LA LETTURA. L’Europa fra identità e sovranismo

In prossimità delle elezioni europee mi sono imposto di leggere alcuni libri che avessero per soggetto la storia, la cultura dell’Europa, ma soprattutto la sua identità. Ne ho presentato qualcuno in questo blog, non ho fatto in tempo a leggere e studiare, per presentarli, «Identità dissolta. Il cristianesimo lingua madre dell’Europa», di monsignor Rino Fisichella, Mondadori (2009) e «Radici culturali e spirituali dell’Europa. Per una rinascita dell’”uomo europeo”», del professore Giovanni Reale, Raffaello Cortina Editore (2003). Anche se datati i 2 volumi presentano riflessioni interessanti che sono straordinariamente attuali.

Il primo libro, dal titolo, sembrerebbe avere un taglio pessimistico, ma come scrive l’autore, non è così. Monsignor Fisichella ripercorre il cammino dell’Europa, nata su basi culturali, e su valori prettamente cristiani. «C’è stato un tempo in cui l’identità dei popoli che costituivano l’attuale Unione europea era evidente, chiara e subito riconoscibile. Oggi non è più così. Negli ultimi decenni si è creata progressivamente una condizione di dissolvimento di questa identità».

Non è chiaro perchè l’identità, conservata per secoli, si sia disciolta come neve al sole.

Le radici su cui era cresciuta la cultura europea ormai si sono seccate. Ma Fisichella non vuole essere pessimista riporta una frase di Goethe, abbastanza indicativa: «L’Europa è nata in pellegrinaggio e la sua lingua materna è il cristianesimo». Infatti per Fisichella questa è una immagine limpida che descrive mirabilmente le basi culturali del nostro continente. «L’Europa è nata cristiana, e soltanto nella misura in cui conserverà questa identità potrà realizzare ciò che è stata nel passato e ciò che le permetterà di sopravvivere nel futuro senza dissolversi».

Tuttavia la frase di Goethe spesso viene dimenticata: fin dalla nascita l’Europa ha conosciuto il cristianesimo come suo fondamento. Fisichella al contrario di Reale, non entra in merito al dibattito politico sul mancato inserimento delle radici cristiane nel Preambolo della nuova Costituzione europea. Si è parlato tanto, poco si è fatto, preferendo cedere alla prepotenza di pochi.

Per Fisichella, l’Europa non è stata inventata oggi. Bene ha fatto il professore Mauro Ronco, nel recente convegno sull’Europa, organizzato da Alleanza Cattolica a Torino, a sottolineare che l’Europa non è stata fondata dai cosiddetti padri fondatori: Schuman, De Gasperi, Adenauer, come spesso si ripete, ma il suo fondamento è radicato nei secoli passati. Fisichella a questo proposito cita la grande azione svolta a favore dell’Europa, da san Giovanni Paolo II. «Non ci sarà l’unità dell’Europa fino a quando essa non si fonderà nell’unità dello spirito. Questo fondamento profondissimo dell’unità fu portato dall’Europa e fu consolidato lungo i secoli dal cristianesimo con il suo Vangelo, con la sua comprensione dell’uomo e con il suo contributo allo sviluppo della storia dei popoli e delle nazioni». Ma papa Wojtyla ci tiene a precisare che «questo non significa volersi appropriare della storia. La storia dell’Europa, infatti, è un grande fiume, nel quale sboccano numerosi affluenti, e la varietà delle tradizioni e delle culture che la formano è la sua grande ricchezza. Le fondamenta dell’identità dell’Europa sono costruite sul cristianesimo. E l’attuale mancanza della sua unità spirituale scaturisce principalmente dalla crisi di questa autocoscienza cristiana».

Pertanto nel libro monsignor Fischella lancia una sfida al mondo laico per trovare un cammino comune da percorrere che tenda a ricostituire l’unità dell’Europa.

Fisichella ritorna sul concetto di «Europa nata in pellegrinaggio» a lui caro. Fa riferimento al Passo del Cize, un monte sul cammino di Santiago. Sulla cui sommità si può vedere il mare britannico e l’occidente e le terre di tre paesi: Castiglia, Aragona, Francia. Inoltre sulla cima, vi è un luogo, chiamato «la Croce di Carlo, perchè lì con asce, con picconi, con zappe e con altri attrezzi aprì una volta un sentiero Carlo Magno quando entrò in Spagna con i suoi eserciti e poi, inginocchiato verso la Galizia, innalzò le sue preghiere a Dio e a san Giacomo».

Infatti, proprio qui, i pellegrini in ginocchio, sono soliti pregare rivolti a Santiago e tutti piantano ognuno una croce. Fisichella fa riferimento al Liber Sancti Jacobi (più noto come Codex Calixtinus) del 1150.

Rileggendo queste pagine monsignor Fisichella si esalta, «permette di compiere un’esperienza non comune: immergersi in un mondo che sembra non esistere più». Arrivare a Santiago in quei tempi equivaleva raggiungere il limite del mondo allora conosciuto, oltre c’era l’ignoto.

Fisichella mette in risalto la straordinaria esperienza dei pellegrini, che era nello stesso tempo religiosa, ma anche culturale. «Raggiungere il santuario era lo scopo ultimo, ma questo consentiva di vivere una serie di esperienze che aprivano lo sguardo e allargavano gli orizzonti. Pellegrinaggio e cultura non erano contrapposti, ma sintetizzati in una visione armonica della vita che favoriva lo sviluppo e la crescita personale». Sostanzialmente il pellegrino era mosso da motivazioni religiose, che tuttavia non gli impedivano di fare esperienze pienamente “culturali”, provocate dalla curiosità e dal piacere di conoscere il mondo.

Il viaggio per il pellegrino includeva tutti gli aspetti della fede cristiana, in particolare, la carità, la solidarietà, la comprensione della vita come un passaggio attraverso questo mondo, nel quale rimaniamo, per dirla con le parole dell’apostolo Pietro, “stranieri e pellegrini” (1 Pt 2,11)- ».

Tuttavia il pellegrino per la sua curiosità era «un personaggio che ammirava oggetti sulle bancarelle dei mercati, si incantava davanti a musici e giullari, sostava nelle fiere e ascoltava racconti e leggende di vario genere. Così, insieme ai miracoli dei santi, imparava anche a conoscere le grandi gesta di Carlo Magno, di Orlando e dei paladini le cui tombe trovava sul suo cammino».

Fisichella entra nei particolari descrivendo il pellegrino come un uomo disposto sia a fare che a imparare nuovi lavori e spesso prestava la propria opera in cambio di vitto e alloggio. Il pellegrino, «imparava come si organizzavano le corporazioni e i comuni, come si strutturavano i mercati e le fiere, per quali vie si trasportavano i carichi di spezie prelibate che giungevano dall’Oriente o i prodotti in pelle provenienti dai paesi nordici…Diventava così – scrive Fisichella – suo malgrado, testimone e interprete, protagonista di una trasmissione di tradizioni e costumi, fondamenti basilari di ogni cultura».

Per Fisichella il suo porsi come pellegrino attraverso vari paesi che percorreva, dava all’uomo medievale quell’identità, che andava al di là di quella personale, per raggiungere quella realizzazione culturale che poi si sarebbe stabilizzata nel corso dei secoli. Insomma secondo Fisichella «il pellegrino italiano o fiammingo, greco o scandinavo, ispanico o irlandese che fosse – si riconosceva in un’unica identità culturale che non teneva conto della nazionalità né della condizione sociale né della lingua». Praticamente si trattava di assunzioni di consuetudini che poi si radicavano in comportamenti che si trasmettevano creando una solida tradizione.

Pertanto per monsignor Fisichella occorre andare a riscoprire i valori del “pellegrino”, che esprimono con evidenza la vera identità dell’Europa, frutto della sua storia millenaria che, nel bene e nel male, ci appartiene.

A questo punto l’autore del libro propone delle domande fondamentali: «da dove è sorta l’unità delle terre che ora chiamiamo Unione europea? Che cosa ha spinto uomini e donne a mettersi in cammino da una regione all’altra sfidando tutto e mettendo a rischio la propria vita?». Certamente non si tratta di pura casualità. Qui ci viene incontro una lettura cristiana della storia. Subentra il progetto, il piano di Dio, che lascia spazio alla libertà degli uomini.

Si possono fare diversi esempi storici, evidenziando i corsi e ricorsi di certi episodi, avvenimenti, uomini e donne che hanno cambiato la storia. Fisichella fa l’esempio di Costantino nella battaglia di Ponte Milvio, e questo è certamente un fatto fondamentale per i cristiani. La sua conversione è stata decisiva perchè il cristianesimo si affermasse sul paganesimo. E attenzione precisa Fisichella, senza nessun obbligo alla conversione.

L’impronta cristiana dell’Europa è evidente. Il cristianesimo ha potuto esprimere la sua originalità senza distruggere il bene che trova, in ogni società

Tuttavia per Fisichella, esiste una malattia da debellare, si tratta dell’oblio. Alcuni dimenticano da chi sono stati generati, oggi «è necessario ritornare al IV secolo per individuare la grave crisi dell’Impero romano e il sorgere di un nuovo soggetto storico, culturale e politico come la Chiesa». Per capire cosa sia successo basta guardare all’immagine offerta dai Fori imperiali. E’ un tema questo che affiora in diversi studiosi, storici delle civiltà.

Fisichella espone sinteticamente cosa è successo, focalizzando i passaggi principali, dall’opera di Gregorio Magno, ai quaranta monaci inviati in Britannia, alla regola di san Benedetto. E poi il grande e geniale conquistatore e organizzatore Carlo Magno.

Il sorgere degli innumerevoli monasteri, il fecondo scambio culturale tra i monaci, che avevano conservato la cultura del passato, I primi maestri dell’epoca: Anselmo d’Aosta, san Tommaso, Alberto Magno. Da questa rapidissima sintensi, si può osservare che «il cristianesimo si contraddistinse per conservare, e non per distruggere, la ricchezza culturale e giuridica che aveva trovato a Roma».

Tutto questo si cerca di ricordarlo non per fare trionfalismo, ma solo esclusivamente «per permettere un salto qualitativo nell’attuale momento di passaggio culturale». Nella memoria non si può fare riferimento al concetto fondamentale di persona. Intorno a questo termine si può rileggere tutta la Storia, lo sviluppo civile, culturale, sociale e politico che ha caratterizzato l’intero Occidente. Se si dimentica di Dio, si dimentica anche la persona, che è sua immagine. Oggi l’uomo contemporaneo ha delegato alla tecnica di produrgli ogni cosa. E così l’uomo si è ridotto ad essere un oggetto di sperimentazione. «Tolto il concetto di persona, si allontana anche quello della sua inviolabilità e sacralità, e tutto diviene preda dell’arroganza del più forte».

Fisichella accenna alle varie crisi che stanno colpendo l’uomo contemporaneo, come la solitudine, e il matrimonio. Praticamente si vive nell’illusione «di una notte bianca dove tutto luccica fino al mattino, quando ci si ritrova stanchi e obbligati a iniziare da capo a capo un altro giorno sempre uguale e forse anche più monotono».

Per Fisichella occorre recuperare il senso della relazionalità, serve un recupero del concetto di “tradizione”. Fisichella precisa che «la tradizione, infatti, è una forma di trasmissione che si inserisce in un processo più ampio e che genera conoscenza […]». Non significa fare riferimento solo a una storia bimillenaria, ma piuttosto, «la partecipazione diretta a una viva trasmissione della fede che ispira e genera cultura».

In questo momento storico per Fisichella i cristiani dovrebbero ripensare il loro ruolo di essere missionari ed evangelizzatori della Chiesa in Europa. «il recupero del senso della tradizione e del suo valore per il mantenimento della propria identità e per la costruzione dell’Europa è una strada obbligata, sebbene non facile da percorrere[…]». Non possiamo perdere la nostra identità, altrimenti non potremmo comprendere le nostre città con i segni che le caratterizzano. Certo bisogna rispettare tutti, anche chi non condivide la nostra fede. Ma questo significa che in modo preciso e risoluto dobbiamo esprimere la nostra identità, «per evitare di diventare vagabondi senza più una meta e cittadini senza più una patria».

Pertanto una UE senza il cristianesimo, può essere concepita? Impossibile, Nel III capitolo il monsignore offre ricche riflessioni e spunti per capire come affrontare le varie crisi che stiamo attraversando. Diverse sono le indicazioni poste dal testo di Fisichella, come quelle di fare attenzione ai vari modelli di libertà. E poi si insite sulla pari dignità per tutti. I cristiani non chiedono privilegi, ma nello stesso tempo non vogliono essere discriminati a causa della loro fede.

E’ inutile negare, secondo il presule, ci troviamo di fronte a un problema di natura culturale, prima ancora che religioso. Attenzione a non affidarsi alla tecnica. Questo non significa che vogliamo ritornare al bistrattato Medioevo. «Non siamo così ingenui da rifiutare le conquiste compiute nel corso di lunghi secoli di faticoso progresso». Anche se si potrebbe dimostrare che i maggiori artefici del progresso sono proprio dei religiosi, uomini di fede.

Fisichella propone un progetto culturale scaturito da un giusto equilibrio «per consentire al patrimonio culturale di cui siamo portatori di ritornare a essere un interlocutore credibile presso le nuove generazioni». Il tutto deve giocarsi su tre ambiti: l’università con il suo mondo accademico, votato alla ricerca, il mondo della comunicazione, investito oggi di una particolare funzione formativa. Si pensi a come viene orientato il consenso, gli stili di vita. Infine, un ruolo importante dovrà giocarlo il mondo religioso, in particolare il cristianesimo. Sono tre ambiti che necessariamente dovranno lavorare insieme con il contributo che verrà offerto alla politica e all’economia.

Occorre guardare al futuro senza restare imprigionati «in una sorta di nostalgico romanticismo che guarda solo al passato, né di cadere in un orizzonte di utopia perché ammaliati da ipotesi che non potranno avere riscontro». Fisichella riferendosi ai credenti, insiste, «rimanere rinchiusi nelle nostre chiese potrebbe fornirci qualche debole consolazione, ma renderebbe vana la Pentecoste. E’ il tempo di spalancare le porte e ritornare ad annunciare la risurrezione di Cristo di cui siamo testimoni». Mi sembra di sentire Papa Francesco. E terminiamo con le le parole del vescovo Ignazio: «Non basta essere chiamati cristiani, bisogna esserlo davvero».

Domenico Bonvegna

La recensione. Ungheria 1956, l’unica rivoluzione popolare anticomunista e antitotalitaria del XX secolo

La rivolta del popolo in Ungheria del 1956, è un evento che fa ormai parte dell’immaginario collettivo, evento che per la verità, mi ha da sempre sedotto. Per certi versi la mia esperienza politica adolescenziale è iniziata leggendo qua e là qualche brandello di storia su questo tema. Per questo ho acquistato subito il testo su quei fatti che ho trovato nel solito outlet milanese dei Navigli. Si tratta di «La crepa nel muro: Ungheria 1956». Sono le relazioni di un Convegno organizzato a Milano l’8 e 9 novembre 1996, dalla Fondazione Ugo Spirito e Luni Editrice, con il patrocinio della Regione Lombardia, del Consolato della Repubblica di Ungheria a Milano e del Ministero della Cultura ed Educazione della Repubblica di Ungheria. Il convegno è dedicato al quarantesimo anniversario della rivolta del popolo ungherese contro l’invasione sovietica con i carri armati dell’armata rossa. Viene definita dallo storico Enzo Bettiza, la prima e unica rivoluzione nazionale, popolare, anticomunista e antitotalitaria del XX secolo.

Presentati dallo storico Francesco Perfetti, ci sono gli interventi di studiosi di elevato livello scientifico e testimoni autorevoli, che ebbero l’opportunità di trovarsi sul luogo degli avvenimenti. «La sanguinosa prova di forza, – afferma Perfetti nell’apertura dei lavori – che accompagnò lo svolgimento dei fatti dell’ottobre 1956, ebbe conseguenze disastrose, a livello di immagine, per l’Unione Sovietica e per i partiti comunisti, provocando crisi di coscienza in molti adepti di quei partiti e causando fughe e trasmigrazioni dalle loro file. In un certo senso, fu, davvero, la prima “crepa nel muro”, in senso figurato, di protezione del comunismo, anche se, invero, prima ancora che a Budapest, si erano avute le sollevazioni degli operai di Poznan e le imponenti manifestazioni contro il regime polacco appoggiate dalla Chiesa cattolica […]».

Le relazioni del convegno non raccontano i fatti in sé della rivolta, dovrei leggermi il testo di Enzo Bettiza, «1956. Budapest: i giorni della rivoluzione», pubblicato da Mondadori (2006) Prometto di presentarlo a breve. Il Convegno racconta l’impatto che quei fatti ebbero nella cultura, nella storia, probabilmente anche nel costume del nostro paese. I fatti di Ungheria incisero direttamente nella vita e nelle scelte di molte persone, in particolare degli esponenti comunisti. Durante il saluto, l’assessore alla Trasparenza e Cultura della Regione Lombardia, Marzio Tremaglia, affermava: «In Ungheria non si vedeva l’idea comunista, si vedevano i carri armati veri, non l’idea astratta di una presenza, di un qualche ente ideologico, si vedevano effettivamente dei carri armati che sparavano non sui capitalisti d’Ungheria, non su qualche nemico, ma su persone in carne ed ossa […]».

L’intervento di Aldo Santamaria, della rivoluzione ungherese focalizza la figura contraddittoria di Imre Nagy, suo malgrado, lui comunista, divenuto protagonista e capo della rivolta. «Imre Nagy morì sul patibolo perchè, chiamato dal suo popolo alla guida del Paese, volle tentare di dare al popolo la dignità di una esistenza più umana e alla nazione la sovranità da tempo perduta». Circondato da uomini turpi, manovratori amorali, alla fine trovò i carri armati dell’esercito sovietico nelle strade di Budapest. Fu per certi versi «un riformista smarrito nella giungla del bolscevismo», così lo definì Francois Fejto, uno dei maggiori studiosi delle vicende politiche del dopoguerra nelle democrazie popolari. Santamaria in estrema sintesi cerca di descrivere il piano politico di Nagy, un progetto basato sull’esaltazione della storia e la cultura ungherese. Santamaria ricorda come il 23 ottobre 1956, il vertice del partito comunista si rivolse a lui, per far placare la rivolta popolare. In particolare la rivolta era composta dagli operai, artigiani, impiegati, gli ntellettuali del “Circolo Petofi”, dai studenti.

Il popolo che manifestava, andò a prendere Imre Nagy a casa e lo spinsero sul balcone del palazzo del Parlamento incitandolo a parlare alla folla a conclusione del corteo nelle strade di Budapest. Nagy rivolse un paterno invito alla calma e di avere fiducia nel comitato centrale del partito comunista. Fino alla fine cercò di essere leale con il suo partito, ma il popolo chiedeva ben altro, non poteva avere fiducia in un partito che non aveva mai dato benessere, giustizia e libertà.

Ancora Fejto scriverà: «mai una rivoluzione avrebbe dovuto avere un capo meno rivoluzionario». Fu nominato primo ministro, capo del governo dai comunisti, perchè così avevano deciso a Mosca. Così si cercava di placare la sommossa popolare che infuriava nel Paese. Ben presto Nagy si trovò solo, a fronteggiare i carri armati che erano pronti a mettere ordine in Ungheria.

A questo punto era inutile fare riferimento alla sua “carismatica” influenza sul popolo magiaro, non c’era più nulla da fare. «Cominciarono allora, non solo a Budapest ma anche in varie zone del Paese, quelle due settimane di grande esaltazione e di sangue, di eroismi e d’infamie. E quando, messa a ferro e fuoco dai carri armati dell’esercito sovietico una città così carica di storia, così ricca di testimonianze, messo in ginocchio un popolo già a lungo perseguitato e oppresso, si arrivò ai ‘giorni della vendetta’ nei confronti di coloro che, in vario modo, avevano contribuito a tenere vivo nell’animo della gente il desiderio di libertà, i cortili delle carceri di Budapest si popolarono di forche e d’impiccati».

Tutto questo secondo Santamaria è successo «grazie anche al disinteresse generale di un mondo a cui importava più la sopravvivenza dei sistemi che quella degli individui, più l’intoccabilità degli equilibri politici internazionali che l’esistenza di uomini di grande onestà intellettuale e spirituale come Imre Nagy,[…]».

Domenico Caccamo, nel suo intervento tratta degli orientamenti storiografici dell’ottobre ungherese. Anche lui cerca di dare un giudizio sulla complessa figura di Nagy, e soprattutto sul movimento rivoluzionario artefice dell’insorgenza ungherese. Per Caccamo, nell’ottobre-novembre 1956, «l’opposizione comunista non ha suscitato la lotta armata, ma ne è stata travolta, e gli intellettuali riformatori non sono stati i protagonisti, ma gli spettatori dell’insurrezione […]lo scoppio della rivoluzione li ha colti non sulle barricate, ma nei corridoi di un Comitato centrale ormai paralizzato […]».

Per Caccamo, secondo dati statistici, l’80 e il 90% dei combattenti era composta da giovani operai, gli studenti rappresentavano una bassa percentuale.

Secondo alcuni storici, gli eventi ungheresi non furono una rivoluzione preparata e organizzata dall’alto, ma fu invece una insurrezione spontanea e istintiva, un reale movimento delle masse, unite dall’odio comune contro il vecchi regime. Peraltro gli intellettuali si unirono agli insorti solo in un secondo momento.

«In realtà Nagy – scrive Caccamo – ed il suo gruppo furono sorpresi dallo scoppio dell’insurrezione popolare: nella società ungherese era venuto a maturazione un processo di ‘cospirazione tacita montante’, con la partecipazione ativa di diversi gruppi e interessi».

Lo storico Giorgio Petracchi, invita a ripensare il 1956 ungherese, dopo il crollo del Muro e la fine dell’Urss. «Non basta celebrare una data simbolica, e dolorosa, alla coscienza europea; ne è sufficiente, anche se necessario, riandare alle radici del confronto ideologico che ha caratterizzato la storia dell’Europa e del mondo dopo il secondo dopoguerra».

Un impegno importante potrebbe essere secondo Petracchi, rispondere alla domanda posta da Francois Fejto: «perchè di tutte le nazioni dell’Europa centrale soltanto l’Ungheria ha dato origine ‘alla prima – e unica – rivoluzione nazionale e popolare antitotalitaria in Europa?».

Una risposta convincente a questa domanda l’ha data un filosofo, E. M. Cioran: «Chi si rivolta, chi insorge? Raramente le schiavo, ma quasi sempre l’oppressore divenuto schiavo. Gli ungheresi conoscono da vicino la tirannide per averla esercitata con una competenza incomparabile […]Appunto perchè nel passato seppero così bene far la parte dei padroni, gli ungheresi erano ai nostri tempi, meno disposti di qualsiasi altra nazione dell’Europa centrale a sopportare al schiavitù».

La relazione di Massimo de Leonardis mira ad inquadrare la rivolta d’Ungheria nel contesto dei rapporti Est-Ovest durante la guerra fredda e in particolare per l’atteggiamento tenuto dagli Usa. Del resto De Leonardis utilizza l’ampia documentazione delle Foreign Relations of the Unites States (Frus), per la sua analisi parte dallo “spirito di Ginevra”, che ha segnato la politica internazionale di quel periodo, in particolare i rapporti tra Urss e Stati Uniti.

De Leonardis offre un attento esame del comportamento americano alla vigilia, durante e dopo la rivolta. Appare abbastanza confuso ed esitante il comportamento degli americani, che per la verità discutevano sulle possibilità di staccare dal blocco sovietico qualche Paese più o meno vulnerabile. Poi pare che la legazione americana a Budapest si sia convinta che proprio l’Ungheria offriva qualche possibilità di liberarsi dall’influenza sovietica. Anche perchè c’erano seri contrasti all’interno dei comunisti magiari.

Tuttavia secondo De Leonardis, si ha la sensazione che gli americani siano stati colti di sorpresa dai drammatici sviluppi della rivoluzione ungherese. Gli stessi americani hanno ammesso l’inerzia e l’impreparazione ad affrontare gli avvenimenti dell’ottobre-novembre 1956.

La legazione diplomatica americana a Budapest fu direttamente coinvolta dalle migliaia di dimostranti raccolti davanti ai suoi cancelli, che invocavano aiuto e reclamavano il ritiro dei sovietici. I rivoltosi chiedevano armi, aiuti, assistenza. La domanda più frequente: «cosa sta facendo per noi l’America in questo momento?»

L’ambasciatore Allen Dulles in quei giorni caldi aveva un bel da fare. Chiedeva al suo governo, al presidente Eisenhower dei chiarimenti. Poi c’era anche l’ONU, che doveva decidere cosa fare. Comunque sia il maggior rappresentante del mondo occidentale non sapeva cosa fare. L’unico che intervenne prontamente fu il Sommo Pontefice Pio XII, caso eccezionale, in pochi giorni, il papa produsse ben tre encicliche: la Luctuosissimi Eventus del 28 ottobre, la Laetamur Admodum del 1 novembre e la Datis Nuperrime del 5 novembre e poi con un ulteriore messaggio del 10 novembre al clero d tutto il mondo.

La situazione in Ungheria evolveva in maniera rapida. «In meno di dieci giorni – scrive de Leonardis – dunque si passò da una crisi nel regime ad una crisi del regime e Nagy smise il ruolo pompiere della rivolta nominato con il consenso dell’Urss per fare via via proprie le richieste degli insorti, tra i quali dominavano ormai gli anticomunisti più decisi, che vedevano i lro ideali incarnati soprattutto nel cardinale Jozsef Mindszenty, liberato il 30 ottobre dalla prigionia da reparti dell’esercito ungherese e accolto a Budapest in trionfo dalla folla, mentre sfilava una parata militare in suo onore».

Il cardinale parlando alla radio il 3 novembre, ribadì la neutralità dell’Ungheria e la sua volontà di vivere in pace ed amicizia con tutti i suoi vicini, compresa l’Urss.

«Di fronte a questa rivolta che diventava controrivoluzione, il governo americano rimase a rimorchio degli eventi, distratto poi dalla concomitante crisi di Suez, esplosa il 29 con l’attacco israeliano all’Egitto, seguito due giorni dopo dall’intervento militare anglo-francese, che, come si esprime il curatore della raccolta dei documenti diplomatici americani, rapidamente ecclissò la rivolta ungherese e divenne il principale oggetto di preoccupazione per i dirigenti degli Stati Uniti, oltre naturalmente alle elezioni presidenziali, fissate per il 6 novembre».

Qualcuno scrisse il petrolio era più importante dei magiari.

Dall’Ungheria partirono diverse richieste di aiuto, anche dall’Italia, si segnala il pressante invito al presidente Eisenhower, dell’ambasciatore in Italia Clare Boothe Luce.

Quarant’anni dopo in una intervista, il portavoce di Imre Nagy, Miklos Vasarhely giudicava il comportamento degli Stati Uniti, perfido: «mentre attraverso Radio Europa Libera ci incitavano a lottare, il segretario di Stato dichiarava di non essere strategicamente interessati all’Ungheria. Gli Usa si opposero a discutere il nostro problema all’ONU, anche contro il parere di altri governi amici, come quello italiano».

Estremamente interessante ho trovato la relazione di Edgardo Sogno, ed ho capito il perchè i comunisti lo odiassero tanto.

«In tutto il corso della lunga notte totalitaria europea, di destra e di sinistra che va dal 1917 al 1989, fatta, nell’ordine di nascita, di comunismo, fascismo e nazismo, la rivolta ungherese rappresenta uno dei soprassalti di riscossa più limpidi e di maggior rilievo». L’Europa poteva esibire questa epopea d’onore e di riscatto, facendone il simbolo della sua redenzione storica dai suoi crimini e dalle sue vergogne. Il moto ungherese, ha rigettato in assoluto il comunismo e non solo lo stalinismo, sono stati per Sogno, “i dieci giorni di sangue e di speranza”.

Sogno denuncia il conformismo degli storici, dei saggisti sulle riviste, sui giornali, «nessuno ha sentito l’esigenza di denunciarne la causa, di proclamarne la responsabilità».

Eppure per il liberale Sogno «chiunque abbia in qualche modo partecipato a quegli eventi e vissuto quel dramma dalla parte giusta, prima di qualsiasi altra testimonianza ha il dovere di gridare in faccia a tutti costoro: voi tacete per viltà perchè viviamo tuttora immersi in sacche condizionanti di socialismo reale, perché la sinistra tanto in Italia quanto in Ungheria (come del resto in Europa Orientale) non si è ancora sbarazzata del cancro comunista».

Edgardo Sogno ha esperienza diretta dei fatti ungheresi, dopo la repressione sanguinaria dei sovietici, partecipò a Vienna all’espatrio e l’assistenza ai profughi ungheresi. In questa relazione racconta come contribuì a fare arrivare in Italia, diversi profughi, 250 esponenti e dirigenti dell’insurrezione. Tra questi c’è il maggiore Jankovich. Si potrebbero scrivere volumi in riguardo all’insurrezione popolare del ’56 in Ungheria. Poco è stato fatto, per ora secondo i dati forniti dall’attuale governo ungherese, gli insorti caduti in combattimento sarebbero 2.500, passati per le armi nella repressione 400, incarcerati 50.000, fuggiti all’estero 200.000. Enzo Bettiza, nel suo libro parla almeno di 15 mila morti ungheresi, a cui si aggiungono 5 mila sovietici.

Sogno racconta quegli anni di battaglie politiche prima della rivolta in Ungheria, eravamo i soli a non credere alla distensione, alla destalinizzazione, al pacifismo del comunismo sovietico. La maggioranza degli osservatori e dei politici occidentali, invece ci credevano.

Il volume pubblica anche gli atti della tavola rotonda, che è seguita dopo il convegno, “La sinistra, gli intellettuali e l’Ungheria”, prendono parte autorevoli personalità come Enzo Bettiza, Pasquale Chessa, Sandro Curzi, Piero Melograni, l’ambasciatore Sergio Romano, Giovanni Russo, Massimo De Leonardis. E’ interessante perchè in questo dibattito tra gli studiosi, emerge la difficile posizione del Partito comunista italiano, quella di Palmiro Togliatti e di tutti gli altri esponenti della sinistra italiana. «Per quanto riguarda l’Italia – afferma Bettiza – dobbiamo dire che il 1956 vide il Partito comunista italiano schierato in maniera drastica, definitiva, a fianco dei carri armati sovietici». Il motivo secondo Bettiza è che entrava in gioco, «anche il pensiero e le preoccupazioni personali di Togliatti, sia per quanto concerneva la stabilità del cosiddetto campo socialista internazionale, sia soprattutto per quanto riguardava la stessa stabilità sua, di Togliatti, ai vertici del comunismo italiano; stabilità profondamente scossa dal rapporto Cruscev al XX Congresso, che incriminando praticamente Stalin per delitti da diritto comune, coinvolgeva colui che nei tempi cominternisti, Togliatti, fu anch’egli uno dei responsabili diretti delle purghe e, fra l’altro, responsabile diretto della distruzione fisica della dirigenza del Partito comunista polacco,dei rifugiati dirigenti polacchi a Mosca».

Schierarsi, in quel momento, a fianco dei carri armati sovietici, «significasse dare un contributo alla ristalinizzazione del sistema comunista europeo e internazionale e quindi, con la ristanilizzazione, ridare stabilità alla propria leadership ai vertici del Partito comunista italiano».

Era una posizione che non poteva che provocare all’interno del partito o ai suoi margini, fra gli intellettuali, delle perplessità, dei dubbi e dei contrasti. Infatti tanti sono quelli che abbandonano il partito per il forte disagio provocato dalla violenza esercitata sul popolo ungherese. Bettiza cita il libro di Federigo Argentieri, “La rivoluzione calunniata”, che ha raccontato meglio di lui questi contrasti nel mondo comunista italiano.

Pietro Melograni inizia il suo intervento facendo riferimento al documento (centouno firmatari) che condannava l’intervento sovietico in Ungheria. Anche qui profondi contrasti, alcuni dopo aver subito forti pressioni dal partito si dissociarono.

Sul comportamento e la composizione di questi 101 dissidenti si sofferma poi Russo. Accanto a quelli che avevano capito, anche se in ritardo, della non democraticità del regime comunista, vi erano quelli, che volevano un regime ancora più comunista e cioè un “vero comunismo”.

Il professore Melograni da ex comunista, racconta dei retroscena interessanti su Togliatti che in quel momento seppe usare il mito dell’Unione Sovietica, dell’armata rossa. Era troppo importante, un bisogno essenziale. Togliatti, afferma Melograni, «era a conoscenza degli aspetti tragici del comunismo in Unione Sovietica, per averne sofferto lui stesso. Ritengo che, negli anni delle purghe, Togliatti non abbia mai convocato il Comitato centrale del PCI nell’Unione Sovietica proprio per salvarlo dalle persecuzioni staliniane. Se i membri del Comitato centrale si fossero riuniti anche una sola volta a Mosca, avrebbero rischiato di essere fisicamente eliminati così come era accaduto ad altri Comitati centrali dei partiti stranieri, nonché agli stessi Zinovev, Kanienev, Trotzkij e così via». Addirittura secondo Melograni, «E’ probabile che la forza del mito sovietico in Italia, dopo la seconda guerra mondiale, sorprendesse anche lo stesso segretario del Partito comunista». Aggiunge Melograni, «il segretario del PCI agiva con molta freddezza e doppiezza. Non appena gli fu possibile, nel 1944, abbandonò probabilmente con molta gioia l’Unione Sovietica per far ritorno in Italia […] Conosceva molto bene la realtà sovietica ma non rivelò mai pubblicamente gli orrori di questa realtà».

Togliatti era consapevole della divisione dell’Europa in zone di influenza e sapeva perfettamente che gli americani non sarebbero mai intervenuti in favore degli insorti ungheresi.

Del forte disagio nell’intellighenzia comunista italiana ne parla anche l’ex ambasciatore Sergio Romano. Con molta ironia si domanda sul perchè questi intellettuali non avessero capito come agivano i sovietici. Che tipo di cultura avessero se improvvisamente scoprirono nel 1956 di avere a che fare con un mondo in cui non si riconoscevano? Certamente, «Togliatti non poteva certamente essere sorpreso dagli avvenimenti del 56 e continuò per la sua strada e questo, in un certo senso, comportava una forte dose di coerenza politica […]». Mentre per quanto riguarda gli intellettuali, il fatto che fossero sorpresi o sconcertati dalla violenza sovietica in Ungheria, questo non si è mai riusciti a capire.

Ritornando a Togliatti, Giovanni Russo, sostiene, come risulta dai documenti che il Migliore contribuì in modo decisivo, «al processo e alla condanna a morte di Nagy sostenendo il carattere ‘assolutamente controrivoluzionario’ del governo nato dallo spontaneo moto di liberazione degli operai e degli studenti e intellettuali ungheresi contro lo stalinismo». Addirittura secondo De Leonardis, pare che Togliatti, abbia incitato i sovietici alla repressione degli insorti magiari.

Interessante l’intervento di de Leonardis che ci tiene a precisare che lui non deve rompere con nessun passato, perchè non è mai stato di sinistra, quindi non deve fare nessun pentimento o autocritica. Il suo modello è il cardinale Mindzenty, che nel suo discorso dopo la scarcerazione ha dichiarato di essere rimasto con le stesse convinzioni di prima la carcerazione, nonostante le brutali pressioni del regime.

Tuttavia De Leonardis è abbastanza polemico sulle conversioni ad orologeria dei leaders o intellettuali comunisti. Spesso queste conversioni sono state effettuate quando era ormai impossibile evitarle. O addirittura quando l’ordine veniva da Mosca. «Si continua ad accusare il popolo tedesco dicendo che non poteva non sapere dei crimini nazisti. – afferma De Leonardis – Sarebbe ora di chiedere conto ai comunisti (post o neo) perchè si sono sempre accorti dei crimini del socialismo reale solo quando arrivava il contrordine da Mosca. I processi a cavallo degli anni ’40 e ’50, i moti di Berlino est nel 1953, l’Ungheria nel 1956, il muro di Berlino, la Cecoslovacchia nel 1968, i processi ai dissidenti sovietici, il genocidio praticato da Pol Pot in Cambogia, il colpo di stato di Jaruzelski in Polonia, l’invasione dell’Afghanistan: nulla di tutto questo, per limitarci agli eventi più clamorosi, indusse il PCI a rompere i legami con Mosca, che furono sciolti, abbandonando il nome comunista (subito però rivendicato da altri), solo quando crollò ‘l’impero del male’».

E soprattutto De Leonardis oltre a non credere al valore dell’autocritica e al pentimento degli ex comunisti. Non ha mai visto la riabilitazione dell’avversario anticomunista ed il riconoscimento delle sue ragioni di allora. Se non fanno questo rischiano di passare addirittura come “anticomunisti”, continuando a mantenere ai margini politici i veri anticomunisti.

Sarebbe importante continuare ma devo fermarmi, ritorneremo a parlarne la prossima volta.

Domenico Bonvegna

La recensione. Alla scoperta dei misteri di Torino

Può una città determinare le sorti di un Paese? Forse si, leggere il libro «Il mistero di Torino. Due ipotesi su una capitale mancata», Arnoldo Mondadori per credere.

Il libro è stato scritto a quattro mani da, Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, due giornalisti che hanno la capacità di scrivere bene. Non conoscevo questa pubblicazione, ma quando ho visto il nome di Messori, collegato alla città dove da qualche mese abitualmente soggiorno, non potevo non essere interessato alla sua lettura.

Tuttavia mi sono fermato alla parte scritta da Messori che, d’altronde, costituisce oltre i due terzi dell’opera (quasi 500 pagine). Il suo contributo è a due facce: nella prima parte è una descrizione, infarcita di digressioni, della sua infanzia nella città subalpina, del come la città l’abbia accolto, delle scuole che ha frequentate, dell’inizio della sua attività lavorativa. Poi, quasi d’improvviso, il Messori si addentra nell’analisi socio religiosa e qui si vedono i suoi giudizi controcorrente, provocatori e per certi versi, certamente “politicamente scorretti” sui fatti e sui protagonisti della società torinese.

Messori si occupa dei “torinesi” a 360 gradi, non trascura quasi nulla, almeno di quello che conta. Si passa dalla storia alla politica, dalla religione alla cultura, dal giornalismo allo spettacolo e poi soprattutto alla Fiat della famiglia Agnelli.

Dando uno sguardo ai commenti nella rete, qualcuno ha scritto che Messori è troppo di parte, mette al centro delle sue riflessioni sempre la fede cattolica. «Soprattutto lui non fa niente per nascondere quello che sembra essere la sua ragione di vita: la religione di santa romana chiesa, insomma i personaggi che man mano scorrono nel suo racconto i protagonisti in qualche modo della storia di Torino se non sono cattolici non valgono niente».

Naturalmente questo non mi scandalizza, Messori non ha mai nascosto la sua identità, la sua storia. In fondo, intervistato da Saverio Gaeta, pare che che abbia detto che in fondo, «Torino, è soltanto una scusa che mi ha consentito ancora una volta di proporre una lettura cattolica del mondo e della storia». Tuttavia con questo «ponderoso saggio Il mistero di Torino. In realtà, non ha fatto altro che continuare il lavoro di riflessione portato avanti nella fortunatissima rubrica Vivaio, pubblicata per diversi anni sul quotidiano Avvenire (e raccolta in una trilogia delle Edizioni San Paolo) e oggi proseguita sul mensile di apologetica Il Timone».

Comunque sia anche in questo libro il giornalista, nativo di Sassuolo, esprime non solo la sua vocazione di cattolico ma anche quella di ricercatore, studioso di libri anche di difficile reperibilità. Pertanto anche in questo testo ci offre una serie di episodi, di fatti, ben documentati, con accurate riflessioni sui più svariati argomenti.

Certo nel saggio su Torino, ha dovuto essere per forza sintetico nel trattare gli argomenti, quasi ad invogliare il lettore ad informarsi direttamente sui tomi che lui stesso ha consultato.

Nel libro Messori mostra le cose da una prospettiva ben precisa, a volte imbarazzante, di tutto quello che si è raccontato nei decenni di Torino con erudita superficialità (o forse, con un forte condizionamento di parte).

Anche in questo libro, oltre al suo modo gradevole di scrivere, non può abbandonare il suo radicalismo cristiano o meglio la sua forte passione apologetica. Lo si nota quando affronta i temi religiosi, attinenti alla Chiesa, agli uomini e alle donne che hanno reso credibile l’istituzione nella città di Torino. Appassionanti sono i riferimenti ai grandi santi dell’Ottocento torinese, come don Bosco e il Cottolengo. Ma non sono meno attraenti quando affronta gli argomenti laici che riguardano l’economia della città, la cultura più o meno egemone prodotta nelle università, nelle numerose case editrici, nell’unico giornale di Torino, La Stampa, che era ben più di un giornale. Qui senza mai essere offensivo delinea il pensiero laico dei tanti uomini che hanno fatto la storia non solo torinese ma anche del Paese. Qualche nome per tutti, Norberto Bobbio, Antonio Gramsci.

In questo testo, la “strana coppia”, diversa per età, per opinioni, per formazione, racconta l’enigma di Torino, una «strana metropoli», la sua atmosfera, i suoi personaggi, sempre sorprendenti, a volte inquietanti, che partono sempre da due opposte prospettive: cattolica e laica. In uno scontro e incontro continuo. «La città sabauda diviene così metafora del mondo, luogo geografico e spirituale dove luce e ombra, peccato e grazia convergono e si sfidano a duello. Sullo sfondo, il paradosso di Umberto Eco: ‘senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa’».

Il paradigma di questa sfida potrebbe essere il partito del compagno Antonio Gramsci e la Chiesa del beato Pier Giorgio Frassati, che appartengono a universi differenti. Ma non basta, perché nelle ultime pagine l’autore se la prende con i suoi antichi maestri (giustificandosi con “qui non si giudicano persone, ma idee”): nomi come Alessandro Galante Garrone, Norberto Bobbio, Luigi Firpo, tutti ormai da tempo deceduti e quindi non in grado di rispondergli. Certamente questi nomi insieme ad altri hanno creato quell’egemonia culturale, che per troppo tempo ha imperversato in troppe redazioni di giornali e che forse è sfociata in quell’ideologia del «politicamente corretto».

Continuando con le sfide a Torino convivono la Sindone e l’autoritratto di Leonardo da Vinci. Don Bosco, con tutte le sue opere di fede e di carità, e Nietzsche, che giunto in città, impazzì.

Del resto la Torino raccontata Cazzullo e Messori è essenzialmente la città degli ultimi sessant’anni sempre sulla scorta della testimonianza personale con qualche ausilio proveniente dalle notizie attinte alla viva voce dei protagonisti e, raramente, alla saggistica o alla letteratura. Naturalmente c’è tanta Fiat: la Fiat come «madre» (accogliente o matrigna) dei torinesi del XX secolo, dispensatrice di lavoro e raccoglitrice di profitto, orizzonte, speranza, e talora anche dannazione, specie nei tempi duri, di migliaia di torinesi, soprattutto quelli venuti dal Sud.

Non credo che questo libro sia diverso da altri libri scritti su altre città, non dà la sensazione di essere scritto in difesa di una causa, o di dimostrare la superiorità di questa città. Non è tutto bello nella Torino dipinta da Messori e Cazzullo, come in tutte le città ha i suoi profondi difetti ma anche qualche pregio e gli autori cercano di restituire la verità su dei pregiudizi, oramai sclerotizzati, su questa città. Anche se Torino è stata sempre una capitale incompresa: effettivamente Torino è stata una capitale, forse la capitale e, senza alcun dubbio, è sempre stata incompresa, troppo confusa e paradossalmente offuscata dall’ombra immanente della FIAT.

Tra i quartieri o vie che Messori descrive dettagliatamente c’è quello di San Donato, che si arriva da piazza Statuto, diverso rispetto ad altri di Torino, l’ho notato anch’io. Qui le case non sono come per altre vie, «soldati impettiti sull’attenti in attesa di una parata». Il Borgo si staglia tra due perfetti rettifili: via Cibrario e corso Regina Margherita. A metà della via si alza lo straordinario campanile costruito insieme alla chiesa di N. S. del Suffragio, dal grande architetto e religioso Faa di Bruno. Messori ha studiato a fondo questa figura abbastanza singolare, gli ha dedicato una biografia, vissuto al tempo del più conosciuto don Bosco. E’ qui che Messori ha vissuto nella sua permanenza a Torino, è il suo borgo, peraltro riporta nel testo, perfino alcuni locali importanti che hanno fatto la storia del quartiere.

Un altro quartiere a cui dedica qualche pagina è quel Borgo San Paolo, il borgo idealizzato, dove il sindaco Diego Novelli, sognava la I Cit Turin, una specie di Berlino Est subalpina, grigia ma rassicurante. A proposito di sindaci, interessante il lavoro svolto dal grande sindaco avvocato Amedeo Peyron, cattolico tradizionalista. Fu lui a gestire l’immigrazione di 730.000 persone accolte in quindici anni. E qui Messori fa notare che fino al 1975, la maggioranza dei torinesi votò per i democristiani, sostanzialmente anticomunista, nonostante gli stereotipi messi in atto da certo giornalismo.

Un’altra imbarazzante notizia, sono i tanti pellegrinaggi aziendali a Lourdes degli operai della Fiat, voluti dal sincero entusiasmo religioso dell’ingegner Gaudenzio Bono, vicedirettore generale e poi amministratore delegato della Fiat, il braccio destro di Valletta. Messori tiene a precisare che questo caso, «non fu affatto, come credono persino molti cattolici, una strumentalizzazione della religione decisa cinicamente dal padrone, distribuendo una buona dose di ‘oppio dei popoli’ ai lavoratori, così da renderli più docili». Valletta, era massone attivo ma rispettoso del cattolicesimo e lasciò fare a Bono.

«L’adesione al pellegrinaggio era ovviamente del tutto facoltativa e i partecipanti pagavano la loro quota, detraendo i giorni dalle ferie. Non era, dunque, una scampagnata gratuita a carico dell’azienda, un surplus di vacanza». Ogni anno aumentavano i partecipanti, «migliaia e migliaia di quegli operai che avrebbero dovuto, secondo gli intellettuali gauchistes, avere ben altre prospettive, pagavano per andare a pregare là dove Bernadette, per diciotto volte, aveva visto l’Immacolata». Questa è una notizia bomba, che non ho avuto notizia da nessuna parte. Infatti nessuno ne parla di questa vicenda imbarazzante, inclassificabile negli schemi di tanti storici e sociologi. Ci sono le foto che testimoniano sterminate colonne di membri della “classe operaia”, con la tua bianca in festa, con la scritta Fiat sulla schiena, sfilano in processione, reggendo statue e stendardi delle confraternite.

Tra l’altro il vescovo di Lourdes come riconoscenza per i grandiosi pellegrinaggi dei lavoratori della Fiat, donò la cancellata che stava davanti alla Grotta alla città di Torino.

Purtroppo gli appuntamenti annuali a Lourdes furono bruscamente interrotti nel 1966, «non per esaurimento dell’adesione dei lavoratori, che anzi protestarono, ma per un atto di imperio – qualcuno disse di prepotenza o, almeno, di demagogia clericale – del nuovo arcivescovo, il cardinal Michele Pellegrino. Il quale, adeguandosi al clima dell’epoca, volle cancellare quella che sembrava una imbarazzante commistione ‘teologicamente scorretta’ tra capitalismo e religione».

Gli anni del Sessantotto, i cosiddetti anni di piombo, vengono descritti nel libro. Messori ricorda il barbaro assassinio del vicedirettore de La Stampa, Casalegno da parte dei terroristi rossi. Sono anni vissuti da cronista di “Stampa Sera”. Messori ricorda quando fu trascinato per le vie di Torino, insieme al collega fotografo, «da quei signorini – tutti figli di borghesi e divenuti poi tutti tali – che mi scandivano dietro (l’ho ancora nelle orecchie) ‘leccaculo dei padroni!’. Naturalmente hanno rubato le costosissime apparecchiature giapponesi. Gesto passato come “esproprio proletario”, anche se di proletari quei simpaticoni conoscevano solo i domestici di famiglia.

Naturalmente Messori racconta altri particolari di quei “formidabili anni”, come li chiamò il Capanna.

Il IV e il V capitolo sono dedicati all’urbanistica della città, in particolare alla via Roma, regina viarum. Interessanti le descrizioni sulla costruzione della stazione ferroviaria di Porta Susa e del vicino macello dei poveri animali, con lo struggente odore delle vaporiere e del sentore nauseabondo, grasso, che veniva dagli immensi calderoni dove cuocevano trippe e frattaglie. Nel silenzio della notte, si poteva sentire «muggire, nitrire, belare. Gli animali avvertivano di essere giunti al luogo della morte e sembravano invocare che qualcuno li liberasse».

Importante anche la discussione geografica e storica aperta da Messori, per quanto riguarda i collegamenti ferroviari con Torino e con gli altri centri vicini.

Il VI capitolo (lo zolfo e l’incenso) è tutto da leggere con attenzione. Si parte con Nostradamus, poi con il Grande Vecchio, con la storia romana, per arrivare al Maligno, il diavolo. Messori ricorda l’episodio dell’incendio del Cinema Statuto, con la morte in pochi istanti di tutte e 64 persone presenti nella sala, mentre stavano vedendo il film La capra. Molti collegarono il tragico episodio al finanziamento dell’amministrazione socialcomunista di Diego Novelli del «Carnevale diabolico», una sorta di sabba in maschera, con riesumazione di streghe, stregoni, sciamani e diavoli.

Messori nel libro lo scrive non vuole trarre conclusioni azzardate dall’episodio. Certamente ricorda però quello che ha detto il mistico san Giovanni Paolo II in visita a Torino nel settembre del 1988, nel centenario di don Bosco. La sensibilità mistica di Karol Wojtyla era grande. Il Papa riferendosi ai tanti santi torinesi, tra le tante cose ha detto: «Quando ci sono tanti santi, è perché ce n’è bisogno». E soprattutto con voce angosciata ha gridato: «Torino, convertiti!». I grandi santi piemontesi aveva detto: «sono come i profeti, e con i profeti non si scherza, tu, Torino, hai bisogno di una conversione eccezionale, superiore». Messori scrive a questo proposito che i discorsi del papa in quella giornata erano quasi ossessivi, continui, in fondo drammatici, e i richiami erano chiaramente rivolti al «Principe di questo mondo», che è nient’altro che Satana.

Per Messori è impressionante tutto questo. Tra l’altro gli addetti stampa di allora hanno avuto il bel da fare con i giornalisti per smorzare certi toni, per sfumare certe intimazioni del Papa. «Dunque – scrive Messori – il Vescovo di Roma stesso non è per nulla estraneo al sospetto che dalla città di Torino emani un sentore di zolfo. E’ il Papa medesimo che definisce questa città ‘un enigma’ e, con l’istinto del mistico, va all’enigma per eccellenza, quello del demoniaco». Messori non manca di citare Massimo Introvigne che è l’esperto più noto, lo studioso che ha ben documentato il mondo oscuro, di sette e di quei culti che puzzano di zolfo.

Messori nello stesso capitolo affronta l’argomento dei valdesi, della massoneria, del risorgimento piemontese, della Casa Savoia. In questo contesto il giornalista cattolico mette insieme come in un collage diversi illustri personaggi come Friedrich Nietzsche, profeta di tutte le destre e Jean-Jacques Rousseau, padre di tutte le sinistre. Un tedesco e un francese, i “cattivi maestri” per eccellenza, almeno nella prospettiva cattolica tradizionale e non è un caso che «si siano dati, a un secolo di distanza, appuntamento a Torino, proprio lì dove si conserva e si venera l’immagine di quell’Ebreo che è per entrambi il nemico comune».

Oltre a Gramsci, Torino è anche la città di Joseph De Maistre, il campione della reazione, il demolitore profetico delle ideologie che avrebbero poi insanguinato l’Otto e il Novecento. Colui che all’ottimismo di Rousseau, «oppone la tragica tara lasciata dal peccato originale».

Tra i tanti “torinesi”, Messori si ferma sull’operato di don Bosco e del Cottolengo, due campioni della carità della Chiesa. In particolare su don Bosco fa riferimento ai continui scontri con i liberali, con Cavour. Interessante la descrizione della straordinaria esperienza con i “poveri cristi” ricoverati nella Piccola Casa della Provvidenza del Cottolengo. Andare a visitarli era come fare più di dieci cicli di Esercizi Sprituali. Molte pagine sono dedicate alla “sindonologia”, allo studio del sacro Lenzuolo.

Per la verità da leggere tutto è anche il VI capitolo (né Giansenio né Calvino). Qui Messori sfata il mito della Torino protestante, almeno per quanto riguarda la storia passata. A questo proposito Messori probabilmente si ripete, visto che ribadisce l’esempio di quell’esplosione unica di santità proprio a partire dall’Ottocento. I vari don Bosco, i Faa di Bruno, i Murialdo, gli Allamano e tutti gli altri hanno fatto cose grandiose, hanno creato multinazionali religiose. Pertanto i cattolici del XIX secolo, quelli fedeli al papa, costituiscono il «Paese reale», che è maggioritario, rispetto a quello “legale”.

Il giornalista cattolico denuncia la rimozione ingiustificata da parte dell’intellighenzia laicista della Torino cattolica. Questo laicismo progressista che ignora, non si occupa dei tanti pensatori cattolici come Carlo Mazzantini, Rocco Buttiglione, lo stesso Augusto Del Noce. E continua facendo il nome dell’ingegnere Alberto Marvelli, seppure giovanissimo divenne una delle colonne dell’ufficio progettazione della Fiat, è stato lui a progettare la geniale Fiat 500 A, la prima Topolino. Marvelli sarà presto beato. «Anche le auto, sotto la Mole, – scrive Messori – possono nascere tra i rosari […]». E poi che dire del beato Pier Giorgio Frassati anch’egli legato alla madre Fiat.

Pertanto per Messori ci fu a Torino una presenza cattolica importante, socialmente benefica, spesso culturalmente prestigiosa, che è stata sottovalutata, se non del tutto ignorata

A questo punto Messori fa una precisazione importante. La Chiesa nella sua missione oltre a fare tanto “lavoro” concreto visibile con le innumerevoli opere di carità, fa tanto “lavoro” segreto che non si vede, come quello dei tanti monasteri.

Messori insiste sulla cattolicità di Torino portando diversi esempi a favore della sua tesi. Ricorda come Torino fino alla seconda metà dell’Ottocento, fu divisa in centosessanta isolati, ciascuno dei quali aveva il nome di un santo, neanche la Roma papale o Milano, hanno mai avuto la toponomastica urbana così interamente religiosa. Nel 1870, in piena repressione laicista, Torino che contava 200.000 abitanti aveva qualcosa come centodiciasette enti religiosi che coprivano ogni bisogno, sia materiale sia spirituale.

A questo proposito è geniale la scommessa messa in atto da Messori stesso con un capo cronista de La Stampa. Si è travestito da clochard e per tre giorni, vagando senza una lira per Torino. Praticamente ha mangiato, bevuto, dormito, ha avuto una visita medica, ricevuto medicinali, cambio di biancheria nuova. Tutto questo elargito dalle associazioni cattoliche presenti nel territorio.

Altra caratteristica della Torino cattolica è la massiccia presenza dei Gesuiti, che furono da sempre accolti dalla classe dirigente. In questo contesto Messori ricorda che Torino fu addirittura la capitale della controrivoluzione. Il nostro si riferisce a quella reazione popolare che esplose dopo la rivoluzione francese, in particolare con le occupazioni militari di Napoleone.

Messori fa due nomi significativi che hanno preparato questa reazione, che ho conosciuto alla scuola di Alleanza Cattolica: il padre Nikolaus von Diessbach e poi Pio Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria Vergine. Torino, ricorda Messori, non scese in campo soltanto sul piano della propaganda cattolica da opporre a quella anticlericale, agnostica, atea, dei Lumi. Non fu questione solo di libri, di cultura, spesso si arrivò ad usare anche le armi. E qui si ricorda l’epopea delle “Insorgenze” contro i francesi di Napoleone che misero a ferro e fuoco l’Italia. Anche questo un tema che ho conosciuto e studiato all’interno di Alleanza Cattolica. E provocatoriamente Messori domanda se qualcuno abbia mai sentito parlare della «Massa Cristiana» (l’equivalente piemontese della vandeana “Armata Cattolica e Reale”) che arrivò ad assediare Torino, controllò intere zone del Piemonte e costituì una minaccia costante per i francesi, che conservarono a stento le città, mentre fuori erano sempre sotto l’incubo delle imboscate.

La Massa Cristiana, ci tiene a precisare Messori, non era uno strumento degli aristocratici, i quali fuggirono o si affrettarono a sottomettersi al nuovo padrone, e non era creazione neanche dei parroci. Quella Massa era composta e guidata da artigiani e da contadini, che alla testa delle loro colonne innalzavano stendardi delle confraternite religiose, le statue dei loro patroni e andavano all’assalto con il rosario al collo.

Dunque dai numerosi esempi riferiti emerge una Torino convintamente cattolica, e completamente lontana dal giansenismo e dal calvinismo.

Domenico Bonvegna

LA RECENSIONE. Riscoprire le virtù per sistemare la nostra società

Occorre ritornare alla via indicata dagli antichi e percorsa poi dai cavalieri medievali: la via delle virtù. Certamente sarà una strada aspra e solitaria, ma ci porterà alla meta: la realizzazione personale.

La conoscenza del percorso difficile ma entusiasmante della via delle virtù, la offre un bellissimo libretto di appena 111 pagine, «Le Virtù. Il cammino del cavaliere», di Roberto Marchesini, Sugarcoedizioni (2019).

Marchesini è un psicoterapeuta, di una formazione filosofica che raramente si trova tra gli psicologi, «richiama la nostra attenzione – scrive nella postfazione Martin Echavarria – sul tema dell’educazione del carattere da parte delle virtù; tema del quale , nel nostro tempo, si sente la mancanza tanto nel mondo laico quanto in quello ecclesiale».

Allora, è ancora possibile, oggi, vivere in modo virtuoso, percorrere il cammino del cavaliere? E’ l’interrogativo che ha spinto Roberto Marchesini ad affrontare un tema che sembra antiquato, ma che forse non è mai stato così attuale.

A cominciare dalla dedica, il libro vuole essere provocatorio, infatti lapidariamente c’è scritto: “in memoria di Aristotele e san Tommaso d’Aquino maestri inarrivabili ai quali dovrebbero essere grati ogni donna e ogni uomo che vogliono vivere virtuosamente”.

Che cosa sono e a cosa servono le virtù. Comincia così Marchesini. E subito dopo viene posta la domanda fondamentale che ciascun uomo dovrebbe porsi: Perche viviamo? Quale obiettivo ci poniamo nella nostra vita?

Dalla risposta dipende molto il futuro nostro e della nostra società, che vive, che propone una divisione rigida: il piacere (l’edonismo) o il dovere (il doverismo). Attenzione obietta Marchesini, nessuna delle due porta alla felicità. La prima, il più delle volte, porta alla disperazione. La seconda, a una continua insoddisfazione.

L’alternativa a questa dicotomia esiste, era già chiara negli antichi che hanno fondato la nostra civiltà.

Marchesini non può non fare riferimento ai Greci, che vivevano in un mondo metafisico: la realtà non è solo quella materiale che vediamo, ma esiste, ed è più importante, quella che non si vede, non si tocca. «Tutto ciò che esiste non è frutto del caso ma deriva da un Logos, un ordine universale; e ha un fine, uno scopo». Ogni cosa esiste per un motivo e questo è lo scopo per cui quella cosa esiste. Il motivo e lo scopo di ciascun uomo è quello «di diventare ciò che è destinato ad essere».

Pertanto i greci «non vivevano per accumulare ricchezze o per aumentare la propria reputazione: vivevano per l’aretè. Per realizzare pienamente ciò che erano». Poi i latini, hanno tradotto la parola aretè, con «virtù», da vir, che significa uomo compiuto, realizzato. Pertanto, per Marchesini, «un essere umano, di sesso maschile (homo) ha il compito di diventare virile, cioè virtuoso».

Anche se sia per i greci che per i latini la vita virtuosa non aveva un significato religioso. Fu poi il cristianesimo a far coincidere la vita virtuosa con la pienezza della vita religiosa. Infatti per la Chiesa il massimo di vita felice è la santità, «l’esercizio eroico delle virtù». L’uomo si compie diventando come Cristo, alter Christus. Imitando Cristo, diventando come lui, l’uomo realizza se stesso.

Tuttavia per Marchesini, «il prototipo dell’uomo virtuoso è quindi l’eroe e l’eroe ha assunto nell’Occidente cristiano, una sembianza ben precisa, quella del cavaliere».

Marchesini però precisa che non si riferisce al cavaliere avventuriero, prepotente, al bullo, per intenderci, «colui al quale piace menare le mani». Qui si fa riferimento al cavaliere che dedica l’intera vita al perseguimento delle virtù.

Dopo aver argomentato sulle origini delle virtù, lo studioso passa a definire le virtù, incominciando da quelle Cardinali, chiamate così perché sono il «cardine», cioè il fondamento di tutte le altre virtù. Il libro comincia ad esaminare la Prudenza, la prima delle virtù cardinali. E qui subito Marchesini sentenzia che non è vero che il fine giustifica i mezzi. Anzi «la differenza tra le persone virtuose e chi non lo è sta proprio nei mezzi utilizzati per perseguire i propri obiettivi».

Fare carriera o guadagnare di più a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo non va bene per niente. Occorre scegliere i mezzi opportuni per conseguire il fine. La prudenza è un a virtù che viene richiesta in particolare a chi comanda. Riguarda i governanti, i comandanti militari. Per essere prudenti serve la memoria, l’intelligenza, la docilità, la solerzia, la ragione, la previdenza, la circospezione, la cautela.

Naturalmente Marchesini per spiegare queste virtù, spesso cita il Catechismo della Chiesa Cattolica, che tutti i cattolici dovrebbero conoscere e studiare.

I vizi che si contrappongono alla prudenza sono l’imprudenza, la negligenza. Poi c’è l’astuzia, un vizio molto frequente al giorno d’oggi, per Marchesini. Anche se oggi da molti l’astuzia, è considerata quasi una virtù.

Inoltre Marchesini nel contesto della falsa prudenza, evidenzia la sollecitudine viziosa. Quando ci affanniamo con eccessiva sollecitudine, per le cose temporali, superflue. Altro stato d’animo negativo è la preoccupazione per il futuro.

Dopo la prudenza passa in esame la Giustizia, per capire l’importanza di questa virtù, basta esaminare le varie nostre ingiustizie quotidiane. «I vizi che ci allontanano dalla giustizia sono il nutrimento quotidiano di qualsiasi uomo contemporaneo», scrive Marchesini. Tutti noi siamo pronti a condannare il furto, l’omicidio, sopratutto se a nostro danno, difficilmente sentiamo qualcuno lamentarsi della grande diffusione (anche grazie ai social) della maldicenza, la mormorazione, la derisione.

Sulla Fortezza, sono interessanti le riflessioni, per quanto riguarda il momento storico attuale. Oggi, almeno per ora, non rischiamo di essere perseguitati fisicamente. Però è «in pericolo la libertà di pensiero e di espressione: il potere politico tenta continuamente di imporre leggi liberticide che ricordano i periodi più bui della nostra storia». Abbiamo visto presentando il libro del professore Capozzi, «Politicamente corretto», quanti rischi esistono per chi si oppone all’ideologia diversitaria del politicamente corretto.

Dicendo la verità e rifiutando la menzogna, ha certamente un costo. Siamo chiamati a farlo in moltissime situazioni della vita quotidiana: a scuola, sul lavoro, con gli amici, in famiglia. Il grande Aleksandr Solzenicyn, dissidente russo ne sa qualcosa. Ha dedicato tutta la sua vita al rifiuto della menzogna e alla professione pubblica della verità. Per questo è finito nel Gulag sovietico. Ha dedicato uno dei suoi scritti più belli, «Vivere senza menzogna».

L’ultima virtù cardinale della Temperanza, riguarda le nostre passioni che come un fiume in piena rischiano di esondare. Abbiamo due modi per fermare il fiume, fare una diga, oppure fare degli argini. Nel primo caso, il fiume si blocca, ma col tempo può distruggere la diga. E’ molto meglio, pertanto fare degli argini. Ecco la diga, scrive Marchesini, è la continenza, che blocca le passioni, almeno per un periodo, dopo un po’ possono esplodere con forza più di prima. «Gli argini sono invece la temperanza, che incanala le passioni perchè possano essere utili alla persona invece che dannose».

Pertanto la temperanza consiste nel moderare le passioni, non nel bloccarle. Fanno parte della temperanza, l’astinenza, la sobrietà, la castità, la pudicizia, la lussuria, la continenza, la mansuetudine, la modestia. Oggi tutti i messaggi che la società ci invia sono un invito continuo ad esprimere le nostre passioni, a lasciarci guidare da essi. La virtù che insegna a temperare le passioni con la ragione, è una merce rara. «Le passioni sono la guida della vita contemporanea; e a tutti sembra giusto così».

Seguono le virtù Teologali: la fede, la speranza e la carità.

Anche qui lo psicoterapeuta e psicologo Marchesini esprime delle riflessioni interessanti e utili per chi vuole fare il cammino delle virtù. Vale la pena riflettere sulla questione delle relazioni. Oggi c’è troppa gente ingannata, ferita, disillusa e per questo, le relazioni sono diventate sempre più superficiali e fredde. E’ importante sottolineare una sua domanda: «possiamo fare in modo che le persone tornino a fidarsi le une delle altre. In che modo? Non con proclami e crociate, ma diventando noi stessi, nelle relazioni quotidiane, degni di fiducia. Diventando sinceri e mantenendo la parola data aiuteremo le persone a fidarsi di noi e rianimeremo la fiducia nel prossimo».

Con i sette Vizi capitali contrapposti alle virtù cardinali e teologali, si conclude il libro. I vizi sono chiamati capitali perchè sono capi, origine, causa di altri vizi. Li elenco soltanto: Superbia, Avarizia, Lussuria, Ira, Gola, Invidia, Accidia. Sono i sette peccati dipinti splendidamente dal pittore olandese Hieronymus Bosch. Indulgendo in uno di essi ci si ritrova in preda ad altri vizi.

Comunque sia, anche nelle conclusioni, Marchesini è lapidario: «le virtù non sono più la nostra priorità». Pertanto per il professore, «Il progressivo, esponenziale abbandono della metafisica ci ha indotto a pensare che non abbiamo più un progetto da realizzare, che l’essere umano non abbia alcuna natura, nessun progetto».

Domenico Bonvegna

Alle origini del “politicamente corretto”

La formula del «politicamente corretto» oggi abusata e logorata, ha un forte bisogno di essere chiarita, soprattutto in questi tempi. «In ogni luogo del discorso pubblico i soggetti più disparati – politici, intellettuali, giornalisti, artisti – gareggiano nel dichiararsi politicamente scorretti, intendendo con ciò ‘anticonformisti’, ovvero estranei all’ortodossia ideologica, linguistica e culturale dominante, alla quale si riferiscono con atteggiamento sarcastico, sprezzante». Soltanto però che la dottrina ufficiale del politicamente corretto secondo il professore Eugenio Capozzi, è «viva e vegeta, ed ha una forza tale da esercitare una coercizione ferrea, imponendo terminologie, erogando censure e divieti».
Pertanto di fronte a questa forza, quelli che si considerano anticonformisti, facilmente si piegano, si inchinano e si auto correggono. E i pochi che hanno il coraggio (questi si che sono i veri anticonformisti) di continuare «a sostenere tesi non allineate vengono isolati, delegittimati e le loro opinioni bollate come offensive verso specifici gruppi di persone, a volte persino come hate speech, incitamento all’odio».
Il 4 aprile scorso Alleanza Cattolica, presso il Centro culturale “Rosetum” di Milano, ha presentato il libro di Capozzi, «Politicamente corretto. Storia di un’ideologia», edito da Marsilio Editori (2018). E’ stata una serata di studio come ha precisato, Marco Invernizzi, responsabile nazionale dell’associazione. Una sorta di scuola popolare in atto per uomini e donne che intendono combattere la “buona battaglia” del nostro tempo.
Eugenio Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa”, in questo libro ricostruisce le origini ed evidenzia le attuali contraddizioni della retorica del politicamente corretto collegandola ad una vera e propria ideologia, che affonda le radici nella crisi della civiltà europea di inizio Novecento. Una ideologia che cresce negli anni sessanta, al tempo dei cosiddetti baby boomers e soprattutto dopo la fine della guerra fredda, con la morte dei totalitarismi. Si sviluppa e si impone con la globalizzazione e diventa egemone soprattutto nell’Occidente relativista e scettico.


Il politicamente corretto è una visione del mondo che ha dato vita secondo Capozzi a dogmi e feticci, come il multiculturalismo, la rivoluzione sessuale, l’ambientalismo radicale, la concezione dell’identità come pura scelta soggettiva (il gender).
Il professore napoletano, in questo libro ben documentato, sono straordinariamente tante le citazioni a piè di pagina delle opere consultate, soprattutto di autori anglosassoni, presenta gli evidenti eccessi e gli aspetti grotteschi del politicamente corretto. Soprattutto per Capozzi, lo ha sottolineato più volte durante la serata di Milano, è necessario proporre la storia di questa ideologia anch’essa totalitaria come quelle del Novecento. Una storia che si può studiare, proprio ora che il fenomeno culturale e politico secondo il professore, appare avviato verso la sua parabola discendente.
Tuttavia, Capozzi vede un’aperta ribellione, una certa ostilità di intellettuali, veramente anticonformisti, ma anche di tante maggioranze silenziose, che non vengono presentate nel mondo dei social media, verso le classi dirigenti, e la loro retorica del politicamente corretto. Nello stesso tempo stanno nascendo nuove forze politiche, che «si distinguono per essere apertamente polemiche verso aspetti qualificanti dell’agenda progressista politicalcorrettista, e che in genere vengono bollate dai sostenitori di quest’ultima come fenomeni pericolosi e regressivi». Capozzi si riferisce a quelle forze politiche, chiamate «populiste», o «sovraniste», o «neo-nazionaliste», nate in Europa quanto nel continente americano, che hanno conseguito rilevanti successi elettorali, e che hanno conquistato il governo dei loro paesi.
Un altro aspetto importante che Capozzi ha sottolineato nella serata milanese, è quello che noi spesso pensiamo che l’ideologia politicalcorrettista, la sua egemonia, la sua centralità, sia un dato naturale e non invece un fatto storico, soggetto come tutti gli altri all’incessante dialettica del divenire, cioè destinata a finire.
Il professore insiste, «per comprendere il politicamente corretto è indispensabile studiarlo in chiave storica, inserirlo nel suo contesto, ricostruirne lo sviluppo dalle origini a oggi, evidenziare le forze che lo hanno favorito e quelle che lo hanno contrastato e lo contrastano tuttora». Pertanto per contrastarlo efficacemente, occorre risalire alle sue radici profonde della visione del mondo che l’ha generato. «Questo libro- scrive Capozzi – intende dunque essere in primo luogo la ricostruzione di un fenomeno, una riflessione che tenta di individuare in esso ‘ciò che è vivo e ciò che è morto’, per usare una nota espressione di Benedetto Croce. A tale scopo è necessario innanzitutto classificarlo per ciò che è, definendone la natura».
Il «catechismo civile», del politicamente corretto che tende strutturalmente alla censura, non è una moda delle classi colte. Piuttosto, «rappresenta invece l’espressione di un’ideologia, impostasi nelle società occidentali nell’ultimo mezzo secolo, paradossalmente mentre il luogo comune dominante sosteneva la ‘morte delle ideologie’».
Nei cinque capitoli del libro Capozzi definisce le forme e lo sviluppo dell’ideologia dalla quale derivano precetti del politicamente corretto, quel progressismo fondato sul relativismo etico radicale e sull’idea radicale dell’autodeterminazione del soggetto. E’ una Weltanschauung secondo Capozzi che ha segnato un mutamento profondo delle società occidentali. A questa idea si è formato un blocco sociale e una classe dirigente, che hanno abbracciato il nascente progressismo come filosofia di vita e fondamento della convivenza civile.


Un blocco sociale di uomini e donne capace di indirizzare secondo i loro interessi, i loro desideri, i loro gusti, l’economia, la politica, la cultura, la ricerca scientifica, la comunicazione mediatica.
Nel I° capitolo viene subito delineata la nuova ideologia: il progressismo diversitario, che arriva, nelle università dei paesi anglosassoni, ad esplicitare addirittura una condanna retroattiva, una specie di censura applicata allo studio del passato. Capozzi riporta l’esempio di Ovidio, di Shakespeare e di Mark Twain; nelle opere di questi letterati secondo i politicalcorrettisti, si intravede discriminazione, violenza, addirittura stupri. Inoltre negli atenei vengono poste in discussione i concetti stessi di civiltà in riguardo all’Occidente.
La pressione sui professori e gli studenti è molto forte, i programmi si devono adeguare al politicamente corretto. Tutto viene controllato dalla letteratura all’intrattenimento di massa, viene censurato, edulcorato e riscritto nei contenuti. Questo perchè ci sono ondate di proteste suscitate da presunte offese. Il metodo è sempre lo stesso: «un soggetto (intellettuali, giornalisti, organizzazioni della società civile) punta il dito contro una frase, un termine, un comportamento percepito come discriminatorio, e immediatamente si scatena sui media tradizionali e sui social – traducendosi poi in manifestazioni fisiche – una campagna che costringe alla rettifica, alle scuse, alle dimissioni coloro che vengono additati come colpevoli diretti o indiretti». Ricordo il caso Barilla.
E’ successo nel caso delle statue di nudi maschili e femminili nei Musei capitolini di Roma, che il governo italiano ha subito fatto coprire in occasione della visita ufficiale in Italia del presidente iraniano Hassan Rouhani. Una cosa simile è capitata anche nella metropolitana di Londra, la nudità di un’opera d’arte poteva essere considerata offensiva nei confronti dei molti abitanti musulmani.
Insomma in ogni contesto culturale e sociale c’è una costante pressione nel ridefinire il linguaggio, «che si traduce nella rimozione di espressioni, definizioni, modi di dire, e nella corrispondente adozione di una serie innumerevole ed elaborata di eufemismi, neologismi, perifrasi, approvati volta a volta dalle élite culturali, politiche e mediatiche più influenti».
Capozzi a questo proposito fa degli esempi eclatanti, come quelli delle accuse pesanti per molestie sessuali, che hanno subito certi noti personaggi Sono espressioni politically correct e political correctiness che si sono diffusi a partire dal mondo anglosassone in senso negativo nei confronti dei comportamenti sociali delle classi colte. Formule molto simili al linguaggio usato dagli attivisti e dai documenti ufficiali comunisti dopo la rivoluzione bolscevica, e poi soprattutto negli anni trenta, «all’epoca della strategia staliniana dei fronti popolari, per descrivere i comportamenti giusti o sbagliati di militanti del partito comunista e di compagni ‘di strada’ (intellettuali fiancheggiatori) rispetto alla linea dettata dai vertici dell’organizzazione».
Tra l’altro, scrive Capozzi, si tratta della stessa terminologia usata da alcune frange della sinistra movimentista degli anni sessanta e settanta nel senso analogo di teorie e comportamenti conformi ai nuovi standard e slogan ideologici allora in voga. C’era qualcuno che aveva la pretesa del monopolio della verità, il partito totalitario, il movimento, lo Stato onnipotente.
Successivamente questi precetti si sono diffusi nelle società occidentali, a tal punto che si percepiscono come una severa morale sociale imposta dall’alto. Per Capozzi appare come una «morale pedante alla quale occorre rendere omaggio per non essere emarginati dal discorso pubblico, per rimanere nel consesso delle ‘persone perbene’ […]».


A questo punto Capozzi si pone la domanda sul perchè il catechismo del politicamente corretto, i suoi codici di prescrizioni e divieti ha conquistato un’egemonia indiscussa? E qui Capozzi narra un po’ la storia del Progressismo, dell’idea di progresso, comune a gran parte della cultura europea moderna. Si tratta di quel blocco dottrinario, di quell’ideologia, che vuole creare un mondo nuovo. Un’idea progressista ideologica che è apparsa e incarnata sotto diversi nomi: liberalismo, democrazia, nazionalismo, socialismo. «Tratto comune a tutte le forme di progressismo è l’obiettivo di estirpare dalle società disuguaglianze e ingiustizie ereditate dal passato per condurle verso un avvenire radioso, di volta in volta, attraverso l’ampliamento e l’estensione dei diritti civili (il liberalismo nella sua versione radicale), l’uguaglianza politica (la democrazia), l’uguaglianza sociale ed economica (socialismo, comunismo, anarchismo), la liberazione dei popoli dall’oppressione esterna (i nazionalismi)».
Addirittura per il nostro, persino le ideologie totalitarie o autoritarie del Novecento, come il nazismo e il fascismo, possono essere classificate per molti versi come espressioni di un progetto progressista, sebbene opposto alla vulgata liberale, democratica e socialista. Comunque sia tutte le forme di progressismo, tendenzialmente sono convinte che «attraverso la traduzione di una dottrina in azione politica, si possano colmare le lacune della natura umana».
Dunque il progressismo dottrinario diventa l’ideologia occidentale, che si base su una «vita priva dell’orizzonte della trascendenza, ma che della religione trascendente mantiene l’anelito alla redenzione e alla salvezza, e l’attesa della fine dei tempi».
Per questo motivo tutte le ideologie intese come sistemi di idee per il governo delle società, «possono essere considerate religioni politiche o religioni secolari, secondo la definizioni che ne hanno dato rispettivamente Eric Voegelin e Augusto del Noce».
In particolare scrive Capozzi, «tutte le ideologie sono eredi di quella che sempre Voegelin considera la tendenza ‘gnostica’ della cultura europea moderna[…]».
Naturalmente la versione più assoluta e seducente del progressismo è stato incarnata nel Novecento, «dal comunismo che a partire dalla rivoluzione bolscevica in Russia, ha dominato incontrastato l’immaginario politico occidentale e di conseguenza il dibattito ideologico».
L’Unione Sovietica appariva come il modello della società egualitaria, il “paradiso in terra”. Intanto si comincia ad abbattere non solo il capitalismo, ma anche la civiltà occidentale, come modello di vita, la sua cultura, le sue tradizioni. Adesso “l’uomo bianco”, diventa il nemico, il conquistatore schiavista, devoto al sacrificio e alla produzione, repressore di ogni slancio creativo, era il nemico della liberazione umana, il freno al vero progresso verso un mondo più giusto e felice.
Praticamente l’Occidente arriva a odiare se stesso. Il progressismo cerca di de-occidentalizzare il mondo e di fare un’opera di “trasvalutazione di tutti i valori” come l’aveva elaborata un secolo prima Friedrich Nietzsche. L’ideologia del politicamente corretto, potrebbe essere definita come l’«autofobia» occidentale, il grande conservatore Roger Scruton, prendendo in prestito dal vocabolario psichiatrico, l’avversione alla propria casa, alla propria patria, l’ha chiamata, «oicofobia», che corrisponde in simmetria l’«allofilia», quel valutare pregiudizialmente positiva qualsiasi aspetto- culturale, sociale, politico, persino estetico – delle civiltà non europee e non occidentali.
In questo modo l’ideologia del progressismo secondo il sociologo canadese Mathieu Bock-Cotè si propone come un’«utopia doversitaria», dove il protagonista, l’eroe della lotta per il nuovo paradiso in terra diventava l’Altro, ‘il diverso’, in tutte le sue possibili eccezioni». Il nuovo progressismo diversitario, non abbraccia più l’ingegneria sociale, ma una infinità di «soggetti diversi, liberati da ogni vincolo, che esprimono se stessi convivendo armoniosamente senza alcuna gerarchia». Arriviamo così a quell’ideale dove i protagonisti sono quei giovani degli anni sessanta che si ribellano, siamo alla controcultura del sessantotto europeo. Non più il mito del comunismo sovietico ma il parricidio dell’Occidente cattivo, imperialista, colonialista, repressivo, discriminatorio. In pratica si tratta di un «primo mondo» che dovrebbe abbandonare le proprie caratteristiche culturali, per cominciare un nuovo ciclo. La forza trainante di questo nuovo percorso saranno tutti gli esclusi, gli emarginati a qualsiasi titolo dal sistema di dominio, le minoranze più varie che unite formeranno una nuova classe che interpreterà il senso della storia. Questi soggetti, che saranno minoranze etniche, culturali, religiose, sessuali (comprese le donne) sostituiranno il proletariato operaio eletto a suo tempo dal marxismo.
In questo quadro di minoranze escluse, vanno aggiunte l’ambiente e gli animali. Creando così le basi del filone del neo-progressismo ecologista.
La retorica e la propaganda riveste una importanza fondamentale per tutte le ideologie. Così «ogni religione secolare non soltanto ha i suoi testi sacri, i suoi santi, i suoi martiri, i suoi riti, le sue liturgie, i suoi simboli sacri, ma anche il suo catechismo». Soltanto che nell’ideologia del progressismo diversitario, il nemico, non è più come al tempo del marxismo, ma il nemico, si trova nelle nostre menti. Occorre vincere la resistenza oscurantista che c’è in noi. E quindi si arriva ben presto a delegittimare i nuovi avversari politici che saranno quelli che l’ideologia ha costruito come categorie spregiative per indicare le opinioni dei dissidenti.
Questi a sua volta sono relegati «in uno spazio di esclusione totale da qualsiasi possibilità di discussione civile, in quanto portatori di odio e discriminazione; l’avversario è ‘razzista’, ‘intollerante’, ‘sessista’, e poi ‘omofobo’, ‘islamofobo’, e via di questo passo». Praticamente secondo Capozzi questo nuovo tipo di ideologia è ancora più intollerante rispetto a quella comunista, che bene o male ti faceva dibattere, qui sei escluso e basta.
Il nuovo catechismo ideologico diversitario nato all’interno di una società dei mass media, «sfrutta ogni occasione offerta dalla comunicazione, dall’industria culturale e dalla cultura pop per comunicare i propri messaggi, rendendoli comprensibili, accattivanti, persuasivi per il maggior numero possibile di persone».
Se nel passato, per le ideologie classiche, la funzione divulgativa, avveniva attraverso il partito, i manuali di propaganda, dai libretti rossi, dai manifesti murali, dai volantini, «per il progressismo diversitario viene esercitata dai film, dal teatro, dalle canzoni, da trasmissioni di informazione/intrattenimento televisivo, e infine dai contenuti veicolati attraverso il web e i social network».
Il nuovo catechismo ha conquistato la nuova borghesia senza radici, che si è manifestata a partire dal boom economico del secondo dopoguerra, sono i giovani baby boomers ribelli degli anni sessanta che intraprendono professioni liberali, entrano nel sistema dei grandi media, dell’editoria, dell’accademia, dell’intrattenimento di massa e vanno a costruire l’economia in via di essere globalizzata.
Insomma per Capozzi, l’ideologia diversitaria ha conquistato l’egemonia culturale nei paesi liberaldemocratici. Gli ex ribelli del sessantotto diventano borghesia, fino ad arrivare al vitalismo libertario dell’industria hi-tech di Silicon Walley, con i suoi leader riconosciuti, come Bill Gates o Steve Jobs. Paradossalmente l’ideologia di queste èlite, diventa dottrina ufficiale di certa sinistra occidentale, nonostante negli anni novanta, si imponevano i movimenti della contestazione No global.
Le classi dirigenti riescono a rovesciare quella diffusa contestazione, presentando la globalizzazione a favore dei nuovi diritti e delle opportunità individuali.
Come è stato scoperto il politicamente corretto? Per il professore si comincia con il 1994, un caso letterario clamoroso, un libro satirico di un umorista americano rivisita le più note fiabe europee secondo i canoni linguistici e morali delle retorica correttista. Si comincia con Cappuccetto Rosso, che si trasforma in una arringa a favore dell’emancipazione femminile e in una ferma condanna del cacciatore come simbolo del potere maschilista. Si prosegue con i Tre porcellini, i Sette nani di Biancaneve e così via. E’ un documento prezioso questo libro, perchè già allora, si mettono insieme in un unico bersaglio satirico femminismo, multiculturalismo e abientalismo/animalismo, considerandoli elementi di un unico sistema di pensiero.
In questo periodo in cui si profilava la nuova ideologia sono stati pubblicati dei libri che denunciavano l’avanzare di un conformismo politico-culturale, i suoi luoghi comuni, la crescente limitazione della libertà di pensiero e di espressione. Sono comunque delle voci minoritarie. Capozzi, cita, «Singhiozzo dell’uomo bianco» (1983) e «La tirannia della penitenza» di Pascal Bruckner, dove viene descritta la progressiva trasformazione del terzomondismo in un’ortodossia dogmatica, la civiltà europea è colpevole di tutti i mali sofferti dai popoli ex colonizzati. Ma il più potente atto di accusa nei confronti della nuova ideologia del politicamente corretto compare nel 1987, «La chiusura della mente americana» del filosofo Allan Bloom. L’autore denuncia entrando nei particolari, la riscrittura della storia del sistema formativo scolastico e universitario americano che demolisce dalle fondamenta la cultura occidentale. Successivamente ci pensa un altro volume, «La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto», di Robert Hughes, a criticare la sinistra americana per l’attenzione ossessiva ai diritti civili e al multiculturalismo, l’ipocrisia moralista, la fissazione per le ‘vittime dell’Occidente’.
Tuttavia ritornando all’ideologia diversitaria, Capozzi nel libro ne descrive tutti gli aspetti. Guardando i principali temi del dibattito, Capozzi ritiene che i dogmi del neo-progressismo si possono raggruppare in quattro blocchi principali: 1)l’equivalenza tra le culture e le civiltà (il multiculturalismo); 2) l’equivalenza tra desideri e diritti (la rivoluzione sessuale, antropologica, biopolitica); 3) la messa ai margini della civiltà umana rispetto alla salvaguardia dell’ambiente (ecologismo ideologizzato e antiumanesimo ambientalista); 4) la concezione dell’identità non come eredità naturale e storica, ma come scelta soggettiva, espressione dell’autodeterminazione individuale e collettiva.
Sono le quattro verità, articoli di fede, dell’ideologia correttista che si innesta facilmente nel nostro mondo occidentale relativista che peraltro sta morendo. Sono i quattro argomenti che Capozzi sviluppa nei capitoli successivi del libro.
L’Occidente è sempre colpevole. Oggi è diventato impossibile fare un discorso di appartenenza senza essere tacciato di etnocentrismo, di imperialismo culturale, se non di razzismo. Praticamente «tra gli intellettuali, politici, classi dirigenti si è imposto un relativismo culturale che condanna a priori qualsiasi gerarchia di organizzazione sociale, di costume, di valore». Ricordo sempre tanti anni fa quando una collega mi riprendeva a scuola perchè io sostenevo che gli Atzechi con i sacrifici umani non potessero essere considerati popoli civili. Siamo all’affermazione del multiculturalismo, dove le culture devono convivere, mescolarsi e integrarsi, senza che nessuna cultura prevalga. Anzi per la verità sottolinea Capozzi sono le altre culture a prevalere. Infatti in America viene messa in discussione la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo del 1948, perchè espressione di una cultura occidentale e quindi secondo l’antropologo culturale statunitense Melville J. Herskovits, «non avrebbe dovuto applicarsi astrattamente all’intero genere umano, ma tenere conto delle diverse culture e rispettarne le differenze». Infatti l’ideologia correttista si rifà a questo antropologo che aveva criticato la dichiarazione.
Comunque sia secondo Capozzi la conversione della sinistra dal marxismo classico al terzomondismo e alla contestazione dei modelli occidentali era stata preparata da molto tempo; nel secondo dopoguerra veniva fatta propria dai vari fronti di liberazione di molti paesi. L’anticolonialismo era sempre presente nelle forze politiche della sinistra. Alla base di quell’idea c’era che le «culture dei popoli extraeuropei assoggettati erano depositari di un’«innocenza» originaria macchiata dai dominatori».
Capozzi descrive bene quegli anni della guerra in Vietnam, dei movimenti di protesta, delle rivolte pacifiste dei giovani americani ed europei. La protesta contro la guerra in Vietnam, offre al relativismo un ambiente ideale in cui svilupparsi. In quegli anni assume una importanza incisiva il brano musicale di John Lennon, Imagine, del 1971. Un brano semplice che esprime «in una forma universalmente comprensibile l’utopia di un mondo dal quale sarebbero state estirpate tutte le cause della violenza». Un brano che si è trasformato nell’inno ufficiale del pacifismo, e in uno dei monumenti del catechismo politicamente corretto, ancora oggi un valido collante emotivo propagandistico. Non sto qui a riferire i contenuti della canzone, mi limito solo a scrivere quali sono i mali che intende rimuovere: la religione, le nazioni, la proprietà. In pratica i fondamenti della modernità euro-occidentale.
L’ultimo stadio del multiculturalismo è un mondo di migranti. Secondo la vulgata multiculturalista, le politiche dei governi occidentali non avrebbero dovuto pretendere che i nuovi arrivati si omologassero al contesto politico e giuridico, l’obiettivo è quello di fare società globali aperte, fluide, fondate sulle contaminazioni.
Il 3° capitolo riguarda la rivoluzione sessuale in atto nelle nostre società. “Ogni desiderio è un diritto”.
Capozzi affronta i temi connessi alla libertà sessuale in tutte le sue forme. Negazione di ogni repressione o differimento della soddisfazione dei desideri. Chiunque in Occidente «riproponga la validità di una morale imperniata su autodisciplina e continenza viene messo in ridicolo, oltre che accusato di essere reazionario, nostalgico di un passato oscuro». Oppure come è capitato ai partecipanti al Congresso delle Famiglie di Verona viene classificato come medievale.
Nel capitolo Capozzi risponde alla domanda sul perché i temi legati alla sessualità sono diventati uno tra i pilastri del nuovo progressismo nel secondo Novecento.
Il testo fa una splendida sintesi degli avvenimenti che caratterizzarono il sessantotto. Soprattutto della controcultura di quei movimenti, dei gruppi, degli hippie e poi dei festival che hanno segnato la storia della musica pop: Monterrey, Woodstock. Ma fa anche i nomi dei gruppi musicali. In questo ambiente si prospettava una liberazione dai vincoli e un risveglio delle energie interiori, ritrovarsi insieme uniti non per norme etiche universali, tradizioni, leggi o istituzioni, ma da istinti, emozioni, desideri comuni. Vivere alla giornata. Il nuovo metro di giudizio del progresso sarà il piacere soggettivo. Si arriva alla rivoluzione sessuale attraverso “la politica del piacere”.
Naturalmente Capozzi fa i nomi dei vari filosofi, studiosi che hanno teorizzato questa emancipazione dell’uomo e della donna. La scuola di Francoforte con Eric Fromm, ma soprattutto con l’austriaco Wilhelm Reich, con la sua celebra opera, “La rivoluzione sessuale”. E poi Herbert Marcuse, che ha dato alla sessualità un sostegno filosofico criticando sistematicamente l’organizzazione sociale occidentale.
A poco a poco si pone l’attenzione sui gruppi più discriminati: le donne e i gay, i cultural studies influenzano il movimento femminista e quello dei diritti degli omosessuali. «contribuendo a diffondere l’identificazione di pratiche non legate alla stabilità familiare e riproduttiva con una sorta di proletariato della vita emotiva, istintuale, etica».
Con la seconda ondata del femminismo, la donna ha pieni poteri sulla vita. Le donne sono liberate dall’essere mogli e madri. Riconquistano la sovranità sul proprio corpo, demolendo le prigioni in cui erano relegate.
Nel 4° capitolo Capozzi affronta il tema dell’utopia dell’antiumanesimo ambientalista. Secondo i politicalcorrettisti, l’uomo non è necessario. Perchè l’uomo inquina, costruisce, distrugge. A poco a poco negli anni, la sensibilità ecologica viene trasformata in rivendicazione etico-politica e l’ambientalismo entra a pieno titolo tra i temi della sinistra. Pertanto per la“salvezza del pianeta”, si arriva a prescrivere una serie di precetti che investono non soltanto i comportamenti delle classi politiche ma anche quelli dei privati cittadini.
Le forme dell’ecologismo radicale concordano sul fatto che l’unico modo per garantire la salvaguardia dell’ambiente, è quello di ritornare per certi versi allo stadio precedente alla civilizzazione e allora contro l’imperialismo del genere umano, si propone veganesimo e antispecismo.
Infine il 5° e ultimo capitolo si occupa dell’autodeterminazione dell’essere umano. “Puoi essere quello che vuoi”. Per cambiare sesso basta una semplice attestazione di “sentirsi” maschio o femmina. Pertanto si possono avere diverse identità. L’uomo viene spogliato della sua essenza, viene ridotto a semplice hub di percezioni, emozioni, desideri. Il percorso giunge a un’umanità neutra, quella del Gender: essere quello che si vuole.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Fermate la rivoluzione digitale delle macchine

C’è un libro pubblicato l’anno scorso da Sperling & Kupfer che fa molto bene leggerlo. Se non lo avete letto dovete farlo. Se c’è un argomento di stretta attualità, è proprio quello trattato in questo testo che ho divorato in questi giorni. Si tratta di «Fermate le macchine! Come ci stanno rubando il lavoro, la salute e perfino l’anima», l’autore è Francesco Borgonovo, giornalista e saggista, vicedirettore del quotidiano La Verità.

Il testo è una forte critica della rivoluzione digitale, un pressante allarme quello di  Borgonovo. Bisogna preoccuparsi oppure si tratta soltanto di elucubrazioni giornalistiche? Borgonovo sta esagerando? Ha portato alle estreme conseguenze il problema? Forse si, forse no.

Per quanto mi riguarda anche scrivendo questa recensione ho utilizzato il pc e quindi tutto quello che appartiene, alla rivoluzione digitale. Lo racconto sempre parlando con gli amici, che cosa è stato per me, l’invenzione del computer e tutto quello che ruota intorno. Non posso negare che è stata straordinaria «la comodità», di poter scrivere un articolo, inviarlo a un giornale velocemente e poi condividerlo con tanta gente.

E proprio nella prefazione, Mario Giordano segnala l’aspetto della comodità. La rivoluzione digitale «ha successo perchè è comoda. Ci risolve un sacco di problemi. Ci fa credere che tutto sia facile, a portata di mano,accessibile, perfino gratis, nascondendoci accuratamente i costi che tutto ciò comporta». Anche Giordano è preoccupato dello strapotere della tecnologia: «io non vorrei vivere in un mondo senza tecnologia, di cui sono per altro un abbondante consumatore. Ma ho l’impressione che ormai il rapporto si stia invertendo: non sono più gli uomini a usare la tecnologia, ma è la tecnologia che usa gli uomini».

Borgonovo ad ogni capitolo del libro si affida, riportando le loro tesi, a una serie infinita di più o meno noti studiosi, sociologi, psicologi, professori, scienziati. Nel 1° capitolo (la quarta rivoluzione industriale) presenta un futuro inquietante. Dopo aver fatto riferimento accenna alle prime rivoluzioni industriali, citando il libro di Klaus Schwab, “La quarta rivoluzione industriale” Franco Angeli), descrive questa rivoluzione che si caratterizza, «per un uso diffuso di internet, a cui si ha accesso con sempre maggiore frequenza attraverso dispositivi mobili, sempre più piccoli ma più potenti ed economici, e per il ricorso all’intelligenza artificiale e a forme di apprendimento automatico».

I cantori di questa rivoluzione proliferano ovunque, si va dall’area progressista al colosso della Silicon Valley. Tutti questi «tecnoentusiasti», ci dicono che «il robot in fabbrica non deve far paura. Anche quando distruggono posti di lavoro». Per questi signori, «le nuove tecnologie aumentano la produttività del lavoro, e quindi i salari, facendo crescere di conseguenza la domanda di servizi».

Credere che i computer sostituiranno l’uomo nelle fabbriche e negli uffici, «rappresenta una concezione ingenua e parziale di come funziona il mercato del lavoro». Anche se a denti stretti devono ammettere che probabilmente bisognerà spostarsi in giro per il globo, «svolgendo occupazioni, di cui, ora, faticate persino a pronunciare il nome».

Il futuro che si sta preparando è abbastanza inquietante, si parla di «intelligenze artificiali», che dovrebbero sostituire quelle umane. Milioni di lavoratori in tutto il mondo dovrebbero inventarsi un nuovo ruolo e una nuova funzione.

Sostanzialmente, «troverà lavoro chi è disposto a spostarsi, chi accumula master e chi si diletta a smanettare sulle tastiere. Ma tutti gli altri? Come faranno quelli che non vogliono lasciare casa propria, o che non possono permettersi un certo tipo di istruzione o, semplicemente, non sono portati per svolgere lavori come il programmatore o l’analista tecnologico? Facile: tutti costoro verranno spazzati via. Si creerà una ristretta élite di specialisti molto pagati (magari per un breve periodo) e un esercito di lavoratori inutili e sostituibili alla bisogna, sottopagati e sempre a rischio. Ne sanno qualcosa gli impiegati di Amazon […]».

Anche se l’azienda non è crisi, anzi il suo fondatore, diventato il più ricco del mondo, sta assumendo e dalle statistiche che circolano in giro, si sostiene che Amazon crea posti di lavoro.

Tuttavia per Borgonovo siamo di fronte a un’evidenza: «ci stiamo trasformando in una jobless society, una ‘società senza lavoro’. L’innovazione tecnologica e la robotizzazione ci stanno conducendo verso quello che lo studioso americano Martin Ford ha definito un regime di ‘piena disoccupazione’». Pertanto secondo Borgonovo, «le macchine non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro: benvenuti nella quarta rivoluzione industriale». A questo punto i guru della Silicon Valley e una bella fetta dell’intellighenzia progressista spingono verso l’innovazione e non di fermare la tecnologia. Fino a cancellare completamente il lavoro. «Come si manterranno allora le persone? Semplice: con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto la divinità digitale chiamata Bill Gates».

Borgonovo, ha pronta la citazione del sociologo Domenico De Masi, che ha pubblicato un saggio sull’argomento, «Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati» (Rizzoli). I disoccupati potranno «organizzarsi attraverso il web, al fine di trovare l’occupazione a loro più gradita, senza il cruccio di dover portare a casa uno stipendio, poiché saranno mantenuti da sussidi pubblici». Si paventa una società come nell’antica Grecia dove i filosofi si dedicavano all’«ozio creativo».

Nel 2° capitolo (che fine ha fatto il nostro futuro?), Borgonovo, affronta la questione delle conseguenze dello sviluppo sfrenato della tecnologia. Ci stiamo abituando allo strapotere della tecnica e pertanto gli effetti negativi di questo dominio troppe volte non riusciamo a coglierli. Ecco perché Borgonovo propone di giudicare il nostro presente da uomini del passato, che non sono uomini qualunque, ma dei veri geni, ci tiene a precisare. come Emile Zola (1840-1902), Jules Verne (1828-1905), H.G. Wells (1866-1946), George Bernanos (1888-1948). «Questi monumenti della letteratura occidentale dedicarono profonde riflessioni al rapporto dell’umanità con la tecnologia, e scrissero romanzi, racconti e saggi per mettere in guardia i posteri sugli enormi rischi legati alla creazione del ‘mondo delle macchine’». Avevano ragione, ma non sono stati ascoltati come capita spesso. Il caso più eclatante è quello dello scrittore francese Jules Verne, che comunemente viene considerato «il cantore entusiasta della scienza e del progresso, con il suo nome che evoca mirabolanti avventure a bordo di macchine strabilianti». Eppure questo letterato, aveva scritto un saggio che prefigura il nostro presente, dove «le nuove invenzioni hanno portato comodità ed efficienza, ma hanno anche contribuito a disumanizzare l’uomo». In pratica lo scrittore francese aveva predetto l’«era del neutro, dell’individuo disponibile, più simile a una macchina che a un essere umano». Alle stesse conclusioni era giunto Emile Zola, dove in un suo romanzo, racconta di una grande magazzino che manda in rovina i piccoli commercianti locali, «funzione oggi assolta da Amazon», scrive Borgonovo.

Altro romanzo significativo è quello di H.G. Wells, dove tratteggia certe compagnie dominanti a Londra, dove «la scienza ha compiuto passi da gigante, in compenso però le disuguaglianze sociali sono aumentate a dismisura. E ciò dimostra – scrive Borgonovo – che il problema non è la macchina in sé, ma il modo in cui viene gestita». Infine Bernanos è stato quello a descrivere meglio di tutti l’abominevole connubio fra capitalismo rapace e tecnologia rampante, raccolte in un volume intitolato «Lo spirito europeo e il mondo delle macchine», (Feltrinelli).

«La conquista del mondo da parte della mostruosa alleanza tra la speculazione e la macchina un giorno apparirà simile non solo alle invasioni di Gengis Khan o di Tamerlano ma alle grandi invasioni così mal conosciute della preistoria». Così scrive va Bernanos. Il dramma vero per lo scrittore era proprio quello della disumanizzazione e della «trasformazione dell’uomo in un robot: il male non sta nelle macchine, ma sta e starà nell’uomo che la civiltà delle macchine va formando. La macchina despiritualizza l’uomo mentre ne accresce mostruosamente il potere».  Attenzione per Borgonovo non stiamo parlando «di reazionari spaventati dal radioso avvenire, ma di pensatori acuminati che hanno fiutato prima di tutti il pericolo». Infatti Bernanos scriveva: «non nego che le macchine siano capaci di rendere più facile la vita. Niente però sta a dimostrare che la possano rendere più felice». Verissimo, soprattutto nel nostro mondo di oggi, in cui «l’uomo ha fatto la macchina e la macchina è diventata uomo, per una specie di inversione diabolica».

Allora continuando con le riflessioni sulle nuove logiche portate dalla rivoluzione digitale, Borgonovo sintetizza bene quello che è successo.

«Si è cercato – scrive Borgonovo – di creare individui intercambiabili, privi di identità e di cultura, disposti a inghiottire lo stesso cibo, a indossare i medesimi abiti. Uomini e donne disponibili, pronti a sostenere turni di lavoro, appunto, disumani a fronte di stipendi sempre più bassi. Essere viventi controllati e controllabili». E questo secondo il giornalista, è la stessa logica che sta dietro la migrazione di massa. «Gli immigrati, che dall’Africa e dall’Asia giungono in Occidente, servono come esercito di lavoratori di riserva, pronti a sostituire gli europei e gli americani qualora ce ne fosse la necessità, possibilmente con stipendi bassissimi, in modo da livellare i salari di tutti. Ci viene detto che le frontiere non esistono, che le differenze culturali sono un’invenzione, che è bello mescolarsi ed essere fluidi. Per quale motivo?» Si chiede Borgonovo. «Per rendere tutti neutri. Come le macchine. Che non hanno né cultura né religione né sesso».

E qui il vicedirettore de La Verità, accenna a papa Francesco, che ha parlato di questi temi. Parlando ai membri della Pontificia accademia per la vita, ha rilevato che oggi è necessaria «una rinnovata cultura dell’identità e della differenza». Ecco la parolina che farà rizzare i capelli a molti: «differenza». Tra uomo e donna, tra maschio e femmina, sostiene il papa, c’è una differenza che va preservata. «L’utopia del neutro rimuove a un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita». E’ importante per Borgonovo che il pontefice abbia attirato l’attenzione sul tema della neutralità.

«Quella del neutro è un’utopia pericolosa, che mira a creare individui intercambiabili, facilmente manipolabili, sempre disponibili e malleabili. Non uomini compiuti, ma esseri che hanno molto in comune con i robot». Papa Francesco lo ha detto con estrema chiarezza: l’utopia del neutro è l’ultima frontiera prima dell’annichilimento dell’essere umano.

Così potremmo arrivare a quello che sosteneva il filosofo tedesco Gunther Anders in un corposo saggio che «l’uomo è antiquato», perchè viviamo nel mondo della tecnica, ormai diventata soggetto della storia.

Borgonovo accenna a diversi studi, tra questi, due studiosi dell’Università di Oxford nel 2013, hanno realizzato una ricerca intitolata, il futuro dell’occupazione, nel giro di vent’anni, nei soli Stati Uniti il 47% degli impieghi potrebbe essere affidato a «macchine intelligenti». E qui da una citazione all’altra si scopre che l’automazione rimpiazzerà i lavoratori, pertanto cambia la natura del lavoro stesso. Si fa l’esempio dei camionisti che secondo McKinsey nei prossimi otto anni, un terzo di tutti i camion su strada si guideranno da soli. Molti lavoratori di oggi dovrà presto temere la minaccia posta dai lavoratori artificiali e dagli intelletti sintetici.

Qualcuno dice che servono sempre più nuove competenze, «ma come si fa a tenere il passo con computer che, in ventiquattr’ore, immagazzinano più dati di quanti noi possiamo eleborarne in una vita intera?». Nel frattempo l’ecatombe lavorativa si avvicina sempre più. Borgonovo citando Shelly Palmer, prova a prevedere i cinque lavori che in futuro i robot si prenderanno. I primi a perdere il lavoro saranno i quadri intermedi, poi ci sono i venditori. Commessi, negozianti, addetti alle vendite. Poi impieghi affini come i camerieri e i baristi. Un altro settore su cui si abbatterà la robotizzazione secondo Palmer, sarà quello dei giornalisti, anche televisivi, che potranno essere rimpiazzati da algoritmi che selezionano notizie o addirittura da annunciatori catodici. Altro lavoro che scompare è quello dei contabili, tutti coloro che si occupano di amministrazione, nelle banche come negli uffici. Scompaiono anche i medici, secondo Palmer. Naturalmente non mancano gli esempi.

Nonostante tutto questo la campagna a favore della robotizzazione è costante, per i media è foriera di enormi progressi e splendide novità. Addirittura i robot hanno marciato su Roma; si è svolta nella capitale una vera e propria full immersion nel mondo della robotica con laboratori, esposizioni, conferenze, tavole rotonde e soprattutto gare.

Su questo tema per il giornalista de La Verità, bisognerebbe ascoltare Nicholas Carr, uno dei maggiori esperti di tecnologia del pianeta, autore di “Internet ci rende stupidi”, bestseller mondiale pubblicato in Italia da Raffaello Cortina, dove si parla dei rischi legati alla crescente automazione a cui ci stiamo affidando.

Per Carr invece di elevarci a lavori più interessanti ci stiamo trasformando in semplici “operatori informatici”. Dipendiamo sempre più da un software e dalle sue strutture. In tutto questo c’è il rischio di essere manipolati e di diventare passivi. Sono interessanti le riflessioni di Carr su internet: in pratica ci rende più facile raccogliere informazioni, ma nello stesso tempo ci rende difficile sviluppare la conoscenza, che comporta la sintesi di informazioni, che a sua volta richiede attenzione, riflessione, contemplazione.

Negli altri capitoli Borgonovo affronta le questioni che riguardano i grandi colossi della rivoluzione digitale come Amazon, Google, Apple, questi moloch miliardari, sono i nuovi feudatari della rivoluzione in atto.

Interessanti da leggere sono le considerazioni sull’invasione digitale a scuola.

Il libro ricorda Valeria Fedeli, l’ex ministro dell’Istruzione, che consente l’introduzione sui banchi scolastici dello smartphone e dei tablet. Con tanta forza e ironia il giornalista scrive: «Non basta che i dispositivi elettronici assorbano costantemente occhi e menti dei ragazzi (compresi i bambini della scuola primaria) nell’arco della giornata. No, bisogna che la schiavitù digitale prosegua anche in classe». Sono numerosi gli esperti che hanno elencato gli esorbitanti danni causati dagli smartphone e dai tablet. Viene da chiedersi se i luminari del ministero ne abbiano tenuto conto. Praticamente nel mondo l’uso dei dispositivi tecnologici sono vietati, in Italia in controtendenza si ammettono, anzi si incentivano per tutte le classi. Una decisione incomprensibile dal punto di vista pedagogico per il pedagogista Daniele Novara. E’ difficile non pensare al business enorme che sta dietro a tutto questo. «Si introduce nelle classi uno strumento che oggi rappresenta un elemento di inquietudine per bambini e ragazzi». Come si fa a controllare qualcosa che uno si porta in tasca o si mette sotto il cuscino?

Il professore Novara è estremamente critico sullo smartphone come strumento didattico, è come dare l’alcol ai bimbi di sei anni, così imparano a gestirlo. Novara non è il solo a mettere in guardia sul digitale c’è anche Manfred Spitzer, medico e psichiatra, celebre per aver scritto il libro “Demenza digitale”, pubblicato in Italia da Corbaccio, ha avuto già quattro edizioni e soprattutto ha avuto il merito di aprire gli occhi sugli effetti collaterali della rivoluzione digitale. Spitzer ha spiegato con grande chiarezza perché «internet ci rende stupidi». Addirittura il medico, direttore del Centro per le neuroscienze e l’apprendimento dell’università di Ulm, paragona la nostra relazione con la tecnologia digitale a quella che abbiamo con le droghe. I media digitale danno dipendenza e danneggiano lo sviluppo del cervello dei bambini e negli adolescenti come le droghe. Per il professore gli smartphone causano depressione e insoddisfazione, sono «le patologie delle società civilizzate». Pertanto occorre proteggere i bambini e gli adolescenti dall’uso intenso del digitale. Occorre abituare i bambini al piacere della lettura, se non lo si abitua a questo, lui sceglierà scelte più facili come lo smartphone.

Ci sarebbero altri aspetti interessanti che vengono affrontati nel libro come la cultura del narcisismo incrementata dalla connessione al web. Lo sottolinea Pietropolli Charmet. Tanti ragazzi hanno perso il legame con la natura, proprio a causa dell’uso della tecnologia digitale. Lo ha allontanato dall’ambiente, dagli alberi, dal verde. E’ fondamentale ritornare alla dimensione selvatica per l’uomo. Borgonovo fa riferimento alla grande importanza per i bambini del «gioco brado», del gioco spontaneo, le attività programmate, strutturate e sorvegliate dagli adulti non fanno bene.

Concludo con qualche riflessione che Borgonovo, ha fatto a «Letture.org», che gli chiedeva se il suo libro poteva essere visto come un manifesto del luddismo. La parola luddismo è sempre usata a sproposito. Si pensa che i luddisti avessero un odio cieco verso la tecnologia e un’ottusa ostilità verso il progresso, un rifiuto barbaro di ogni novità. Non è proprio così. I luddisti, «non se la prendevano con le macchine, ma soprattutto con i padroni che le utilizzavano per massimizzare i profitti a spese di una larga fetta della popolazione».

I tecnofanatici accusano di luddismo chiunque osi criticare la rivoluzione digitale. Utilizzano lo stesso disprezzo che un tempo veniva esibito nei confronti dei luddisti. Ci viene ripetuto in ogni occasione che “il progresso non si può fermare” […]. Ci viene ribadito che dobbiamo “andare avanti”, anche se non sappiamo quale sia la direzione. L’importante è muoversi, innovare, stare al passo. Siamo immersi nell’ideologia del movimento fine a sé stesso, cosa pericolosa e grottesca. Borgonovo  tra i molteplici lati oscuri della rivoluzione digitale vede quelli come vengono utilizzati i nostri dati personali raccolti dai social network. Grande scandalo sui media per le vicende che hanno coinvolto Facebook, ma Google si comporta in modo molto simile, circa il 77% delle pagine Web che visitiamo attraverso il motore di ricerca viene tracciato. Pensiamo davvero che questo tipo di società sorvegliata sia “un progresso”?

Tra i rischi che comporta la digitalizzazione della nostra società, tra quelli più gravi, Borgonovo crede che stiamo perdendo la nostra umanità. «I tecnofanatici vogliono creare un uomo nuovo, esattamente come volevano fare le grandi dittature del Novecento. È un progetto folle e pericolosissimo».

Presentando il libro di Borgonovo, Luca Gallesi su Il Giornale, scrive che oggi «ai dogmi religiosi, sono subentrati altri dogmi, ben più intransigenti, che alla teologia hanno sostituito la tecnologia, nuova divinità».

Pertanto secondo Gallesi, «la lettura di Fermate le macchine! fa l’effetto di una doccia gelata. Intendiamoci: Borgonovo non è un luddista, non auspica la distruzione delle macchine né il ritorno a una civiltà pre-moderna, dove la legna sostituisca il petrolio e i cavalli le automobili, ma ci mette in guardia dal dilagare di un ottimismo ingiustificato e pericoloso nei confronti delle cosiddette «nuove tecnologie». (Luca Gallesi, «Fermate le macchine» vogliamo uscire dal progresso che umilia l’essere umano», 30.6.18, Il Giornale)

Allora è possibile difendersi dallo strapotere tecnologico? Certamente iniziando con piccoli accorgimenti come «dandosi un limite. Limitando il tempo che passiamo attaccati al cellulare. Spegnendolo quando non serve. Perché non ci gustiamo il bel piatto che abbiamo davanti invece di farlo freddare mentre cerchiamo di fotografarlo? È solo un esempio, una piccola cosa. Ma dimostra come si possa dominare la tecnologia. Poi, certo, ci sono questioni molto più ampie, a cui solo la politica può dare una risposta. Per esempio quelle legate al lavoro. Credo che un governo serio dovrebbe occuparsene immediatamente. E dovrebbe anche provvedere a cancellare i provvedimenti che hanno spalancato le porte delle classi ai dispositivi digitali».

Domenico Bonvegna

LA RECENSIONE. Il calvario degli italiani a Istria 1943-1945

Anche quest’anno in occasione della Giornata del Ricordo, ho inteso ricordarla leggendo un libro. Il testo è scritto da Gaetano La Perna, «Pola – Istria – Fiume, 1943-1945. La lenta agonia di un lembo d’Italia», pubblicato dalla casa editrice Mursia nel 1993 (478 pagine , comprese le appendici)
Il libro è un contributo storico, costruito con competenza e determinazione, ben documentato con precise descrizioni, con riferimenti a fonti precise e serie. Non vorrei esagerare, ma credo di aver letto il libro più completo su questo argomento. Anche se non è facile uno studio completo ed esaustivo sul groviglio di quegli avvenimenti storici. L’autore ne è consapevole, infatti scrive: «l’elenco delle foibe istriane fin qui nominate, nelle quali furono fatti precipitare i corpi martoriati di tanti infelici, non è certamente completo [..] Studi e ricerche per giungere alla compilazione di elenchi ufficiali, completi e attendibili, delle foibe, delle cave, delle fosse comuni usate nei vari periodi dagli slavi come tombe, non risulta che siano mai stati fatti in modo sistematico […]a tutt’oggi – scrive La Perna – non sono noti – almeno a carattere ufficiale – elenchi nominativi completi di tutte le vittime del genocidio slavo […] le ragioni sono diverse e possono essere fatte risalire, oltre che alle difficoltà insite in un tale tipo di ricerca, a svariate cause spesso legate alla travagliata storia di quelle contrade, alle vicende belliche e postbelliche, alle soluzioni politiche che hanno coinvolto in pratica l’intero territorio in questione».
Peraltro per lo studioso non facile un censimento completo delle vittime e i luoghi del loro martirio. Si incontrano diverse difficoltà, spesso sono andati dispersi le documentazione, i verbali delle commissioni giudiziarie e poi sono andate distrutte le sedi giudiziarie. Di facile reperibilità sono le fonti che appartengono alla pubblicistica fascista del tempo, che, per ovvie ragioni di propaganda, sfruttò gli eccidi compiuti dai comunisti slavi. Naturalmente questi documenti non sempre possono essere considerati del tutto attendibili e vanno presi perciò con la dovuta cautela. La stessa cosa si può scrivere, per quanto riguarda la pubblicistica comunista, soprattutto quella slava. «gli slavi hanno fatto sparire con cura e in modo sistematico ogni traccia che avrebbe potuto, anche solo indirettamente, suffragare l’infamante accusa a loro carico di genocidio degli italiani».


Del genocidio degli italiani nella Venezia Giulia e nella Dalmazia sopratutto dopo l’esodo, «si sono occupati gli esuli giuliani e le loro associazioni che hanno raccolto, in modo lodevole ma spesso occasionale e frammentario, testimonianze, memorie, ricordi, reperti fotografici, dati anagrafici delle persone uccise o scomparse, curando anche, in tempi diversi, la pubblicazione di monografie e di elenchi, non completi, di vittime e di dispersi». La Perna, lui stesso costretto all’esilio, evidenzia che queste fonti hanno il grosso inconveniente di essere sparse in una serie di archivi, poco noti, ad associazioni, unioni e famiglie degli esuli.
Tuttavia nel testo troviamo diverse citazioni di queste fonti, a cominciare dagli studi di Paolo De Franceschi, Gianni Bartoli, padre Falminio Rocchi, Antonio Pitamiz e tanti altri.
Comunque sia la ricerca del professore La Perna, rimane molto valida, perché lascia parlare i fatti, le testimonianze, i documenti e restituisce alla storia quella verità che nessun stravolgimento politico-ideologico potrà mai condizionare. E’ un lavoro serio, documentato, scritto con onestà e obiettività. Almeno per quanto riguarda il territorio di Pola, Fiume e l’Istria.
Il testo riesce a descrivere fatti che hanno visto coinvolti centinaia, migliaia di uomini e donne, a volte con meticolosa precisione. Possiamo ridurre a quattro gruppi, movimenti politici, che si contendono il territorio istriano a partire dall’armistizio dell’8 settembre del 43 fino al 1945. I primi due protagonisti, sono italiani: i fascisti con il rinnovato Partito fascista e i comunisti del PCI, che entrambi, bene o male lottano per mantenere l’italianità del territorio; gli altri due sono stranieri: i tedeschi nazisti e i comunisti sloveni e croati, entrambi mirano all’occupazione del territorio e quindi ad inglobarlo nel loro progetto espansionistico.
In mezzo a questa lotta spietata, si trova la popolazione per la maggior parte italiana, che deve subire ogni tipo di sopruso.
Con la caduta di Mussolini e del Fascismo, in poche ore il regime scompare e nessuno tenta di fare qualcosa per salvarlo. Con l’armistizio dell’8 settembre, tutti pensano che la guerra sia finita. Scompare ogni forma di autorità, l’incertezza del domani induce molti a dare l’assalto ai magazzini di generi alimentari. Furono prese di mira le caserme, i depositi e gli accantonamenti militari, gli uffici statali ormai abbandonati, dei quali vennero asportati mobili e suppellettili di ogni genere. I saccheggi scrive La Perna iniziarono subito il 9 settembre e continuarono nei giorni successivi. Naturalmente il professore fa riferimento ai centri dell’Istria, in particolare Pola e Fiume.


«Abbandonate le caserme e gli insediamenti militari, marinai e soldati iniziarono la frenetica ricerca di un abito civile; molti si misero in viaggio verso Trieste con mezzi di fortuna ed anche a piedi». Furono circa trentamila i militari italiani che rimasti a Pola, una volta occupata dai nazisti, «ai militari italiani, dopo il disarmo, i nazisti posero, in alternativa, tre condizioni: combattere al loro fianco, collaborare come lavoratori, farsi internare in Germania». La maggior parte scelse l’internamento e subito furono fatti partire.
Le truppe tedesche del Reich avevano un progetto ambizioso sui territori italiani dell’Istria, della Venezia Giulia, la Dalmazia. Miravano ad inglobarli per fare la grande Germania. Hanno iniziato subito a trattare gli italiani come sudditi, in mezzo ad altri popoli. Anzi gli italiani, più di altri, subiscono limitazioni, condizionamenti, restrizioni. Diventano minoranze, c’è un’atmosfera di aperta ostilità verso tutto quanto è italiano. Si arrivò a distruggere i monumenti patriottici come quello di Nazario Sauro.
A capo del progetto nazista c’era il commissario austriaco Friedrich Alois Rainer, che ha avuto questo incarico direttamente da Hitler per tedeschizzare quei territori. La Perna descrive minuziosamente il disegno nazista, conosciuto come il «Nuovo Ordine», dove in previsione doveva risorgere la vecchia Austria nei territori della tramontata monarchia asburgica. Ma alla Venezia Giulia e alla Dalmazia guardavano con chiare mire espansionistiche anche i miliziani comunisti slavi di Tito, soprattutto quelli sloveni e croati.
La Perna nota nel libro che la tendenza all’espansione territoriale ai danni dell’Italia «fu una costante comune a tutti i movimenti politici e militari che negli anni del secondo conflitto mondiale operarono dentro e fuori la vicina Jugoslavia: agli ustascia di Pavelic, ai ‘domobranci’ sloveni e ai cetnici ‘legali’ che collaborarono tutti con i nazisti; ai partigiani comunisti di Tito, ai cetnici di Draza Mihajlovic[…] Di là dalle ideologie politiche che li separavano e dall’odio ancestrale che divide da sempre i serbi dai croati, tutti avanzarono rivendicazioni territoriali. Sotto qualunque bandiera, su tutto e su tutti, fu il nazionalismo panslavista che ebbe il sopravvento e che costrinse lo stesso PCJ, al compromesso – pertanto secondo La Perna – in qualunque modo la guerra si fosse conclusa, i confini orientali d’Italia erano già allora molto minacciati e, forse, anche irrimediabilmente compromessi».
Con queste premesse non poteva che finire male per quelle terre e soprattutto per la maggioranza degli italiani che vi abitava.


L’amministrazione Rainer si scontrava anche con i fascisti, che spesso venivano umiliati dalle sue prese di posizione. Ormai i fascisti, scrive La Perna dovevano abituarsi alll’idea che la Venezia Giulia non apparteneva né alla Repubblica Sociale Italiana, né all’Italia. Rainer lavorava nella prospettiva di una definitiva annessione del «Litorale Adriatico» al Grande Reich tedesco.
Nel IV capitolo La Perna si occupa dell’antifascismo in Istria e a Fiume e la penetrazione slava in questi territori.
Il testo di La Perna fa riferimento alla storia passata di questi territori, cita il Trattato di pace di Versailles, che ha scontentato i vari nazionalismi, in particolare quello italiano e slavo. Molto spazio viene riservato al nascente Partito comunista d’Italia, in particolare la federazione di Trieste, che con gravi crisi di coscienze, si schierò apertamente a favore delle rivendicazioni nazionalistiche delle minoranze slave. Infatti La Perna, racconta come diversi esponenti comunisti italiani avversavano le tesi slave, contrapponendo le complesse e complicate esigenze della lotta di classe, l’autodeterminazione dei popoli a quelle nazionali e sociali.
Il giudizio sulle altre forze politiche è negativo, i partiti tradizionali sembravano incerti, indecisi sulle questioni più importanti. Pertanto, «ampi spazi politici vennero in tal modo lasciati ai gruppi nazionalistici nei quali il nascente fascismo troverà fertile terreno per svilupparsi e per costruire in breve tempo il suo successo».
Il fascismo si oppose con fermezza al bolscevismo comunista e alle spinte espansionistiche del revanscismo slavo. Ricevendo il consenso di larghi strati della piccola e media borghesia, dei gruppi patriottici e di tutti quelli che intendevano difendere l’identità nazionale.
La Perna non nasconde i difficili rapporti tra le istituzioni fasciste con le minoranze slave e con gli antifascisti. «L’opposizione ideologica al regime fu sempre e dovunque duramente repressa, da qualunque parte provenisse, senza nessuna discriminante. Nessuno sfuggì a questa regola e tutti gli antifascisti istriani furono indistintamente perseguitati, non costituendo differenza alcuna la loro appartenenza all’uno o all’altro gruppo etnico, ad una o ad altra classe sociale, ad uno o ad altro partito, movimento o associazione. La repressione fu dura e indiscriminata, sorretta dalla logica del ‘chi non è con noi, è contro di noi’ comune a tutti i regimi dittatoriali nei quali nessun’altra ideologia al di fuori di quella dominante ha diritto di cittadinanza».
Lo scoppio della II guerra mondiale e soprattutto con le prime sconfitte dell’Asse, ha risvegliato gli attivisti comunisti. Il libro descrive tutti i passaggi della scesa in campo delle cellule comuniste e dei vari rivoluzionari che si organizzarono per le prossime battaglie. L’autore fa riferimento a diverse fonti più o meno attendibili. Elenca gruppi e sopratutto una marea di nomi, soprannomi, dei capi partigiani che a poco a poco si riorganizzano. «L’inizio del movimento di penetrazione verso Fiume e l’Istria interna – per La Perna – da parte di agitatori e attivisti comunisti, provenienti dalla Croazia, può essere fatto risalire alla fine del 1941[…]».
Inizia la cosiddetta guerra di popolo del maresciallo Tito contro l’occupazione nazifascista. Una guerra che diventa una occasione irripetibile per la riaffermazione di quelle rivendicazioni, da sempre sostenute a gran voce dal nazionalismo slavo, sulle terre Giulie, sulla Dalmazia e sulle isole della costa orientale dell’Adriatico.
Tito è stato abile comandante, è riuscito a far accantonare vecchi rancori e odi aviti tra croati, serbi, macedoni e montenegrini. Il maresciallo ha offerto a questi popoli slavi, attraverso la lotta armata, il riscatto economico, politico e sociale. E superando tutte le differenze ideologiche, attraverso il Partito Comunista della Jugoslavia (PCJ), si è saputo presentare come l’unico coagulo unificante, imponendo un’unica guida militare e politica del movimento nazionale e popolare di liberazione.
Naturalmente oltre ai compromessi, il PCJ di Tito per far trionfare la sua linea politica revanscista, ha eliminato tutti i possibili oppositori interni con lucidità e freddezza tutta balcanica. La strategia di conquista dei partiti comunisti croati e sloveni era molto simile. Entrare subito in tutti i territori rivendicati con i propri attivisti politicamente preparati, e col pretesto della comune lotta al nazifascismo, bisognava avvicinare e poi organizzare tutti gli antifascisti, in particolare il Pci. Inoltre, occorreva al più presto, assumere «il diretto controllo, non solo per poter avere la direzione della lotta armata, ma soprattutto per poter imporre la soluzione finale del problema nazionale che prevedeva l’annessione alla futura Jugoslavia di tutti i territori rivendicati».


Era arrivato il momento, la propaganda martellante e capillare, lo si ripeteva in continuazione: «per le genti dell’Istria di origine slava stava arrivando il grande momento della vendetta, della rivincita, del riscatto nazionale e sociale; i padroni non sarebbero stati più gli italiani, fascisti e sfruttatori […] la giustizia popolare sarebbe stata inflessibile con tutti i traditori e i nemici del popolo[…]».
Il testo di La Perna dà molto spazio ai contrasti dei comunisti italiani, con quelli slavi, vengono pubblicate lettere, interventi di singoli esponenti e di gruppo. Si fanno riferimenti a diversi documenti. A questo proposito un quadro abbastanza dettagliato dello stato di relazioni tra la federazione regionale giuliana del PCI, di cui era segretario Luigi Frausin, e il PCS lo si può trovare in un lungo rapporto steso nel gennaio del 1944 da Giordano Pratolongo, «Oreste» per la direzione del PCI.
Nella relazione i comunisti italiani elencano i motivi di divergenze nei riguardi dei comunisti slavi. E’ presente sempre l’obiettivo categorico nazionalista dei PC slavi. Dove si aggiunge anche il futuro di Trieste e della Venezia Giulia.
Per far passare il progetto revanscista, i comunisti slavi non si fermano davanti a nulla, eliminano anche i compagni italiani che non si piegano alla loro politica come l’uccisione di Giovanni Zol della brigata triestina. Peraltro secondo La Perna, molti partigiani italiani caddero nelle mani naziste, dopo essere stati traditi dai miliziani slavi. Per La Perna questo non deve stupire, si tratta della doppiezza tipicamente balcanica.
Comunque sia i comunisti italiani erano sempre propensi che tutte le questioni territoriali si dovevano risolvere soltanto alla fine del conflitto, solo dopo essersi liberati dal nazifascismo. Tuttavia nella primavera del ’44 ci fu la svolta filo slava della direzione triestina del PC, e La Perna, racconta quello che è successo, si dà conto di una lettera riservatissima, che doveva essere diffusa a tutte le federazioni, del torinese Vincenzo Bianco, detto «Vittorio», che era il responsabile del PCI dell’Alta Italia, dove si sosteneva i progetti espansionistici dei croati e sloveni, inoltre si sottolineava la necessità di porre subito tutte le formazioni partigiane italiane sotto il comando slavo e si accettava l’annessione di Trieste e del Litorale alla Slovenia come un inevitabile fatto storico.
In questo contesto La Perna si occupa anche della posizione della Chiesa cattolica presente nel territorio. Mi ha sorpreso in particolare, il comportamento dei sacerdoti slavi, che appoggiavano apertamente le forze comuniste slave, addirittura sono arrivati ad odiare i confratelli italiani. Questi sacerdoti erano aperti sostenitori delle tesi annessionistiche slovene e croate.
La Perna nel libro sostiene che i seminari giuliani erano diventati «delle vere e proprie fucine antitaliane e centri motori del movimento revanscista e nazionalista panslavo». La Perna fa un elenco di questi sacerdoti, seguendo delle relazioni militari e di polizia sul clero slavo, che aveva preso esplicita posizione contro l’italianità.
Scrive a questo proposito La Perna, «fu attraverso le canoniche e le sagrestie delle parrocchie rette da sacerdoti di origine slava che nei primi anni Venti passò gran parte dell’emigrazione diretta soprattutto verso la Croazia; e fu con l’aiuto di questi religiosi che, dopo l’occupazione italo-tedesca della Jugoslavia nel ’41, fu favorito il ritorno e il reinserimento in Istria di molti di quegli emigrati, parecchi dei quali erano veri e propri agenti del PC sloveno e croato».
Il clero slavo secondo La Perna, dopo qualche perplessità iniziale, per via dell’ideologia atea, solidarizzò con il MPL diretto dai comunisti, anzi spesso si trovano religiosi all’interno dei diversi Comitati di Liberazione e nei fronti unici popolari. Questa alleanza singolare tra clero slavo e marxisti sciovinisti, continua ancora oggi a sollevare non poche perplessità e interrogativi, destinati forse a restare senza risposta, fra gli studiosi di quelle vicende storiche. «In realtà, non è per nulla agevole – scrive La Perna – comprendere quali condizioni vennero allora maturando e quali considerazioni prevalsero tra coloro che resero possibile la convivenza politica dell’ideologia cristiana e cattolica con quella marxista-leninista dei comunisti, decisamente materialista ed atea».
Inoltre altre considerazioni alquanto inquietanti sono che questo clero, tutto sommato era sottoposto ai vescovi diocesani e alle gerarchie della Curia romana. Infine ancora più inquietante e del tutto inspiegabile è quell’«atteggiamento di avversione profonda nutrito da questi sacerdoti verso altri religiosi e laici cattolici, quelli italiani, che pur erano nati ed erano vissuti in quelle stesse terre abitate dalle genti slave. E la cosa – insiste La Perna – appare ancor più difficile da comprendere se si considera che di tale ostilità, di tale malanimo assai somigliante all’odio, vennero gratificati senza eccezione tutti gli italiani, compresi quelli che con il fascismo nulla ebbero da spartire. Come annunziatori del messaggio evangelico questi religiosi furono indubbiamente testimoni assai poco credibili».
Pertanto dopo queste considerazioni non è difficile comprendere l’odio razziale dei miliziani comunisti che portò a quel tipo di massacri di uomini e donne nelle foibe istriane.
Il V capitolo si occupa delle conseguenze dell’armistizio. Il libro evidenzia nel gruppo nazionale italiano uno stato di crisi e di abbandono. Accanto ai timori, alle incertezze e alle preoccupazioni più immediatamente legate alla guerra, andò diffondendosi tra gli italiani della regione una precisa sensazione di isolamento accompagnata da un profondo senso di smarrimento, ma anche di impotenza. In pratica gli italiani si sentirono abbandonati.
La Perna descrive con precisione la strategia delle varie occupazioni del territorio ad opera delle unità partigiane croate, rinforzate da elementi locali e il conseguente insediamento «in nome del popolo» dei poteri civili che avvennero in una situazione di assoluto vuoto di potere e di istituzioni. Del resto non c’era più nessuna autorità costituita, nessun potere civile, militare o politico che poteva fare resistenza. C’era una situazione di totale sbandamento, militari che scappavano, che abbandonavano i reparti, ovunque regnava il disordine e la confusione. In tempi brevi, senza ricorrere all’uso delle armi, senza dover vincere nessuna resistenza, i partigiani comunisti slavi occupano tutto quello che c’era di occupare e si impossessano di armi ed equipaggiamenti di ogni tipo.
Ecco perchè per La Perna non si può assolutamente parlare di nessuna insurrezione, di ribellione collettiva, di sommossa popolare, come ha poi sostenuto la storiografia slava di orientamento comunista. Certo in quei momenti l’unico popolo che partecipò fu quello appartenente al gruppo etnico slavo. «La popolazione italiana restò completamente estranea a tutto questo e se partecipò in qualche modo a quegli avvenimenti fu piuttosto come spettatrice attonita e sbigottita e, poco dopo, soprattutto vittima della nuova situazione venutasi a creare».
Sempre La Perna sottolinea come gli slavi dell’Istria, abilmente manipolati dai tanti agitatori, istigati dalla propaganda, si diedero al libero sfogo agli antichi odi ed alle passioni lungamente represse contro la popolazione italiana. In nome della «giustizia popolare» furono compiute numerose vendette personali, regolati vecchi torti subiti. Ovunque si svolse lo stesso cerimoniale: «dopo essersi accertati che la zona fosse del tutto libera da insidie, a bordo di corriere e di autovetture requisite e di automezzi già in dotazione all’esercito italiano, i miliziani slavi facevano il loro ingresso nelle località, agitando bandiere dai colori croati, a volte cantando inni e qualche volta sparando in aria. Armati fino ai denti, essi prendevano immediato possesso del luogo ‘in nome del popolo’, occupando tutti gli edifici pubblici e militari esistenti: dal piccolo ufficio postale alla residenza municipale, dalla caserma dei carabinieri a quella della guardia di finanza[…]la popolazione veniva invitata in modo molto spiccio a partecipare all’immancabile comizio durante il quale prendevano la parola il responsabile militare e il commissario politico. Nei discorsi si celebrava la ‘grande vittoria’ riportata, si esaltavano il Movimento popolare di liberazione, le forze partigiane, i partiti comunisti della Jugoslavia e della Croazia, l’Unione Sovietica, l’Armata Rossa e gli Alleati».
In quei giorni l’Istria fu sommersa da una marea di tricolori croati, rispetto ai quali la presenza delle bandiere rosse fu ben poca cosa. I tricolori italiani, furono fatti ritirare in tutta fretta.
Subito dopo l’8 settembre iniziarono i primi arresti e le prime esecuzioni. «Tutta la penisola occupata dagli slavi visse in quel periodo giornate terribili. Subito dopo l’insediamento delle nuove autorità iniziarono infatti le operazioni di polizia con fermi, perquisizioni, confische, interrogatori, arresti che si susseguirono, quasi senza soluzione di continuità, fino ai primi giorni di ottobre, quando sopraggiunsero in forze i tedeschi. Furono presi di mira gerarchi e militanti fascisti, podestà, segretari e messi comunali, levatrici e uffici postali, veterinari e medici condotti, ufficiali e sotto ufficiali delle diverse forze armate[…]». La Perna ci tiene a precisare che «gli arresti non avvennero mai con maniere brutali; anzi, con sottile perfidia, il più delle volte vennero fatti passare come misure provvisorie, al fine di effettuare normali accertamenti, o preventive, volte cioè a tutelare le stesse persone arrestate da possibili azioni violente di carattere privato ai loro danni».
Le persone arrestate vennero concentrate tutte nelle stesse zone, rinchiuse in delle celle sotterranee del castello cinquecentesco di Pisino. Altre ad Albona in una caserma isolata. Quasi sempre ai familiari fu tenuto nascosto il luogo di detenzione dei deportati. In questi centri di raccolta, commissari e ufficiali croati, coadiuvati da elementi locali di origine slava, accusavano questi poveretti di delitti assurdi e cavillosi erano i capi d’imputazione, furono sottoposti a lunghi ed estenuanti interrogatori, infliggendo loro umiliazioni, angherie e maltrattamenti di ogni genere. Nella stragrande maggioranza gli inquisiti non avevano commesso nulla di cui essere incolpati. L’unica colpa era quella di appartenere al gruppo nazionale italiano e di sentirsi italiani per lingua, per cultura e per tradizioni.
Davanti ai «tribunali del popolo», agli accusati non fu concessa alcuna garanzia a tutela dei propri diritti per cui nessun prigioniero ebbe la possibilità di interpellare neppure un avvocato d’ufficio. Nell’ultima decade di settembre il tribunale del popolo lavorò a pieno ritmo e l’attività dei giudici slavi fu intensissima con un altissimo numero di condanne.
La Perna racconta il supplizio dei condannati, le barbare modalità di uccisione dei condannati, ormai tante volte descritti dagli studiosi. L’altra sera abbiamo visto tutti con la fiction «Red Land» (Rosso Istria), mandata in onda da Rai 3, come venivano uccisi gli uomini e le donne, finalmente dopo settant’anni anche le foibe arrivano al grande pubblico televisivo. La Perna nel libro fa i nomi degli aguzzini tristemente famosi in tutta l’Istria per l’eliminazione fisica degli italiani, tra di essi non possono essere dimenticati Ivan Motika, il principale giudice di Pisino. Beletich, detto «drago», Tonca Surian, Ciro Raner. Giusto Massarotto, i fratelli Stemberga, Giovanni Colich, detto «il gobo», Rade Poropat, Gioacchino Rakovac e tanti altri. Tutti o quasi nomi che già avevo avuto modo di conoscere negli anni ’90, quando ancora erano poche le pubblicazioni sulle foibe.
Il testo di la Perna da l’elenco delle varie foibe e il recupero delle salme più o meno identificate. Il numero delle vittime non è stato mai possibile averlo con una certa precisione. La Perna, per quanto riguarda l’Istria, e soltanto il periodo del dopo armistizio, il mese del terrore, tenendo conto del recupero dalle foibe, conta complessivamente 750 vittime. Poi ci sono quelle degli altri territori, del dopo ’45. Gli storici orientativamente contano dalle 10 alle 20mila vittime. Il testo di La Perna, pubblica delle appendici, dove troviamo elenchi delle foibe e soprattutto nella 3a appendice si pubblica i nomi, in ordine alfabetico, del genocidio degli italiani ai confini orientali dal settembre 1943 al maggio 1945 e oltre. Si tratta di nominativi di militari civili uccisi o scomparsi. Un elenco che parte da pagina 357 fino a pagina 451. L’elenco è un minuzioso e paziente lavoro che dura da anni e che non può essere considerato definitivo. In tutto sono 6.335. 2.493 appartengono a militari, a pagina 369, c’è il nome di Bruno Domenico, carabiniere a Rovigno (Pola); ucciso il 16 settembre 1943, originario di Mandanici (Me); i civili sono in tutto 3.842, compresi 39 religiosi.
Chi poteva salvare gli italiani in quel momento storico? Si chiede La Perna. In quel momento c’erano i tedeschi e i fascisti. E qui paradossalmente l’autore del libro fa intendere che la grande paura suscitata dall’avanzare delle idee rivoluzionarie, ispirate ai soviet della Russia, gran parte della popolazione italiana si convinse che il risorto fascismo potesse costituire un valido rimedio contro i disordini, scioperi e violenze di quei giorni. I fascisti repubblicani furono gli unici che dichiararono apertamente di voler combattere in difesa dell’identità di quelle terre. Anche se poi vedremo tutto questo non portò nessun giovamento agli italiani e alla loro causa, anzi finì per comprometterla ulteriormente.
Questa era la realtà in quei territori che durò fino al ’45 e per La Perna, la reazione degli italiani non fu adeguata, anche perchè mancò una valida guida ideale ed un concreto aiuto materiale nella difesa dei loro giusti diritti etnici e nazionali. Su questi aspetti probabilmente non si è riflettuto abbastanza.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. “La terra trema”: i trenta secondi del terremoto di Messina che cambiarono l’Italia

«Ora venite? Ora che il terremoto è finito? Una donna ferita tende i pugni contro la prima pattuglia sbarcata dalle navi italiane. Dopo i marinai russi della squadra del Baltico, dopo gli equipaggi della flotta inglese, martedì 29 dicembre arrivano, finalmente. I nostri». Con questa invettiva nel retrocopertina, viene presentato il libro di Giorgio Boatti, «La terra trema. Messina 28 dicembre 10908. I trenta secondi che cambiarono l’Italia, non gli italiani», pubblicato da Arnoldo Mondadori editore nel 2004.
Il terremoto che ha colpito Messina, mi ha sempre incuriosito e per certi versi, affascinato. Ho letto con una particolare attenzione la puntuale cronaca di quello che è successo prima, nei trenta secondi e soprattutto dopo il tragico terremoto. Siamo all’alba del 28 dicembre alle ore 5,45, quando la maggior parte della gente sta dormendo, in pochi secondi si abbatte sulla città il più disastroso terremoto mai avvenuto in Europa, radendo al suolo Messina e Reggio Calabria, con il suo tragico bilancio di morti (quasi centocinquantamila). Subito dopo, «in un surreale silenzio, un rombo sordo che sembra venire dal fondo del mare. In rapida successione le gigantesche ondate del maremoto investono la città devastata dal sisma». Sparisce il porto, le barche sono scagliate contro le macerie dei palazzi, in particolare della «Palazzata».
Il libro di Boatti racconta la catastrofe di Messina in un ampia e serrata ricostruzione basata, oltre che sulle cronache e i racconti dei sopravvissuti, su documenti inediti che rendono particolarmente completo lo studio. Boatti sottolinea i ritardi nella ricerca dei sepolti vivi, l’incapacità delle istituzioni di decidere come sistemare i sopravvissuti e quindi il territorio, soprattutto di operare con umanità.


Messina, in quelle ore, in quei giorni era priva di tutto. I primi soccorritori, sono stati i marinai russi che si trovavano in quel momento nel porto, sulle corazzate Cesarevic e Slava furono i primi ad accorrere. «Con i bianche vessilli, la croce blu della marina zarista issata in poppa», alle 7 del mattino questi giovani disciplinatissimi, graziosi e pieni di attenzione verso la popolazione colpita dal disastro, scendono dalle navi con le scialuppe e raggiungono la città. Sono ammirati anche dagli altri equipaggi giunti nel porto, in particolare, gli inglesi. Sommando le diverse unità, sono quasi tremila marinai che accorrono in soccorso di Messina distrutta. I giovani marinai oltre a cercare i sopravvissuti, han dovuto intervenire contro chi stava compiendo il gesto più oltraggioso: rubare e saccheggiare tra le macerie delle case. Naturalmente ai militari non rimaneva che sparare a vista.
Scarfoglio, cronista de Il Mattino, racconta, «Almeno la metà dei detenuti di Messina è vagante per le vie: tutti i detenuti di Messina sono liberi: tutti i malviventi arrestati nei villaggi sono fuggiti la notte del terremoto: vi sono poi moltissimi malfattori liberi accorsi dai paesi vicini, i quali nella sciagura immane vedono un comodo mezzo per compiere le loro gesta».
La questione dei cosiddetti «sciacalli», mi ha molto impressionato. Per la verità il libro non è stato tanto chiaro sulla faccenda. In Boatti trapela una certa distinzione, c’era chi rubava per fame e chi invece lo faceva per avidità. Tuttavia il testo evidenzia lo sconvolgimento sociale e sovversivo che opera l’evento terremoto. Tutto è mutato rapidamente: la mentalità, i rapporti umani. Dai primi racconti è evidente che c’è un «repentino ritorno a uno stato di natura, brutale e semplice».
«Sono molti gli episodi, riportati dai cronisti, che parlano dello scatenarsi dei saccheggi, dell’accendersi della violenza, delle reazioni da parte degli sparuti presidi di uomini in divisa, dei conflitti a fuoco che avvengono in quelle prime ore, in quei primi giorni, nella città devastata». A.C. Fratta sul Corriere d’Italia, cita episodi atroci: cadaveri con le dita tagliate, lobi degli orecchi tagliati, strappati, per rubare orecchini. Addirittura sembra che i ladri sono in azione anche durante la visita del re d’Italia e della regina.
Seguiamo il resoconto di un giornalista: «Si vedono…lugubri abitatori, le bieche figure dei ladri che frugano i resti della morte. Tratto tratto qualcuno ne viene arrestato dai soldati che fanno la ronda: il delitto è flagrante, l’ordine è perentorio, i miserabili sono fucilati. La pioggia, la sete, la fame, il buio della notte senza più alcun mezzo di illuminazione, accrescono lo sgomento di chi resta. Anche ai superstiti sembra che lo squallore dell’oggi sia peggio della morte di ieri».


Bellonci, giornalista de Il Giornale d’Italia, racconta che l’ammiraglio Viale, voleva impedire ai suoi marinai di scendere a terra, perché c’erano orde di predoni che infestano Messina. C’è stato un marinaio che ha dovuto lottare contro un gruppo di malviventi. Anche i marinai russi hanno dovuto lottare contro bande di criminali, evasi dalla carceri.
Dunque dopo i russi e gli inglesi arrivano gli italiani. Boatti racconta minuziosamente i primi momenti del dopo terremoto. Naturalmente erano saltati tutti i collegamenti. La torpediniera Serpente, ha dovuto faticare per trovare una postazione attiva telegrafica per inviare a Catania il telegramma del maggiore Graziani, alla fine soltanto a Milazzo è riuscita ad inviarlo, ma erano le 18. Mentre l’altra, la torpediniera Scorpione, raggiunse l’ufficio telegrafico di Nicotera alle 13 per trasmettere i telegrammi diretti al Governo. Mentre nel pomeriggio, il maggiore è riuscito ad utilizzare la postazione telegrafica di Scaletta Zanclea.
Tuttavia calato il buio di quel lunedì, 28 dicembre, giungono a Palermo, a Catania e a Roma, i messaggi che danno un quadro vicino alla realtà. «Richieste senza risposte immediate. Molte le voci e i messaggi che invocano aiuto, ma la macchina dei soccorsi – sia nelle città vicine che nella capitale – anche quando comincia a udire gli appelli è lenta e impacciata nel muovere i primi passi».
A questo proposito alla fine del libro Boatti pubblica una appendice documentaria. Si tratta di tre rapporti. Tre osservatori, il primo, il console americanoBayard Cutting jr, il colonnello francese Elie Jullian e il colonnello inglese,Charles Delmè-Radcliffe che sono presenti sulla scena già nei primi giorni di gennaio del 1909 e svolgono incarichi ufficiali per conto delle loro nazioni.
Negli scritti di questi tre osservatori, «colpiscono i comuni, severi giudizi con cui valutano l’opera di soccorso e l’intervento dello stato italiano nelle zone terremotate. Talvolta, nel caso dei due addetti militari, le notazioni critiche coinvolgono, e pesantemente, la stessa popolazione e sottolineano alcune caratteristiche generali del carattere italiano che sarebbero all’origine delle gravissime disfunzioni».
Il Boatti sottolinea quanto erano ancora diffusi certi stereotipi, talvolta razzisti, nei confronti dell’Italia e del suo Meridione.


«A Messina tutti hanno dato ordini, nessuno li ha eseguiti», sostiene il colonnello francese. Sembra che i primi nostri battaglioni sono arrivati a Messina senza viveri, senza ambulanze, ecco perché molti feriti sono morti. Il colonnello descrive l’inadeguatezza dei nostri vertici che non sono riusciti a tenere l’ordine pubblico. Uno sciame di delinquenti si sono impossessati di territori della città. Viene fortemente criticato l’operato del generale Francesco Mazza, a cui il presidente del Consiglio Giolitti aveva dato pieni poteri per lo stato d’assedio, preoccupato soltanto di impedire che arrivassero a Messina, elementi indesiderabili. Il testo di Boatti descrive nei minimi particolari, la contraddittoria figura di questo generale, che viveva con una certa agiatezza sulla nave e da qui dava i comandi.
Infine l’ultima accesa critica, forse quella più grave viene dal colonnello inglese che asserisce che con un soccorso tempestivo da parte delle forze armate italiane e soprattutto se avessero accettato l’aiuto delle navi straniere, si sarebbero potute salvare più di diecimila persone. Delmè- Radcliffe mettendo piede a Messina, ha notato una generale apatia, indifferenza. Gli stessi sopravvissuti, «il 90 per cento di solito si rifiutava categoricamente di muovere un solo dito per aiutare se stessi, e tanto meno qualcun altro. Consideravano come un dovere del resto del mondo dare loro cibo, vestiario, case e rifornirli di comodità […]Naturalmente, non tutti possono essere raggruppati in questa ampia generalizzazione[…]».
Secondo il colonnello inglese si perdettero troppi giorni, inoltre, il diplomatico percepisce l’inaffidabilità della maggior parte delle autorità locali, dai sindaci ai prefetti.
Con lo stato d’assedio, si cominciò a ragionare sul futuro della città di Messina, le ipotesi erano tante, sgomberarla e ricostruirla da un’altra parte, bombardarla e raderla al suolo. Altra soluzione era quella di disinfettarla con calce viva, visto che ora dopo tanti giorni i morti vanno in decomposizione e c’è il rischio di gravi epidemie. In una corrispondenza del 1 gennaio di L. Lucatelli, si sostiene che Messina è civilmente morta, tutto è andato perduto, l’archivio municipale, quello giudiziario, morti quasi tutti i pubblici funzionari.
Ma il terremoto non ha colpito solo Messina, è stata distrutta anche Reggio e molti altri centri della Calabria. I sindaci dei piccoli centri calabresi si premurano con insistenza ad allertare con telegrammi il Governo a Roma. Peraltro qui si lamenta altre gravi inadempienze, forti ritardi negli aiuti. Addirittura si parla di totale abbandono dei calabresi. Tra l’altro gli stessi territori avevano subito nei mesi precedenti altre scosse di terremoto con forti danni.


Il libro di Boatti racconta molte cose in riguardo a Reggio. Colpisce l’analisi competente sulle condizioni dei palazzi reggini, che hanno ceduto internamente, schiacciando la gente sotto i vari soffitti. Boatti si affida alle competenti analisi dell’architetto Baratta. Così sono morti quelle giovani sfortunate reclute della caserma Mezzocapo di Reggio, arrivati la sera prima dal Nord Italia, dal Veneto. Sono passati dal sonno alla morte. Invece destino inverso hanno avuto un gruppo di seminaristi della camerata San Carlo Borromeo, che dovevano andare in gita, senza aspettare il suono della sveglia delle 6, si sono alzati prima alle 4,20 e così il terremoto li raggiunse sul treno.
Anche qui sulla Calabria affiorano analisi impietose sul comportamento di una parte dei sopravvissuti al terremoto. Vecchi stereotipi vengono a galla. Il vecchio topos sulla Calabria resiste, in particolare, il fatalismo.
I giornalisti notano una certa fannullaggine da parte dei giovani calabresi, che non sarebbero pronti ad aiutare i soccorritori. Il testo di Boatti riporta episodi ben precisi. Addirittura De Rossi, si domanda su Il Corriere d’Italia «se vale la pena affannarsi tanto per un popolo di egoisti, di fiacchi e di ingrati?».
Il libro di Boatti si sofferma anche sui numerosi aiuti che le regioni meridionali ricevono da tutta la penisola, ma soprattutto da tutto il mondo. Anche qui si discute poi come far arrivare questi aiuti ai vari territori del Sud, necessita istituire un Comitato centrale di soccorso, di cui entrano a far parte tutti i notabili di allora. C’è un oceano di memorie e di testimonianze da raccogliere, circa 512 buste dell’Archivio del Comitato. Altrettante documentazioni si trovano negli Archivi della Chiesa cattolica. Il Boatti fa riferimento anche alla Massoneria, al grande Oriente che si mobilitò per aiutare i terremotati. Partirono treni speciali da Milano, con descrizione dettagliata di queste partenze. Le raccolte sono state organizzate anche dai giornali, come quella del Corriere della Sera.
Nelle città si organizzano le «passeggiate», sfilate di carri che transitano lungo le vie principali, per raccogliere abiti, viveri, generi di soccorso per gli abitanti. E’ una grande novità che colpisce tutti gli abitanti del nostro Paese, in molti rimarrà per sempre nella memoria questa spettacolarizzazione delle offerte, delle donazioni.
Boatti precisa che su un totale di 21 milioni raccolti, poco meno di due terzi proviene dall’estero, dove primeggia l’Inghilterra.

Prospetto del Duomo di Messina e scorcio dell’omonima Piazza prima della distruzione causata dal terremoto del 1908. In primo piano la cinquecentesca Fontana di Orione1860 – 1865 ca.XII -XX sec.Messina –

Dopo ogni terremoto, affiorano diverse questioni, il libro cerca di affrontarle tutte; ci sono difficoltà nella corretta distribuzione dei viveri. Dopo settimane si è scoperto che le razioni giornaliere distribuite erano di più dei profughi presenti nella città. Poi c’era la distribuzione delle baracche, anche qui si è notato un certo losco traffico. Infine c’èra la questione dei profughi; quanti sono e dove sono andati.
Tra questi c’è una questione molto delicata quella che riguarda gli orfani. Chi si deve occupare, è un tema delicatissimo, che può generare speculazioni. Intanto quanti sono gli orfani lasciati dal terremoto di Messina e Reggio? Il generale Pollio suggerisce di affidare un orfano a ogni reggimento del Regio esercito. E le femmine? A questo punto subentra la Chiesa, in particolare don Luigi Orione. Questo prete venuto dal Nord, originario del pavese, quindi conterraneo del generale Mazza e del suo assistente Lanzavecchia. Ben presto arrivano ad accordarsi, nonostante le tante difficoltà. Don Orione fonda la colonia della Divina Provvidenza e il Collegio S. Luigi. Ha dalla sua parte il Papa, S. Pio X, ma viene osteggiato a livello locale.
Sulla questione degli orfani si apre un contenzioso tra le istituzioni dello Stato e la Chiesa. Si arriva a un contrasto ideologico tra i due attivismi, quello cattolico e quello laico. Si giunse ad ipotizzare da parte laicista un ipotetico possesso delle «anime degli orfani», da parte della Chiesa. In più subentra il caso del transatlantico spagnolo «Cataluna», che imbarca ragazzi orfani ad ogni approdo, e che sfugge ad ogni controllo burocratico.
Su questo argomento Boatti, inserisce il caso del professore Salvemini, docente all’università di Messina, colpito personalmente dal terremoto, che gli ha portato via i suoi quattro figli. Il Salvemini è rimasto per tutta la vita con la speranza di ritrovare almeno uno dei suoi figli.
Affrontando il tema della ricostruzione, il libro si occupa della polemica sull’università di Messina. Molti docenti era morti con le loro famiglie, gli edifici e i siti universitari distrutti. Boatti interviene facendo parlare il professore Salvemini che sferra attacchi nei confronti dei colleghi napoletani, ma anche contro l’istituzione messinese, auspicando la chiusura.
Negli ultimi capitoli del testo si fa accenno al terremoto come castigo di Dio. «Sono molti, soprattutto tra i più semplici, a pensare all’intervento diretto dal Cielo sulle vicende umane». Non è la prima volta, intorno alle grandi calamità, c’è tutto un proliferare di racconti, di premonizioni, di segnali, magari non colti subito, o intuizioni funeree.
Si scatenano feroci polemiche fra gli opposti schieramenti, in particolare si fa riferimento ad un sonetto, pubblicato su un giornaletto umoristico. Sembra che hanno diffuso la polemica, prima il direttore de La Scintilla e poi lo stesso don Orione. Così si può pensare che «il terremoto che ha colpito la città è stato attirato dal blasfemo sonetto risonato nella Messina ‘in mano agli anticlericali’». Naturalmente la stampa italiana, in particolare il Corriere della Sera, ridicolizza, queste forzature clericali.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. “Terroni ‘Ndernescional. E fecero terra bruciata”, quel destino comune fra la Sardegna e il Regno delle due Sicilie

Dopo Terroni, Pino Aprile, giornalista e storico d’assalto, continua l’argomento con «Terroni ‘Ndernescional. E fecero terra bruciata», pubblicato sempre da Piemme (2014). In questo testo, che forse non ha avuto lo stesso successo del precedente, Aprile oltre a ragionare sul Meridione d’Italia, conquistato con una guerra di spietata dai Piemontesi, dà ampio spazio alla Sardegna, che faceva parte del Regno dei Savoia, che si chiamava appunto di «Sardegna».
La Sardegna scrive Aprile governata dai Savoia, al momento dell’Unità d’Italia era la regione con meno strade, più analfabeti e manco un metro di ferrovie. Fu il vero Sud. Sostanzialmente la novità del libro è il confronto tra il Regno delle Due Sicilie, la Sardegna e la Germania dell’Est. Se il Regno borbonico e la Sardegna hanno subito l’identico saccheggio da parte del governo piemontese, anche la Germania dell’Est ha subito lo stesso saccheggio, da parte dei tedeschi dell’Ovest. Per la verità la sua tesi di Aprile, almeno per quanto riguarda la Germania dell’Est, mi sembra un po’ azzardata.


Pertanto, cos’hanno in comune la Sardegna del 1720 e soprattutto del 1847; il Regno delle Due Sicilie del 1860-61; la Germania Est del 1989 e di adesso. Per Aprile, «sono Sud di Nord sempre più grandi; costretti in stato di minorità». In pratica secondo il giornalista pugliese, la Sardegna diventa «fattoria del Piemonte» e nacque così la questione sarda. Industria e agricoltura del Regno delle due Sicilie, furono sacrificate allo sviluppo del Nord, nasce la questione meridionale. Mentre la Germania dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino, viene risucchiata dalla Germania Ovest e così nasce la Questione orientale.
La Sardegna, «fu il primo Sud – scrive Aprile – per la fusione con lo ‘Stato peggio governato d’Italia’». Il metodo della «fusione», che fu fatto in Sardegna, secondo Franco Venturi, fece scuola, e diviene metodo: «il modo dell’Italia di essere paese. Divisa. La questione meridionale fu l’estensione al Mezzogiorno continentale del sistema economico[…]».
Nelle pagine del libro, l’autore ricorda che né la Sardegna, né il Regno delle Due Sicilie chiedevano di essere ammessi al Piemonte. «Lasciate perdere le panzane che ci propinano da un secolo e mezzo sulla patriottica attesa dell’arrivo dei garibaldini e Vittorio Emanuele. Questo lo volevano i fuoriusciti napoletani a Torino, che erano il 7,6 per cento del totale, 1500, in gran parte lombardo-veneti: quindi un centinaio di persone. E Luigi Carlo Farini (che da dittatore a Modena, per conto dei Savoia, si era impadronito dei beni del duca spodestato, da luogotenente a Napoli, scrisse che non erano più di 100 a volere l’unificazione […]». Bisognava prendere ad «archibugiate», chi non voleva diventare piemontese? si domandava Massimo D’Azeglio.
Pertanto per Aprile, i Piemontesi, invece di mettere ordine in casa propria cioè in Saedegna, «preferirono darsi da fare in trasferta. Per giustificare l’invasione del Regno delle Due Sicilie, fu inventata l’arretratezza del Sud rispetto al Nord».


Tuttavia nessun territorio come la Sardegna amministrata dai modernizzatori sabaudi, era tanto indietro, sotto ogni punto di vista, nonostante le «amorevoli cure dei prodi unificatori». Aprile così come nel primo Terroni, ma anche nel libro, Giù al Sud, si lascia andare a continui confronti sia storici che di ordine politico attuali, tra Nord e Sud, polemizzando non poco con la politica nordista dei vari governi italiani, che peraltro, sono colpevoli di aver diviso il Paese. In particolare Aprile continua a scagliarsi contro la Lega, figlia di quell’annoso egoismo politico che ha affossato il Sud. Naturalmente non condivido il vistoso accanimento del giornalista nei confronti della Lega, che peraltro è cambiata sensibilmente con la segreteria Salvini.
Comunque il testo infatti è pieno di confronti tra i due sistemi: quello sabaudo e borbonico. Si inizia s prendere in esame l’aspetto culturale. L’arretratezza culturale del Regno delle due Sicilie, rispetto al Piemonte è una bufala: «Il Regno delle Due Sicilie aveva il doppio di studenti universitari del resto d’Italia, messo insieme e fuoriusciti borbonici, esportavano a Torino facoltà universitarie nate a Napoli. Arretratezze, povertà e difficoltà dei trasporti della Sardegna, invece, erano vere».
L’Italia, secondo Aprile, «è divisa nella testa e nei cuori degli italiani,le disuguaglianze impresse nel territorio e lo squilibrato riconoscimento dei diritti sono soltanto trasposizioni materiale di un’idea». L’esempio evidenziato da Aprile è la mancanza di ferrovie, di mappe stradali nel Sud, ma questo valeva anche per il Nord.


Aprile fa riferimento all’alta percentuale di analfabeti presente nella Sardegna, circa l’89,7 per cento. «Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po’, 40 anni dopo l’Unità, a prezzi pesanti perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l’istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli».
Aprile continuando nelle comparazioni, sottolinea la qualità culturale del «primitivo» Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all’economia politica, dalla vulcanologia, alla sismologia, all’archeologia. Trovo riscontri di questi studi nel libro di Giorgio Boatti, La Terra trema. Messina 28 dicembre 1908. Mondadori (2004), «[…] è sotto il Regno dei Borbone che, nel 1841, si provvede a fondare il primo centro di ricerca esistente al mondo sui vulcani e sui terremoti. Si tratta dell’Osservatorio Vesuviano affidato sin dal suo iniziale procedere a Luigi Palmieri che, dopo la metà del secolo (1855), costituisce l’originale prototipo di sismografo […]». Se era una popolazione analfabeta, quella napoletana, come faceva a produrre queste cose? Si chiede polemizzando Aprile. Sul tema il professore Gennaro De Crescenzo si domanda in un suo libro: «Il Sud: dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle», : «come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro poco più di 5.000 del resto d’Italia, da un tale oceano di ignoranza? Ne si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel regno delle Due Sicilie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo».
Sempre De Crescenzo, uno studioso che ha consultato fior di archivi, può scrivere che nel Regno napoletano, «c’erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private». Il professore fa un elenco dettagliato per ogni territorio del Regno. Per esempio nella Terra di Lavoro, c’erano bel 664 scuole. Interessante il riferimento al conte Alessandro Bianco di Saint-Joriez, ufficiale piemontese, sceso al Sud, pieno di pregiudizi, si è dovuto ricredere, perché aveva trovato un’altra situazione. Nel Regno napoletano esisteva la pubblica istruzione gratuita.
Di sicuro, scrive Aprile, i Savoia appena giunti a Napoli, chiusero decine di istituti Superiori, lo riferisce Carlo Alianello, ne «La Conquista del Sud». Sempre sulla cultura al Sud, è singolare quello che scrive Raffaele Vescera, a proposito dei suoi antenati: «mi sono sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato, il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’unità, analfabeta».


Insiste Aprile nella comparazione: «Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell’isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo». Mentre per quanto riguarda il Regno delle Due Sicilie, «la liberazione (così la racconta da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all’impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell’Università di Bruxelles (in linea con quelli della banca d’Italia, CNR e Banca Mondiale), era la ‘Germania’ del tempo, dal punto di vista economico. La Conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour».
Pertanto a ribadire quello che ormai hanno scritto in tanti: quello che ci è stato detto sull’invasione del meridione è tutto falsificato a cominciare dai Mille, la pagliacciata dei Plebisciti per l’annessione, sulla partecipazione entusiasta del popolo meridionale. «E allora – si chiede Aprile – che cosa ci faceva con i garibaldini e piemontesi la legione straniera ungherese?».
Sostanzialmente Aprile nel libro contesta anche le statistiche formulate dagli storici, sull’economia del Regno sabaudo, che non includono mai la Sardegna. Infatti i Savoia, «non considerano mai l’isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra». Anzi, appena è stato possibile, la Sardegna, «venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del regno sabaudo».
Praticamente l’Italia è stata fatta così: «al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già ‘meridionalizzata’. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce ‘isole’, o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce ‘Mezzogiorno’».
Dunque secondo Aprile si vuol far credere che il ritardo del Sud rispetto al Nord c’era già e non è stato creato dalla spoliazione del Regno delle Due Sicilie. E se oggi perdura la questione meridionale è perchè non solo c’è sempre stata, ma la colpa è dei terroni locali. Ritornando alla Sardegna, lo storico Francesco Cesare Casula, sostiene non solo che il Mezzogiorno divenne sardo, ma tutta l’Italia è diventata sarda, proprio perchè i confini del Regno sardo vengono allargati, sino ad includere tutta l’Italia. A questo proposito Aprile cita Pasquale Amato che osserva che tutte le sentenze degli Stati preunitari erano decadute con l’Unità, per l’estinzione degli stati stessi che le avevano emesse. Mentre «la condanna a morte di Mazzini da parte di un tribunale sabaudo era ancora valida, perché non era stata unificata l’Italia, ma solo ampliati i confini del Piemonte». Addirittura per Casula, dal punto di vista del diritto statale e internazionale, «gli italiani sono tutti sardi[…]».
Anche in questo testo Aprile fa riferimento, sinteticamente, ai vari passaggi storici di come è stata «liberata» l’Italia dai piemontesi sabaudi, e soprattutto come ricercatori, divulgatori non accademici hanno raccontato l’unificazione del Paese. Sono interessanti quelli riguardanti la Sardegna. Con la «Fusione Perfetta» della Sardegna al Regno sardo, «i sardi veri divennero definitivamente un po’ meno sardi dei cosiddetti sardi di terraferma». I primi ad accorgersene furono proprio quei pochi che l’avevano voluta e quindi a pentirsene, come Luigi Settembrini, unitarista partenopeo, vedendo che cosa faceva il governo «italiano» al Sud e alle sue università, disse ai suoi studenti che la colpa era di Ferdinando II° di Borbone, che invece di tagliare la testa a lui e agli altri come lui, fu troppo benevolo.
Questa scarsa pattuglia di liberali idealisti unitari come Giustino Fortunato, che poi sarà ministro, entrarono nella struttura amministrativa del nuovo Stato. Intanto aumentarono le tasse: si passò dalle 5 leggere dei Borboni alle 23 tostissime con i sardi. Fu introdotta la leva obbligatoria, i renitenti alla leva, se presi, furono passati per le armi. Per 10 anni l’intero Sud fu messo in stato di assedio. Le carceri dei Savoia si riempirono, altro che le carceri dei Borboni, descritte dall’imbroglione Gladstone.
La delusione per la mancata «parità di trattamento», fa sorgere in Sardegna una fitta serie di studi, proteste, proposte. I temi che poi animeranno il meridionalismo, ci sono già tutti nella Sardegna preunitaria. In particolare fu Antonio Gramsci «a unire le due sponde della Questione meridionale, scrivendo di quel che è stato fatto all’isola e poi al Sud continentale». Aprile nel testo dà ampio spazio alle rivendicazioni del sardismo, come quelle portate avanti da Emilio Lussu. Puntuale il suo riferimento alla lingua sarda, ma non solo, che veniva osteggiata dal nuovo Regno. Il libro riporta il ruolo che ebbe Francesco De Sanctis, il padre della critica letteraria italiana: «condusse una radicale epurazione nelle scuole e università meridionali, mettendo fuori docenti, spesso, gli spiriti più liberi, sospetti di non essere convinti sostenitori del nuovo re; poi abolì il fondo, istituito dai Borbone,, per assegnare borse di studio agli studenti bravi ma poveri; non ebbe nulla da dire quando quelli e altri fondi furono usati per pagare generose pensioni a una mezza dozzina di puttane, inclusa Marianna De Crescenzo, detta La Sangiovannara…».
Aprile punta l’attenzione sul ruolo dell’esercito che svolgeva spesso operazioni di ordine pubblico per la tenuta del Regno: capitò con il bombardamento di Genova nel 1849, con il conseguente saccheggio della città, con il bombardamento di Palermo nel 1866 per sedare la rivolta del «Settemezzo», infine l’uso dei cannoni di Fiorenzo Bava Beccaris, contro gli scioperanti in Piazza Duomo a Milano nel 1898.
I generali in Piemonte passavano da compiti militari a compiti di governo e viceversa. Un esercito, sottolinea Aprile: «tanto feroce contro i propri connazionali, quanto inetto contro i nemici».
E’ opportuno concludere con queste riflessioni che Aprile propone ai lettori del libro, su chi cerca di recuperare la storia negata (ma non perduta), tra questi mi arruolo indegnamente, spesso si viene accusati di «nostalgia borbonica», non solo ma anche di «meridionalisti», sudisti o piagnisti. Scrive Aprile: «intendo, con questo che chi rimpiange quei tempi, li vorrebbe riproporre oggi. Naturalmente non è vero, anche se lo trovi sempre qualcuno che rivedrebbe volentieri i Borbone alla guida del Regno delle Due Sicilie, Cecco Beppe a governare le Tre Venezie, il muro a dividere di nuovo Berlino, Eleonora d’Arborea a governare la Sardegna con Leggi della Carta de Logu, del 1392 […]».
Quella nostalgia però per Aprile è importante. «Va capita, perchè segnala il valore di una perdita che non è stata compensata da quel che doveva sostituirla, in meglio. E’ una promessa tradita. Insomma ti manca il passato se era, o solo ti sembra migliore del presente […] cerchi rifugio in un’altra epoca, quando quella in cui vivi ti esclude […] Perchè – insiste Aprile – se di quel passato ti è stato mostrato soltanto il male, mentre il bene ti è stato nascosto o diminuito, persino dileggiato e ridotto a motivo per denigrarti, sottrarti diritti, renderti ‘meno’, rispetto agli altri, allora recuperare quello che è stato diviene il modo per riprenderti la dignità e l’orgoglio amputati e pretendere la parità di trattamento e il rispetto che ti negano».

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Siamo in guerra con i Jihadisti e non siamo noi a deciderlo

Nelle vacanze di Natale siciliane ho letto uno studio del professore Alessandro Orsini, «L’Isis non è morto. Ha solo cambiato pelle», Rizzoli (2018). Ad un certo punto del testo il professore chiarisce: «Terrorismo e immigrazione sono strettamente legati, nel senso che tutti gli attentatori dell’Isis in Europa occidentale erano immigrati». Pertanto la notizia che hanno dato tutti i media del 9 gennaio scorso che dietro al traffico di esseri umani si nascondono i terroristi dell’Isis deve allarmarci non poco. C’è un dettagliato intervento abbastanza inquietante proprio del 9 gennaio, sul quotidiano online «Gli occhi della guerra», «Il rischio del terrorismo negli sbarchi fantasmi». (www.gliocchidellaguerra.it). «Il quadro che emerge è dunque tanto chiaro quanto allarmante: gli sbarchi nel trapanese, avvenuti più in sordina a livello mediatico in quanto minori di numero rispetto a quelli che coinvolgono l’agrigentino, trasportano gente che ha un alto livello di pericolosità criminale. Persone ricercate in Tunisia, che riescono ad entrare nel nostro paese. E l’attenzione, sotto il fronte del rischio terrorismo, rimane dunque molto alta».
Tuttavia Orsini ci tiene a precisare che la sua tesi non intende diffondere il terrore. Il suo intento è quello di «aiutare il mio Paese nella lotta contro l’Isis attraverso gli strumenti di cui dispongo, che sono strumenti culturali». In particolare, come scrive nel libro, i suoi studi scaturiscono dalle sue ricerche condotte al MIT di Boston, una delle università più prestigiose del mondo.


Orsini su questo argomento è categorico: «siamo in guerra […] i discorsi degli analisti italiani che affermano che, invece, non saremmo in guerra sono frutto della retorica di chi non ha niente da dire. Non siamo noi a stabilire se siamo in guerra oppure no».
Tra la letteratura che riguarda il terrorismo jihadista, forse il libro di Orsini è quello che riesce più dia ltri a dare un quadro completo e soprattutto realistico del complesso fenomeno dello Stato islamico (ISIS). Nato nel 2014, con un’avanzata travolgente ha conquistato parte dell’Iraq e della Siria. Con la caduta di Raqqa a fine 2017, il «mostro spaventoso» si è liquefatto, dopo soli 3 anni. Il testo di Orsini già nel titolo parte da una tesi che nonostante lo Stato islamico sia crollato, l’Isis continua ancora oggi a rappresentare un pericolo per le città in Occidente. Il pericolo ha assunto diversi, nuovi, imprevedibili volti che Orsini ci illustra per cercare di prevedere le mosse future, soprattutto dei cosiddetti «lupi solitari».
Intanto il professore Orsini, ricordo che è un esperto di terrorismo, essendo professore di Sociologia del Terrorismo, è direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS di Roma e del quotidiano online «Sicurezza Internazionale», già dal 1° capitolo parte da una precisazione o meglio pretesa: «Tutta la verità sull’Isis (diversamente da quello che ci hanno raccontato i media)».


Pertanto Orsini precisa che «L’Isis era travolgente senza essere forte. L’esercito messo in piedi da al-Baghdadi è sempre stato un fenomeno militarmente irrilevante, Avanzava perché l’esercito siriano e l’esercito iracheno, ormai allo sbando, si ritiravano anziché combattere». Pertanto quello che gli attribuivano i nostri Media all’Isis per il professore era tutto falso. Infatti, quando «gli eserciti della Siria e dell’Iraq si sono riorganizzati, l’Isis ha iniziato ad arretrare inesorabilmente». Per Orsini sicuramente «La storia dell’Isis, é una storia di debolezza».
In questo capitolo il professore napoletano illustra con chiarezza le vicende complesse sul terrorismo jihadista, fornendo diverse prove. Si comincia con la conquista di Mosul, la città dove al-Baghdadi proclamò la nascita dello Stato Islamico, il 29 giugno 2014. In quell’occasione il professore Orsini, chiarisce che non fu una conquista del potente esercito dell’Isis. «La verità é che fu abbandonata dai soldati iracheni, che si confusero tra i civili dopo aver gettato armi e divise. Altro che inarrestabile armata jihadista raccontata dai Media».
Orsini può scrivere queste cose dopo aver consultato giornali e documenti come il «New York Times» che utilizzava il termine «sgretolamento» da parte dell’esercito iracheno. Allora, «Perché l’Isis ha avuto successo?». Secondo Orsini, perché i Paesi del medio Oriente erano divisi: «L’Isis è stato favorito dalla rivalità del blocco anti-Isis guidato dagli USA e quello guidato dalla Russia». Non si possono dare certezze quando è iniziato questo «gioco», ma certamente è durato dal 29 giugno 2014 fino all’insediamento di Trump alla casa Bianca, il 20 gennaio 2017.


Secondo Orsini il problema di Obama e Putin e dei loro alleati regionali, non era di sconfiggere l’ISIS, ma di conquistare Damasco per inghiottirsi la Siria. Infatti queste due coalizioni anti-Isis invece di cooperare tra loro, si ostacolavano. A questo proposito Orsini, fa rilevare il cinismo di queste grandi potenze nella politica internazionale, sostenendo che Russia e Stati Uniti, invece di arrestare la guerra civile in Siria, hanno fatto di tutto per alimentarla, almeno fino al 2017. Un altro fattore di ostacolo è stato la contrapposizione della Turchia con l’Iraq, quest’ultimo non intendeva ricevere aiuti dai turchi sunniti. La Turchia in questo scenario svolge un ruolo alquanto ambiguo, fa la guerra all’Isis per liberare il Nord della Siria, ma lo fa per toglierlo ai Curdi. Altra contesa che favoriva l’Isis era l’odio atavico tra Israele e la Siria. Naturalmente al-Baghdadi gioiva davanti a simili divisioni.
In questo groviglio di continui conflitti, l’autore del libro non prende nessuna posizione a favore di qualche contendente. Comunque sia il fattore che ha contribuito maggiormente alle fortune dell’Isis è la politica settaria del primo ministro sciita dell’Iraq, Nuri al-Maliki, dal 2006 al 2014. «Particolarmente nefasto – per Orsini – fu il suo rifiuto di integrare circa centomila soldati sunniti nel nuovo esercito, come richiesto dagli americani». Infatti poi un gran numero di questi soldati si arruolò nelle fila dell’Isis per avere uno stipendio e per vendicarsi degli sciiti.
Nel libro Orsini racconta, errore dopo errore, come al-Maliki ha contribuito ad alimentare il ruolo politico dell’Isis. Infatti a questo proposito, il professore smentisce, quella leggenda metropolitana, sostenuta da tanti giornali: «l’ascesa dell’Isis non è stata favorita dai servizi segreti americani, da Israele o dal capitalismo in cerca di petrolio. L’isis – scrive Orsini – è un fenomeno sociale complesso che nasce dal basso, ovvero dal ventre della società irachena e della società siriana».


Nel testo Orsini conferma in modo chiaro che gli americani non hanno avuto nessun interesse a creare l’Isis. «I documenti storici smentiscono nettamente l’affermazione secondo cui gli americani avrebbero operato per creare le condizioni favorevoli all’ascesa dello Stato islamico. Semmai è vero il contrario e cioè che gli americani esortarono il governo al-Maliki a rimuovere i fattori incentivanti all’arruolamento nelle formazioni jihadiste». Queste tesi sono rafforzate con le conversazioni che l’autore ha avuto con Barry Posen, uno dei più autorevoli studiosi di relazioni internazionali. Inoltre occorre ricordare che anche il professore Orsini è un autorevole studioso, un ricercatore, uno che passa molto tempo a monitorare documenti, articoli, libri sul terrorismo jihadista nelle varie regioni del mondo dove opera concretamente.
Un’altra testimonianza che avvalora la tesi del professore Orsini è quella di Ali Khedery, cittadino americano, pubblicista del «Washington Post», che dovrebbe essere letta per avere un’idea chiara delle cause che hanno favorito l’ascesa dell’Isis.
Ali Khedery sostiene che lo stato iracheno non fu demolito dall’Isis, bensì dalla corruzione dei suoi governanti sciiti: «i terroristi dell’Isis diedero soltanto la spallata finale a un edificio marcio nelle fondamenta. Non si trattò dell’avanzata irresistibile dell’Isis, quanto del crollo inesorabile dello stato iracheno a causa del sentimento di vendetta della sua classe governante e della sua incapacità a svolgere persino le più elementari funzioni di governo». In pratica secondo Khedery, il partito Bath di Saddam Hussein è stato sostituito dal Dawa, quello di Maliki.
Un altra considerazione importante che Orsini affronta è che il complottismo, a cui molti fanno riferimento, certamente non spiega l’ascesa dell’Isis. La teoria del complottismo, per Orsini, è il modo migliore per allontanarsi dalla comprensione della realtà. Infatti chi sostiene questa teoria, cerca di fare credere al proprio pubblico di conoscere chissà quali segreti gravissimi, inoltre gli permette di non studiare il problema.
Sarcasticamente Orsini, scrive: «il complottista non ha bisogno di raccogliere documenti, elaborare dati o ricercare informazioni; a un complottista non verrebbe mai in mente di passare anni a studiare in un archivio perché, siccome é tutto un complotto, i documenti sono stati distrutti o falsificati».Tuttavia per Orsini chi ragiona con la logica del complottismo lo fa perché non ha tempo di studiare, però sente il bisogno di dire il proprio parere, di entrare nel dibattito da protagonista, senza il minimo sforzo intellettuale o sacrificio per l’analisi: basta dire subito, «è un complotto». Infine un ultimo elemento che ha favorito l’ascesa dell’Isis, è stato la guerra civile in Siria.


In conclusione del capitolo Orsini sentenzia «che le più eclatanti conquiste dei jihadisti potevano essere facilmente evitate. L’Isis era ben altro che l’organizzazione guerriera incontenibile descritta dai tanti commentatori».
Nel 2° capitolo l’analisi di Orsini si concentra sul rapporto dello Stato islamico e l’Europa. Il giornalista napoletano risponde alla domanda sul perché gli attentati dell’Isis si concentrano nel Regno Unito e in Francia. Inoltre risponde a un’altra domanda che sta più a cuore agli italiani: «perché l’Isis non abbia finora colpito l’Italia». Anzi per essere più precisi, l’Isis, non solo non ha mai colpito l’Italia, ma nemmeno ha mai tentato di farlo. Sono 2 quesiti a cui Orsini risponde con una disarmante banalità. L’Isis non ha mai cercato di fare una strage in Italia tipo quella di Parigi del 13 novembre 2015, perché il nostro Paese non ha truppe dell’esercito impegnate a combattere i jihadisti. Colpisce la Francia, l’Inghilterra, ma anche la Germania, perché loro sono impegnate sul terreno a combattere l’Isis.
I capi dell’Isis per esempio sono a conoscenza delle operazioni militari francesi, in particolare in Africa. Qui Orsini porta l’esempio dell’attacco terroristico all’Hotel Splendid nel centro di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Alla liberazione degli numerosi ostaggi, hanno attivamente contribuito i soldati francesi.
I jihadisti sono molto informati, agiscono come quegli ultrà delle squadre di calcio, che sanno tutto dei propri beniamini e sulle squadre avversarie. Ascoltano sempre le stesse trasmissioni radiofoniche e sanno dove attingere le informazioni.
Il professore Orsini nel suo studi divide gli attentatati in tre categorie: 1 quelli organizzati direttamente dai capi dell’Isis; 2 organizzati dai lupi solitari; 3 quelli delle cellule autonome. Naturalmente per ogni categoria fa l’esempio concreto. L’attentato di Parigi del 13 novembre 2015 e quello di Bruxelles, fanno parte della 1 categoria.
Orsini nel suo studio ha monitorato anche la «gerarchia dell’odio» da parte dei jihadisti nei confronti dei paesi europei.
Certamente secondo Orsini, l’Italia è odiata meno perché in quelle regioni mediorientali non ha un ruolo combattente. In nessun paese l’Italia «ha mai elaborato un piano contro i terroristi nonostante le organizzazioni jihadiste siano presenti […]».Orsini è convinto che i jihadisti non odiano le nostre libertà, le nostre società, ma ci uccidono perchè noi uccidiamo loro. Sembra che nella mentalità dei terroristi prevalga il concetto che «noi musulmani dell’Isis vorremmo essere liberi di scannarci con i musulmani moderati». «Il problema è che tutte le volte che siamo in vantaggio, gli occidentali accorrono in difesa dei musulmani moderati e ci costringono ad arretrare. Questa è la ragione per cui vi attacchiamo».
Il 3° capitolo, Orsini risponde alla domanda se l’Italia corre qualche pericolo di essere attaccata. Secondo i dati in possesso dello studioso sembra che al momento non ci sono particolari pericoli, anche perché l’Italia non ha mai contribuito a bombardare in Siria. Inoltre non ci sono attentati perché nel nostro Paese esiste un’efficace strumento dell’espulsione da parte del nostro governo nei confronti dei radicalizzati. Certo è anche perché abbiamo dei servizi segreti efficienti che vantano una lunga esperienza costruita negli anni in cui erano impegnati contro il terrorismo delle BR. Anche se per Orsini questo non significa nulla, perché i terroristi hanno colpiti quei Paesi dove c’erano i migliori servi segreti del mondo, vedi Russia, Stati Uniti, Israele.
Nel 4° capitolo, Orsini insiste sul fatto che l’Isis non è quello che ci hanno raccontato i mass media: «è il nulla che avanza nel niente». Orsini precisa, a proposito di quelle immagini più volte mandate in onda della bandiera nera in Piazza S. Pietro: l’Isis non aveva nessuna possibilità di marciare su Roma. I media italiane, attraverso la ripetizione ossessiva di quell’immagine, hanno cercato di atterrire le persone inducendole a credere che lo Stato islamico fosse una minaccia enorme.
Orsini fa una dura critica alle televisioni italiane e peraltro lamenta la traduzione in italiano di pochi testi importanti sul terrorismo. A questo punto Orsini si lancia in una accesa polemica contro un certo modo di fare giornalismo in Italia, puntando l’attenzione sull’importanza dello studio del terrorismo. Un giornalista non deve aver paura di andare anche controcorrente. «Un vero studioso non si identifica con un’ideologia, ma con un metodo di studio, che è basato sull’osservazione della realtà. Perciò deve essere sempre pronto ad attaccare il senso comune, di conseguenza, ad accettare il disprezzo del pubblico che causa isolamento e solitudine».
Ritornando all’Isis, Orsini è convinto che anche senza uno Stato, l’Isis può compiere lo stesso attentati. «Il problema è capire di quale tipo saranno». Molti dipende anche se i due gruppi terroristici di Isis e al-Qaeda ritornano ad avere rapporti di collaborazione, se questo avviene, allora aumenteranno i pericoli per la nostra sicurezza. Se resteranno divisi, quindi nemici, i pericoli per noi diminuiranno. Attenzione il professore ricorda che le divisioni tra l’Isis e al-Qaeda sono per questioni personali e non ideologiche, inoltre secondo Bruce Hoffman, il maggiore esperto al mondo di terrorismo, le convergenze tra i gruppi, sono maggiori delle divergenze.

Domenico Bonvegna

Il ritratto. Giovanni Cantoni, una vita per ricostruire il mondo a misura di uomo. E secondo il piano di Dio

La rivista Cristianità (n. 393, sett.-ottobre 2018)) ha dedicato gran parte dello spazio agli ottant’anni di Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica, che da qualche anno, per motivi di salute ha dovuto abbandonare la guida diretta dell’associazione.
Tento di sintetizzare i pregevoli interventi che hanno ben delineato la statura e la personalità di Cantoni. Comincio dalle riflessioni, dell’attuale reggente nazionale Marco Invernizzi, che sottolinea un tema centrale presente nei vari interventi di Giovanni Cantoni, riguarda la pazienza, virtù “piccola” ma importante se applicata alla storia “grande”. «E’ una virtù che i militanti di Alleanza cattolica conoscono fin dall’inizio – scrive Invernizzi – quando viene detto loro che l’associazione non promette nulla nell’immediato in termini di risultati politicamente tangibili, ma vuole cercare di preparare un futuro, che la nostra generazione non vedrà ma che qualcuno deve pur cominciare a preparare».
Cantoni dà grande importanza alle riflessioni di S. Ignazio di Loyola in merito ai due eserciti che si danno battaglia nel mondo: quello di Cristo e quello del demonio. Nel primo c’è la pace e l’umiltà, nel secondo l’odio e il rancore. Chi non tiene conto di questa contrapposizione vive perennemente in ansia e alla ricerca esasperata di risultati e di visibilità, compromettendo l’impegno associativo dell’apostolato dei cristiani.
Pertanto per Invernizzi: «il protagonismo e la ricerca ansiosa dell’egemonia quando non di forme di potere, sono una malattia che corrode le relazioni, soprattutto ma non solo la politica, e purtroppo sono diffuse anche nel mondo cattolico».


Certamente non si può ricostruire una società a misura di uomo e secondo il piano di Dio, come diceva bene san Giovanni Paolo II, in poco tempo. «Servono uomini dedicati, che abbiano rifiutato la ‘mondanità’, cioè il servizio del mondo invece che il servizio di Dio e del prossimo. Ma ciò non significa assolutamente rinunciare a cercare di incidere nella storia».
Soltanto con la conversione personale si potrà cominciare a cambiare il mondo. Lo stesso Cantoni rileggendo la parte I di “Rivoluzione e Controrivoluzione”, era convinto che «quello che succede fuori è il risultato di quello che succede dentro. Ergo, se vogliamo cambiare fuori, dobbiamo cambiare dentro».
E poi se si riesce a convincere anche gli altri, allora si costruisce un ambiente, magari una «microcristianità», o una «cristianità di minoranza», come scriveva il cardinale Giacomo Biffi.


Tra gli interventi che hanno descritto la straordinaria personalità del fondatore di Alleanza Cattolica, segnalo quello di Domenico Airoma, che si definisce senza mezzi termini, «cantoniano», riconoscendogli la statura di maestro: prima ancora che la dottrina contro-rivoluzionaria, egli ha insegnato, con la sua vita, lo stile stesso del contro-rivoluzionario.
Nello stile da imitare per Airoma ci sono precisi aspetti del vissuto quotidiano, gesti per comunicare. L’interesse per l’altro, senza pretendere che l’altro necessariamente deve interessarsi a noi. C’è soprattutto il rispetto dell’autorità, in primo luogo della gerarchia ecclesiale. Anche se sarà un ossequio ragionevole.
Un altro fattore da sottolineare è quel rispetto della realtà: i fatti vanno descritti per come sono e non per come vorremmo che fossero. Sempre pronti a rivedere i nostri giudizi e soprattutto senza pretendere di raddrizzare le gambe ai cani. Questo era un concetto che Cantoni ripeteva spesso nei ritiri, quando faceva riferimento a certi politici.
Pertanto prima analizzare bene i fatti e soltanto dopo emettere dei giudizi. Evitare la troppo sicurezza, la superbia.
Inoltre per giudicare gli accadimenti non bisogna smarrire il contatto con il «quadro grande, che dà il senso e la qualità al tempo che viviamo, relativizzando le difficoltà e le angosce dell’ora presente, nella certezza che la Provvidenza è all’opera e che non siamo noi a salvare la Chiesa, ma il contrario».

OLYMPUS DIGITAL CAMERA


Cantoniano significa avere prudenza, custodendo «la capacità di conservare il contatto con il reale, tenendo presente tutte le circostanze che accompagnano la nostra azione». Bisogna tenere conto dell’interlocutore e mai parlarsi addosso, «cadendo prigionieri dell’attrazione fatale del proprio ombelico, che tanti contro-rivoluzionari ha mietuto sul terreno della sensualità intellettualistica, condannandoli alla irrilevanza storica».
Bisogna essere consapevoli che non si parte mai da zero, per ricostruire una civiltà, anche Nostro Signore per moltiplicare i pani e i pesci, ha voluto il nostro aiuto. Cantoni amava sempre usare la metafora dell’importanza del «due di coppe», nel gioco della briscola. Infine essere consapevoli che bisogna dire la Verità, mai dimenticando di essere servi inutili. Del resto, «ogni cimitero è pieno di persone che si ritenevano indispensabili».
Giovanni Cantoni può essere identificato come il monsieur de Lapalisse, così lo vede Michelangelo Longo. Il nostro «Gianni», è il nome attribuito dai militanti più anziani, ha disintossicato intere generazioni di giovani dal morbo delle ideologie e del relativismo. Per Longo lo ha fatto diffondendo l’antidoto dell’ovvietà, dell’evidenza. Oltre al sacrificio, all’ascesi, alla dottrina, Cantoni ritorna sempre al reale, ma nello stesso tempo, partendo dal reale riporta i propri amici a volare alto, liberandosi delle zavorre del mondo.

Agostino Carloni evidenzia in Cantoni, la sua dialettica, la sua capacità straordinaria di parlare al cuore e alla mente delle persone. Cantoni è stato un grande comunicatore, soprattutto «avvinceva e convinceva con la coerenza fra le parole e i fatti». Il suo metodo di comunicazione potrebbe essere studiato nei corsi universitari delle Scienze della comunicazione. Cantoni si faceva capire perchè spesso nelle sue conversazioni utilizzava la reiterazione, spesso ritornava su un concetto per esprimerlo meglio semplificando. Era attento all’interlocutore, e chiedeva se era stato chiaro.
Cantoni fin dalla nascita dell’associazione ha badato sempre a fare riferimento al Magistero della Chiesa, in particolare alla Dottrina sociale. «Per vari motivi, non sempre facile è stato l’impegno dei militanti di Alleanza Cattolica», scrive Maurizio Dossena. Con una linea culturale e operativa decisamente controcorrente si sono trovati con coraggio fedeli a un senso della Tradizione cristiana, anti-progressista, anche se non coincidente con un certo tradizionalismo fine a se stesso.
Non è stato facile soprattutto negli anni della disastrosa degenerazione nella Chiesa post-conciliare, conseguenza di una malintesa interpretazione del Concilio Vaticano II, da cui tutti i Papi successivi hanno ben messo in guardia.
I punti fermi a cui fanno riferimento i militanti di Alleanza Cattolica, sono la conoscenza della Chiesa, fedeltà cum Petro e sub Petro, del Catechismo e dei documenti magisteriali. A questo si aggiunge la formazione continua, spirituale e culturale secondo percorsi ben precisi che fanno riferimento all’insegnamento del professor Plinio Correa de Oliveira e concretamente sviscerata da Giovanni Cantoni sia nei suoi diversi scritti che nelle tante lezioni ai militanti di Alleanza Cattolica.
E a proposito dei militanti, Cantoni ha avuto una particolare cura e attenzione nella formazione dei giovani soci di Alleanza Cattolica.
Di questo aspetto se ne occupa Daniele Fazio, che utilizza lo spazio della rivista per raccontare la sua precoce adesione all’associazione e quindi la sua frequentazione con il maestro Giovanni Cantoni. Fazio sottolinea l’aspetto della carità intellettuale presente nell’oratoria del fondatore. Era importante per Cantoni comprendere se il suo messaggio fosse arrivato anche all’ultimo dei presenti di ogni riunione. Se così non fosse stato, si sarebbe sforzato certamente di modificare i concetti espressi.
Fazio ricorda l’importanza dei rapporti personali all’interno della comunità di Alleanza Cattolica, soprattutto con chi si avvicina per la prima volta. Non solo il prossimo va trattato bene, «ma soprattutto non va chiesto niente di più di quello che la Chiesa o l’associazione chiedono per essere cattolici e soci di AC». Infine un’altra particolare sensibilità che deve avere ogni militante quando fa apostolato con il prossimo, deve stare attento a non schiacciare l’altro, ma convincerlo.
E prima di presentare gli altri temi presenti nella rivista, anch’io voglio rendere omaggio al grande maestro Giovanni Cantoni, che ho conosciuto quando ero giovane. Ho tanti ricordi da poter raccontare, ringrazio soprattutto la Provvidenza che mi ha dato l’opportunità di incontrarlo. Certamente ricordo la sua passione per la Storia, i tanti episodi raccontati dopo approfonditi studi, uno per tutti, in particolare l’epopea delle insorgenze popolari degli italiani contro gli eserciti rivoluzionari francesi di Napoleone tra il 1796 e il 1814. Probabilmente è stato Cantoni il primo negli anni ’80 a togliere il velo dell’oblio su queste pagine di storia che la storiografia ufficiale aveva letteralmente cancellato.
E poi non si può dimenticare il termine storico di Magna Europa, l’Europa fuori dall’Europa, per indicare il mondo umano e culturale nato dall’espansione degli europei, in particolare in America. «Così come la Magna Grecia è stata anzitutto la “Grecia di fuori’». Infine da ricordare le sue ricche lezioni degli ultimi anni sui grandi eventi storici (lui ci diceva che per comprendere bisognava avere davanti sempre delle carte geografiche) sulla fine delle civiltà, una tra tutte quella dell’Impero Romano, con precise citazioni di grandi storici come Arnold Toynbee, Huizinga, Gonzague de Reynold, Caturelli.
Ritornando alla rivista Cristianità, l’editoriale di questo numero affronta i tanti fraintendimenti che sono sorti all’interno della Chiesa. Per chiarezza, Marco Invernizzi ricorda lo scopo fondamentale della Chiesa: «cercare ogni uomo per comunicargli che Cristo è il Salvatore e la Chiesa la via ordinaria per conoscerlo e amarlo sulla terra e nell’eternità».
Pertanto in ogni epoca della storia la Chiesa deve cercare di incontrare tutti gli uomini, anche e soprattutto quelli che sono lontani. E se condanna lo fa per aiutare tutti a lasciarsi salvare da Cristo, anche quelli che vengono compresi nella condanna. E qui Invernizzi ricorda quando la Chiesa nel 1949 comminò la scomunica a coloro che sostenevano il Partito Comunista.
Anche qui la Chiesa poi mesi dopo lanciò la Crociata del Gran Ritorno, rivolta soprattutto per quelli che erano stati scomunicati. Anche oggi scrive Invernizzi, la Chiesa desidera comunicare la Grazia a tutti. Anche a quelli che sono intrappolati nelle nuove ideologie, per esempio del gender, che è riuscita a penetrare anche all’interno della Chiesa. Senza dimenticare la sporcizia degli abusi sessuali, della giustificazione dell’omosessualismo.
Domenico Airoma commenta un articolo di Giovanni Cantoni, «Continuerà l’autodemolizione?», pubblicato su Cristianità (sett.-ottobre 1974). Già quarant’anni fa di fronte al fumo di satana, e all’intossicazione, che si era diffusa all’interno della Chiesa, la risposta di Cantoni è di una straordinaria attualità: «Come non vedere in una fede straordinaria la sola forza capace di espellere il ‘fumo di satana’ dalla Chiesa, di chiudere ad esso e, quindi, di arrestare l’”autodemolizione”, magari scegliendo la persecuzione da parte di un ‘mondo contrariato’? E su che base appoggiare questa fede, se non sulla umiltà? E nella Chiesa, se non su Pietro?».
Alleanza Cattolica ha accolto l’appello di Papa Francesco di recitare il Santo Rosario nel mese di ottobre per chiedere alla Madonna e a San Michele Arcangelo la purificazione della Chiesa dalla piaga degli abusi sui minori e dalla penetrazione al suo interno dell’ideologia gender e omosessualista.
A questo proposito la rivista ricorda l’invocazione alla Madonna del Sub tuum praesidium e la preghiera a san Michele Arcangelo scritta da Leone XIII. Sostanzialmente sono preghiere che da decenni i militanti di Alleanza Cattolica recitano. In particolare quella a San Michele, dopo la “preghiera di Fatima”, al termine di ogni decina del santo Rosario.
La rivista offre infine un interessante ricordo di Giovannino Guareschi di Oscar Sanguinetti, un intervento del Cardinale Angelo Bagnasco, su l’«Humanae Vitae a cinquant’anni dalla sua promulgazione», la presentazione del libro, «L’opzione Benedetto» di Rod Dreher, da parte di monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla.
Infine un intervento di Marco Invernizzi, su «La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica», una lettura a commento del libro di Giovanni Orsina, pubblicato da Rubbettino nel 2018.

Domenico Bonvegna

Federico Ozanam, l’uomo che non aveva paura della crisi

” LA LETTURA

Voi che cosa fate per i poveri. E’ una domanda, una provocazione, che ripetutamente viene posta alla Chiesa, o perlomeno ai suoi fedeli che cercano di evangelizzare la società. E’ stata posta una sera, anche al giovane Federico Ozanam, nel fervore della discussione con degli studenti universitari parigini. Ozanam aveva esaltato i benefici sociali del cristianesimo attraverso i secoli, ma una voce acuta e tagliente gli aveva risposto: «Ozanam, voi avete ragione se parlate del passato; in altri tempi il cristianesimo ha operato meraviglie; ma ora cosa sa fare per l’umanità? E voi stesso che vi vantate d’essere cattolico, cosa fate per i poveri? Dove sono le opere che dimostrino la verità della fede a noi, che pure le attendiamo per convertirci?».

E’ una domanda, una provocazione, che ripetutamente viene posta alla Chiesa, o perlomeno ai suoi fedeli che cercano di evangelizzare la società. E’ stata posta una sera, anche al giovane Federico Ozanam, nel fervore della discussione con degli studenti universitari parigini. Ozanam aveva esaltato i benefici sociali del cristianesimo attraverso i secoli, ma una voce acuta e tagliente gli aveva risposto: «Ozanam, voi avete ragione se parlate del passato; in altri tempi il cristianesimo ha operato meraviglie; ma ora cosa sa fare per l’umanità? E voi stesso che vi vantate d’essere cattolico, cosa fate per i poveri? Dove sono le opere che dimostrino la verità della fede a noi, che pure le attendiamo per convertirci?».

Ma chi è Frederic Ozanam, è il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli . Ho appena letto una biografia del beato Federico Ozanam, del sacerdote Cesare Orsenigo, stampata dalla Tipografia S. Lega Eucaristica nel 1913. Insieme al vetusto testo di monsignor Orsenigo, ho letto anche quello di Giorgio Bernardelli, «Storia di F. Ozanam. L’uomo che non aveva paura della crisi», pubblicato da Lindau nel 2013.

Il mio interesse per per questo grande campione della carità, è scaturito dallo studio di un altro campione molto simile, il beato Faà di Bruno, l’apostolo d’amore verso i poveri e gli indifesi, che certamente ha copiato le straordinarie conferenze di Ozanam.

Oggi abbiamo proprio bisogno di questi grandi uomini apostoli della carità. E’ quello che sostiene Bernardelli nel suo libro. Ozanam è vissuto tra i grandi conflitti sociali ed economici della Francia post-rivoluzionaria. Nato a Milano il 23 aprile del 1813, ma dopo due anni, la sua famiglia ritorna a Lione. Frederic Ozanam, scrive Bernardelli : «non maledisse il suo tempo né si lasciò sedurre dalla violenza. Si indignò invece di fronte all’ingiustizia e alla povertà, trovando sempre il coraggio di rialzarsi dalla sconfitte personali e di immaginare strade nuove».

Per certi aspetti Ozanam, può essere definito il precursore della dottrina sociale della Chiesa, come lo definirà Giovanni Paolo II nell’omelia a Notre-Dame nel 1997, in occasione della sua beatificazione, ma soprattutto, testimone dell’impegno per una società più giusta. Inoltre il papa sottolineava «“l’ardore”, l’impazienza, la febbre da futuro», requisiti che dovrebbero avere tutte le comunità cristiane, specialmente nei periodi di crisi. E’ indicativa la presentazione di Bernardelli di Ozanam: «è l’icona di un cristianesimo giovane, e non solo per motivi anagrafici; giovane fu il suo temperamento, il suo idealismo, la sua voglia di cambiamento: Come pure il suo modo di leggere il Vangelo».

Nella prefazione al libro di monsignor Orsenigo, mons. Luigi Bignami, vescovo di Siracusa, dopo aver citato gli apprezzamenti del Santo Padre Pio X, sull’apostolo della carità, scriveva: Federico Ozanam, «non fu solo l’uomo della carità, ma l’uomo che della carità fece una forma di apologia; l’apologia che tutti capiscono, che tutti accettano, a cui nessuno sa resistere e molto meno ricalcitrare».

Ancora notava che «se le Conferenze aiutano i poveri per dimostrare il cristianesimo, li aiutano anche per santificare i soci, facendone una specie di ordine religioso, laico in tutto il senso della parola, sino ad aver moglie e figli come il fondatore, ma che mira a santificarsi, perché a tanto intese l’Ozanam istituendo le Conferenze, come sanno quanti le conoscono appena appena nella loro vita intima». Queste parole confermano che nella Chiesa di allora era impensabile che un laico, per giunta sposato potesse salire agli altari della santità. E’ stato Giovanni Paolo II, attuando il Concilio Vaticano II, a sdoganare le canonizzazione dei laici.

Che tipo di uomo era Ozanam. Nel 1° capitolo Orsenico lo descrive quasi come il «metallo di cui si fanno i grandi uomini: in lui un ingegno poderoso, una dignità di coscienza mirabile, una tenacia di volontà, che non conosceva ostacoli». Orsenigo entrando nei particolari, così lo descrive: «le sue gioie più belle erano spingersi fino all’ultimo piano di una casa, entrare in qualche lurida stamberga, ascoltare amorevolmente le querimonie di quei poveri inquilini, e poi deporvi generosamente l’obolo della sua carità. Egli fu un vero patriarca della carità cristiana come San Vincenzo dè Paoli e il Cottolengo».

Quest’uomo dal fisico gracile fu influenzato certamente da diverse figure fondamentali, che lui ha incontrato, a partire dal celebre fisico di fama mondiale, Ampere e poi dai suoi stessi genitori, la dolce sorella, il fratello sacerdote Alfonso, l’abate Mathias Noirot, l’abate Lacordaire, infine dalla sua sposa Amalia Soulacroix, dalla quale nacque la figlia Maria.

I capitoli del libro di Orsenigo sottolineano i momenti più importanti della vita di Ozanam. Il terzo si trattiene sugli anni da studente, dove emerge il culto del dovere, una tenace volontà e uno splendore di successi da strappare ripetutamente l’ammirazione ai suoi stessi professori. «Nessun studente fu più popolare di lui in mezzo de’ sui compagni», scrive Orsenigo. Per volontà del padre aveva abbracciato la carriera di avvocato, ma «la sua giovane anima d’apostolo si trovava a disagio con la prospettiva di passar tutta la vita fra i tribunali[…] la toga lo avviliva: gli studi letterari erano invece il suo sogno».

I suoi sogni si realizzarono presto diventando professore sulla cattedra più alta di Francia, alla Sorbona. Qui siederà per ben tredici anni. Nel sesto capitolo, il sacerdote milanese mette in luce il programma di vita di Ozanam, il suo «apostolato di verità». Era nato per l’insegnamento, la sua parola viva aveva una chiarezza, un’attrattiva, una forza di persuasione, doti che lasciavano facilmente prevedere una carriera di professore all’università parigina, il “cervello della nazione”.

Sono rimasto colpito della preparazione al concorso di Ozanam, che in soli sei mesi, ha studiato un enorme programma: tre letterature classiche e quattro letterature straniere. Diciotto ore di studio al giorno. Poi le tante prove, dissertazioni scritte, una in latino, l’altra in francese. Infine seguirono tre esami orali, di tre ore ciascuno su testi d’autori greci, latini, francesi; un quarto per le letterature straniere. «restava l’ultima prova – scrive Orsenigo – ossia due lezioni da farsi su un argomento estratto a sorte e con preavviso per l’uno di ventiquattro ore e per l’altro di un’ora». Ozanam si presentò e sostenne la sua tesi parlando per circa due ore con erudizione vasta a e sicura, ricca di commenti geniali e nuovi.

Alla fine i professori non solo lo hanno promosso, ma gli hanno assegnato il primo posto. Così con intenti da apostolo Ozanam, a soli 27 anni, montava, nel gennaio del 1841, sulla cattedra di letteratura straniera della Sorbona. A proposito ho notato studiando queste figure dell’Ottocento, almeno quelle di una certa autorità, che era un mondo di giovani, non come il nostro che ancora a sessant’anni non si è raggiunto nessun obiettivo.

In Ozanam si evidenzia l’accordo fra la scienza e la fede. Non era un semplice credente, «palpitava in lui l’anima di un apostolo; egli sentiva il bisogno di porre la sua scienza non solo in armonia, ma a servizio della fede». Pertanto in tutti gli aspetti della scienza, Ozanam cercò sempre di trovare l’orma di Dio. Per la sua apologetica Ozanam preferiva la storia. «Studiando la storia del pensiero umano la sua stessa coscienza cristiana si rinvigorisce». Orsenigo vede il fondatore delle conferenze come quasi rapito « dal fascino di una crociata della scienza per la fede, il suo genio scorre con un’agilità meravigliosa attraverso i grandi periodi storici segnati dal progresso umano, cogliendo dovunque le prove del trionfo di Cristo e della sua Chiesa».

Un giorno trattando dell’azione sociale e moralizzatrice del cristianesimo in confronto al paganesimo, così si espresse con i suoi studenti della Sorbona: «Non si civilizzano veramente gli uomini che influendo sulle loro coscienze, e la prima vittoria per conquistarle è quella di dominare avanti tutto le loro passioni. E continuava: «ma i filosofi di Roma si preoccupano forse mai delle anime di tanti milioni di barbari sepolti nell’ignoranza o nel peccato? Aspettate per questo, aspettate l’arrivo di quei missionari, che il loro zelo trasporta ben oltre quei fiumi, ove si arrestano invece le legioni di Roma. Essi non pensano che a salvare le anime, ma con le anime essi salveranno tutto il resto». La lezione del professor Ozanam continua «inneggiando a queste legioni di missionari, di monaci, di vergini, di martiri, a questa Roma novella, che ricomincia la conquista del mondo con le armi spirituali, e per la quale l’arte, la poesia, le lettere, l’eloquenza, la storia sopravvivono alla caduta dell’impero, battezzate e sublimate da una forza nuova».

Certo si può muovere allo scienziato, al professore Ozanam, quella critica che certamente gli hanno mosso: che egli sfrutta la scienza a vantaggio della sua fede. Ma lui prontamente risponde che lo fa soltanto perché altri, prima di lui, in particolare, i razionalisti, lo hanno fatto a vantaggio delle loro idee. E’ veramente illuminante il parallelismo che fa Ozanam con lo storico Gibbon, che si era indignato perché aveva visto a Roma, uscire dalla basilica di Ara Coeli, una lunga processione di frati francescani che «limano coi loro sandali quel pavimento già attraversato da tanti trionfi». Anche Ozanam li ha visti calpestare i vecchi lastricati di Giove Capitolino e invece di indignarsi, «mi sono rallegrato come di una vittoria dell’amore sulla forza». Secondo Orsenigo erano le provocazioni degli altri a dare all’insegnamento di Ozanam un tono polemico ed apologetico, ordinariamente era un espositore calmo imparziale. E tuttavia per Orsenigo, Ozanam aveva tutto il diritto di prospettare la storia da un punto di vista cristiano.

Tuttavia il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo, non si vergognava di dichiarare candidamente che il suo scopo supremo era di servire coi suoi lavori la Chiesa. Fu uno straordinario studioso, abbastanza meticoloso nel preparare le lezioni, compulsava libri, analizzava testi con una minuziosità, Ampere poté scrivere che, «preparava le sue lezioni come un benedettino e poi le pronunciava come un oratore». Addirittura poteva capitare che Ozanam per una preparazione completa era capace di sobbarcarsi anche lunghi viaggi e di stare intere settimane nelle biblioteche.

Sulla cattedra Ozanam non aveva nessun atteggiamento di imponenza, quando iniziava a parlare era sempre incerto, titubante e timoroso. Tuttavia riusciva con la sua oratoria a intrattenere i suoi scolari. Era «cortesissimo con gli scolari, specialmente con quelli di buona volontà, li accoglieva sempre con ogni benevolenza, anzi si teneva a loro disposizione dalle dieci alle dodici d’ogni mattina, e la sua anticamera era spesso affollata ora di piccoli allievi ed ora di studenti universitari[…]». Ma questa benevolenza, ci tiene a precisare Orsenigo, «non impediva ad Ozanam di essere sempre giusto, e anzi, aggiungeremo, anche un pochettino severo: con Ozanam chi non studiava si trovava male».

Comunque Ozanam accompagnava la severità sempre con la giustizia. Peraltro  la sua opera educativa continuava anche fuori dall’università. Inoltre aveva intuito che dopo il sacerdozio, nessuna missione quaggiù è più sacra di quella dell’educatore.

Ozanam fu un apostolo della penna. Fu uno scrittore e un pubblicista. Un giorno disse: «io scrivo perché non avendomi Dio dato la forza di tirare un carro, bisogna tuttavia che io obbedisca alla legge del lavoro e mi guadagni la mia giornata».

Le opere di Ozanam possono essere distinte in tre categorie: opere letterarie maggiori, scritti vari minori, epistolario.

Orsenigo nel testo ne fa l’elenco, io ne ricordo qualcuna, «La civilizzazione cristiana presso i Franchi», «Dante e la filosofia cattolica del secolo XIII» e poi, «I poeti francescani al secolo XIII». Peraltro queste opere hanno contribuito alla produzione di un’unica grande opera: La storia della civilizzazione cristiana a cominciare dal V secolo.

Il suo progetto di studi gli era apparso subito chiaro: impegnarsi nella dimostrazione della verità del Cristianesimo attraverso l’analisi della storia dell’alto Medioevo, quando la Chiesa aveva raccolto l’eredità migliore dell’antichità classica e l’aveva fatta incontrare con i popoli germanici, introducendovi nuovi pensieri, arti e costumi. Il punto conclusivo di questa età storica era rappresentato per Ozanam dal pensiero e dall’opera poetica di Dante Alighieri.

Nel giornalismo fu sempre una specie di soldato volontario (indegnamente mi vedo anch’io in questo ruolo), scrisse su diversi giornali, ma il periodico che raccolse più lavori furono Gli Annali della propagazione della fede. Qualunque fosse l’argomento che Ozanam trattava, si vedeva sempre sullo sfondo l’uomo di fede, l’apologista il difensore della Chiesa cattolica.

Nei suoi testi non fu mai aggressivo, «lo guidava sempre la medesima moderazione, la stessa inturbabile carità». Il monumento più bello che si possa fare ad Ozanam sono il suo epistolario, anche se rimane il libro il più grande monumento che si possa erigersi ad un uomo.

Andiamo ai poveri. E’ stato il grido di battaglia di Ozanam. Suor Rosalia diventa la madrina delle Conferenze della carità: è lei che ha fatto un elenco delle famiglie povere, affinché poi i giovani di Ozanam potevano visitarle. Una delle prime preoccupazioni di Ozanam fu che  le Conferenze di S. Vincenzo diventassero una confraternita, badando che non degenerassero in un semplice ufficio di beneficenza pubblica, senza spirito religioso. Lo spirito essenziale della Società di San Vincenzo è nello spirito di carità. Carità spirituale innanzitutto.

«I profani ritengono le Conferenze di San Vincenzo pure associazioni di beneficenza; Ozanam invece chiamava le Conferenze ‘Associazioni di muto incoraggiamento fra i giovani’ ossia un ritrovo allo scopo di offrire ai giovani studenti, e soprattutto a quelli che venivano a Parigi ogni anno dalla provincia, ‘una specie di ospitalità morale’, onde preservarli dal contatto pericoloso della corrotta società della capitale».

Queste conferenze nate da quelle di «Storia», dove i giovani studenti disputavano di argomenti scientifici, dovranno avere la stessa carica apologetica. Occorre pertanto, scrive Bernardelli nel suo testo: «passare all’azione nei bassifondi della grande città dovrà essere un modo per testimoniare che il Vangelo (e non le teorie astratte dei filosofi) è l’unica strada in grado di sradicare l’egoismo dilagante nella nuova società, nella quale l’ideale della fraternitè è stato il primo ad andare in frantumi. L’unica strada per instaurare quella che tanti anni dopo Paolo VI avrebbe chiamato la ‘civiltà dell’amore’».

Le Conferenze, sia in Francia sia all’estero, egli considerava per i giovani come fondamentale preparazione per la loro vita sociale. “Avvicinarsi alla miseria, toccarla con le mani, discernerne le cause conoscendone gli effetti dal vivo, in una famigliarità affettuosa con quelli che ne sono oppressi” tale doveva essere, secondo Ozanam, l’iniziazione ai problemi sociali.

I seguaci del filosofo Saint-Simon, che si sforzano di elaborare sistemi economici e politici destinati a cambiare il volto del mondo attraverso l’eliminazione della povertà, gli pongono quella domanda provocatoria che ho posto all’inizio:“ma voi, giovani studenti, voi laici, che cosa fate per gli ultimi?”. Ozanam secondo Bernardelli, non sfugge alla domanda, accetta la provocazione, anzi «replica spiegando che molti di loro, senza fare troppa propaganda, dedicano parte del proprio tempo all’assistenza degli ultimi. E che la giustizia sociale non è certo una scoperta di Saint-Simon, ma si trova già scritta nel Vangelo».

Il testo di Bernardelli dedica molto spazio all’impegno socio-politico di Ozanam, e per capirlo occorre fare riferimento agli eventi del 1848. Ozanam per certi versi da subito si è smarcato dalla contrapposizione tra reazionari e saint-simoniani, elaborando il concetto dello «stare in mezzo», che poi consiste nel contrapporsi agli egoismi tanto degli uni quanto degli altri. Pertanto secondo Bernardelli il nostro apostolo della carità sarebbe una specie di moderato che cercò di avvicinare la Chiesa alle idee di libertà, ma mai scendere a patti con il Liberalismo. A questo proposito scrive Orsenigo: «Questa sua simpatia al movimento liberale non va confusa con quel liberalismo politico nostro, del quale Ozanam fu proprio perfettamente immune; tantochè quando Pio IX alle prime sommosse abbandonò Roma rifugiandosi a Gaeta, Ozanam lanciò subito un appello, e aprì le colonne del suo giornale, l’Ere nouvelle, ad una sottoscrizione per offrire al Pontefice l’obolo della solidarietà cattolica ai suoi dolori e alla sua augusta povertà».

Ozanam non auspicava la nascita di nessun partito cattolico, che magari poi avrebbe compromesso la causa comune della Chiesa.

Certamente era convinto che la questione sociale andava affrontata in fretta, soprattutto la questione del salario. Ma Ozanam non vuole una rivoluzione collettivista come quella elaborata da Marx. Ozanam metteva in guardia i cattolici, occorre fare come ha fatto la Chiesa alla fine del mondo antico. Allora «ha preso per mano i Vandali o gli Unni trasformandoli a poco a poco in una nuova civiltà – quella del Medioevo -, così oggi deve fare con gli operai, braccianti, disoccupati. Non è con i resti della vecchia aristocrazia e nemmeno con i nuovi borghesi rampanti, ma con loro che il cristianesimo deve trovare un incontro fecondo». E’ un discorso che avevano capito tutti quei santi dell’Ottocento piemontese a Torino, come i vari Murialdo, don Bosco, il Cottolengo, lo stesso Faà di Bruno.

E’ una questione di vita o di morte, «perché se questo incontro non avviene i ‘nuovi barbari’ volgeranno lo sguardo altrove, come le sirene del socialismo stanno già mostrando. Invece per Ozanam la vera opportunità per le masse popolari si trova nell’incontro con la Chiesa».

Così Ozanam inaugura una nuova tesi: «passiamo ai barbari», resterà come un suo grande slogan politico. E lo spiega in un suo articolo: «quando dico passiamo ai barbari non voglio con questo dire: passiamo ai radicali. Io chiedo che al posto di sposare gli interessi della borghesia egoista, noi ci occupiamo del popolo che ha troppi bisogni e troppi pochi diritti che reclama con ragione una parte più piena negli affari pubblici, delle garanzie per il lavoro e contro la miseria, che ha dei cattivi capi ma solo perché non ne trova di migliori».

Più avanti Bernardelli nel libro dopo aver sintetizzato l’impegno politico di Frederic Ozanam, si spinge a scrivere che il suo programma elettorale è di una attualità straordinaria.

Pio IX definì i confratelli di San Vincenzo come dei «veri cavalieri di Cristo». Un umile lavoro iniziato da pochi studenti nel maggio del 1833, alla fine aveva moltiplicato queste conferenze e ora se ne contano a decine nel mondo.

Il nostro affrontando i temi dell’ortodossia della fede, Ozanam aveva la fibra dell’apostolo e del martire: «la terra si è raffreddata, – scrisse un giorno ad un amico – a noi cattolici riaccendere il calore vitale che si spegne, a noi ricominciare l’era dei martiri, poiché vi è un martirio possibile a tutti i cristiani». Più avanti scriveva: «La conversione di un popolo non si fa con le leggi, ma con i costumi, con le coscienze, che bisogna prender d’assedio ad una ad una». Egli conosceva bene questa tattica dell’assedio di un’anima; ogni occasione era buona.

A questo punto Orsenigo fa una riflessione su Ozanam, che dovremmo fare nostra, tutti i cattolici di oggi: «L’ardore del suo zelo non impedì a Ozanam di insoavire il suo apostolato con una mirabile mitezza verso gli erranti: il suo linguaggio assumeva espressioni così amorevoli, che difficilmente si osava ricalcitrare a tante dolci insistenze. Questa carità spirituale l’aveva attinta, diceva egli, alla sua dolorosa esperienza giovanile: i dubbi religiosi, che lo travagliarono allora, gli lasciarono in cuore una grande compassione per tutte le anime dubbiose o erranti».

Anche se questa tolleranza verso gli erranti non rappresentava certamente debolezza. Ozanam prendeva coraggiosamente sempre posizione: «l’indifferenza, la neutralità sfibra i caratteri».

A completare il mio studio sul beato Ozanam, possiamo sostenere che «la sua vita fu un vero martirio di lavoro faticoso, incessante, che finì a travolgerlo nella tomba in piena virilità». Smette solo quando il medico glielo impone. Lasciò la vita terrena 8 settembre 1853, festa della natività di Maria Vergine, a soli quarant’anni, il suo testamento è una pagina sublime di fede, di fortezza cristiana, di santa affettuosità.



Ma chi è Frederic Ozanam, è il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli . Ho appena letto una biografia del beato Federico Ozanam, del sacerdote Cesare Orsenigo, pubblicata dalla Tipografia S. Lega Eucaristica del 1913. Insieme al vetusto testo di monsignor Orsenigo, ho letto anche quello di Giorgio Bernardelli, «Storia di F. Ozanam. L’uomo che non aveva paura della crisi», pubblicato da Lindau nel 2013.


Sono stato sollecitato ad avvicinarmi allo studio di questo grande campione della carità, dallo studio di un altro campione molto simile, il beato Faà di Bruno, l’apostolo d’amore verso i poveri e gli indifesi, che certamente ha copiato le straordinarie conferenze di Ozanam.
Oggi abbiamo proprio bisogno di questi grandi uomini apostoli della carità. E’ quello che sostiene Bernardelli nel suo libro. Ozanam è vissuto tra i grandi conflitti sociali ed economici della Francia post-rivoluzionaria. Nato a Milano il 23 aprile del 1813, ma dopo due anni, la sua famiglia ritorna a Lione. Frederic Ozanam, scrive Bernardelli : «non maledisse il suo tempo né si lasciò sedurre dalla violenza. Si indignò invece di fronte all’ingiustizia e alla povertà, trovando sempre il coraggio di rialzarsi dalla sconfitte personali e di immaginare strade nuove».
Per certi aspetti Ozanam, può essere definito il precursore della dottrina sociale della Chiesa, come lo definirà Giovanni Paolo II nell’omelia a Notre-Dame nel 1997, ma soprattutto, testimone dell’impegno per una società più giusta. E’ indicativa la presentazione di Bernardelli di Ozanam: «è l’icona di un cristianesimo giovane, e non solo per motivi anagrafici; giovane fu il suo temperamento, il suo idealismo, la sua voglia di cambiamento: Come pure il suo modo di leggere il Vangelo».
Nel 1997, in occasione della sua beatificazione, voluta da san Giovanni Paolo II, ne sottolineava «“l’ardore”, l’impazienza, la febbre da futuro», requisiti che dovrebbero avere tutte le comunità cristiane, specialmente nei periodi di crisi.
Nella prefazione al libro di monsignor Orsenigo, mons. Luigi Bignami, vescovo di Siracusa, dopo aver citato gli apprezzamenti del Santo Padre Pio X, sull’apostolo della carità, può scrivere: Federico Ozanam, «non fu solo l’uomo della carità, ma l’uomo che della carità fece una forma di apologia; l’apologia che tutti capiscono, che tutti accettano, a cui nessuno sa resistere e molto meno ricalcitrare».


Ancora il vescovo di Siracusa nota che «se le Conferenze aiutano i poveri per dimostrare il cristianesimo, li aiutano anche per santificare i soci, facendone una specie di ordine religioso, laico in tutto il senso della parola, sino ad aver moglie e figli come il fondatore, ma che mira a santificarsi, perché a tanto intese l’Ozanam istituendo le Conferenze, come sanno quanti le conoscono appena appena nella loro vita intima». Queste parole confermano che nella Chiesa non era pensabile ancora che un laico, per giunta sposato potesse salire agli altari della santità. E’ stato Giovanni Paolo II, attuando il Concilio Vaticano II, a sdoganare le canonizzazione dei laici.
Che tipo di uomo era Ozanam. Nel 1° capitolo Orsenico lo descrive quasi come il «metallo di cui si fanno i grandi uomini: in lui un ingegno poderoso, una dignità di coscienza mirabile, una tenacia di volontà, che non conosceva ostacoli». Orsenigo entrando nei particolari, così lo descrive: «le sue gioie più belle erano spingersi fino all’ultimo piano di una casa, entrare in qualche lurida stamberga, ascoltare amorevolmente le querimonie di quei poveri inquilini, e poi deporvi generosamente l’obolo della sua carità. Egli fu un vero patriarca della carità cristiana come San Vincenzo dè Paoli e il Cottolengo».
Quest’uomo dal fisico gracile fu influenzato certamente da diverse figure fondamentali, che lui ha incontrato, a partire dal celebre fisico di fama mondiale, Ampere e poi i genitori, la dolce sorella, il fratello sacerdote Alfonso, l’abate Mathias Noirot, l’abate Lacordaire, infine dalla sua sposa Amalia.
I capitoli del libro di Orsenigo sottolineano i momenti più importanti della vita di Ozanam. Il terzo si trattiene sugli anni da studente, dove emerge il culto del dovere, una tenace volontà e uno splendore di successi da strappare ripetutamente l’ammirazione ai suoi stessi professori. «Nessun studente fu più popolare di lui in mezzo de’ sui compagni», scrive Orsenigo. Per volontà del padre aveva abbracciato la carriere di avvocato, ma «la sua giovane anima d’apostolo si trovava a disagio con la prospettiva di passar tutta la vita fra i tribunali[…] la toga lo avviliva: gli studi letterari erano invece il suo sogno».


I suoi sogni si realizzarono presto diventando professore sulla cattedra più alta di Francia, alla Sorbona. Qui siederà per ben tredici anni. Nel sesto capitolo, il sacerdote milanese mette in luce il programma di vita di Ozanam, il suo «apostolato di verità». Era nato per l’insegnamento, la sua parola viva aveva una chiarezza, un’attrattiva, una forza di persuasione, doti che lasciavano facilmente prevedere una carriera di professore all’università parigina, il “cervello della nazione”.
Sono rimasto colpito della preparazione al concorso di Ozanam, in soli sei mesi, ha studiato un enorme programma: tre letterature classiche e quattro letterature straniere. Diciotto ore di studio al giorno. Poi le tante prove, dissertazioni scritte, una in latino, l’altra in francese. Infine seguirono tre esami orali, di tre ore ciascuno su testi d’autori greci, latini, francesi; un quarto per le letterature straniere. «restava l’ultima prova – scrive Orsenigo – ossia due lezioni da farsi su un argomento estratto a sorte e con preavviso per l’uno di ventiquattro ore e per l’altro di un’ora». Ozanam si presentò e sostenne la sua tesi parlando per circa due ore con erudizione vasta a e sicura, ricca di commenti geniali e nuovi.
Alla fine i professori non solo lo hanno promosso, ma gli hanno assegnato il primo posto. Così con intenti da apostolo Ozanam, a soli 27 anni, montava, nel gennaio del 1841, sulla cattedra di letteratura straniera della Sorbona. A proposito ho notato studiando queste figure dell’Ottocento, almeno quelle di una certa autorità, che era un mondo di giovani, non come il nostro che ancora a sessant’anni si è supplenti.
In Ozanam si evidenzia il suo accordo fra la scienza e la fede. Ozanam non era un semplice credente, «palpitava in lui l’anima di un apostolo; egli sentiva il bisogno di porre la sua scienza non solo in armonia, ma a servizio della fede». Pertanto in tutti gli aspetti della scienza, Ozanam cercò sempre di trovare l’orma di Dio. Per la sua apologetica Ozanam preferiva la storia. «Studiando la storia del pensiero umano la sua stessa coscienza cristiana si rinvigorisce». Orsenigo vede il fondatore delle conferenze come quasi rapito « dal fascino di una crociata della scienza per la fede, il suo genio scorre con un’agilità meravigliosa attraverso i grandi periodi storici segnati dal progresso umano, cogliendo dovunque le prove del trionfo di Cristo e della sua Chiesa».


Un giorno trattando dell’azione sociale e moralizzatrice del cristianesimo in confronto al paganesimo, così si espresse con i suoi studenti della Sorbona: «Non si civilizzano veramente gli uomini che influendo sulle loro coscienze, e la prima vittoria per conquistarle è quella di dominare avanti tutto le loro passioni. E continuava: «ma i filosofi di Roma si preoccupano forse mai delle anime di tanti milioni di barbari sepolti nell’ignoranza o nel peccato? Aspettate per questo, aspettate l’arrivo di quei missionari, che il loro zelo trasporta ben oltre quei fiumi, ove si arrestano invece le legioni di Roma. Essi non pensano che a salvare le anime, ma con le anime essi salveranno tutto il resto». La lezione del professor Ozanam continua «inneggiando a queste legioni di missionari, di monaci, di vergini, di martiri, a questa Roma novella, che ricomincia la conquista del mondo con le armi spirituali, e per la quale l’arte, la poesia, le lettere, l’eloquenza, la storia sopravvivono alla caduta dell’impero, battezzate e sublimate da una forza nuova».
Certo si può muovere allo scienziato, al professore Ozanam, quella critica che certamente gli hanno mosso: che egli sfrutta la scienza a vantaggio della sua fede. Ma lui prontamente risponde che lo fa soltanto perché altri, prima di lui, in particolare, i razionalisti, lo hanno fatto a vantaggio delle loro idee. E’ veramente illuminante il parallelismo che fa Ozanam con lo storico Gibbon, che si era indignato perché aveva visto a Roma, uscire dalla basilica di Ara Coeli, una lunga processione di frati francescani che «limano coi loro sandali quel pavimento già attraversato da tanti trionfi». Anche Ozanam li ha visti calpestare i vecchi lastricati di Giove Capitolino e invece di indignarsi, «mi sono rallegrato come di una vittoria dell’amore sulla forza». Secondo Orsenigo erano le provocazioni degli altri a dare all’insegnamento di Ozanam un tono polemico ed apologetico, ordinariamente era un espositore calmo imparziale. E tuttavia per Orsenigo, aveva tutto il diritto di prospettare la storia da un punto di vista cristiano. Tuttavia Ozanam non si vergognava di dichiarare candidamente che il suo scopo supremo era di servire coi suoi lavori la Chiesa. Ozanam era uno straordinario studioso, abbastanza meticoloso nel preparare le lezioni, compulsava libri, analizzava testi con una minuziosità, Ampere poté scrivere che, «preparava le sue lezioni come un benedettino e poi le pronunciava come un oratore». Addirittura poteva capitare che Ozanam per una preparazione completa era capace di sobbarcarsi anche lunghi viaggi e di stare intere settimane nelle biblioteche.
Sulla cattedra Ozanam non aveva nessun atteggiamento di imponenza, quando iniziava a parlare era sempre incerto, titubante e timoroso. Tuttavia riusciva con la sua oratoria a intrattenere i suoi scolari. Era «cortesissimo con gli scolari, specialmente con quelli di buona volontà, li accoglieva sempre con ogni benevolenza, anzi si teneva a loro disposizione dalle dieci alle dodici d’ogni mattina, e la sua anticamera era spesso affollata ora di piccoli allievi ed ora di studenti universitari[…]». Ma questa benevolenza, ci tiene a precisare Orsenigo, «non impediva ad Ozanam di essere sempre giusto, e anzi, aggiungeremo, anche un pochettino severo: con Ozanam chi non studiava si trovava male».
Comunque Ozanam accompagnava la severità sempre con la giustizia. Peraltro Ozanam continuava anche fuori dall’università il suo compito di educatore. Inoltre aveva intuito che dopo il sacerdozio, nessuna missione quaggiù è più sacra di quella dell’educatore.
Ozanam fu un apostolo della penna. Fu uno scrittore e un pubblicista. Un giorno disse: «io scrivo perché non avendomi Dio dato la forza di tirare un carro, bisogna tuttavia che io obbedisca alla legge del lavoro e mi guadagni la mia giornata».
Le opere di Ozanam possono essere distinte in tre categorie: opere letterarie maggiori, scritti vari minori, epistolario.
Orsenigo nel testo ne fa l’elenco, io ne ricordo qualcuna, «La civilizzazione cristiana presso i Franchi», «Dante e la filosofia cattolica del secolo XIII» e poi, «I poeti francescani al secolo XIII». Peraltro quest eopere hanno contribuito alla produzione di un’unica grande opera, La storia della civilizzazione cristiana a cominciare dal V secolo. Nel giornalismo fu sempre una specie di soldato volontario (indegnamente mi vedo anch’io in questo ruolo), scrisse su diversi giornali, ma il periodico che raccolse più lavori furono Gli Annali della propagazione della fede. Qualunque fosse l’argomento che Ozanam trattava, si vedeva sempre sullo sfondo l’uomo di fede, l’apologista il difensore della Chiesa cattolica. Nei suoi testi non fu mai aggressivo, «lo guidava sempre la medesima moderazione, la stessa inturbabile carità». Importante, il monumento più bello che si possa fare ad Ozanam sono il suo epistolario,anche se rimane il libro il più grande monumento che si possa erigersi ad un uomo.
Andiamo ai poveri. E’ stato il grido di battaglia di Ozanam. Suor Rosalia diventa la madrina delle Conferenze della carità: è lei che ha fatto un elenco delle famiglie povere, affinché poi i giovani di Ozanam potevano visitarle. Una delle prime preoccupazioni di Ozanam fu che le Conferenze di S. Vincenzo diventassero una confraternita, badando che non degenerassero in un semplice ufficio di beneficenza pubblica, senza spirito religioso. Lo spirito essenziale della Società di San Vincenzo è nello spirito di carità. Carità spirituale innanzitutto.
«I profani ritengono le Conferenze di San Vincenzo pure associazioni di beneficenza; Ozanam invece chiamava le Conferenze ‘Associazioni di muto incoraggiamento fra i giovani’ ossia un ritrovo allo scopo di offrire ai giovani studenti, e soprattutto a quelli che venivano a Parigi ogni anno dalla provincia, ‘una specie di ospitalità morale’, onde preservarli dal contatto pericoloso della corrotta società della capitale».
Queste conferenze nate da quelle di «Storia», dovranno avere la stessa carica apologetica. Occorre pertanto, scrive Bernardelli nel suo testo: «passare all’azione nei bassifondi della grande città dovrà essere un modo per testimoniare che il Vangelo (e non le teorie astratte dei filosofi) è l’unica strada in grado di sradicare l’egoismo dilagante nella nuova società, nella quale l’ideale della fraternitè è stato il primo ad andare in frantumi. L’unica strada per instaurare quella che tanti anni dopo Paolo VI avrebbe chiamato la ‘civiltà dell’amore’».
I seguaci del filosofo Saint-Simon, che si sforzano di elaborare sistemi economici e politici destinati a cambiare il volto del mondo attraverso l’eliminazione della povertà, gli pongono quella domanda provocatoria che ho posto all’inizio:“ma voi, giovani studenti, voi laici, che cosa fate per gli ultimi?”. Ozanam secondo Bernardelli, non sfugge alla domanda, anzi «replica spiegando che molti di loro, senza fare troppa propaganda, dedicano parte del proprio tempo all’assistenza degli ultimi. E che la giustizia sociale non è certo una scoperta di Saint-Simon, ma si trova già scritta nel Vangelo».
Il testo di Bernardelli dedica molto spazio all’impegno socio-politico di Ozanam, e per capirlo occorre fare riferimento agli eventi del 1848. Ozanam per certi versi da subito si è smarcato dalla contrapposizione tra reazionari e saint-simoniani, elaborando il concetto dello «stare in mezzo», che poi consiste nel contrapporsi agli egoismi tanto degli uni quanto degli altri. Pertanto secondo Bernardelli il nostro apostolo della carità sarebbe una specie di moderato che cercò di avvicinare la Chiesa alle idea di libertà, ma mai scendere a patti con il Liberalismo. A questo proposito scrive Orsenigo: «Questa sua simpatia al movimento liberale non va confusa con quel liberalismo politico nostro, del quale Ozanam fu proprio perfettamente immune; tantochè quando Pio IX alle prime sommosse abbandonò Roma rifugiandosi a Gaeta, Ozanam lanciò subito un appello, e aprì le colonne del suo giornale, l’Ere nouvelle, ad una sottoscrizione per offrire al Pontefice l’obolo della solidarietà cattolica ai suoi dolori e alla sua augusta povertà».
Ozanam non auspicava nessun partito cattolico, che magari poi avrebbe compromesso la causa comune della Chiesa.
Certamente era convinto che la questione sociale andava affrontata in fretta, soprattutto la questione del salario. Ma Ozanam non vuole una rivoluzione collettivista come quella elaborata da Marx. Ozanam metteva in guardia i cattolici, occorre fare come ha fatto la Chiesa alla fine del mondo antico. Allora «ha preso per mano i Vandali o gli Unni trasformandoli a poco a poco in una nuova civiltà – quella del Medioevo -, così oggi deve fare con gli operai, braccianti, disoccupati. Non è con i resti della vecchia aristocrazia e nemmeno con i nuovi borghesi rampanti, ma con loro che il cristianesimo deve trovare un incontro fecondo». E’ un discorso che avevano capito tutti quei santi dell’Ottocento piemontese a Torino, come i vari Murialdo, don Bosco, il Cottolengo, lo stesso Faà di Bruno.
E’ una questione di vita o di morte, «perché se questo incontro non avviene i ‘nuovi barbari’ volgeranno lo sguardo altrove, come le sirene del socialismo stanno già mostrando. Invece per Ozanam la vera opportunità per le masse popolari si trova nell’incontro con la Chiesa».
Così Ozanam inaugura una nuova tesi: «passiamo ai barbari», resterà come un suo grande slogan politico. E lo spiega in un suo articolo: «quando dico passiamo ai barbari non voglio con questo dire: passiamo ai radicali. Io chiedo che al posto di sposare gli interessi della borghesia egoista, noi ci occupiamo del popolo che ha troppi bisogni e troppi pochi diritti che reclama con ragione una parte più piena negli affari pubblici, delle garanzie per il lavoro e contro la miseria, che ha dei cattivi capi ma solo perché non ne trova di migliori».
Più avanti Bernardelli nel libro dopo aver sintetizzato l’impegno politico di Frederic Ozanam, si spinge a scrivere che il suo programma elettorale è di una attualità straordinaria.
Pio IX definì i confratelli di San Vincenzo come dei «veri cavalieri di Cristo». Un umile lavoro iniziato da pochi studenti nel maggio del 1833, alla fine aveva moltiplicato queste conferenze e ora se ne contano a decine nel mondo.
Il nostro affrontando i temi dell’ortodossia della fede, Ozanam aveva la fibra dell’apostolo e del martire: «la terra si è raffreddata, – scrisse un giorno ad un amico – a noi cattolici riaccendere il calore vitale che si spegne, a noi ricominciare l’era dei martiri, poiché vi è un martirio possibile a tutti i cristiani». Più avanti scriveva: «La conversione di un popolo non si fa con le leggi, ma con i costumi, con le coscienze, che bisogna prender d’assedio ad una ad una». Egli conosceva bene questa tattica dell’assedio di un’anima; ogni occasione era buona.
A questo punto Orsenigo fa una riflessione su Ozanam, che dovremmo fare nostra, tutti i cattolici di oggi: «L’ardore del suo zelo non impedì a Ozanam di insoavire il suo apostolato con una mirabile mitezza verso gli erranti: il suo linguaggio assumeva espressioni così amorevoli, che difficilmente si osava ricalcitrare a tante dolci insistenze. Questa carità spirituale l’aveva attinta, diceva egli, alla sua dolorosa esperienza giovanile: i dubbi religiosi, che lo travagliarono allora, gli lasciarono in cuore una grande compassione per tutte le anime dubbiose o erranti».
Anche se questa tolleranza verso gli erranti non rappresentava certamente debolezza. Ozanam prendeva coraggiosamente sempre posizione: «l’indifferenza, la neutralità sfibra i caratteri».
A completare il mio studio sul beato Ozanam, possiamo sostenere che «la sua vita fu un vero martirio di lavoro faticoso, incessante, che finì a travolgerlo nella tomba in piena virilità». Smette solo quando il medico glielo impone. Lasciò la vita terrena 8 settembre 1853, festa della natività di Maria Vergine, a soli quarant’anni, il suo testamento è una pagina sublime di fede, di fortezza cristiana, di santa affettuosità.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Alla scoperta degli angeli

Lo affermò Giovanni Paolo I e aggiunse che sarebbe opportuno ricordarli più spesso come ministri della provvidenza nel governo degli uomini. Sicuramente non li ha dimenticati don Marcello Stanzione, teologo, sacerdote campano, esperto angelologo che ha pubblicato oltre 100 libri sugli angeli. Don Marcello nel 2002 ha rifondato la Milizia di San Michele Arcangelo (M.S.M.A.), un’associazione di fedeli cattolici che si propongono la diffusione della devozione cristiana ai Santi Angeli di Dio e in modo particolare a San Michele Arcangelo e a Maria, Regina degli Angeli.

Ho appena finito di leggere un testo di don Marcello, uno dei tanti che pubblicato la casa editrice Sugarco nel 2011, «Gli Arcangeli. Michele il Guerriero, Gabriele il Messaggero, Raffaele il Guaritore». Potremmo fare la domanda: Un altro libro sugli Angeli?

E una domanda che occorre porsela vista la sterminata mole di volumi che le Case Editrici di tutto il mondo mandano in libreria. Soltanto che non sempre l’argomento è trattato con la giusta profondità intellettuale e dottrinale. Molto spesso leggiamo opere che inseguendo la filosofia new age offrono degli angeli descrizioni e messaggi non ortodossi, lontani da quello che ci viene presentato dalla Sacre Scritture e dalle religioni rivelate. 

Don Marcello in questo libro fa luce sui tre principali arcangeli venerati dal cattolicesimo e ci racconta mirabilmente la loro storia

Nel I capitolo, il sacerdote ci spiega doviziosamente le gerarchie angeliche. Infatti prima di proporre in modo specifico cosa sono i tre spiriti celesti, è necessaria una breve trattazione sui nove cori angelici. Naturalmente don Marcello si aiuta con le Sacre Scritture e con i numerosi santi, che hanno fatto abbondantemente riferimento alle numerose schiere di angeli.

Il testo elenca tre ordini di angeli. Nel primo ordine (Suprema Coelestis Hierarchia), troviamo i Serafini, Cherubini, Troni, detti la triade superiore. Poi nel Secondo ordine (Media Coelestis Hierarchia), ci sono le Dominazioni, Virtù, Potenze o Potesta. Chiamati le triade mediana. Infine il Terzo ordine (Infima Coelestis Hierarchia), appartengono i Principati, gli Arcangeli e gli Angeli, chiamati la triade inferiore. Ben nove ordini di angeli chiamati comunemente cori.

La prima gerarchia è la più vicina a Dio, sono i suoi consiglieri. La seconda è quella dei Governatori Celesti, infine, la terza, composta dai Messaggeri Celesti.

Stanzione precisa che i nomidi questi tre ordini non sono un’invenzione di qualcuno, ma si trovano nelleSacre Scritture. Tutti questi cori angelici vengono descritti accuratamente nel I capitolo.

A partire dalle Potenze, queste sublimi armate sono iconograficamente rappresentati come militari, guerrieri che stringono la spada, e spesso sono seduti su un trono in atteggiamento da dignitari, oppure vestono l’abito da diacono portando un giglio fiorito. Forse ho capito perchè questi esseri celestiali non sono più di moda nella Chiesa, sono stati dimenticati, quando non osteggiati.

Mettiamoci nei panni di tanti buonisti, che si cingono col vessillo multicolore della pace, come possono amare o comprendere oggetti come spade, lance, scudi, elmi, armature, corazze. Come possono condividere termini come conflitti, lotte, assalti, battaglie, difese e poi proprio contro Satana, che loro hanno cancellato da tempo. E poi quell’altra parola Milizia, e ancora legioni,ah gli chiediamo troppo.

Comunque sia il coro più conosciuto è quello degli Arcangeli, la loro popolarità secondo Stanzione è dovuta alla funzione di messaggeri e annunciatori di grandi eventi.

E’ la categoria angelica di cui si hanno le maggiori informazioni e peraltro sono gli unici che si conoscono tutti i nomi, molto diffusi tra i cattolici: Michele, Gabriele e Raffaele. Scrive Stanzione: «l’Antico Testamento abbonda di citazioni relative ad esseri che hanno la funzione di trasmettere la volontà di Dio agli uomini e di proteggere i giusti. Tra questi ultimi emergono le figure di Raffaele, nel libro di Tobia, e Michele, nel libro di Daniele. Nel Nuovo Testamento troviamo, nel Vangelo di Luca, la figura dell’arcangelo Gabriele, che ha il compito di annunciare alla Vergine la nascita di Cristo».

Inoltre le figure degli Arcangeli nel mondo cristiano, nonostante appartengono ad uno dei livelli inferiori delle gerarchie angeli, sono le più note e vengono raffigurate frequentemente nella storia dell’arte cristiana. Poi ci sono gli Angeli, angelus, significa «colui che annuncia».

Il 2° capitolo è dedicato a l’Arcangelo Michele, il principe delle schiere celesti. «Mi-Kha-El= Chi(è) come Dio? Che può essere definito come un urlo di battaglia in difesa dei diritti dell’Onnipotente Iddio», scrive don Marcello. Il nome Michele appare cinque volte nella Sacra Scrittura, definito come «il grande Principe». Era il patrono del popolo ebraico, e nella Lettera di Giuda si racconta come Michele si scontra col diavolo per strappagli il corpo di Mosè, appena deceduto. Ma il testo più affascinante dove compare il nome di Michele è il capitolo dodicesimo dell’Apocalisse, dove si tratta di guerra, di combattimento contro il drago. A questo punto Michele diventa paladino di Cristo, ma anche paladino di Maria, perché egli sferra un attacco contro il drago rosso (il colore del sangue versato dalla violenza). «Il dragone e Michele – scrive Stanzione – rappresentano due modi differenti di porsi davanti a Dio: l’uno – quello di satana – è l’atteggiamento di chi vuole sostituirsi a Dio (così il serpente nel racconto di Genesi 3,5), Michele è invece colui che proclama che solo Dio è Dio».

Michele è l’esatto contrario della figura di Satana. Dio non si abbassa a combattere il diavolo, lo fa fare al principe Michele, secondo la mistica svizzera Adrienne von Speyer. «La lotta tra luce e tenebre, tra la bontà divina e l’astuta collera dei demoni ribelli, – per Stanzione – rappresenta un grande e affascinante spettacolo di efficace bellezza, tanto da colpire ogni fantasia creatrice d’arte. Il re dei cieli ha confidato la sua forza ad un esercito giovane,glorioso e infinito di numero. Il capo di questi arcangeli è Michele; il suo nome è un grido di battaglia, imprecazione contro chi si è ribellato a Dio.Michele è il comandante delle dodici legioni celesti cui anche Cristo fece riferimento, che trionfalmente guida attraverso gli spazi nelle battaglie contro gli spiriti infernali […]E’ guerriero nato – insiste don Stanzione – difensore delle giuste cause, ed ha il governo di tutte le battaglie, specie quella solitaria che ciascuno conduce contro le tentazioni ele debolezze, per cercare di dare un significato più alto alla propria vita[…]».

A Michele i credenti gli attribuiscono il compito più importante, quello di lottare contro le forze del Male. Nella mente esercita un fascino singolare, è l’arcangelo per eccellenza. Anch’io adolescente, mentre mi misuravo con la vita, rimasi affascinato della sua figura eroica, tanto da possedere un poster alla parete della mia stanza. «Questo suo aspetto di guerriero vittorioso e invulnerabile gli assicurerà il grande favore da parte di tutti gli eserciti,dei soldati e dei regnanti di ogni epoca. Fin dall’anno 313d. C., infatti,l’imperatore Costantino gli tributa un intenso culto […] Francescod’Assisi lo elesse suo protettore».

Il testo di Stanzione dopo una generica presentazione dell’arcangelo si sofferma su come è stato rappresentato dalla tradizione cristiana. «Scrivere dell’amore verso l’arcangelo da parte di numerosi mistici e santi richiederebbe un’enciclopedia di vari volumi»,  per cui, don Stanzione si limita a fornire alcuni elementi fra i più significativi. Furono numerosi i re e i principi che si affidarono a lui. Numerosi regnanti poi si recarono in devoto pellegrinaggio sia al santuario di Monte Sant’Angelo, a Mont-Saint-Michel in Normandia. L’arcangelo Michele è anche chiamato «l’angelo dei tedeschi».

Da San Francesco a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, fino al beato Bartolo Longo, fondatore del santuario di Pompei, tutti avevano un grande amore per l’arcangelo.

Stanzione sceglie delle storie dove il protagonista è Michele e li racconta così bene che riesce a catturare l’interesse dei lettori. E’ capitato per quella dei santi Antonino e Catello sul monte Aureo. E poi per quella della Madonna di Pompei, col devotissimo Bartolo Longo.

Tra i papi devoti a S.Michele, certamente, quello che più si è distinto è stato Leone XIII,che ha composto sia un esorcismo che una invocazione all’arcangelo Michele,obbligatoria per tutti i sacerdoti da recitare al termine della Santa Messa.Così è stato fino al 1966. Recentemente anche Papa Francesco, per il mese di ottobre, ha invitato tutti i fedeli a recitarla. Nel libro don Stanzione constata che proprio nel nostro tempo di grande decadimento, ci sarebbe tanto bisogno di fare appello all’arcangelo Michele in difesa della Chiesa contro i nemici diabolici all’interno e all’esterno di essa.

Nel 1987 San Giovanni Paolo II in visita al santuario di San Michele Arcangelo, sul monte Gargano, ebbe a dire: «Questa lotta contro il demonio, che contraddistingue la figura dell’arcangelo Michele, è attuale anche oggi, perchè il demonio è tuttora vivo e operante nel mondo. In questa lotta, l’arcangelo Michele è a fianco della Chiesa per difenderla contro le tentazioni del secolo, per aiutare i credenti a resistere al demonio che come leone ruggente va in giro cercando chi divorare».

Inoltre sempre san GiovanniPaolo II nel 1994, a proposito della famosa preghiera di Leone XIII, ebbe a dire: «Anche se oggi questa preghiera non viene più recitata al termine della celebrazione eucaristica, invito tutti a non dimenticarla, ma a recitarla perottenere di essere aiutati nella battaglia contro le forze delle tenebre e contro lo spirito di questo mondo».

Nel Medioevo, sia san Leone Magno che san Gregorio Magno ricorsero all’aiuto di san Michele,il primo per bloccare gli Unni di Attila, il secondo per bloccare la peste a Roma.

La terza parte che affronta don Stanzione nel libro edito da Sugarco, è l’iconografia sui tre arcangeli. E qui occorre fare una puntualizzazione. Don Marcello nel descrivere i tanti quadri, pitture, le opere d’arte riguardanti i tre arcangeli è veramente straordinario, insuperabile. Per ogni quadro che prende in esame nel testo, fa una descrizione mirabile, precisa, dettagliata, fino al punto che il lettore viene coinvolto totalmente. Certamente don Marcello deve essere un esperto anche nella Storia dell’Arte, almeno per quello che riguarda gli Angeli, l’ha studiata veramente bene. Ho notato che per ogni opera artistica Stanzione riesce sapientemente a trovare delle frasi adeguate e particolareggiate. E’ attento ad ogni dettaglio delle figure rappresentate.Sostanzialmente compone dei meravigliosi quadri letterari delle opere più belle dell’arte, assumendo anche lui la veste di artista.

Chiaramente per apprezzare le descrizioni di Stanzione è necessario avere sottomano un testo, una guida di Storia dell’arte cristiana. O perlomeno delle indicazioni, magari su internet,  dove trovare questi capolavori così ben descritti nel libro “Gli Arcangeli”, pubblicato da Sugarco.

L’arcangelo Michele è sempre rappresentato con la spada, lo scudo, e spesso con il drago che viene schiacciato sotto i piedi o colpito dalla spada o dalla lancia. Per ogni arcangelo Stanzione seleziona degli artisti che lui reputa più significativi. Naturalmente non mancano i nomi di Raffaello, Perugino, Lorenzo Lotto, Giotto, Martini, Leonardo da Vinci, Bellini, Donatello, quelli più conosciuti, poi ci sono altri meno conosciuti e anche stranieri.

Il 3° capitolo è dedicatoall’Arcangelo Gabriele, il messaggero di liete notizie. E siccome si avvicina il Natale del Signore. S.Gabriele è l’angelo dell’annunciazione a Maria. E’ quello che è stato incaricato da Dio a trasmettere il più gioioso dei messaggi: l’Incarnazione del Figlio di Dio. Fu anche Gabriele ad annunciare a Betlemme ai pastori della nascita del Redentore e fu sempre lui a riunire gli spiriti celesti a cantare sulla grotta: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.

San Gabriele è il protettore delle nascite dei bambini e proprio oggi di forte denatalità, avremmo tanto bisogno della sua protezione. Anche con san Gabriele, Stanzione ci offre dei racconti particolari come quello di una ragazza povera di Caiazzo, in provincia di Caserta, Teresa Musco. Stanzione non manca di sottolineare che l’arcangelo Gabriele, riveste un ruolo fondamentale nella tradizione islamica. Singolare il racconto della storia di un sacerdote francese legato a san Gabriele, mi riferisco a padre Jean-Edouard Lamy, il nuovo curato d’Ars. E visto che la nostra epoca ama le testimonianze e non la propaganda, questo sacerdote, fu uno che sapeva «tenere con una mano il rosario e con l’altra la falce e il rastrello». Fu uno che mentre confessava con un orecchio ,con l’occhio sorvegliava i bambini di un patronato. Praticamente nello stesso tempo, era un contemplativo ed apostolo nell’azione.

Anche per san Gabrielel’iconografia è abbastanza ricca. Diffusa è l’espressione artistica dove vienerappresentato nell’Annunciazione a Maria. «Le differenze che si riscontrano,– nota Stanzione – anche se a volte limitate a particolari irrilevanti,dimostrano come questa iconografia si sia adeguata al progressivo mutare dello spirito ufficiale ed ufficioso della Chiesa». Nelle rappresentazioni si passa da un dominio sostanziale dell’arcangelo contrapposto all’immobilismo e alla penombra in cui rimane Maria, a quello dove predomina la Vergine, talvolta seduta su una sedia simile ad un trono e con l’angelo che si inginocchia ai suoi piedi.

Il 4° capitolo dedicato all’Arcangelo Raffaele, il celeste farmaco di Dio. E’ l’angelo mandato da Dio a prendersi cura dei nostri bisogni, un’entità relativamente vicina agli esseri umani sulla quale si può ricorrere in cerca di aiuto e sostegno.

A proposito di questo arcangelo è bellissimo il racconto di Stanzione preso dal libro di Tobia,dell’Antico Testamento che parla di Raffaele. Devo essere sincero don Marcello con queste proposte della Sacra Scrittura mi ha dato l’opportunità di rivedere rileggere i Sacri testi. «La storia di Tobia, padre e figlio, contiene la più importante angelofania dell’intera Bibbia, e ruota intorno alla manifestazione dell’arcangelo Raffaele che aveva assunto il nome e il corpo di un bellissimo giovane di nome Azaria». Raffaele è l’ispiratore della scienza applicata all’uomo, soprattutto della ricerca scientifica.

Un culto particolare fu tributato nella città di Cordova in Spagna. Tra i sacerdoti devoti a san Raffaele si ricorda San Josemaria Escrivà De Balaguer, il fondatoredell’Opus Dei.

Il testo di don Stanzione alla fine è arricchito da Appendici, dove si pubblicano alcune preghiere ai Santi Angeli di Dio e ai tre Arcangeli.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Manuale per cambiare stile di Chiesa

E’ il sottotitolo di un pamphlet, scritto da Andrea Brugnoli. ex sacerdote, il titolo invece è ancora più truce e terrificante, sicuramente, provocatorio: «Parrocchie da incubo», pubblicato da Fede & Cultura (2015). Per abitudine leggo i libri sottolineando le loro pagine. Ho notato che in questo testo, rispetto ad altri, forse, ho esagerato nelle  sottolineature. Questo significa che l’ho trovato interessantissimo.

Brugnoli, nel testo appare deciso e tagliente nelle sue valutazioni e coraggioso e originale nelle proposte. Già nelle prime pagine, tiene a precisare che il libro non è stato scritto per imporre delle regole, delle idee ad altri, in particolare ai preti. Il testo vuole avere la pretesa di dare dei consigli per costruire una parrocchia diversa. Per trasformare la Chiesa, per ottenere un cambio di mentalità. «Sogno una Chiesa – scrive Brugnoli – tutta protesa a formare degli evangelizzatori. Dove tu vai a Messa una domenica e senti un’aria di famiglia; dove tutti si conoscono perché tutti condividono la passione per portare le persone all’incontro con Gesù e quelli che sono nuovi, lì per la prima volta, vengono accolti con un bel sorriso e comprendono subito che quella può essere la loro casa».

Certamente il libro scritto dall’ex sacerdote, è un testo che apre un serio dibattito all’interno della Chiesa. Peraltro Brugnoli, ha fondato le Sentinelle del Mattino e il Café teologico, associazioni presenti in altre diocesi e anche all’estero. A partire dall’introduzione, fa riferimento alle bacchettate di Papa Francesco nei confronti del clero, soprattutto quello arroccato sulle sue posizioni stantie, di quei preti che non sanno nulla delle pecore. «L’idea che vuole veicolare [papa Francesco]è quella di una Chiesa aperta, accogliente, che va in cerca della gente e che esce dalla sacrestia. Il giudizio del Vescovo di Roma, sembra talvolta implacabile: le parrocchie non sembrano all’altezza dei tempi».

Certamente anche papa Francesco intende attuare una pastorale di nuova evangelizzazione promossa dal Concilio Vaticano II e poi ripresa dal Magistero della Chiesa, in primis da San Giovanni Paolo II. E’ un appello che non si può più rinviare. Certo ci sono ancora preti che leggono il Concilio in chiave sessantottina, tra l’altro, per Brugnoli, sono proprio loro i più strenui difensori dello status quo. E’ la «generazione che voleva una Chiesa aperta al mondo abbattendo balaustre e tagliando manipoli, oggi ha conquistato il potere e come ne La fattoria degli animali di Orwell, ora è diventata peggio dei propri padri, cioè incapace di comprendere il cambiamento in atto». Sono proprio questi parroci, ex sessantottini che «credono ancora al piccolo mondo antico di un contesto dove loro dovrebbero essere riveriti e dove la gente dovrebbe ascoltarli».

Anche se i giovani preti sembra che hanno superato i dibattiti degli anni 60, lo sostiene il cardinale Raymond Leo Burke: «ho constatato che non comprendono il tipo di rivoluzione nella Chiesa che si identifica nel maggio del ’68, e di certo non vi aderiscono. Hanno un profondo desiderio di conoscere la tradizione e di farne esperienza. Sono cresciuti in un’epoca in cui i bambini e i giovani non venivano più iniziati alle molteplici ricchezze della fede […] hanno sofferto della bancarotta morale di una cultura completamente secolarizzata». (R. L. Burke, Un cardinale nel cuore della Chiesa, intervista con Guillaume d’Alacan, Cantagalli, 2016)

Don Brugnoli è categorico nel giudizio sulla conduzione di certe realtà parrocchiali, dove la fede è stata ridotta a semplice moralismo, pertanto, «il cristiano modello non è più l’apostolo che evangelizza, ma il filantropo che si mette i sandali e fa del volontariato in Africa come un turista». Inoltre ci sono, «diocesi dove si organizzano costosi festival, convegni su ogni argomento, assemblee dove il microfono viene dato a pagani e nemici della Chiesa, presentati come profeti e come maestri di quello che dobbiamo fare noi. Sarebbe come se un medico organizzasse un convegno pagando profumatamente un becchino chiedendo a lui come si deve fare per curare la gente e farla durare a lungo».

Leggere il Concilio secondo le ideologie ha portato a risultati disastrosi, occorre cambiare se no si muore. Del resto è stato chiaro, Benedetto XVI, nel suo ultimo discorso, il 14 febbraio 2013, ha detto chiaramente che «C’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio -, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri […]».

Ritornando alla parrocchia, l’auspicio di don Brugnoli è di veder campeggiare su ogni Chiesa cattolica del mondo lo slogan: «Benvenuto a casa!», è una frase che indica un modello di Chiesa, un marchio di qualità, un programma, una meta, un cambio di mentalità. Occorre proporre, «una parrocchia dove ci si sente a casa, perché l’accoglienza è curata nei minimi particolari e perchè si respira uno spirito di famiglia dei figli di Dio […]».

Allora che fare? Come migliorare, la qualità delle nostre parrocchie? Come far sì che i fedeli non siano annoiati dall’omelia, le cassette delle offerte vuote, come migliorare la proposta?

Il testo di Brugnoli si divide in tre parti: la location, le persone, le attività. La location è il biglietto da visita delle nostre parrocchie e visto che viviamo nel mondo in cui l’immagine e la grafica sono cose decisive, un certo restyling esterno è necessario. Occorre tenere conto che nella parrocchia vivono persone, non siamo in un’azienda, ma una famiglia. Poi ci sono le attività: l’agire concreto della Chiesa nel mondo. Anche qui bisogna ricentrare queste attività.

«Questo manuale l’ho scritto, – scrive Brugnoli – pensando soprattutto ai tanti buoni laici che frequentano le nostre parrocchie e con grande fede si ostinano a partecipare alle nostre Messe domenicali». Nonostante tutto questi laici hanno ancora fede. Ebbene rivolto al laico, il sacerdote, categoricamente sentenzia: «la parrocchia che tu hai vissuto da bambino è morta. Quella dei campi scuola, dei campeggi, dei grest, del calcio balilla e dei lecca lecca al bar dell’oratorio, è irrimediabilmente morta. Potrà anche dispiacere, ma è morta […]la parrocchia del XXI secolo oggigiorno non sa più cosa fare: ha perso lo scopo, l’obiettivo. Non ha più idee. Una volta tutti sapevano che si andava in chiesa per salvarsi l’anima e per imparare a portare la croce (che poi si viveva in famiglia, al lavoro, nella malattia). Oggi non si sa più a che cosa serva la religione e si va in chiesa perchè un Dio ci deve pur essere e forse mi servirà dopo morto. Ma della salvezza delle anime, anche in questa vita, non parla più nessuno».

Don Brugnoli è ricco di consigli, mette in guardia il fedele da tante cose, tra queste, quello di non lasciarsi clericalizzare dai parroci. Ai preti consiglia di formare gli evangelizzatori, non solo di evangelizzare lui stesso il mondo, come farebbe ogni battezzato. Il luogo Chiesa, secondo Brugnoli, non è quello «dove la gente va a farsi evangelizzare, ma il luogo dove i battezzati, ossia gli evangelizzatori, si ritrovano per adorare il Signore, per attingere forza, per imparare a evangelizzare il mondo esterno». Pertanto, «una Chiesa che ha cento membri,– secondo Brugnoli – dovrebbe avere cento evangelizzatori e non cento quasi-preti! L’adempimento del grande mandato non è un compito solo dei preti, né di pochi individui, ma è la funzione di tutto il corpo di Cristo».

E’ questa la vera promozione del laicato che i preti devono fare nella Chiesa, non un camuffato clericalismo, che farebbe dei laici dei quasi-preti.

Il libro è da leggere tutto, magari si possono avere delle riserve sui consigli finali che fanno riferimento a certo cristianesimo anglosassone, al worship, della chiesa anglicana, a quel stile evangelico di pregare. Non è tanto chiara questa visione di Chiesa che don Brugnoli cerca di importare nelle nostre parrocchie. Tuttavia trovo molto interessante i tanti spunti critici che propone come quello della location della parrocchia. «Anche l’occhio vuole la sua parte».

Il Cristianesimo è la religione dell’incarnazione e non della Ragion Pura. Serve il contatto, la bellezza, l’immagine, l’odore. I cinque sensi sono tutti sollecitati nel cristianesimo. Ecco perché la Chiesa ha costruito le cattedrali, ha eretto croci, ha raffigurato immagini bellissime della maternità di Maria e tanto altro.

Ogni chiesa come edificio ha bisogno di una presentazione, quale immagine di Chiesa trasmettiamo. La gente deve vedere che in chiesa si entra per dare gloria a Dio e a Dio solo. Allora bisogna curare i cartelli, la bacheca degli avvisi, poi occorre possibilmente guardare anche ai parcheggi. L’interno della chiesa dev’essere ordinato e pulito. Ad esempio le candele devono essere quelle di cera e non elettriche. Proporre anche una buona musica di sottofondo, che si oda appena. Possibilmente il gregoriano. Continuando con la struttura interna della chiesa, don Andrea polemizza con quelle chiese dove hanno estromesso il tabernacolo (a proposito ho notato che i bambini della scuola primaria non sanno cosa sia) dal centro della chiesa, «si è deciso che il centro a cui inchinarsi sia un blocco di marmo[…]». Praticamente l’altare con il tabernacolo è stato isolato in una cappella a parte. Una vera e propria eresia architettonica. Ora al centro troviamo i preti con la loro sedia, Lui, il Protagonista per eccellenza l’abbiamo messo da parte. Ma questo non è stato il Concilio a volerlo, secondo Brugnoli, ma come al solito sono stati i cosiddetti «novatori postconciliari che ci hanno fatto credere che le loro idee fossero quelle decise da tutta la Chiesa». A volte per trovare il tabernacolo bisogna fare una caccia al tesoro.

Naturalmente Brugnoli polemizza anche sull’orientamento dell’altare. Prima era verso Oriente, luogo della nascita del vero sole, che è Cristo Risorto. Oggi di altari se ne vedono di tutti i tipi. Penso alla polemica scoppiata sui social che ho intravisto qualche giorno fa di una chiesa di una cittadina a nord di Milano.

Poi Brugnoli si sofferma sulla distruzione delle balaustre, dove i fedeli potevano inginocchiarsi per ricevere la Santa comunione.

Su questi temi, alcuni anni fa, Camillo Langone, giornalista de Il Foglio, ha scritto un ottimo libro. «Guida alle Messe», pubblicato da Mondadori.

Tuttavia Brugnoli è attento anche agli ambienti della Parrocchia: le stanze, le aule, dove si svolge il catechismo, il salone, la segreteria del parroco, l’oratorio in generale. Tutto dev’essere ben curato ed accogliente, capire l’uso di ogni stanza: quella per i bambini, per i giovani, gli adulti etc. E poi la sala mensa, si può evangelizzare anche mangiando. Il cattolicesimo ha sempre dato spazio all’aspetto conviviale. Anche qui nel libro si sottolinea il decoro della tavola, si entra nei dettagli: i piatti, i bicchieri, che non siano da osteria, anche le sedie, le lampade accoglienti al led, é importante curare il look dell’ambiente parrocchiale. Stupisci gli ospiti che vengono in parrocchia con la musica, le luci, il dolce speciale e il buon vino.

Per quanto riguarda le persone, è importante che la parrocchia abbia una visione. Tutte le attività devono mirare a uno scopo, per esempio «Risvegliamo la Chiesa». Risvegliare i cristiani rendendo ciascuno un discepolo-missionario.

Occorre avere un piano, una mappa che guida lo sviluppo di una comunità. Perché lo scopo deve essere di formare persone in grado di evangelizzare e di servire la Chiesa per costruire una comunità capace di portare tutti a Gesù. La vision deve essere conosciuta da tutti, capita che in parrocchie le cose si bloccano perchè ognuno persegue una visione diversa. Tutti in parrocchia devono sapere dove stiamo andando.

Diceva un vescovo, «le nostre parrocchie assomigliano a uno stadio di calcio. Ci sono solo ventidue persone che corrono all’impazzata e altre migliaia che stanno a guardarle».

Il Vaticano II ha auspicato un maggiore coinvolgimento del laicato cattolico nell’opera evangelizzatrice della Chiesa, ma in questi decenni, gli “impegnati” sono diventati sempre di meno. Qui Brugnoli dà qualche consiglio come “reclutare” persone giuste per “lavorare” in parrocchia. Peraltro ci tiene a sottolineare che lui incarica le persone, sempre con una scadenza, per un anno, tre anni. Così non si creano false aspettative. I volontari sono necessari alla vita parrocchiale.

Bisogna tenere insieme i collaboratori e soprattutto avere chiaro chi comanda, chi decide, a chi bisogna rendere conto. Bisogna definire bene i ruoli da svolgere, il grado di “potere” che una persona riceve dall’autorità.

Le riunioni non devono finire in “riunionite”, se servono per discussioni e tensioni, è meglio non farle, devono servire per crescere, non per distruggere. Importante illustrare a tutti il lavoro degli altri, per comprendere meglio la vision, la mission parrocchiale.

Anche qui Brugnoli ci invita a curare i dettagli, per esempio, ringraziare sempre le persone anche per cose minime

Nell’ultima parte, il testo affronta il tema delle attività. L’autore del testo ci tiene a fare precisazioni. La Chiesa esiste per edificare i credenti, cioè per fare dei discepoli di Gesù, capaci di formare altri discepoli. La parrocchia deve realizzare queste tre finalità. Pertanto le sue attività sono di tre tipi: culto, servizi, formazione dei discepoli. Interessante quest’ultimo aspetto, la formazione avviene nelle cellule, potrei aggiungere nei cuib, nelle croci, conoscendo altri metodi formativi.

Sicuramente il tutto deve essere orientato al grande mandato: fare discepoli. Possibilmente «imitando quel che Gesù fece con i suoi Apostoli e poi quello che gli Apostoli fecero con le diverse comunità […]». Dunque continua Brugnoli, «gli ambienti parrocchiali dovrebbero essere quello spazio dove il grande mandato di fare discepoli si vede in azione». Non contano le strutture, ma quello che si fa dentro.

Infine nel suo libro-manuale don Andrea si sofferma molto sul catechismo, sulla preparazione ai sacramenti, sulla liturgia. Il catechismo – dice – è fatto per chi ha già incontrato il Signore. La catechesi non è l’annuncio, viene dopo di esso. Prima di tutto bisogna suscitare l’atto iniziale di fede nei confronti di Gesù Salvatore. Bisogna pensare a fare il primo annuncio ai bambini e ai ragazzi, tenendo conto che il test per sapere se l’annuncio è arrivato a destinazione è vedere se il bambino (o adulto) adora Gesù, se si inginocchia davanti al Tabernacolo e Gli parla. Se questo c’è, allora la catechesi diventa un cammino di discepolato.

E’ fondamentale il primo annuncio, far conoscere Cristo vivo, oggi. «Gesù, non è un cadavere importante di cui raccontare la storia, come quella di un personaggio storico, ma è un uomo che, incredibilmente, è possibile incontrare oggi. Quell’uomo vive ancora oggi. Egli è capace di cambiarti oggi la vita, di parlarti nel cuore, di guidare le tue azioni e di darti la forza del Suo Spirito ogni volta che ne hai bisogno[…]».

Soltanto quando una persona, un bambino, ha fatto previamente questo incontro, allora ha senso parlare di catechesi, «altrimenti – scrive Brugnoli – è come costruire una casa sul nulla, sulla sabbia, senza fondamenta. Lo vediamo tutti che al primo venticello ormonale della preadolescenza quest’edificio crolla miseramente».

Purtroppo oggi non si tiene conto di questo. Oggi un progetto catechetico, non può partire dai contenuti della fede, prima bisogna incontrare Gesù. «Sarebbe come spiegare come far funzionare un aeroplano a chi non ha alcuna intenzione di salirvi sopra».

Il catechismo oggi come viene svolto nelle parrocchie è un disastro, talvolta può essere anche dannoso, secondo don Andrea. L’ex parroco è anche contro la “pastorale del ricatto”, che è l’esatto opposto del primo annuncio: approfittare del fatto che i genitori vogliono battezzare il figlio per obbligarli a un certo numero di incontri. Anche qui: prima ci vuole la fede e la conversione, poi la Chiesa forma i suoi figli.

Nel testo Brugnoli considera tanti tipi di parrocchie. C’è la Parrocchia Addams, dove tutto è in disordine e piuttosto lugubre; c’è la Parrocchia Social, brulicante di volontari, tutti con la barba, i sandali ai piedi e dove si fa un sacco di cose: lavoretti per il Terzo mondo, raccolte equosolidali, vendita di prodotti missionari; c’è la Parrocchia Milàn, dove i preti recitano la messa con l’i-Pad e si fanno progetti pastorali con organigrammi e votazioni in Consiglio pastorale; ma c’è anche la Parrocchia Asilo, dove si ospitano i bambini quando i genitori lavorano, si organizzano campi scuola e grest quando le scuole sono chiuse, si fanno feste di compleanno e si ospitano riunioni condominiali e comitati di quartiere.

Chi legge il libro si accorge che l’ex sacerdote vuole costruire una parrocchia diversa.

Concludo con qualche provocazione finale del parroco: «in tutto questo libro ho cercato di mostrare come esiste un modo diverso di vivere la vita cristiana. Il mondo di Dio non è la parrocchia e la salvezza non è solo dentro alla Chiesa, e ancor meno solo dentro ai limiti territoriali parrocchiali! Molti cristiani buoni sono bloccati dai confini delle loro parrocchie, spesso identificate con i soliti maggiorenti capitanati da un parroco non sempre all’altezza della situazione».

 

Domenico Bonvegna

La Lettura. L’ultima battaglia per la conquista della Roma del Papa Re

Ci avevano detto che a Roma nel 1870 il Papa-Re Pio IX, prima di lasciarsi invadere dall’esercito italiano aveva ordinato, di fare soltanto una difesa simbolica. Invece non è proprio così, l’ho “scoperto”, leggendo il documentato volume del giornalista Antonio Di Pierro, «L’ultimo giorno del Papa Re. 20 settembre 1870: la breccia di Porta Pia», Mondadori (2007). Altro che difesa simbolica, quel martedì mattino del 20 settembre  1870 a Roma, si è combattuta una vera e propria battaglia tra i pontifici e l’esercito regio di Vittorio Emanuele.

Vediamo di entrare dentro al testo del giornalista romano. Roma è circondata da cinque divisioni militari, formata da 50 mila soldati italiani. Mentre la città del Papa Pio IX difesa da 11 mila uomini in armi, pronta a resistere. Ed effettivamente hanno resistito per ben 5 ore, dalle 5,05 fino alle 10,10, quando si è aperta la breccia a Porta Pia.

Il libro nonostante le 326 pagine, note comprese, fa una cronaca dettagliata, ora per ora e in presa diretta, della giornata cruciale per i destini dell’Italia e della Chiesa cattolica. E per seguire questa cronaca il testo offre, sia nella prima che nell’ultima pagina una pianta di Roma, dove si possono individuare i movimenti delle truppe dell’esercito italiano. Inoltre alla fine del libro c’è una guida ai «principali luoghi della Breccia», ma per seguire i momenti, i vari spostamenti delle truppe; però serviva una cartina topografica della città e forse anche una buona dose di cultura militare.

Il testo di Di Pierro, è scritto con una coniugazione dei verbi al presente, è come se chi scrive è testimone diretto di quanto sta accadendo. «E questo contribuisce a ricostruire meglio il mosaico degli avvenimenti anche minuti, lo stato d’animo degli assediati e degli assedianti, il travaglio del papa attaccato così duramente da un re cattolico (Vittorio Emanuele II), il disincanto dei romani, il terrore della nobiltà nera chiusa nei suoi lussuosi palazzi, la gioia dei patrioti che vedevano coronare il sogno vagheggiato da Cavour, da Garibaldi, da Mazzini e dai tanti protagonisti del Risorgimento italiano».

Tuttavia anche per scrivere questo libro, il metodo è sempre lo stesso, utilizzare le fonti negli archivi e nelle biblioteche e così pare che abbia fatto Di Pierro, vista la bibliografia finale pubblicata.

La conquista di Roma, che stanno facendo le truppe italiane, è una strana guerra non dichiarata, un esito che sembrerebbe scontato, viste le forze in campo. La prima ed unica guerra che finora l’ex Regno di Sardegna ha combattuto è stata quattro anni fa a Custoza e l’ha persa pesantemente. Tra l’altro negli anni precedenti, l’esercito piemontese non aveva dato prove esaltanti.

Ce la farà adesso contro il debole Stato Pontificio a conquistare Roma? Pare di sì. Secondo il ministro Visconti Venosta, probabilmente nessuna potenza sarebbe scesa in campo per difendere il papa. Tuttavia come scrive Di Pierro questa guerra, «doveva essere morbida, non doveva dare occasioni alla comunità cattolica – più di quante non ne offra di per sé un attacco armato al capo supremo della Chiesa – di montare uno scandalo internazionale». Ecco perché Raffaele Cadorna, il comandante generale, quello che non ha esitato di bombardare Palermo nella rivolta del “Settemezzo”, era contrario alla partecipazione alla guerra della “testa calda” di Nino Bixio, nel frattempo diventato generale dell’esercito sabaudo.

Tutto è pronto per la battaglia, l’esercito del Re Vittorio è schierato per l’attacco, tutte le porte di Roma, da quella del Popolo a San Giovanni è ormai interamente presidiato dall’esercito italiano. Occupate anche villa Borghese e villa Albani. L’artiglieria è pronta. I cannoni sono puntati contro Roma in attesa dell’ordine dell’attacco. Ma paradossalmente «i primi a far parlare le armi sono i pontifici. E la prima vittima della giornata è un artigliere italiano, il caporale Michele Plazzoli». Peraltro dalla “cronaca”, del giorno prima si apprende che nei pressi di porta Maggiore, c’è stata battaglia, con morti e feriti, addirittura i pontifici hanno fatto anche un prigioniero, il fante Giuseppe Spagnolo.

Di Pierro riporta la notizia di un altro prigioniero, un giovane ufficiale dell’esercito sabaudo, che il Papa in persona ha ordinato di liberare, motivando la liberazione con delle curiose parole: «Per isbaglio quel giovane ufficiale è entrato in Roma, ingannato dai suoi sensi, dal suo orientamento; egli è l’immagine del governo italiano[…]».

Pertanto Di Pierro può scrivere: «Chi prevedeva una resistenza puramente simbolica dell’esercito di Pio IX ora comincia a ricredersi. E a mettere in dubbio che il proposito del pontefice – come qualcuno sostiene – sia di arrendersi presto, giusto il tempo di certificare di fronte alle diplomazie europee che la santa Sede è vittima di un’aggressione militare e cede solo per evitare un inutile bagno di sangue[…]». Doveva essere così ma la battaglia provocata dagli zuavi ai Tre Archi e a Villa Patrizi, «farebbero pensare a un esercito che vuole combattere e resistere il più a lungo possibile».

Infatti secondo Di Pierro, riferendosi al comandante generale Hermann Kanzler «il vero sogno del pro-ministro pontificio, che nel 1867 aveva sconfitto Garibaldi a Mentana, era quello di coprirsi di gloria piegando in campo aperto l’odiato Bixio […]». Praticamente Kanzler voleva combattere, non ci sta a fare una resistenza simbolica, aveva provato ad esporre la sua strategia al Pontefice, che avrebbe troncato la discussione esclamando: «Vi chiediamo di cedere, non di morire, che è quanto dire un sacrificio maggiore».

Ritorniamo alla battaglia, poco prima delle 5,10, la fucileria papalina ha rotto la quiete del mattino. «Diverso era il piano d’azione degli italiani, che, colti di sorpresa, in un primo momento nemmeno hanno risposto ai tiri nemici». I primi a sparare sono stati gli zuavi della squadra comandata dal tenente Paolo Van de Kerkhove. Seguo quello che scrive Di Pierro: «un vero e proprio inferno di fuoco si è abbattuto sulla 5a batteria causando subito gravi perdite». Ci sono morti e feriti, il giornalista fa i nomi.

 

«Tra i soldati del re è il caos». Ma alle 5,15, iniziano le cannonate da parte della 13a Divisione del generale Ferrero. «E, in rapida successione, lungo quasi tutto il fronte delle mura Aureliane, entrano in azione le micidiali artiglierie dei due fronti contrapposti tra nuvole di fumo, boati da far tremare, proiettili e granate che volano da una parte all’altra portando morte e distruzione». A questo proposito sono interessanti le riflessioni del dottore Alessandro Ceccarelli, capo del servizio chirurgico del Santo Spirito, che segnala le capacità distruttive delle armi negli ultimi anni. L’arte della guerra è cambiata, così sono terribili gli strumenti di cui essa si serve. Interessante e raccapricciante la descrizione che fa il dottore sulle fratture, sulle ferite che provocano i nuovi proiettili. E ancora il dottore non aveva conosciuto l’evoluzione delle armi nella prima guerra mondiale.

In pratica in successione nel testo Di Pierro, passo dopo passo riporta i vari passaggi della battaglia. Le incursioni, gli spostamenti, gli assalti, i ripiegamenti e soprattutto la gran massa di fuoco che converge sui grossi muri, tra le varie porte, soprattutto quella di Pia e Salara, dove sono concentrati 52 cannoni dell’esercito regio.

I fronti della battaglia sono tanti, si spara dappertutto, sul versante destro del Tevere e quello sinistro.

Mentre si combatte il Papa Pio IX è nel suo studio. Le cannonate fanno tremare non solo i vetri, ma le pareti, il pavimento, la sua scrivania. Il libro descrive con molta precisione tutta la macchina burocratica vaticana, le stanze, gli uffici, i nomi dei prelati che si trovano vicino al papa. «Le stanze e i punti strategici dei palazzi vaticani brulicano inoltre di soldati e ufficiali che per compito istituzionale sono destinati alla difesa della persona del pontefice e alla rappresentanza d’onore, suddivisi in tre corpi speciali: la guardia nobile, la guardia palatina e la guardia svizzera».

Questi corpi speciali erano disposti a tutto, sorvegliavano i punti strategici anche se non avevano ricevuto ordini precisi sul da farsi in caso di assedio della cittadella del Papa. Intanto mentre infuria la battaglia, sotto le cannonate, alle ore 7,15, il papa celebra la Messa, alla presenza del corpo diplomatico, in una atmosfera surreale.

La guerra continua e lascia sul terreno altri morti, altri feriti. Lo scontro ha acquistato maggiore intensità su tutti i fronti. Ma il fronte principale è a porta Pia, è qui che si giocano le sorti della guerra, il futuro dello Stato Pontificio, il destino di Pio IX e del suo governo. Verso le 8 per una falsa notizia i pontifici cominciano a ritirarsi, ma una volta compreso l’errore, riprendono le posizioni.

Lo scontro si fa sempre più aspro, c’è da registrare che nonostante i combattimenti, nelle strade ci sono curiosi, amici, parenti dei combattenti. Può capitare che le donne cercano i mariti che stanno combattendo, soprattutto quelli di parte pontificia.

Il papa finito di celebrare la Messa, parla al corpo diplomatico, sono in 17, impettiti nelle loro uniformi d’alta rappresentanza. Il Papa è amareggiato. Nessuno è sceso in campo per difenderlo, nemmeno le grandi famiglie, delusione nei confronti dei romani assediati. Rivolgendosi agli aggressori dice: «Non è il fiore della società che accompagna gli italiani quando assale il padre dei cattolici».

Alle 9,05 i vertici militari pontifici, valutando con molto realismo che ogni ulteriore resistenza sarebbe vana, decidono per la resa immediata. Si ordina di mostrare la bandiera bianca su S. Pietro. Ma alle 10 si combatte ancora. Gli zuavi hanno grande voglia di combattere, o almeno di rinviare il più possibile il momento umiliante della resa.

Fermare la macchina della guerra non è semplice, fare arrivare a tutti l’ordine di resa non è semplice. Alcune postazioni in questi momenti drammatici non trovano neanche una bandiera bianca, ci si affanna a trovare qualcosa che assomigli.

Alle ore 10,10, il primo militare dell’esercito regio, il sottotenente Federico Cocito del 12° Battaglione bersaglieri, raggiunge il ciglio della breccia della porta. Mentre verso porta Maggiore, l’ultimo ad arrendersi è il maggiore Castella e siamo alle 10,55.

Alle truppe zuave non rimane che ritirarsi in Vaticano, per evitare di cadere prigionieri degli italiani. «I soldati sono stanchi, molti di loro covano rancore per la bruciante sconfitta, quasi tutti nutrono sentimenti di disprezzo nei confronti del popolo romano che non ha mosso un dito per difendere il Santo Padre dall’ingiustificato attacco nemico». Per la verità per certi versi neanche l’esercito regio ha simpatia per il popolo romano, capita che qualche ufficiale, rimproveri certi scalmanati che inveiscono contro inermi soldati pontifici. “dovevate reagire prima contro i papalini, non ora, che c’è la copertura dell’esercito italiano”.

Comunque sia per Di Pierro, la Roma papalina ha deluso i soldati italiani, che si aspettavano una città diversa. «Ai militari dell’esercito regio arrivati fin qui ancora non è apparso nulla della tanto decantata maestosità della città eterna: piuttosto hanno sentito una diffusa puzza di cavolo bollito, predominante su altri e variegati cattivi odori, e hanno potuto constatare con i propri occhi che la sporcizia è veramente tanta ed è disseminata dappertutto».

A questo Di Pierro non fa che citare alcuni celebri viaggiatori che emettono dei giudizi su Roma abbastanza negativi. Il testo descrive dettagliatamente la vita sociale dei romani, dei ceti popolari, in particolare il loro sistema abitativo. Il francese, Paul Desmarie, definisce Roma: la patria dei mendicanti. E qui la storia si ripete, sembra Macron oggi.

Dal XII capitolo il testo fa la cronaca delle trattative di pace, mentre l’esercito occupa la città, spuntano le prime bandiere tricolori. Il giornalista Ugo Pesci, esiliato, ora entra in città insieme ai soldati, anche Nino Costa, esule, ritornato per guidare un governo provvisorio dei romani. Il testo accenna al caso Mortara, che il fratello Riccardo vuole “liberare” dalla segregazione in Vaticano, ma questi rifiuta la liberazione.

Nascono i primi presìdi rivoluzionari, manifestanti, i cosiddetti patrioti, esuli che ritornano. C’è il rischio di scontri con i papalini. Ad un certo punto Di Pierro si pone la domanda: ma chi è questa gente che se ne va in giro a ingiuriare e ad assaltare i soldati del papa? Non è facile rispondere, per alcuni sono i patrioti romani che hanno subito le angherie dello Stato pontificio, per altri, invece sono agenti al soldo del governo italiano, mestieranti dell’anarchia, gente che viene da fuori.

In questi momenti, come in tutte le guerre, ci sono i regolamenti di conti, e poi quelli che saltano sul carro del vincitore.

Alle ora 14 sembra che ancora la città è fuori controllo, si riscontrano incursioni di gruppi armati, pontifici che improvvisano barricate, sparatorie. La città è ancora in preda all’anarchia. «Nelle zone franche può succedere di tutto: anche che scoppi una vera e propria battaglia. Come per esempio, intorno al Campidoglio».

Intanto a Villa Albani, dove risiede il generale Cadorna, si tratta per le condizioni della resa. Il generale non accetta, nelle condizioni poste dal Papa, la parola “violenza”. Ma alla fine si arriva a una mediazione. Alle ore 17,30, si firma l’intesa. Al Papa rimane il piccolo territorio, della cittadella del Vaticano, il rione Borgo.

I militari pontifici, deposte le armi vengono condotti a Civitavecchia, i 4.800 stranieri instradati ai loro paesi. I 4.500 italiani inviati in diverse località come prigionieri di guerra.

I numeri di questa guerra inutile: 48 morti e 132 feriti tra gli italiani, 20 morti e 49 feriti tra i pontifici. Certo non sono elevati come per altre guerre, ma se il re Vittorio e suoi generali non avessero aggredito un piccolo stato inerme, riconosciuto da tutte le diplomazie del mondo, potevano essere evitati.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. La storia tragicomica dell’Unità d’Italia: quant’è ridicolo Garibaldi…

Ho letto diversi libri sul Risorgimento, sull’unità d’Italia, su Garibaldi, ma uno come quello che ha scritto Riccardo Pazzaglia, ancora no. Mi riferisco a «Garibaldi ha dormito qui. Storia tragicomica dell’unità d’Italia», Arnoldo Mondadori Editore (1995). E’ un libro intriso di sarcasmo, di ironia, di irriverenza, di critica beffarda nei confronti dei tanti personaggi, protagonisti della storia risorgimentale. Pazzaglia con un humor partenopeo-britannico, nel testo non si esime dal ridicolizzare i cosiddetti padri della patria a partire da Garibaldi, Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour.

Consulto internet e apprendo che Pazzaglia viene indicato come uno dei più noti scrittori umoristi italiani. Leggo che  «la provocazione surreale, paradossale del suo linguaggio viene da decenni di esperienze radiofoniche e televisive – come conduttore, autore e regista  – di testi di teatro, di cinema come regista e sceneggiatore, di corsivi satirici su quotidiani e riviste. Sul grande quotidiano del Sud, Il Mattino, la sua caustica rubrica “Specchio ustorio” è stata seguita per oltre venticinque anni con immutato interesse dai lettori»

Il giornalista che è scomparso nel 2006, nel libro si presenta come un «’inviato speciale nel passato’ di un giornale inesistente». Racconta la storia facendosi «aiutare» da personaggi più o meno reali, entra nei particolari, nell’intimità dei protagonisti, in particolare in quella di Garibaldi, che hanno fatto l’unificazione del Paese.

Attenzione il testo di Pazzaglia nonostante abbia queste caratteristiche, è un libro che ha, tutte le qualità per essere un testo ben documentato, e pertanto, racconta la verità storica. Anche se il testo non ha note che rimandano alle fonte e non presenta nessuna bibliografia, dalla lettura si desume che l’autore abbia letto e consultato diversi libri. Anzi vorrei aggiungere, dopo aver letto queste pagine così dissacranti nei confronti dei cosiddetti eroi risorgimentali, dei quattro padri della patria, non si comprende come di fronte a personalità così mediocri si sia potuto con tanta leggerezza dedicargli vie, piazze, statue, busti e vie di seguito.

Certo il giornalista campano sostiene alcune tesi alquanto bizzarre, per esempio che la spedizione dei Mille è la conseguenza di una burrascosa separazione coniugale. Inoltre scopre, che è fatale al Regno delle Due Sicilie, ancora un matrimonio: «quello (stavolta purtroppo riuscito) fra una principessa bigotta di casa Savoia e Ferdinando II, da cui nasce Francesco, un malconcio principe che in famiglia chiamarono lasagna». Naturalmente non condivido per niente la descrizione che offre il giornalista della regina Maria Cristina, definendola sostanzialmente una bigotta, che «non ha fatto che vivere tra litanie, tridui, novene, esercizi spirituali, penitenze, rosari […]». Probabilmente Pazzaglia, preso dal solito humor irriverente, in questo caso si allinea alla maggioranza di tanti pseudo storici. Non discuto la devozione  di Maria Cristina, peraltro per la Chiesa è beata e speriamo presto santa, ma trovo inaccettabile il termine bigotta, per una ragazza che in soli tre anni ha “rivoluzionato” il Regno.

Per una corretta descrizione della giovane regina sabauda, rimando alla lettura delle mie recensioni (come sempre anomale) al libro di Mario Fadda e Ilaria Muggianu Scano, Maria Cristina di Savoia. Figlia del Regno di sardegna, regina delle Due Sicilie, Arkadia editore (2012) .

Comunque sia, Pazzaglia dà spazio anche a quello che succede dietro le quinte della Storia, nei letti matrimoniali. Il 10° capitolo, viene proprio intitolato, «la diplomazia delle lenzuola». E qui che si racconta del tour parigino della Contessa Castiglione. E poi le escursioni sessuali di Garibaldi, «eroe professionista, dopo le battaglie va a letto con le ‘ camicie rosse da notte’, fra le quali a Napoli, viene arruolata perfino Madame Bovary».

Il rapporto con le donne di Garibaldi è molto intenso, curiosa e alquanto bizzarra la proposta che fa alle donne palermitane quando si accorge che all’orfanotrofio muoiono novanta lattanti su cento. Per Pazzaglia, «è un chiaro invito a tirar fuori le mammelle», che peraltro le procaci dame palermitane, esagerando un po’ gliele vanno a portare direttamente al Palazzo Reale, dove lui risiede.

Pertanto Pazzaglia puntualizza, «ricomincia così anche in Sicilia il pellegrinaggio erotico delle patite per l’eroe. Dice un volontario toscano: “Appena finisce una battaglia, si riapre il troiaio”». Una situazione che assomiglia molto all’harem   ‘costruito’ da Gabriele D’Annunzio nella sua residenza sul Garda.

Pazzaglia continua a precisare che l’eroe dei due mondi, «più che dagli austriaci e da Camillo Benso, Garibaldi sarà sempre perseguitato dalle donne. Per tutta la vita gli perverranno quintali di ciocche di capelli di tutti i colori; tonnellate di ritratti e di poesie. Le inglesi specialmente gli correranno dietro[…]». Una di queste addirittura, riuscirà a tagliargli le unghie, e a conservarle come reliquie. Sembra che anche le monache di un convento palermitano sono coinvolte nell’entusiasmo per Garibaldi.

Pazzaglia sempre con il tono ironico ci racconta gli ultimi giorni del grande regno del sud, fino alla capitolazione della piazzaforte di Gaeta. Il testo, già nel primo capitolo si presenta con un pezzo forte, si tratta di una scheda di presentazione di Garibaldi, da parte della polizia politica del Regno Sardo. «Nel bel principio di sua vita adulta, si trovò complicato in delitti politici e venne imprigionato. Uscito dalla prigione, si associò ad altri proscritti del suo genere e, noleggiato un piccolo naviglio, si diede a scorrere il mare facendo l’onorato mestiere di Pirata».

Il testo di Pazzaglia è denso di particolari, riguardo alle tante, troppe, «scappatelle»del generale e tra queste merita una menzione particolare la sgradita «sorpresa» della giovane adorabile Giuseppina Raimondi. Garibaldi si invaghisce di questa giovane ragazza ma sul punto di sposarla, la trova incinta e per lui grande conoscitore di donne, è un oltraggio insopportabile. E’ il 24 gennaio 1860, per distrarsi e dimenticare Garibaldi andrà a preparare la cosiddetta Spedizione dei Mille. E così «Francesco II, a Napoli, in questo momento non sa che fra pochi mesi perderà il trono per colpa di una sposa incinta».

Interessante la dettagliata descrizione dei Mille, da parte di Pazzaglia: intanto erano mille e ottantasette. C’erano centocinquanta avvocati, cento medici, venti farmacisti, cinquanta ingegneri. Il resto, professori, musicisti e soprattutto perdigiorno. I Mille, scrive Pazzaglia, «[…]quasi tutti, partendo per la Sicilia, stanno scappando da qualcuno e da qualcosa: mogli abbandonate, amanti infuriate, figli illegittimi, debiti, conti da regolare con la Giustizia, ma non sempre per ragioni politiche».

Più avanti aggiunge: «quasi tutti sono alla ricerca ossessiva di nuove sottane da conquistare».

Probabilmente la spedizione dei Mille è l’avvenimento più farsesco di tutto il Risorgimento. Ma prima di parlarne, vediamo il trattamento di Pazzaglia nei confronti della tragica disavventura di un altro “eroe”, Carlo Pisacane. Anche qui c’è una descrizione non agiografica del personaggio. Intanto si dà conto della sua ambigua relazione con le donne, da quella avuta con una giovane già sposata, conosciuta durante la sua permanenza nella piazzaforte di Civitella del Tronto e poi l’altra tormentata relazione con Enrichetta Di Lorenzo, madre di tre figli. Poi il continuo peregrinare, la partecipazione alla rivoluzione romana con Mazzini. Infine si trova coinvolto, forse non sapendo più cosa fare, nella missione impossibile, quella di far sollevare le popolazioni calabresi contro il Borbone. «Ci vuole uno scervellato, uno sconsiderato, un imprudente e, perchè no, uno squattrinato che non sappia come uscire dalla situazione economica e sentimentale insostenibile: è il ritratto di Carlo Pisacane».

Il 9° capitolo è dedicato al re Francesco II, descritto probabilmente per quello che è stato, un debole, timido, malinconico e probabilmente un po’ fatalista, sopratutto, quando ha abbandonato Napoli, senza combattere.

Ritornando alla narrazione della conquista del Sud, titolo di un brillante pamphlet dell’indimenticabile grande narratore Carlo Alianello, a partire dal 12° capitolo (I pantaloni bianchi si ritirano) si scrive sulla veloce marcia trionfale di Garibaldi alla conquista del povero regno Duo siciliano. Qui naturalmente la descrizione tragicomica di Pazzaglia dà il meglio di tutta l’opera. In primo piano c’è l’opposizione militare dell’esercito borbonico che rasenta il programma di “oggi le comiche”. Prima Lanza, poi Landi, invece di combattere, arretrano in continuazione. Praticamente, ormai come hanno scritto quasi tutti gli storici, tutti gli ufficiali borbonici fanno di tutto per nascondere il proprio tradimento al loro legittimo Re.

Infatti, «quando i garibaldini non ce la fanno più e stanno per essere sopraffatti, – scrive Pazzaglia – la tromba suona la ritirata. Ma non è Beppe Tironi che suona, la tromba è quella del trombettiere borbonico. Tutti – come si dice – non riescono a credere alle proprie orecchie, né le camicie rosse, né i pantaloni bianchi. La carrozza del generale Landi si allontana verso l’abitato di Calatafimi, […]I soldati borbonici, increduli, cominciano a ritirarsi ordinatamente, protetti dalla cavalleria». Nota Pazzaglia, «c’è perfino la cavalleria, come mai non viene lanciata verso i garibaldini esausti, che crollano a terra per la stanchezza tra i loro trentadue morti e centinaia di feriti?».

Sempre a riguardo dei tradimenti degli ufficiali borbonici, Pazzaglia dà conto della raccapricciante e umiliante lettera di armistizio, scritta a Palermo, dal generale Lanza,  indirizzata a Sua Eccellenza, il generale Garibaldi. E qui c’è la frase volgare, irriguardosa diretta a Lanza di Pazzaglia, che sull’episodio cita il commento dell’ammiraglio inglese Mundy, l’eminenza grigia che ha seguito dalla sua nave tutta la spedizione garibaldina. Il Mundy facendo riferimento a Garibaldi, così commentava: «[…]L’uomo che fino a quel momento era stato stigmatizzato con gli epiteti più vituperosi della umana natura e denunziato nei proclami come un pirata, un ribelle, un filibustiere, eccolo elevato al titolo di Generale e di Eccellenza[…]».

Soltanto un ufficiale, si è distinto, facendo il proprio dovere di soldato, mi riferisco al maggiore Ferdinando Beneventano Del Bosco, che si è battuto come un leone in quel di Milazzo e per poco non riusciva ad avere la meglio dei garibaldini. La terza battaglia della Sicilia, quella di Milazzo,viene descritta da Pazzaglia in modo dettagliato.

Il 19 capitolo del libro è dedicato a «quella canaglia di Nino Bixio». E subito il pensiero si rivolge alla carognata di Bronte, dove gli eccidi diventano stragi.

Ma ritorniamo alla spedizione, il testo racconta degli ultimi avvenimenti, l’arrivo di Garibaldi a Napoli, mentre prima Francesco II abbandona precipitosamente la capitale. Liborio Romano, ultimo ministro napoletano, prepara l’arrivo del generale “liberatore”, si fa aiutare dai capi camorristi e anche da quelle donne, sempre prime a correre tra le braccia del vincitore. Naturalmente Pazzaglia è attento a descrivere la “sacra” scena dell’arrivo col treno e poi della festa.

Poi si passa alla battaglia del Volturno, che non mormorò. Qui l’autore descrive la battaglia, Garibaldi si posiziona sempre su un altura per trovarsi contemporaneamente fuori pericolo, è successo anche a Calatafimi. Peraltro secondo Pazzaglia, era una abitudine del generale, vedere le battaglie dall’alto, ecco perché la “fortuna”, ha sempre accompagnato il nostro eroe. Viene colpito soltanto sull’Aspromonte, dal fuoco”amico”.

E per concludere, l’ultima battaglia, quella della fortezza di Gaeta, l’unica volta che Francesco II abbia resistito insieme alla sua giovane regina Maria Sofia. Anche qui Pazzaglia da inviato di un giornale inesistente, racconta gli avvenimenti, l’eroismo dei soldati napoletani, insieme ai loro ufficiali rimasti fedeli al loro Re. I piemontesi dal mare vomitano migliaia di bombe sull’inerme fortezza che alla fine deve arrendersi. E quindi non rimangono che «gli occhi per piangere».

Oltre a pubblicare i consueti proclami finali alle popolazioni napoletane del re Francesco, Pazzaglia da giornalista presenta anche la situazione politica del momento. Si fa aiutare dal generale Del Bosco, che ha mantenuto i contatti con i centri di resistenza in Calabria, che lui stesso aveva cominciato a preparare, probabilmente per farne la Vandea d’Italia. Dalle risposte di Beneventano si evince che le azioni del cosiddetto brigantaggio erano già iniziate. E qui il discorso si fa interessante, perché l’”inviato” Pazzaglia, chiede a Del Bosco come mai nessuno ha sfruttato la Calabria, il territorio ideale per fare la guerriglia e quindi per contrastare l’avanzata garibaldina. Naturalmente l’argomento è interessante per una possibile ed eventuale ricerca storica. Per il momento mi fermo, prossimamente riprenderò l’argomento presentando l’ottimo e documentato testo di Gilberto Oneto, l’Iperitaliano (riferito a Garibaldi), pubblicato alcuni anni fa dalla casa editrice Il Cerchio.

Un’ultima annotazione, da quello che vedo in rete, il testo di Pazzaglia non è stato ripubblicato, evidentemente dà fastidio alla cosiddetta storia ufficiale.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. La vita in uno sguardo: le vittime del grande terrore staliniano

Avete mai sentito parlare del «poligono di tiro di Butovo»? Mentre chissà quante volte abbiamo sentito i nomi di Auschwitz, Dachau, Buchenwald et.

Butovo è un vasto terreno alla periferia sud di Mosca, dove venivano fucilati i «nemici del popolo» sovietico durante il Grande Terrore stalinista. Io l’ho scoperto leggendo il libro ben curato da Marta Dell’Asta e Lucetta Scaraffia: «La vita in uno sguardo. Le vittime del Grande Terrore staliniano», Lindau (2012).

Dopo tanti anni, tanti decenni, che importanza può avere scrivere un libro corredato 150 fotografie di uomini e donne prima di essere fucilate dalle guardie del terrore comunista ai tempi di Stalin.

Le due scrittrici presentano queste fotografie che provengono da fascicoli giudiziari di persone condannate alla fucilazione nel 1937-38. Sono state trovate negli archivi della Lubjanka, erano riposte in un contenitore di legno. «Sono sicuramente l’ultima loro immagine e presumibilmente fissano il loro ultimo sguardo sulla vita».

Le autrici del libro tengono a precisare che la conservazione delle foto è un fatto fortuito, non sempre era prevista la foto per il condannato. Le foto rappresentano una piccola ma preziosa testimonianza delle 20.765 persone fucilate e seppellite nel poligono di Butovo a Mosca.

«Negli anni del Grande Terrore staliniano migliaia di semplici cittadini – insegnanti, casalinghe, operai, sacerdoti – furono accusati dei più inverosimili delitti: spionaggio, terrorismo, trame controrivoluzionarie. Nel giro di pochi giorni, senza processo, fucilati». I carnefici avrebbero voluto cancellare per sempre dalla storia le tracce di queste persone. « I volti delle vittime, invece, – scrive Scaraffia – per una felice serie di circostanze arrivate fino a noi, esprimono stupore, dolore, disperazione, sfinimento, impotenza, qualche volta anche sfida, odio, con l’occhio rivolto a chi, in quel momento, per loro rappresenta il male».

Sul male del ‘900 esiste una ricca documentazione fotografica, e qualche volta filmica, basti pensare alle foto scattate nei lager nazisti dagli Alleati, o dagli stessi carnefici nazisti. Le immagini dei rastrellamenti degli ebrei, sono rimaste per sempre ferme nella nostra memoria. «Ma si tratta pur sempre di istantanee, o di filmati, non di ritratti. Quasi inesistenti invece le foto dei lager sovietici, dove non sono entrati liberatori, e quindi l’occhio esterno non ha registrato il dramma nel momento in cui stava per finire».

Tuttavia scrive la Scaraffia «sui lager sovietici abbiamo in realtà importantissime testimonianze letterarie, (si pensi ad ‘Arcipelago Gulag’ di Alexander Solgenicyn) ma il fatto che non ci siano foto, in una cultura come la nostra così centrata sull’immagine, ha contribuito a rendere la loro realtà meno presente nella memoria collettiva, e quindi a indebolirne la portata storica». Infatti quello che scrive Susan Sontag, è verissimo: «un evento diventa reale perchè viene fotografato».

A questo proposito ho presente il libro che ho letto e recensito di Everosinija Kersnovskaja, «Quanto vale un uomo», pubblicato da Bompiani nel 2009. Qui la Kersnovskaja, deportata in Siberia e internata nel gulag sovietico, ha raccontato in un accattivante testo, la sua tragedia scrivendo e disegnando tutto quello che non poteva dimenticare. Infatti possiamo leggere nella copertina: «Non esistono riprese documentarie del Gulag, tanto meno girate dalle vittime. Ma grazie a questo incomparabile ‘fumetto’, a distanza di settant’anni dagli eventi, dal permafrost siberiano emergono volti e voci[…]».

La professoressa Scaraffia che insegna storia Contemporanea all’Università “La Sapienza”, ha potuto verificare «come per la maggior parte degli studenti le due forme di terrore – quello nazista e quello comunista – non siano da considerare comparabili: il peggiore, naturalmente, e di gran lunga, è considerato quello nazista, e non già per l’unicità dell’Olocausto, ma per l’unicità della documentazione visiva».

Pertanto la Scaraffia insiste: «guardando i volti effigiati nelle pagine di questo libro, quindi, vuol dire anche prendere atto, concretamente, delle stragi perpetrate da Stalin, e accettare di essere coinvolti emotivamente in questo massacro, così come lo siamo per i campi nazisti».

L’argomento del libro ci riporta al tema al potere terapeutico della memoria. Si sente parlare quando si fa riferimento al male del ‘900, la Scaraffia ricorda l’associazione Memorial, nata a Mosca per difendere i diritti umani, che possiede un archivio di documenti storici, sui nomi delle vittime del comunismo. E invita a ringraziare Lidija Golovkova, per aver conservato queste immagini, vincendo le resistenze della società russa contemporanea, dove prevale il rifiuto di ricordare un passato pesante e imbarazzante. E’ lei che a pagina 35 del libro fa la Storia delle fosse comuni a Butovo, perchè il regime ha scelto quel territorio e poi le tecniche delle fucilazioni, dei vari condannati. A Butovo sono stati scoperti almeno 21.000 corpi, mentre a Levasovo nei pressi di San Pietroburgo, 45.000 corpi.

E’ interessante il lavoro dei difensori della memoria, il lavoro di ricerca dei nomi, dei volti, dei luoghi dove sono stati uccisi tutte queste persone. Si tratta di milioni di uomini e donne, forse un’opera titanica che probabilmente non si arriverà mai a stabilire i numeri esatti delle vittime del terrore comunista. «Tutte le vittime erano persone, – scrive Dell’Asta – con un volto, un nome, una vita che la violenza totalitaria aveva cancellato assieme all’esistenza fisica […] si sa per certo che i numeri reali non si potranno stabilire: troppi documenti mancanti, troppe falsificazioni, troppi casi non registrati». Tuttavia per Dell’Asta anche i numeri forniti per difetto (18 milioni di prigionieri del Gulag) che cosa cambia? Alla fine si tratta di sterili cifre, grafici, percentuali che presto si dimenticano. Invece le persone con un nome, un cognome, un volto, sono persone concrete e non si dimenticano. Era un ragionamento che facevo anni fa, presentando il Libro Nero del Comunismo, ai giovani di Alleanza Nazionale a S. Teresa.

Bisognerebbe nominare le vittime una per una, in modo che la violenza di Stato perda la sua astrattezza politica. Il recupero dei nomi inseriti nei cosiddetti «libri della memoria» o «martirologi», è un grande lavoro fondamentale. Attualmente ci sono oltre 200 volumi pubblicati in tutti gli angoli del paese. Ancora c’è molto da fare, oltre a ricostruire la personalità, il nome e i volti delle vittime, occorre individuare il luogo e il tempo. Qui la Dell’Asta ricorda che c’erano mille modi per confondere le tracce da parte del regime sovietico.

L’indirizzo dei lager era segreto, ma ancora più segreto era il luogo dove si fucilava e dove si seppellivano le vittime.«la scoperta delle fosse comuni di Butovo, di Levasovo e di altri 518 luoghi simili in tutta l’Unione Sovietica, si può considerare un grandioso successo contro l’opera di cancellazione intrapresa dal regime». Per ricostruire questo vero e proprio mosaico del terrore, ci sono voluti lunghe ricerche negli archivi, spedizioni sul territorio, interviste ai sopravvissuti e agli abitanti del luogo.

Non si vuole insegnare niente a nessuno, l’associazione Memorial vuole «recuperare i fatti, raccoglierli, dargli un senso e renderli pubblici». In questo non c’è nessun desiderio di rivincita, di vendetta, ma un desiderio di giustizia, come tante volte hanno testimoniato personalità lucide come Sacharov e Solzenicyn.

La Dell’Asta denuncia una certa indifferenza: «l’interesse per la storia sovietica è bruscamente caduto, diventando una cosa per specialisti». Ora c’è la globalizzazione, gli interessi economici, la lotta per la sopravvivenza. Tuttavia, la Dell’Asta vede due motivi di questo generale voltafaccia: «il primo è la mancanza di un’esplicita condanna ufficiale del comunismo, che ha permesso al sistema di valori sovietico di convivere con il nuovo, confondendo i propri contorni per diventare tutto e il contrario di tutto». Mentre, «il secondo motivo è la naturale tendenza dell’uomo a dimenticare il male […]».

Pertanto amaramente la Dell’Asta ammette che «i temi delle repressioni, del totalitarismo, hanno incominciato ad annoiare, a sembrare scontati e infine quasi indecorosi; di fronte alla vita che preme sempre più intensa e complessa, molti giudicano assurdo tirar fuori dall’armadio lo spaventapasseri di Stalin e agitarlo per spaventare e irritare i nuovi borghesi russi».

Comunque sia ancora oggi dopo vent’anni di lavoro per capire le cause e misurare le proporzioni della catastrofe umana che ha colpito la Russia, ci sono milioni di persone che non sanno dove sono seppelliti i loro genitori, nonni, bisnonni. Del resto bandire l’immagine di Stalin è stata il frutto del regime non della democrazia, infatti ancora oggi esistono città russe con statue, vie, piazze, targhe dedicate a Lenin e compagni. Del resto ognuno si sceglie la memoria di suo gradimento.

Interessante l’aiuola vuota a Mosca dove un tempo si ergeva il monumento a Feliks Dzerzinskij, padre della Ceka e dell’intero sistema repressivo comunista. Da quando è stata abbattuta a furor di popolo nell’agosto 1991, è rimasta vuota. Per la Dell’Asta, «questa aiuola rappresenta in qualche modo chi non vuole sapere né ricordare, chi non ha un giudizio, chi vorrebbe chiudere il discorso sui massacri del XX secolo».

Domenico Bonvegna

La rivista Cristianità contro gli abusi sessuali: vietato abbassare la guardia anche nella Chiesa

Nell’ultimo numero (392) della rivista di Alleanza Cattolica si riflette sugli abusi sessuali che hanno e affliggono la Chiesa. In particolare Marco Invernizzi, a pagina 5 interviene sugli attacchi a Papa Francesco da parte di certe frange di cattolici ultra tradizionalisti, che addirittura chiedono le sue dimissioni perché non ha saputo vigilare sul comportamento immorale di certi religiosi, in particolare del cardinale americano McCarrick. Invernizzi si riferisce alle accuse di monsignor Viganò, apparse  in una lettera sul quotidiano La Verità del 26 agosto 2018. «Utilizzare le profonde ferite e i peccati che ‘sporcano’ la vita interna della Chiesa – scrive Invernizzi – per chiedere le dimissioni del Papa, al quale si rivolge per denunciare questi mali, è un modo di affrontare il grave problema rendendolo ancora più difficile da risolvere. Stare con Pietro, pregare per lui, sostenerlo difendendolo, è la prima condizione per non essere travolti dal rancore e dal risentimento che minano la vita interna della Chiesa. Solo così sarà possibile resistere alla ‘ dittatura del relativismo’ e avviare una nuova evangelizzazione del mondo occidentale, che muore nella disperazione».

Sempre sullo stesso tema, la rivista presenta due interessanti interventi di monsignor Robert Charles Morlino, vescovo di Madison, capitale dello Stato del Wisconsin. Nel primo il prelato americano presenta la Lettera del Santo Padre Francesco (Lettera al popolo di Dio, del 20.8.2018), riguardante la crisi in corso nella Chiesa dovuta agli abusi sessuali.

Dopo la pubblicazione di un rapporto di 1500 pagine sugli abusi compiuti negli ultimi settanta anni, da esponenti della Chiesa su migliaia di minorenni, dinanzi a queste storie monsignor Morlino confessa di essere tentato dalla disperazione. Ma poi consapevole che la presenza del peccato, anche all’interno della Chiesa, è una costante della sua storia, si va avanti senza minimizzare, condannando gli abusi, puntando alla santità.

Il vescovo però critica certi atteggiamenti all’interno della Chiesa, quello di tenere separati «gli atti classificabili come ‘di omosessualità’, che la cultura dominante giudica oramai accettabili, da quelli ‘di pedofilia’, ancora pubblicamente deplorevoli». In pratica si è sostenuto che i problemi fossero solo quelli di pedofilia, invece c’è anche quello dell’omosessualità. C’è stata una tendenza a sminuire il problema, c’è stata una malintesa «pastoralità». Ma per monsignor Morlino occorre farla finita con il peccato, che va sempre sradicato e considerato inammissibile. «Amare i peccatori? Si. Accettare il vero pentimento? Si. Mai dire, però, che il peccato è in qualche modo accettabile».

Pertanto il vescovo nella lettera invita tutti coloro che sono stati vittime di abusi da parte di sacerdoti o operatori pastorali a farsi avanti e a denunciare. Infine ha promesso di vigilare sui seminari, dove bisogna restaurare un clima di «formazione di preti santi, fatti a immagine di Cristo», nelle parrocchie e in tutti i luoghi di formazione, invitando tutti  a fare atti di riparazione pubblici al Sacratissimo Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria.

Segue la lettera del vescovo americano che ha scritto ai fedeli della sua diocesi di Madison. Monsignor Morlino si è detto stufo dell’occultamento della verità ed ha chiesto che si faccia chiarezza sugli abusi sessuali compiuti da preti, vescovi e e perfino da cardinali. Le storie che emergono sono nauseanti, ascoltarli viene il voltastomaco e il disgusto diventa forte pensando alle povere vittime. E rivolgendosi a loro, con dolore, li invita a venire allo scoperto e cercare aiuto per intraprendere un percorso di guarigione. «Non vi è nulla in queste storie di accettabile. Queste azioni, commesse non da pochi, non possono che essere classificate come male, un male che grida giustizia e un peccato che deve essere scacciato dalla nostra Chiesa».

Di fronte a questi peccati siamo tentati di disperare, ma il peccato non è una novità nella Chiesa, che è fatta di peccatori. Per troppo tempo si è minimizzato la realtà del peccato, «abbiamo scusato il peccato in nome di un’erronea concezione della misericordia. Nei nostri sforzi per essere aperti al mondo siamo diventati fin troppo inclini ad abbandonare la Via, la Verità e la Vita». Praticamente secondo il vescovo, «per evitare di risultare offensivi, offriamo a noi stessi e al prossimo solo carinerie e consolazione umana».

Per monsignor Morlino questa è malintesa pastoralità: «abbiamo coperto la verità per timore? Abbiamo paura di non essere graditi alle persone in questo mondo? O temiamo di essere chiamati ipocriti, perché nelle nostre vite abbiamo smesso di puntare senza stancarci alla santità?». Certamente bisogna amare i peccatori, ma mai dire che in qualche modo il peccato è accettabile.

Monsignor Morlino è preoccupato perchè la crisi non si limita al solo caso McCarrick, ma nota «una sorta di ‘livello di comfort’ con il peccato che, alla lunga, ha pervaso la nostra dottrina, la nostra predicazione, il modo in cui prendiamo le nostre decisioni e il nostro stesso modo di vivere».

In questo momento per il vescovo americano forse c’è bisogno di più odio: «è un atto d’amore odiare il peccato e invitare gli altri ad allontanarvisi». Per il peccato non ci deve essere più spazio. Tutti questi abusi commessi da religiosi sono atti sessuali devianti, quasi esclusivamente omosessuali. Atti che violano i sacri voti che alcuni hanno professato (che si chiamano sacrilegio) e che violano anche la legge morale naturale, che vale per tutti.

Per troppo tempo ribadisce il prelato si è mantenuto separati gli atti omosessuali da quelli di pedofilia. E’ giunto il momento di dire onestamente che i problemi riguardano l’uno e l’altro fenomeno e che i casi sono numerosi. Non si può cadere «nella trappola di analizzare i problemi in base a ciò che la società potrebbe trovare accettabile o inaccettabile, – ha scritto Morlino – si ignora il fatto che la Chiesa non ne ha mai considerato accettabile alcuno; né l’abuso dei ragazzi, né l’uso della propria sessualità al di fuori della relazione coniugale, né il peccato di sodomia, né l’accesso di chierici all’intimità dei rapporti sessuali, né l’abuso e la coercizione da parte di coloro che esercitano un’autorità».

Biasimando il vergognoso e scandaloso caso McCarrick, monsignor Morlino ha scritto che «è tempo di ammettere che vi è una sottocultura omosessuale all’interno della gerarchia della Chiesa Cattolica che sta scatenando grandi devastazioni nella vigna del Signore. La dottrina della Chiesa insegna chiaramente che l’inclinazione omosessuale non è di per sé peccaminosa, ma è intrinsecamente disordinata, tanto da rendere ogni uomo che ne sia stabilmente afflitto inidoneo a essere sacerdote».

Morlino insiste nell’odio verso la malvagità del peccato, anche se la carità cristiana esige che non bisogna odiare il peccatore, che è chiamato alla conversione, alla penitenza e alla rinnovata comunione con Cristo e con la sua Chiesa. Tuttavia però, «l’amore e la misericordia che siamo chiamati a esercitare anche nei confronti del peggiore dei peccatori non escludono che questi siano ritenuti responsabili delle loro azioni attraverso una punizione proporzionata alla gravità della loro offesa».

Il vescovo si schiera con chi chiede giustizia per i peccati e i crimini commessi da troppi membri della Chiesa. Crimini che alimentano sospetto e sfiducia nei confronti di molti sacerdoti, vescovi e cardinali che sono buoni e virtuosi, dei molti seminari illustri e rispettabili, nonché di tanti seminaristi santi e fedeli.

Occorre perseverare nel buon lavoro svolto. Occorre vigilare e attenzione continua. «Dobbiamo insistere nella nostra opera di formazione verso tutti e attenersi alle efficaci strategie messe in atto, che prevedono perizie psicologiche per ogni candidato al presbiterato e controlli al tappeto sul passato di chiunque operi con i bambini e con altri soggetti vulnerabili».

La lettera di monsignor Morlino si conclude con inviti e raccomandazioni ai seminaristi, ai sacerdoti di lottare per vivere la propria vita sacerdotale da sacerdoti santi, puri e felici. Mentre l’invito ai fedeli di denunciare subito qualunque tipo di abuso subito da parte di religiosi o di qualunque operatore ecclesiale. E dichiara con fermezza: «Pretenderò dai preti della mia diocesi il rispetto della promessa di vivere castamente il proprio celibato al servizio vostro e della parrocchia».

Nella rivista si può leggere il discorso di Papa Francesco alla delegazione del Forum delle Associazioni Familiari del 16.6.2018. Un interessantissimo articolo di Oscar Sanguinetti, «’La colonna sonora’ del Sessantotto. Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Vasco Rossi». L’articolo affronta la rivoluzione del Sessantotto «nelle tendenze», i gusti, l’estetica, le abitudini, quindi la musica, il ruolo che ha svolto sulle giovani generazioni, in particolare la musica pop e rock.

Sono tanti i protagonisti, i nomi dei cantautori che hanno influenzato i giovani, ma Sanguinetti ne indica principalmente tre, che possono essere considerati il simbolo della stagione del sessantotto: «tre personaggi che, rispettivamente, anticipano, accompagnano e seguono la Rivoluzione culturale, che ha il proprio momento apicale nel 1968».

A pagina 21 Cristianità pubblica il discorso pronunciato dal vice presidente degli USA Michael Richard «Mike» Pence, pronunciato l’anno scorso alla cena di solidarietà organizzata a Washington D:C: dall’associazione In Defense of Christians. E leggendo quello che ha detto Pence, capisco sempre di più perchè i mass media, il potere finanziario combattano questa amministrazione americana. Pence ha assicurato che lui e il presidente Trump proteggeranno sempre i cristiani nel Medio oriente e in tutto il mondo dove sono perseguitati.

Infine la rivista ci offre un articolato studio sulle opere di misericordia spirituale, del giovane professore Daniele Fazio. E’ fondamentale capire «che il prossimo vada sostenuto e aiutato anche nei suoi bisogni spirituali».

Il professore Fazio dà uno sguardo alle preoccupazioni della Chiesa a partire dalla predicazione degli apostoli, per rendere concrete le esigenze del Comandamento dell’Amore (cfr. Mt, 22,37-40), fino ai nostri giorni sempre più secolarizzati. «In un contesto quale quello odierno – scrive Fazio – in cui è in atto una ‘catastrofe antropologica’, le opere di misericordia corporali e spirituali diventano un grande richiamo a ‘farsi samaritani’ dell’uomo che è incappato nei ladroni, non solo nella sua dimensione personale, ma anche per ciò che riguarda la dimensione sociale».

Da segnalare in questo numero proprio in apertura, si riflette sull’ottantesimo compleanno di Giovanni Cantoni, il fondatore di Alleanza Cattolica e della rivista Cristianità che si pubblica dal 1973. Si ribadisce che Cristianità, è uno strumento al servizio della formazione delle persone che promuovono e frequentano le attività di Alleanza Cattolica. Si evidenzia l’importanza della formazione per poter fornire giudizi e rapportarsi con le vicende storiche e con le persone che vivono in quest’epoca. «Uno degli insegnamenti più importanti di Cantoni è proprio questa attenzione alla realtà, non per rifiutare – storicisticamente – le verità metastoriche, come purtroppo molti fanno, anche fra i cattolici, ma per cercare di cambiare la realtà storica stessa:partendo però non dal proprio desiderio, ma da essa così com’è, senza pretendere d’imporre alla realtà una camicia di forza, per quanto bellissima».

Domenico Bonvegna

                                                                                             

LA LETTURA. Una sinfonia di Santi al tempo del beato Faà di Bruno

Il mio soggiorno a Torino, mi ha dato l’opportunità di visitare le tante opere create dal beato Faà di Bruno, uno dei tanti pilastri della santità sociale sbocciata nell’Ottocento torinese e piemontese. Con grande emozione ho percorso le strutture realizzate dal beato, una vera «cittadella delle donne», sita nel quartiere San Donato a Torino. Io che avevo conosciuto il Faa di Bruno, leggendo quasi trent’anni fa lo splendido volumetto di Vittorio Messori, «Un italiano serio», edito dalle Paoline nel 1990.

Il libro di Messori ha squarciato l’oblio, sul grande campione della carità e della solidarietà degli ultimi. Infatti, le cose cominciano a cambiare in meglio dopo la sua beatificazione. E soprattutto dopo la biografia approntata dal giornalista cattolico che viene diffusa in tutta Italia.

In questa circostanza ho conosciuto la Congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, in particolare, la postulatrice per la canonizzazione del beato, suor Carla Gallinaro, che mi ha donato degli ottimi sussidi sul beato per studiarlo meglio. Inoltre ho avuto la possibilità di visitare il prezioso Museo, dove si possono ammirare tra l’altro alcune invenzioni create dal beato, e il suggestivo campanile alto ben 83 metri, che ho percorso con una certa fatica, insieme alla guida, Manuela Sasso.

Il beato Faa di Bruno è nato nel 1825 e morto nel 1888.

Faa di Bruno è coetaneo di tanti altri santi, vissuti nello stesso periodo come san Giovanni Bosco, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo, san Giuseppe Cafasso.

Un sacerdote torinese, in uno studio accurato, ha raccontato la straordinaria opera evangelizzatrice e sociale della Torino Sabauda, del solo Ottocento. Si tratta di una miriade di “santi”, eccezionali, alcuni canonizzati dalla Chiesa, altri no. Il sacerdote ne contati almeno 90 tra santi, beati, venerabili e servi di Dio. Ma l’elenco addirittura si può allargare a quasi 200, di uomini e donne, di rilievo per la loro pietà e per il loro apostolato sociale. Per lo più laici e laiche, appartenenti a tutti gli strati sociali.

Tra l’altro domenica prossima, 21 ottobre, presso l’Istituto Faa di Bruno a Torino, sarà inaugurata una Mostra di quadri originali di alcuni (per la precisione 39) di questi santi, beati e servi di Dio, dipinti dalla pittrice Anna Volpe Peretta.

«Il XIX secolo vede sorgere a Torino e nel Piemonte, in un contesto politico e storico avverso alla Chiesa, una moltitudine di opere caritatevoli promosse da decine di sacerdoti e consacrati in risposta ai cambiamenti in atto di una società in rapida trasformazione per gli effetti della prima industrializzazione […] Oggi il ricordo di questi uomini e il loro operato è mantenuto dalle attività di istituti e congregazioni religiose fondate grazie ai loro carismi» (Daniele Bolognini).

Il professor don Giuseppe Tuninetti, presentando la Mostra, paragona l’innumerevole schiera di santi piemontesi a una stupenda sinfonia di santità: «Quella della sinfonia mi sembra una immagine adeguata a descrivere la sorprendente fioritura di varia santità operata da Dio in terra piemontese ai tempi di Faà di Bruno e certificata dalla Chiesa attraverso i processi di canonizzazione […]».

In pratica nella Torino liberale e massonica di quel tempo, da una parte c’erano nobili, ricchi che approfittavano della povera gente, in particolare di quelle ragazze dette «servette», dall’altra c’erano questi apostoli della carità che si prodigavano di lenire le sofferenza della povera gente. Infatti, scrive Messori: «Mentre i governi liberali, spesso ispirati dalla massoneria, non solo poco si curano dei poveri, ma tassano loro persino il pane (“il macinato“) e sequestrano i figli per anni e anni di servizio militare, mentre il nascente socialismo distribuisce parole e opuscoli, preoccupandosi più della ideologia che della miseria concreta, ecco i cattolici “papisti“, i disprezzati “clericali reazionari“ scendere in campo ad aiutare di persona affamati, malati, ignoranti, abbandonati. Non solo lavorando ma alzando la voce contro tanto bisogno che i ricchi vogliono ignorare». (V. Messori, I Santi sociali (e Papa Francesco)? Tutti ‘intransigenti’ nella fede, 18.5.13, Corriere della Sera)

Una enorme schiera di uomini e donne di Chiesa piemontesi che si sono piegati sulle sofferenze degli ultimi, e che potrebbero dare tante risposte alla Chiesa attuale che sta soffrendo a causa dei troppi episodi incresciosi, che vedono coinvolti religiosi colpevoli di abusi sui minori e sostenitori dell’ideologia gender e dell’omosessualità.

Per la verità questi «santi» potrebbero dare risposte anche al mondo laico, alla società, al mondo del lavoro. Basta conoscere quello che hanno fatto per impiegare i loro metodi per risolvere concretamente i vari bisogni della povera gente.

Per certi versi questi santi rappresentano una provocazione; nella storia ufficiale si è parlato troppo di Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele e altri patrioti, si è parlato di guerre, di libertà, di fare l’Italia. «A Torino c’era qualcuno che, invece di fare l‘Italia, pensava a fare gli italiani. C’erano i santi, appunto. Tanti. Nessuno si chiede perché fossero così numerosi, per le strade di quella stessa Torino risorgimentale. Mentre i re e i condottieri si occupavano della geografia, loro facevano la storia. Prendendosi cura degli italiani che già c’erano e che pagavano sempre il prezzo più alto. I poveri, gli straccioni, i bambini di strada, le prostitute, i carcerati. Migliaia di italiani abbandonati a se stessi dai potenti e dalla Storia. I santi volevano far risorgere gli italiani, prima che l’Italia. Giusto pensare ad una patria unica e unita. ma prima le persone. E così, mentre re e generali mandavano a morte, c’è un manipolo di santi che soccorrono e salvano, nella più pura testimonianza del Vangelo della carità e del buon samaritano.

Dicono che i cattolici non hanno fatto il Risorgimento. Di certo hanno fatto l’altro Risorgimento. Quello che i libri di storia non raccontano, quello della vitas quotidiana della gente qualunque che aveva il cruccio di non morir di fame. Se abbiamo una patria e un sentire comune lo dobbiamo certo ai condottieri. ma forse di più ai santi che, in mezzo alla tempesta della guerra, dell’odio e della discriminazione religiosa, hanno fatto il Risorgimento delle coscienze”. ( Domenico jr Agasso, Renzo Agasso e Domenico Agasso, il risorgimento della carità. Vita e opere di uomini e donne di fede, Effatà editrice)

In questo vasto panorama della santità piemontese, si inserisce la singolarità del beato Francesco Faà di Bruno, che pur avendo in comune con molti  l’essere fondatore e prete, presenta alcune specificità: fu un militare, partecipò alla prima guerra d’indipendenza; fu un uomo di cultura scientifica, fu professore all’università di Torino, ricercatore e autore di pubblicazioni scientifiche di livello europeo, realizzò diverse invenzioni come l’ellipsigrafo e uno scrittorio per ciechi.

A cent’anni dalla morte, il 25 settembre 1988, viene proclamato beato da san Giovanni Paolo II. Nell’omelia l’ha definito: «un profeta in mezzo al popolo di Dio», un «gigante della fede e della carità».

Faà di Bruno visse a Torino proprio negli anni cruciali della formazione del Regno d’Italia. «In un’epoca in cui la scelta tra scienza e fede sembrava obbligata, egli seppe mostrare con l’esempio della sua vita come si può essere allo stesso tempo ottimi scienziati, grandi innovatori e ferventi cattolici, diventando un esponente di quel cattolicesimo sociale che a Torino trovò una delle massime espressioni. Dotato di un’incredibile capacità di lavoro, fu militare e cartografo, musicista e filantropo, architetto, inventore, giornalista ed editore; si applicò particolarmente agli studi matematici, in cui eccelse raggiungendo una fama di livello internazionale. Le sue convinzioni, in un’epoca sicuramente ostile alla religione, gli procurarono la costante opposizione dei dirigenti dell’Università di Torino, che mai riconobbero il suo valore e mai vollero concedergli la cattedra da professore ordinario che sarebbe stata il naturale compimento della sua brillante carriera scientifica. Fu allievo a Parigi del matematico Augustin Cauchy, che lo introdusse nella Società di san Vincenzo de’ Paoli. Fra le molte iniziative che testimoniano l’impegno sociale di Faà di Bruno a Torino, ricordiamo: il piano per il risanamento igienico-idrico della città con la costruzione di bagni e lavatoi pubblici, l’istituzione di fornelli economici, la creazione di una biblioteca mutua circolante, la fondazione dell’Opera di Santa Zita, una casa di accoglienza per donne lavoratrici che s’ispirava all’Oeuvre des Servantes di Parigi».(Cinzia Di Gianni, Italia 150: santi sociali e sacerdoti scienziati in Piemonte, gennaio 2011, Documentazione interdisciplinare scienza & Fede [DISF.org])

Ci sarebbe molto da scrivere sul beato Faà di Bruno, in futuro, certamente farò un intervento accurato sulle sue numerose opere e in particolare sul suo apostolato rivolto alle donne, a quelle più bisognose di aiuto. Ha fatto bene l’ultimo numero di novembre 2018 del bollettino delle suore Minime di N.S. Del Suffragio, «Il Cuor di Maria», a dedicare un inserto su «la condizione femminile». «Non dovrebbe stupire – ha scritto il prof. Giacomo Brachet Contol, direttore del bollettino – se in casa di Francesco Faà di Bruno desideriamo parlare della condizione della donna: basta richiamare alla mente le varie opere di Borgo San Donato, da Santa Zita alla Congregazione delle Suore Minime di N. S. del Suffragio».

Per il momento voglio concludere con una domanda provocatoria, fatta dal dott. Mario Cecchetto, nel suo intervento del Convegno di Studi del 2003, organizzato dal Centro Studi Francesco Faà di Bruno in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e l’Istituto per i Beni Musicali in Piemonte. Il Cecchetto si domandava come mai questo santo è stato sistematicamente dimenticato, per giunta anche da storici piemontesi. «Due potrebbero essere le ragioni di questo ostracismo. La prima, antica, dipende da Faà di Bruno stesso; la sua profonda ritrosia a mettersi avanti, a farsi conoscere, a battere la grancassa su quanto faceva, unita ad una pervicace volontà di nascondersi, è pienamente riuscita. La seconda ragione ci chiama direttamente in causa: non siamo stati capaci di farlo conoscere». A questo punto lo studioso, cita alcune opere biografiche sul beato, in particolare del Berteu o quella di monsignor Pietro Palazzini, che oltre ad essere state pubblicate molti anni fa, hanno avuto poca diffusione.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Ma Papa Francesco è progressista o conservatore?

E’ una domanda che viene posta fin dal 13 marzo 2013, giorno della sua elezione al pontificato. Sulla stampa, ma soprattutto sui social, da tempo ci si interroga sulla linea politica religiosa di Papa Francesco. Da parte ultra-tradizionalista, innumerevoli sono i post che attaccano la sua persona.
In pratica viene accusato di voler distruggere la Chiesa, di favorire l’aborto e la distruzione della famiglia, di odiare i cattolici, di sfruttare i poveri per farsi bello. Dal lato opposto, i progressisti lo esaltano come un rivoluzionario che sta abolendo tutti quei principi che ostacolano il dialogo col mondo, vedi quelli di morale sessuale, del matrimonio. Anche se ultimamente sembra che venga criticato anche da questa sponda, perché non ha fatto quella rivoluzione tanto auspicata. Infatti per il sociologo Massimo Introvigne quella progressista è la «prima di quattro diverse opposizioni, di cui si parla pochissimo, è quella “da sinistra”, che considera Francesco un falso riformatore. Nel mese di marzo 2018, quando il Papa ha celebrato i cinque anni di pontificato, il “New York Times”, il “Times” di Londra e “Le Monde” a Parigi hanno pubblicato articoli di autori diversi ma molto simili tra loro. Tutti accusavano Francesco di avere deluso le aspettative. Alla fine, spiegavano, la Chiesa è rimasta quella di sempre, senza donne sacerdote, senza abolizione del celibato dei preti, senza un’apertura all’aborto, e senza che nelle parrocchie cattoliche, come avviene in alcune comunità protestanti, si celebrino matrimoni omosessuali». (M. Introvigne, «Vaticano. Ecco i nemici di Francesco» 30.8.18, Il Mattino)

In questi anni di pontificato Papa Francesco è stato indicato, soprattutto dalle frange tradizionaliste, come responsabile diretto di ogni evento negativo: dai preti pedofili all’abbandono delle vocazioni. I toni sono alti, insulti, espressioni inaccettabili, parole e giudizi che travalicano la normale e corretta critica, infamanti strumentalizzazioni e falsificazioni del suo pensiero. Qualcuno addirittura ha parlato di «guerra civile» tra cattolici.
«Papa Benedetto XVI diceva che chi opera per dividere e contrapporre la Chiesa e i suoi membri di fatto opera per cercare di distruggerla. Questo è quello che appare osservando i risultati del documento diffuso dell’ex nunzio negli Stati Uniti d’America, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, pochi giorni dopo la sua pubblicazione, il 26 agosto. Pensato e scritto con ogni evidenza per nuocere al regnante Pontefice, fino al punto di chiederne le dimissioni, il documento di fatto colpisce più pesantemente i due predecessori, Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II (1920-2005)». (M. Invernizzi, «Cum Petro», 31.8.18, in Alleanzacattolica.org).
Comunque per ora tralascio la questione Viganò e da semplice fedele peccatore, tento di fare un po’ di chiarezza, sul cosiddetto progressismo di Papa Francesco, cercando così di rispondere, soprattutto, alle deliranti accuse degli ultratradizionalisti.
Propongo alcuni testi pubblicati, tra l’altro, a ridosso della sua elezione. Allora, forse erano più forti i pregiudizi, gli stereotipi che lo volevano far apparire un papa progressista. Invece sono convinto che Papa Francesco, come ho già scritto in altre occasioni, è in linea col magistero dei suoi predecessori.
Del resto ogni volta che viene eletto un nuovo papa, inevitabilmente si accende il dibattito sulla sua identità: è conservatore, è progressista. Per rimanere ai pontefici che ho conosciuto, è capitato sia con San Giovanni XXIII, col beato Paolo VI, con San Giovanni Paolo II, e infine con lo stesso Papa Benedetto XVI. Forse, perfino San Pio X, è stato per certi versi un papa “progressista”, o almeno riformista, basti pensare quando ha permesso ai bambini di 7 anni di accedere alla santa comunione.
Pertanto sono convinto che ogni pontefice soprattutto all’inizio, nei primi anni è sempre un innovatore, anche se poi sostanzialmente rimane sempre un conservatore, soprattutto sulla dottrina.


Per l’occasione sono andato a rileggermi un discorso del 1990, fatto a Rimini, dall’allora cardinale Joseph Ratzinger all’XI Meeting per l’amicizia tra i popoli, «Una Compagnia sempre riformanda», naturalmente la compagnia era la Chiesa; in questo discorso, poi diventato documento, il Papa emerito, spiega l’essenza della vera riforma. «La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la ‘nostra’ Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce prossima che viene dall’alto […]».
Nell’opera di riforma, Ratzinger diceva, parafrasando san Bonaventura, bisogna fare come lo scultore che non fa qualcosa, ma fa una ablatio, «che consiste nell’eliminare; nel togliere via ciò che è inautentico». E trattando del modello guida per la riforma ecclesiale, Ratzinger affermava, che certamente abbiamo bisogno di nuove strutture umane di sostegno per poter parlare ed operare in ogni epoca storica. Bisogna avere chiaro però che «esse invecchiano, rischiano di presentarsi come la cosa più essenziale, e distolgono così lo sguardo da quanto è veramente essenziale. Per questo esse devono sempre di nuovo venir portate via, come impalcature divenute superflue. Pertanto per il cardinale, «Riforma è sempre nuovamente una ablatio: un togliere via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente».
Subito dopo l’elezione di papa Francesco, sono stati in tanti a raccontare la sua vita da vescovo, da cardinale di Buenos Aires. Tutti hanno scritto che era un pastore venuto «dalla fine del mondo», che con gli atti, i gesti, le parole è stato capace di toccare il cuore e la mente di uomini e donne, di credenti e non credenti.

In «Aprite la mente al vostro cuore», pubblicato da Rizzoli (2013) Il Papa rivela la profondità della sua vita spirituale e ci guida, in quattro meditazioni, all’incontro con Gesù, al mistero della manifestazione di Dio nel mondo, al futuro della Chiesa, carico di sfide eccezionali, infine alla dimensione quotidiana della vita di cui non dobbiamo vergognarci. E’ un testo presentato dall’arcivescovo di Santa Fè, Josè Maria Arancedo. Dove si presenta raccolti alcuni scritti di Papa Francesco prima di diventare papa. In questi scritti si può apprezzare la ricca tradizione «ignaziana» dell’autore. Scritti improntati al cammino di rinnovamento spirituale e al dinamismo missionario della Chiesa.
Nella I parte sul tema della fede, Bergoglio per annunciare il Vangelo, invita al discernimento, e fa riferimento continuo alla «Evangelii Nuntiandi» del beato Paolo VI. La nostra fede è rivoluzionaria, combattiva, il cui spirito battagliero va messo al servizio della Chiesa. Fra le tentazioni più gravi c’è quella di allontanarsi dal contatto col Signore e quella della consapevolezza della sconfitta. «Nessuno può intraprendere una battaglia se già in partenza non è sicuro del proprio trionfo. Chi inizia senza fiducia ha già perso in anticipo metà della lotta. Il trionfo cristiano è sempre una croce che è al tempo stesso vessillo di vittoria[…]». Più avanti nelle riflessioni Bergoglio ci invita ad essere realisti: «si conosce ciò per cui si lotta e, nella misura in cui non si sa per che cosa si combatta, si è destinati a essere sconfitti. I primi evangelizzatori fecero conoscere agli Indios d’America contro che cosa dovevano combattere. L’impegno dei pastori non deve tralasciare questo aspetto della fede: aiutare il prossimo a sapere contro che cosa occorre lottare».
Interessanti le riflessioni sulla Croce e il «senso belligerante della vita»:«la croce è la ‘battaglia finale’ di Gesù: in essa sta la sua vittoria definitiva. Alla luce della guerra di Dio combattuta sulla croce, possiamo approfondire la dottrina sul tema del senso belligerante della nostra vita affidata al Signore […] L’impegno dei pastori, come quello dei fedeli, sarà sempre assediato dalla tentazione di rinunciare alla lotta, o dissimularla, o indugiare nel ‘perché’ dobbiamo batterci, nel ‘quando’ e nel ‘come’…».

E riferendosi ai tanti uomini e donne che hanno perso la fede, non sapendo lottare, perché «hanno confuso la battaglia con la baraonda! E quanti, in mezzo al polverone quotidiano, non hanno saputo riconoscere chi era il nemico e hanno finito per ferirsi tra loro! Altri, per timore di battersi e in cerca di una pace fasulla, hanno immolato la propria vita sugli altari di un irenismo tanto infecondo quanto inefficace». Quanta attualità troviamo in queste parole. Pertanto Bergoglio ci invitava a chiedere al Signore, «la grazia di addentrarci nella dimensione belligerante della vita apostolica; grazia che ci libera dall’inconcludente atteggiamento infantile che ci porta a ‘giocare con la pace’ come con la guerra. Intuire la dimensione belligerante della vita apostolica implica riconoscere che, nel nostro cuore, se vogliamo servire Dio, deve esserci la lotta, intesa come ricerca della croce in quanto unico luogo teologico di vittoria[…]». Quindi per Bergoglio con «la croce non si può negoziare, non si può dialogare: o la si abbraccia o la si rifiuta[…]».
In un altro volumetto, «Non fatevi rubare la speranza», curato da Mondadori (2013), troviamo delle riflessioni già pubblicate in Argentina nel 1992, sulla preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza.
In questo ricchissimo testo di riflessioni Jorge Mario Bergoglio, si ritrova il suo stile comunicativo denso di colore e di concretezza sulle questioni centrali del suo messaggio di pastore della Chiesa. Per quanto riguarda la politica si sente la necessità di superare la crisi della postmodernità, sconfiggendo sia l’individualismo che il totalitarismo. La preoccupazione più pressante per Bergoglio è l’«orientamento esistenziale del cristiano, che deve tornare a caricare su di sé le sofferenze del prossimo: ‘avvicinarsi a ogni carne dolente’ senza timore[…]».
In una riflessione su Gesù sacerdote, il cardinale, ci esorta «a rinnegare qualunque forma di ‘quiete’ paralizzante. Ci viene chiesto di ‘correre’ con coraggio», verso la testimonianza di Nostro Signore Gesù Cristo.

Mariano Fazio, sacerdote argentino, che conosce molto bene Papa Francesco, nel volumetto, «Con Papa Francesco», sottotitolo: ‘Le chiavi del suo pensiero’, Edizioni Ares (2013), al terzo capitolo spiega cosa significa, uscire verso le periferie esistenziali. Bergoglio fa riferimento all’immagine evangelica del Buon Pastore, che lascia le novantanove pecore e va alla ricerca di quella perduta. Invece «oggi abbiamo una pecora nell’ovile e bisogna andare in cerca delle novantanove che sono uscite o che non sono mai state nel recinto. Rimanere in uno stato di conservazione di quel che abbiamo, disinteressandosi dei lontani, che in cuor loro ci stanno aspettando, sarebbe cadere in una Chiesa autoreferenziale, che si chiude in sé stessa e non è fedele al comando del Signore di andare fino alla fine del mondo predicando il Vangelo».
La Chiesa oggi deve cambiare modello culturale, sistema di evangelizzazione, non può aspettare con le porte aperte che la gente si avvicini. Una volta questo sistema funzionava, oggi non più. «Nella situazione attuale la Chiesa deve trasformare le proprie strutture e modalità pastorali, orientandole in modo che siano missionarie – afferma il cardinale Bergoglio – Non possiamo rimanere ancorati a uno stile ‘clientelare’, in attesa passiva che arrivi ‘il cliente’, il fedele, bensì avere strutture che ci consentano di andare dove hanno bisogno di noi, dove sta la gente, dove si trovano quanti, pur desiderandolo, non si avvicinerebbero a strutture e forme antiquate che non corrispondono alle loro aspettative, né alle loro sensibilità – continuava Bergoglio – Dobbiamo studiare, in maniera molto creativa, come renderci presenti nei vari ambienti della società […]».
In pratica occorre passare da una «Chiesa che ‘regolamenta la fede’ a una Chiesa che ‘trasmette e agevola la fede’».
Il cardinale già allora dissuadeva i sacerdoti dal clericalizzare i laici, anche se lo chiedono loro. «Si tratta di una complicità sbagliata». Penso ad alcune parrocchie dove alcuni laici anche anziani ‘vestiti di bianco’ monopolizzano il servizio ministrante. Per inculturare il Vangelo nella società, bisogna evitare che i laici si riducano soltanto all’ambito ecclesiale. Invece bisogna esortarli a «penetrare gli ambienti socio-culturali e fare di loro dei protagonisti della trasformazione della società alla luce del Vangelo». L’attuale Papa lo sostiene con forza: «i laici devono smettere di essere ‘cristiani di sagrestia’ in ciascuna delle loro parrocchie, e devono assumere un impegno nella costruzione della società politica, economica, lavorativa, culturale e ambientale».
Il cardinale Bergoglio ogni anno nel messaggio ai catechisti invitava ad uscire e incontrare la gente. «Dobbiamo uscire a parlare a questa gente della città, a quelli che abbiamo visto sui balconi […] anche se possiamo sembrare un po’ pazzi, il messaggio del Vangelo è pazzia, dice san Paolo […]».
A questo punto il cardinale ricorda tutti quei preti che hanno lavorato e lavorano con gli umili, con gli ultimi, in tutte le periferie del mondo. Non è un fenomeno nuovo: don Bosco, che lavorava con i bambini, i ragazzini di strada, suscitava sospetto nei vescovi. Per non parlare di don Cafasso, don Murialdo, don Orione.Tra l’altro tutti canonizzati dalla Chiesa. «Erano tipi d’avanguardia nel lavoro con i bisognosi e in qualche modo costrinsero le autorità ad accettare dei cambiamenti».

Tra gli esclusi, Bergoglio ha prestato una particolare attenzione ai bambini, in una omelia del 2004 ha pronunciato delle frasi molto forti: «Dobbiamo inoltrarci nel cuore di Dio e incominciare ad ascoltare la voce dei più deboli, questi bambini e adolescenti[…] Gli Erodi di oggi hanno molti volti, ma la realtà è la stessa: si uccidono i bambini, si uccide il loro sorriso, si uccide la loro speranza…sono carne da cannone». La questione dell’aborto, è una questione prereligiosa, è un problema scientifico. «Il diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Abortire equivale a uccidere colui che no ha modi di difendersi».
In un incontro con i politici, Bergoglio, riprendendo Giovanni Paolo II, denunciava con parole forti la cultura della morte e le minacce contro la famiglia. E a proposito dell’aborto, diceva: «[…] sale il grido spento di tanti bambini non nati: questo genocidio quotidiano, silenzioso e protetto; sale anche il richiamo del moribondo abbandonato che chiede quella carezza tenera che non gli sa dare la cultura della morte».
Al capitolo quarto, si parla di fare memoria, per comprendere il presente e progettare il futuro. La sua immagine preferita del passato è quella di Enea «che esce da Troia portando sulle spalle l’anziano padre Anchise e dando la mano al figlio Ascanio. Enea fa suo il passato, la tradizione, il bagaglio di sapienza degli antenati, e la trasmette in forma creativa al figlio, che continuerà fedele alla tradizione ma senza conservatorismi statici e chiusi all’innovazione».
Parlando dei popoli indigeni del Chaco argentino, Bergoglio, rimase colpito da una risposta di un indio che le preghiere per lui erano «il catechismo. Era il catechismo di san Turibio di Mogrovejo. La memoria dei popoli non è un computer, bensì un cuore». Insomma in tutte le manifestazioni religiose del popolo fedele c’è un’esplosione spontanea della memoria collettiva. «In esse c’è tutto: lo spagnolo e l’indio, il missionario e il conquistatore, il popolamento spagnolo e il meticciato». E seguendo Giovanni Paolo II, Bergoglio afferma che «l’inculturazione è pertanto il processo attraverso il quale la fede si fa cultura». Una frase di Papa Wojtyla, ha segnato molto la vita di Bergoglio: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Inculturare non è un processo facile, «poiché non si devono in alcun modo diluire le caratteristiche e l’integrità del messaggio cristiano. Inculturare è incarnare il Vangelo nelle diverse culture, trasmettere valori, riconoscere i valori delle diverse culture, purificarli, evitare sincretismi».

Perfino nell’intervista tanto chiacchierata a padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, mi sembra che Papa Francesco dica cose di “sempre”. Io ho letto il volumetto edito dalla Rizzoli (2013): «Papa Francesco. La mia porta è sempre aperta. Conversazione con Antonio Spadaro». Un gesuita che intervista un altro gesuita. Questo libro svela il ‘pensiero in movimento’ di papa Francesco, scrive Spadaro. La sua formazione, la sua spiritualità, il suo rapporto con l’arte e la preghiera. «Ho bisogno di uscire per strada, di stare con la gente», dice papa Francesco.
Nel libro emerge il Papa gesuita, che svolge la sua missione alla luce della spiritualità ignaziana, che si aiuta sempre con il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo ‘punto di vista’. Ci vuole tempo per attuarlo.«Molti pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace». Pertanto per Spadaro, il discernimento ‘è una chiave fondamentale per comprendere il modo in cui Papa Francesco vive il suo ministero radicato nella spiritualità alla quale si è formato’.
Parlando della Compagnia di Gesù, papa Bergoglio, dice che deve mettere sempre al centro Cristo e la Chiesa, e non se stessa. «La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior, la ricerca della gloria di Dio sempre maggiore, la Chiesa Vera Sposa di Cristo Nostro Signore, Cristo Re che ci conquista e al quale offriamo tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica, anche se siamo vasi di argilla, inadeguati». E qui il Papa indica tutte le caratteristiche della Compagnia, facendo riferimento a S. Ignazio, ma soprattutto al beato Pietro Favre, sentendosi ‘compagno di Gesù Cristo’, come lo fu Ignazio.

Alla fine del I capitolo ci sono due stoccate “politiche” di Bergoglio: ‘non sono né di destra, né di sinistra. Inoltre «le rigide caselle del progressismo e del conservatorismo appaiono obsolete: non reggono più».
Al capitolo II, sul tema Chiesa, occorre «sentire con la Chiesa», non solo con la sua parte gerarchica, ma anche col santo popolo di Dio. Interessante l’idea che dà papa Francesco della santità. Sono santi quelle donne pazienti che fanno crescere i figli, il papà che lavora e porta il pane a casa, gli ammalati, i preti anziani, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Penso agli ospizi dove curano gli anziani.
«La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hjpomonè, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene».
Non dobbiamo ridurre la Chiesa a un nido protetto dalla nostra mediocrità, a una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate.
E poi la definizione tanto citata, La Chiesa? E’ un ospedale da campo…«la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E’ inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…E bisogna cominciare dal basso». Certamente è un’immagine fortissima, che contiene in sé anche la percezione drammatica che il mondo vive una condizione bellica con morti e feriti.

Qui Papa Francesco è veramente straordinario nelle sue riflessioni, poi, facendo riferimento al passato, dice: «La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: ‘Gesù Cristo ti ha salvato!’». Poi invita i ministri di Dio ad essere misericordiosi. Per il Papa, «non si può curare un malato se non partiamo da ciò che è sano».
I confessori non devono essere né troppo rigoristi, né troppo lassisti. «Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente ‘questo non è peccato’ o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».
Il Papa invita i ministri del Vangelo a cambiare atteggiamento. Questa è la vera riforma. «I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato».
Qui il Papa poi fa riferimento alle situazioni complesse, come i divorziati, gli omosessuali. Invita i preti al discernimento, caso per caso: condannare l’errore e non la persona. «Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo». Il Papa avvia un altro ragionamento importante sui cosiddetti principi non negoziabili. Non possiamo insistere nel parlare solo di aborto, omosessualità, metodi contraccettivi. Del resto il parere della Chiesa ormai si sa, non è necessario parlarne in continuazione.
«Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus».

Secondo Papa Francesco però, «accompagnare l’uomo non significa affatto adattarsi allo spirito del mondo. Bergoglio si scaglia violentemente contro la ‘mondanità spirituale’, che viene prima di quella etica. Vede la trappola dell’individualismo, del relativismo, del secolarismo. Accompagnare non significa né adattarsi né cedere, ma sostenere».
Pertanto secondo papa Francesco, «dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. E’ da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».
Il Papa scende nei particolari, sui contenuti che deve avere una buona omelia. Si comincia dall’annuncio della salvezza, poi si può fare catechesi, infine si può tirare anche una conseguenza morale. Tuttavia oggi la Chiesa deve avere le «porte aperte», deve cercare l’incontro, uscire per strada, di stare con la gente. Bisogna educare i giovani alla missione: «ad andare, a essere callejeros de la fe (girovaghi della fede). Così ha fatto gesù con i suoi discepoli: non li ha tenuti attaccati a sé come una chioccia con i suoi pulcini; li ha inviati! Non possiamo restare chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità […]Spingiamo i giovani affinché escano».
Occorre privilegiare una pastorale partendo dalla periferia. «Stare in periferia aiuta a vedere e capire meglio, a fare un’analisi più corretta della realtà, rifuggendo dal centralismo e da approcci ideologici». Il concetto di Chiesa che Papa Francesco ha delineato nell’intervista è certamente in sintonia con i suoi predecessori, e con il Concilio, non vedo nessuna rottura.
Infine per quanto riguarda le curiosità che riguardano il primo Papa latinoamericano, ho letto, «Il Vaticano secondo Francesco», di Massimo Franco, Mondadori (2014) e «Così è Francesco. Un gesuita in Vaticano», di Caroline Pigozzi e Henri Madelin, Sonzogno (2014).
Massimo Franco tra le tante curiosità su papa Francesco ne individua alcune come il primo pontefice figlio di una megalopoli, Buenos Aires, che ha vissuto in anticipo i problemi con i quali sono chiamati oggi a fare i conti la Chiesa cattolica e il mondo globalizzato. Per lui però la novità più grossa è che questo papa rivoluzionario oltre ad essere argentino, gesuita e “globale”, ha un’altra caratteristica: è un “estraneo” in Vaticano. Infatti per Franco, «l’elemento spiazzante è che si tratta di un autentico ‘straniero’ per la mentalità della Curia romana, eletto dopo il trauma della rinuncia di Benedetto XVI. Il compito affidatogli è di smantellare la corte pontificia e una numenklatura ecclesiastica spesso troppo autoreferenziale – secondo Franco – il suo viaggio da Buenos Aires a Casa Santa Marta, l’ex lazzaretto all’interno del Vaticano dove ha deciso di abitare, segna un epocale cambio di mentalità».
Naturalmente l’editorialista del Corriere, usa toni giornalistici, per descrivere i movimenti del nuovo Pontefice. Praticamente per lui Santa Marta diventa il luogo simbolo della rivoluzione di Bergoglio. La metafora di un nuovo inizio nella Chiesa cattolica. Si riparte da Santa Marta per un ritorno della Chiesa alle origini. «Un’austerità generale credo sia necessaria per tutti noi che viviamo al servizio della Chiesa», afferma papa Francesco. Pare che Francesco usi questa roccaforte, secondo Franco, «per sradicare una mentalità fatta di senso di impunità, carrierismo, lobbismo di ogni tipo, corruzione, avidità di denaro».
Anche il libro intervista di Caroline Pigozzi, nota vaticanista e Henri Madelin, tra i più autorevoli gesuiti, vogliono presentarci il nuovo Papa, come un uomo carismatico e sorprendente sia in pubblico che in privato. Il libro vuole essere un’opera chiave per penetrare la personalità di questo Papa venuto dalla fine del mondo. Anche la Pigozzi sottolinea la questione della scelta di Santa Marta. «Per condurre una vita conforme alla semplicità del Vangelo, il vicario di Cristo non vuole dare l’impressione di vivere in un museo. La maestosità di questi palazzi, l’imponenza degli arredi, l’altezza degli ammirevoli soffitti, la ricchezza delle figure allegoriche dipinte dai più grandi artisti del Rinascimento, la bellezza insolente e la magnificenza della Sala Clementina[…]». Il Papa teme di essere tagliato fuori dal mondo esterno. Per questo si è rifiutato di vivere al terzo piano del Vaticano, «non potrei mai vivere da solo in quel palazzo».

 

Un’altra tradizione secolare interrotta rispetto ai predecessori è quella di non trascorrere le vacanze a Castel Gandolfo, sulle colline che dominano il lago Albano. Per viaggiare sceglie una modesta utilitaria al posto di una limousine con i vetri oscurati e tutti i confort.
Tuttavia nel capitolo 5, «Un Papa politico e mediatico», la Pigozzi è convinta che oltre ad alcune modifiche nella curia, «sul piano dottrinale dovrebbero esserci pochi cambiamenti perché il nuovo successore di Pietro è legato alla tradizione. Sulle questioni morali – l’interruzione della gravidanza, la contraccezione e l’omosessualità – non modificherà di molto la linea e resterà di certo fedele agli orientamenti dei suoi predecessori».

Domenico Bonvegna