate anche dai giornali, come quella del Corriere della Sera.
Nelle città si organizzano le «passeggiate», sfilate di carri che transitano lungo le vie principali, per raccogliere abiti, viveri, generi di soccorso per gli abitanti. E’ una grande novità che colpisce tutti gli abitanti del nostro Paese, in molti rimarrà per sempre nella memoria questa spettacolarizzazione delle offerte, delle donazioni.
Boatti precisa che su un totale di 21 milioni raccolti, poco meno di due terzi proviene dall’estero, dove primeggia l’Inghilterra.

Prospetto del Duomo di Messina e scorcio dell’omonima Piazza prima della distruzione causata dal terremoto del 1908. In primo piano la cinquecentesca Fontana di Orione1860 – 1865 ca.XII -XX sec.Messina –

Dopo ogni terremoto, affiorano diverse questioni, il libro cerca di affrontarle tutte; ci sono difficoltà nella corretta distribuzione dei viveri. Dopo settimane si è scoperto che le razioni giornaliere distribuite erano di più dei profughi presenti nella città. Poi c’era la distribuzione delle baracche, anche qui si è notato un certo losco traffico. Infine c’èra la questione dei profughi; quanti sono e dove sono andati.
Tra questi c’è una questione molto delicata quella che riguarda gli orfani. Chi si deve occupare, è un tema delicatissimo, che può generare speculazioni. Intanto quanti sono gli orfani lasciati dal terremoto di Messina e Reggio? Il generale Pollio suggerisce di affidare un orfano a ogni reggimento del Regio esercito. E le femmine? A questo punto subentra la Chiesa, in particolare don Luigi Orione. Questo prete venuto dal Nord, originario del pavese, quindi conterraneo del generale Mazza e del suo assistente Lanzavecchia. Ben presto arrivano ad accordarsi, nonostante le tante difficoltà. Don Orione fonda la colonia della Divina Provvidenza e il Collegio S. Luigi. Ha dalla sua parte il Papa, S. Pio X, ma viene osteggiato a livello locale.
Sulla questione degli orfani si apre un contenzioso tra le istituzioni dello Stato e la Chiesa. Si arriva a un contrasto ideologico tra i due attivismi, quello cattolico e quello laico. Si giunse ad ipotizzare da parte laicista un ipotetico possesso delle «anime degli orfani», da parte della Chiesa. In più subentra il caso del transatlantico spagnolo «Cataluna», che imbarca ragazzi orfani ad ogni approdo, e che sfugge ad ogni controllo burocratico.
Su questo argomento Boatti, inserisce il caso del professore Salvemini, docente all’università di Messina, colpito personalmente dal terremoto, che gli ha portato via i suoi quattro figli. Il Salvemini è rimasto per tutta la vita con la speranza di ritrovare almeno uno dei suoi figli.
Affrontando il tema della ricostruzione, il libro si occupa della polemica sull’università di Messina. Molti docenti era morti con le loro famiglie, gli edifici e i siti universitari distrutti. Boatti interviene facendo parlare il professore Salvemini che sferra attacchi nei confronti dei colleghi napoletani, ma anche contro l’istituzione messinese, auspicando la chiusura.
Negli ultimi capitoli del testo si fa accenno al terremoto come castigo di Dio. «Sono molti, soprattutto tra i più semplici, a pensare all’intervento diretto dal Cielo sulle vicende umane». Non è la prima volta, intorno alle grandi calamità, c’è tutto un proliferare di racconti, di premonizioni, di segnali, magari non colti subito, o intuizioni funeree.
Si scatenano feroci polemiche fra gli opposti schieramenti, in particolare si fa riferimento ad un sonetto, pubblicato su un giornaletto umoristico. Sembra che hanno diffuso la polemica, prima il direttore de La Scintilla e poi lo stesso don Orione. Così si può pensare che «il terremoto che ha colpito la città è stato attirato dal blasfemo sonetto risonato nella Messina ‘in mano agli anticlericali’». Naturalmente la stampa italiana, in particolare il Corriere della Sera, ridicolizza, queste forzature clericali.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. “Terroni ‘Ndernescional. E fecero terra bruciata”, quel destino comune fra la Sardegna e il Regno delle due Sicilie

Dopo Terroni, Pino Aprile, giornalista e storico d’assalto, continua l’argomento con «Terroni ‘Ndernescional. E fecero terra bruciata», pubblicato sempre da Piemme (2014). In questo testo, che forse non ha avuto lo stesso successo del precedente, Aprile oltre a ragionare sul Meridione d’Italia, conquistato con una guerra di spietata dai Piemontesi, dà ampio spazio alla Sardegna, che faceva parte del Regno dei Savoia, che si chiamava appunto di «Sardegna».
La Sardegna scrive Aprile governata dai Savoia, al momento dell’Unità d’Italia era la regione con meno strade, più analfabeti e manco un metro di ferrovie. Fu il vero Sud. Sostanzialmente la novità del libro è il confronto tra il Regno delle Due Sicilie, la Sardegna e la Germania dell’Est. Se il Regno borbonico e la Sardegna hanno subito l’identico saccheggio da parte del governo piemontese, anche la Germania dell’Est ha subito lo stesso saccheggio, da parte dei tedeschi dell’Ovest. Per la verità la sua tesi di Aprile, almeno per quanto riguarda la Germania dell’Est, mi sembra un po’ azzardata.


Pertanto, cos’hanno in comune la Sardegna del 1720 e soprattutto del 1847; il Regno delle Due Sicilie del 1860-61; la Germania Est del 1989 e di adesso. Per Aprile, «sono Sud di Nord sempre più grandi; costretti in stato di minorità». In pratica secondo il giornalista pugliese, la Sardegna diventa «fattoria del Piemonte» e nacque così la questione sarda. Industria e agricoltura del Regno delle due Sicilie, furono sacrificate allo sviluppo del Nord, nasce la questione meridionale. Mentre la Germania dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino, viene risucchiata dalla Germania Ovest e così nasce la Questione orientale.
La Sardegna, «fu il primo Sud – scrive Aprile – per la fusione con lo ‘Stato peggio governato d’Italia’». Il metodo della «fusione», che fu fatto in Sardegna, secondo Franco Venturi, fece scuola, e diviene metodo: «il modo dell’Italia di essere paese. Divisa. La questione meridionale fu l’estensione al Mezzogiorno continentale del sistema economico[…]».
Nelle pagine del libro, l’autore ricorda che né la Sardegna, né il Regno delle Due Sicilie chiedevano di essere ammessi al Piemonte. «Lasciate perdere le panzane che ci propinano da un secolo e mezzo sulla patriottica attesa dell’arrivo dei garibaldini e Vittorio Emanuele. Questo lo volevano i fuoriusciti napoletani a Torino, che erano il 7,6 per cento del totale, 1500, in gran parte lombardo-veneti: quindi un centinaio di persone. E Luigi Carlo Farini (che da dittatore a Modena, per conto dei Savoia, si era impadronito dei beni del duca spodestato, da luogotenente a Napoli, scrisse che non erano più di 100 a volere l’unificazione […]». Bisognava prendere ad «archibugiate», chi non voleva diventare piemontese? si domandava Massimo D’Azeglio.
Pertanto per Aprile, i Piemontesi, invece di mettere ordine in casa propria cioè in Saedegna, «preferirono darsi da fare in trasferta. Per giustificare l’invasione del Regno delle Due Sicilie, fu inventata l’arretratezza del Sud rispetto al Nord».


Tuttavia nessun territorio come la Sardegna amministrata dai modernizzatori sabaudi, era tanto indietro, sotto ogni punto di vista, nonostante le «amorevoli cure dei prodi unificatori». Aprile così come nel primo Terroni, ma anche nel libro, Giù al Sud, si lascia andare a continui confronti sia storici che di ordine politico attuali, tra Nord e Sud, polemizzando non poco con la politica nordista dei vari governi italiani, che peraltro, sono colpevoli di aver diviso il Paese. In particolare Aprile continua a scagliarsi contro la Lega, figlia di quell’annoso egoismo politico che ha affossato il Sud. Naturalmente non condivido il vistoso accanimento del giornalista nei confronti della Lega, che peraltro è cambiata sensibilmente con la segreteria Salvini.
Comunque il testo infatti è pieno di confronti tra i due sistemi: quello sabaudo e borbonico. Si inizia s prendere in esame l’aspetto culturale. L’arretratezza culturale del Regno delle due Sicilie, rispetto al Piemonte è una bufala: «Il Regno delle Due Sicilie aveva il doppio di studenti universitari del resto d’Italia, messo insieme e fuoriusciti borbonici, esportavano a Torino facoltà universitarie nate a Napoli. Arretratezze, povertà e difficoltà dei trasporti della Sardegna, invece, erano vere».
L’Italia, secondo Aprile, «è divisa nella testa e nei cuori degli italiani,le disuguaglianze impresse nel territorio e lo squilibrato riconoscimento dei diritti sono soltanto trasposizioni materiale di un’idea». L’esempio evidenziato da Aprile è la mancanza di ferrovie, di mappe stradali nel Sud, ma questo valeva anche per il Nord.


Aprile fa riferimento all’alta percentuale di analfabeti presente nella Sardegna, circa l’89,7 per cento. «Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po’, 40 anni dopo l’Unità, a prezzi pesanti perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l’istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli».
Aprile continuando nelle comparazioni, sottolinea la qualità culturale del «primitivo» Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all’economia politica, dalla vulcanologia, alla sismologia, all’archeologia. Trovo riscontri di questi studi nel libro di Giorgio Boatti, La Terra trema. Messina 28 dicembre 1908. Mondadori (2004), «[…] è sotto il Regno dei Borbone che, nel 1841, si provvede a fondare il primo centro di ricerca esistente al mondo sui vulcani e sui terremoti. Si tratta dell’Osservatorio Vesuviano affidato sin dal suo iniziale procedere a Luigi Palmieri che, dopo la metà del secolo (1855), costituisce l’originale prototipo di sismografo […]». Se era una popolazione analfabeta, quella napoletana, come faceva a produrre queste cose? Si chiede polemizzando Aprile. Sul tema il professore Gennaro De Crescenzo si domanda in un suo libro: «Il Sud: dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle», : «come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro poco più di 5.000 del resto d’Italia, da un tale oceano di ignoranza? Ne si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel regno delle Due Sicilie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo».
Sempre De Crescenzo, uno studioso che ha consultato fior di archivi, può scrivere che nel Regno napoletano, «c’erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private». Il professore fa un elenco dettagliato per ogni territorio del Regno. Per esempio nella Terra di Lavoro, c’erano bel 664 scuole. Interessante il riferimento al conte Alessandro Bianco di Saint-Joriez, ufficiale piemontese, sceso al Sud, pieno di pregiudizi, si è dovuto ricredere, perché aveva trovato un’altra situazione. Nel Regno napoletano esisteva la pubblica istruzione gratuita.
Di sicuro, scrive Aprile, i Savoia appena giunti a Napoli, chiusero decine di istituti Superiori, lo riferisce Carlo Alianello, ne «La Conquista del Sud». Sempre sulla cultura al Sud, è singolare quello che scrive Raffaele Vescera, a proposito dei suoi antenati: «mi sono sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato, il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’unità, analfabeta».


Insiste Aprile nella comparazione: «Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell’isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo». Mentre per quanto riguarda il Regno delle Due Sicilie, «la liberazione (così la racconta da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all’impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell’Università di Bruxelles (in linea con quelli della banca d’Italia, CNR e Banca Mondiale), era la ‘Germania’ del tempo, dal punto di vista economico. La Conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour».
Pertanto a ribadire quello che ormai hanno scritto in tanti: quello che ci è stato detto sull’invasione del meridione è tutto falsificato a cominciare dai Mille, la pagliacciata dei Plebisciti per l’annessione, sulla partecipazione entusiasta del popolo meridionale. «E allora – si chiede Aprile – che cosa ci faceva con i garibaldini e piemontesi la legione straniera ungherese?».
Sostanzialmente Aprile nel libro contesta anche le statistiche formulate dagli storici, sull’economia del Regno sabaudo, che non includono mai la Sardegna. Infatti i Savoia, «non considerano mai l’isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra». Anzi, appena è stato possibile, la Sardegna, «venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del regno sabaudo».
Praticamente l’Italia è stata fatta così: «al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già ‘meridionalizzata’. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce ‘isole’, o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce ‘Mezzogiorno’».
Dunque secondo Aprile si vuol far credere che il ritardo del Sud rispetto al Nord c’era già e non è stato creato dalla spoliazione del Regno delle Due Sicilie. E se oggi perdura la questione meridionale è perchè non solo c’è sempre stata, ma la colpa è dei terroni locali. Ritornando alla Sardegna, lo storico Francesco Cesare Casula, sostiene non solo che il Mezzogiorno divenne sardo, ma tutta l’Italia è diventata sarda, proprio perchè i confini del Regno sardo vengono allargati, sino ad includere tutta l’Italia. A questo proposito Aprile cita Pasquale Amato che osserva che tutte le sentenze degli Stati preunitari erano decadute con l’Unità, per l’estinzione degli stati stessi che le avevano emesse. Mentre «la condanna a morte di Mazzini da parte di un tribunale sabaudo era ancora valida, perché non era stata unificata l’Italia, ma solo ampliati i confini del Piemonte». Addirittura per Casula, dal punto di vista del diritto statale e internazionale, «gli italiani sono tutti sardi[…]».
Anche in questo testo Aprile fa riferimento, sinteticamente, ai vari passaggi storici di come è stata «liberata» l’Italia dai piemontesi sabaudi, e soprattutto come ricercatori, divulgatori non accademici hanno raccontato l’unificazione del Paese. Sono interessanti quelli riguardanti la Sardegna. Con la «Fusione Perfetta» della Sardegna al Regno sardo, «i sardi veri divennero definitivamente un po’ meno sardi dei cosiddetti sardi di terraferma». I primi ad accorgersene furono proprio quei pochi che l’avevano voluta e quindi a pentirsene, come Luigi Settembrini, unitarista partenopeo, vedendo che cosa faceva il governo «italiano» al Sud e alle sue università, disse ai suoi studenti che la colpa era di Ferdinando II° di Borbone, che invece di tagliare la testa a lui e agli altri come lui, fu troppo benevolo.
Questa scarsa pattuglia di liberali idealisti unitari come Giustino Fortunato, che poi sarà ministro, entrarono nella struttura amministrativa del nuovo Stato. Intanto aumentarono le tasse: si passò dalle 5 leggere dei Borboni alle 23 tostissime con i sardi. Fu introdotta la leva obbligatoria, i renitenti alla leva, se presi, furono passati per le armi. Per 10 anni l’intero Sud fu messo in stato di assedio. Le carceri dei Savoia si riempirono, altro che le carceri dei Borboni, descritte dall’imbroglione Gladstone.
La delusione per la mancata «parità di trattamento», fa sorgere in Sardegna una fitta serie di studi, proteste, proposte. I temi che poi animeranno il meridionalismo, ci sono già tutti nella Sardegna preunitaria. In particolare fu Antonio Gramsci «a unire le due sponde