LA RECENSIONE. Il calvario degli italiani a Istria 1943-1945

Anche quest’anno in occasione della Giornata del Ricordo, ho inteso ricordarla leggendo un libro. Il testo è scritto da Gaetano La Perna, «Pola – Istria – Fiume, 1943-1945. La lenta agonia di un lembo d’Italia», pubblicato dalla casa editrice Mursia nel 1993 (478 pagine , comprese le appendici)
Il libro è un contributo storico, costruito con competenza e determinazione, ben documentato con precise descrizioni, con riferimenti a fonti precise e serie. Non vorrei esagerare, ma credo di aver letto il libro più completo su questo argomento. Anche se non è facile uno studio completo ed esaustivo sul groviglio di quegli avvenimenti storici. L’autore ne è consapevole, infatti scrive: «l’elenco delle foibe istriane fin qui nominate, nelle quali furono fatti precipitare i corpi martoriati di tanti infelici, non è certamente completo [..] Studi e ricerche per giungere alla compilazione di elenchi ufficiali, completi e attendibili, delle foibe, delle cave, delle fosse comuni usate nei vari periodi dagli slavi come tombe, non risulta che siano mai stati fatti in modo sistematico […]a tutt’oggi – scrive La Perna – non sono noti – almeno a carattere ufficiale – elenchi nominativi completi di tutte le vittime del genocidio slavo […] le ragioni sono diverse e possono essere fatte risalire, oltre che alle difficoltà insite in un tale tipo di ricerca, a svariate cause spesso legate alla travagliata storia di quelle contrade, alle vicende belliche e postbelliche, alle soluzioni politiche che hanno coinvolto in pratica l’intero territorio in questione».
Peraltro per lo studioso non facile un censimento completo delle vittime e i luoghi del loro martirio. Si incontrano diverse difficoltà, spesso sono andati dispersi le documentazione, i verbali delle commissioni giudiziarie e poi sono andate distrutte le sedi giudiziarie. Di facile reperibilità sono le fonti che appartengono alla pubblicistica fascista del tempo, che, per ovvie ragioni di propaganda, sfruttò gli eccidi compiuti dai comunisti slavi. Naturalmente questi documenti non sempre possono essere considerati del tutto attendibili e vanno presi perciò con la dovuta cautela. La stessa cosa si può scrivere, per quanto riguarda la pubblicistica comunista, soprattutto quella slava. «gli slavi hanno fatto sparire con cura e in modo sistematico ogni traccia che avrebbe potuto, anche solo indirettamente, suffragare l’infamante accusa a loro carico di genocidio degli italiani».


Del genocidio degli italiani nella Venezia Giulia e nella Dalmazia sopratutto dopo l’esodo, «si sono occupati gli esuli giuliani e le loro associazioni che hanno raccolto, in modo lodevole ma spesso occasionale e frammentario, testimonianze, memorie, ricordi, reperti fotografici, dati anagrafici delle persone uccise o scomparse, curando anche, in tempi diversi, la pubblicazione di monografie e di elenchi, non completi, di vittime e di dispersi». La Perna, lui stesso costretto all’esilio, evidenzia che queste fonti hanno il grosso inconveniente di essere sparse in una serie di archivi, poco noti, ad associazioni, unioni e famiglie degli esuli.
Tuttavia nel testo troviamo diverse citazioni di queste fonti, a cominciare dagli studi di Paolo De Franceschi, Gianni Bartoli, padre Falminio Rocchi, Antonio Pitamiz e tanti altri.
Comunque sia la ricerca del professore La Perna, rimane molto valida, perché lascia parlare i fatti, le testimonianze, i documenti e restituisce alla storia quella verità che nessun stravolgimento politico-ideologico potrà mai condizionare. E’ un lavoro serio, documentato, scritto con onestà e obiettività. Almeno per quanto riguarda il territorio di Pola, Fiume e l’Istria.
Il testo riesce a descrivere fatti che hanno visto coinvolti centinaia, migliaia di uomini e donne, a volte con meticolosa precisione. Possiamo ridurre a quattro gruppi, movimenti politici, che si contendono il territorio istriano a partire dall’armistizio dell’8 settembre del 43 fino al 1945. I primi due protagonisti, sono italiani: i fascisti con il rinnovato Partito fascista e i comunisti del PCI, che entrambi, bene o male lottano per mantenere l’italianità del territorio; gli altri due sono stranieri: i tedeschi nazisti e i comunisti sloveni e croati, entrambi mirano all’occupazione del territorio e quindi ad inglobarlo nel loro progetto espansionistico.
In mezzo a questa lotta spietata, si trova la popolazione per la maggior parte italiana, che deve subire ogni tipo di sopruso.
Con la caduta di Mussolini e del Fascismo, in poche ore il regime scompare e nessuno tenta di fare qualcosa per salvarlo. Con l’armistizio dell’8 settembre, tutti pensano che la guerra sia finita. Scompare ogni forma di autorità, l’incertezza del domani induce molti a dare l’assalto ai magazzini di generi alimentari. Furono prese di mira le caserme, i depositi e gli accantonamenti militari, gli uffici statali ormai abbandonati, dei quali vennero asportati mobili e suppellettili di ogni genere. I saccheggi scrive La Perna iniziarono subito il 9 settembre e continuarono nei giorni successivi. Naturalmente il professore fa riferimento ai centri dell’Istria, in particolare Pola e Fiume.


«Abbandonate le caserme e gli insediamenti militari, marinai e soldati iniziarono la frenetica ricerca di un abito civile; molti si misero in viaggio verso Trieste con mezzi di fortuna ed anche a piedi». Furono circa trentamila i militari italiani che rimasti a Pola, una volta occupata dai nazisti, «ai militari italiani, dopo il disarmo, i nazisti posero, in alternativa, tre condizioni: combattere al loro fianco, collaborare come lavoratori, farsi internare in Germania». La maggior parte scelse l’internamento e subito furono fatti partire.
Le truppe tedesche del Reich avevano un progetto ambizioso sui territori italiani dell’Istria, della Venezia Giulia, la Dalmazia. Miravano ad inglobarli per fare la grande Germania. Hanno iniziato subito a trattare gli italiani come sudditi, in mezzo ad altri popoli. Anzi gli italiani, più di altri, subiscono limitazioni, condizionamenti, restrizioni. Diventano minoranze, c’è un’atmosfera di aperta ostilità verso tutto quanto è italiano. Si arrivò a distruggere i monumenti patriottici come quello di Nazario Sauro.
A capo del progetto nazista c’era il commissario austriaco Friedrich Alois Rainer, che ha avuto questo incarico direttamente da Hitler per tedeschizzare quei territori. La Perna descrive minuziosamente il disegno nazista, conosciuto come il «Nuovo Ordine», dove in previsione doveva risorgere la vecchia Austria nei territori della tramontata monarchia asburgica. Ma alla Venezia Giulia e alla Dalmazia guardavano con chiare mire espansionistiche anche i miliziani comunisti slavi di Tito, soprattutto quelli sloveni e croati.
La Perna nota nel libro che la tendenza all’espansione territoriale ai danni dell’Italia «fu una costante comune a tutti i movimenti politici e militari che negli anni del secondo conflitto mondiale operarono dentro e fuori la vicina Jugoslavia: agli ustascia di Pavelic, ai ‘domobranci’ sloveni e ai cetnici ‘legali’ che collaborarono tutti con i nazisti; ai partigiani comunisti di Tito, ai cetnici di Draza Mihajlovic[…] Di là dalle ideologie politiche che li separavano e dall’odio ancestrale che divide da sempre i serbi dai croati, tutti avanzarono rivendicazioni territoriali. Sotto qualunque bandiera, su tutto e su tutti, fu il nazionalismo panslavista che ebbe il sopravvento e che costrinse lo stesso PCJ, al compromesso – pertanto secondo La Perna – in qualunque modo la guerra si fosse conclusa, i confini orientali d’Italia erano già allora molto minacciati e, forse, anche irrimediabilmente compromessi».
Con queste premesse non poteva che finire male per quelle terre e soprattutto per la maggioranza degli italiani che vi abitava.


L’amministrazione Rainer si scontrava anche con i fascisti, che spesso venivano umiliati dalle sue prese di posizione. Ormai i fascisti, scrive La Perna dovevano abituarsi alll’idea che la Venezia Giulia non apparteneva né alla Repubblica Sociale Italiana, né all’Italia. Rainer lavorava nella prospettiva di una definitiva annessione del «Litorale Adriatico» al Grande Reich tedesco.
Nel IV capitolo La Perna si occupa dell’antifascismo in Istria e a Fiume e la penetrazione slava in questi territori.
Il testo di La Perna fa riferimento alla storia passata di questi territori, cita il Trattato di pace di Versailles, che ha scontentato i vari nazionalismi, in particolare quello italiano e slavo. Molto spazio viene riservato al nascente Partito comunista d’Italia, in particolare la federazione di Trieste, che con gravi crisi di coscienze, si schierò apertamente a favore delle rivendicazioni nazionalistiche delle minoranze slave. Infatti La Perna, racconta come diversi esponenti comunisti italiani avversavano le tesi slave, contrapponendo le complesse e complicate esigenze della lotta di classe, l’autodeterminazione dei popoli a quelle nazionali e sociali.
Il giudizio sulle altre forze politiche è negativo, i partiti tradizionali sembravano incerti, indecisi sulle questioni più importanti. Pertanto, «ampi spazi politici vennero in tal modo lasciati ai gruppi nazionalistici nei quali il nascente fascismo troverà fertile terreno per svilupparsi e per costruire in breve tempo il suo successo».
Il fascismo si oppose con fermezza al bolscevismo comunista e alle spinte espansionistiche del revanscismo slavo. Ricevendo il consenso di larghi strati della piccola e media borghesia, dei gruppi patriottici e di tutti quelli che intendevano difendere l’identità nazionale.
La Perna non nasconde i difficili rapporti tra le istituzioni fasciste con le minoranze slave e con gli antifascisti. «L’opposizione ideologica al regime fu sempre e dovunque duramente repressa, da qualunque parte provenisse, senza nessuna discriminante. Nessuno sfuggì a questa regola e tutti gli antifascisti istriani furono indistintamente perseguitati, non costituendo differenza alcuna la loro appartenenza all’uno o all’altro gruppo etnico, ad una o ad altra classe sociale, ad uno o ad altro partito, movimento o associazione. La repressione fu dura e indiscriminata, sorretta dalla logica del ‘chi non è con noi, è contro di noi’ comune a tutti i regimi dittatoriali nei quali nessun’altra ideologia al di fuori di quella dominante ha diritto di cittadinanza».
Lo scoppio della II guerra mondiale e soprattutto con le prime sconfitte dell’Asse, ha risvegliato gli attivisti comunisti. Il libro descrive tutti i passaggi della scesa in campo delle cellule comuniste e dei vari rivoluzionari che si organizzarono per le prossime battaglie. L’autore fa riferimento a diverse fonti più o meno attendibili. Elenca gruppi e sopratutto una marea di nomi, soprannomi, dei capi partigiani che a poco a poco si riorganizzano. «L’inizio del movimento di penetrazione verso Fiume e l’Istria interna – per La Perna – da parte di agitatori e attivisti comunisti, provenienti dalla Croazia, può essere fatto risalire alla fine del 1941[…]».
Inizia la cosiddetta guerra di popolo del maresciallo Tito contro l’occupazione nazifascista. Una guerra che diventa una occasione irripetibile per la riaffermazione di quelle rivendicazioni, da sempre sostenute a gran voce dal nazionalismo slavo, sulle terre Giulie, sulla Dalmazia e sulle isole della costa orientale dell’Adriatico.
Tito è stato abile comandante, è riuscito a far accantonare vecchi rancori e odi aviti tra croati, serbi, macedoni e montenegrini. Il maresciallo ha offerto a questi popoli slavi, attraverso la lotta armata, il riscatto economico, politico e sociale. E superando tutte le differenze ideologiche, attraverso il Partito Comunista della Jugoslavia (PCJ), si è saputo presentare come l’unico coagulo unificante, imponendo un’unica guida militare e politica del movimento nazionale e popolare di liberazione.
Naturalmente oltre ai compromessi, il PCJ di Tito per far trionfare la sua linea politica revanscista, ha eliminato tutti i possibili oppositori interni con lucidità e freddezza tutta balcanica. La strategia di conquista dei partiti comunisti croati e sloveni era molto simile. Entrare subito in tutti i territori rivendicati con i propri attivisti politicamente preparati, e col pretesto della comune lotta al nazifascismo, bisognava avvicinare e poi organizzare tutti gli antifascisti, in particolare il Pci. Inoltre, occorreva al più presto, assumere «il diretto controllo, non solo per poter avere la direzione della lotta armata, ma soprattutto per poter imporre la soluzione finale del problema nazionale che prevedeva l’annessione alla futura Jugoslavia di tutti i territori rivendicati».


Era arrivato il momento, la propaganda martellante e capillare, lo si ripeteva in continuazione: «per le genti dell’Istria di origine slava stava arrivando il grande momento della vendetta, della rivincita, del riscatto nazionale e sociale; i padroni non sarebbero stati più gli italiani, fascisti e sfruttatori […] la giustizia popolare sarebbe stata inflessibile con tutti i traditori e i nemici del popolo[…]».
Il testo di La Perna dà molto spazio ai contrasti dei comunisti italiani, con quelli slavi, vengono pubblicate lettere, interventi di singoli esponenti e di gruppo. Si fanno riferimenti a diversi documenti. A questo proposito un quadro abbastanza dettagliato dello stato di relazioni tra la federazione regionale giuliana del PCI, di cui era segretario Luigi Frausin, e il PCS lo si può trovare in un lungo rapporto steso nel gennaio del 1944 da Giordano Pratolongo, «Oreste» per la direzione del PCI.
Nella relazione i comunisti italiani elencano i motivi di divergenze nei riguardi dei comunisti slavi. E’ presente sempre l’obiettivo categorico nazionalista dei PC slavi. Dove si aggiunge anche il futuro di Trieste e della Venezia Giulia.
Per far passare il progetto revanscista, i comunisti slavi non si fermano davanti a nulla, eliminano anche i compagni italiani che non si piegano alla loro politica come l’uccisione di Giovanni Zol della brigata triestina. Peraltro secondo La Perna, molti partigiani italiani caddero nelle mani naziste, dopo essere stati traditi dai miliziani slavi. Per La Perna questo non deve stupire, si tratta della doppiezza tipicamente balcanica.
Comunque sia i comunisti italiani erano sempre propensi che tutte le questioni territoriali si dovevano risolvere soltanto alla fine del conflitto, solo dopo essersi liberati dal nazifascismo. Tuttavia nella primavera del ’44 ci fu la svolta filo slava della direzione triestina del PC, e La Perna, racconta quello che è successo, si dà conto di una lettera riservatissima, che doveva essere diffusa a tutte le federazioni, del torinese Vincenzo Bianco, detto «Vittorio», che era il responsabile del PCI dell’Alta Italia, dove si sosteneva i progetti espansionistici dei croati e sloveni, inoltre si sottolineava la necessità di porre subito tutte le formazioni partigiane italiane sotto il comando slavo e si accettava l’annessione di Trieste e del Litorale alla Slovenia come un inevitabile fatto storico.
In questo contesto La Perna si occupa anche della posizione della Chiesa cattolica presente nel territorio. Mi ha sorpreso in particolare, il comportamento dei sacerdoti slavi, che appoggiavano apertamente le forze comuniste slave, addirittura sono arrivati ad odiare i confratelli italiani. Questi sacerdoti erano aperti sostenitori delle tesi annessionistiche slovene e croate.
La Perna nel libro sostiene che i seminari giuliani erano diventati «delle vere e proprie fucine antitaliane e centri motori del movimento revanscista e nazionalista panslavo». La Perna fa un elenco di questi sacerdoti, seguendo delle relazioni militari e di polizia sul clero slavo, che aveva preso esplicita posizione contro l’italianità.
Scrive a questo proposito La Perna, «fu attraverso le canoniche e le sagrestie delle parrocchie rette da sacerdoti di origine slava che nei primi anni Venti passò gran parte dell’emigrazione diretta soprattutto verso la Croazia; e fu con l’aiuto di questi religiosi che, dopo l’occupazione italo-tedesca della Jugoslavia nel ’41, fu favorito il ritorno e il reinserimento in Istria di molti di quegli emigrati, parecchi dei quali erano veri e propri agenti del PC sloveno e croato».
Il clero slavo secondo La Perna, dopo qualche perplessità iniziale, per via dell’ideologia atea, solidarizzò con il MPL diretto dai comunisti, anzi spesso si trovano religiosi all’interno dei diversi Comitati di Liberazione e nei fronti unici popolari. Questa alleanza singolare tra clero slavo e marxisti sciovinisti, continua ancora oggi a sollevare non poche perplessità e interrogativi, destinati forse a restare senza risposta, fra gli studiosi di quelle vicende storiche. «In realtà, non è per nulla agevole – scrive La Perna – comprendere quali condizioni vennero allora maturando e quali considerazioni prevalsero tra coloro che resero possibile la convivenza politica dell’ideologia cristiana e cattolica con quella marxista-leninista dei comunisti, decisamente materialista ed atea».
Inoltre altre considerazioni alquanto inquietanti sono che questo clero, tutto sommato era sottoposto ai vescovi diocesani e alle gerarchie della Curia romana. Infine ancora più inquietante e del tutto inspiegabile è quell’«atteggiamento di avversione profonda nutrito da questi sacerdoti verso altri religiosi e laici cattolici, quelli italiani, che pur erano nati ed erano vissuti in quelle stesse terre abitate dalle genti slave. E la cosa – insiste La Perna – appare ancor più difficile da comprendere se si considera che di tale ostilità, di tale malanimo assai somigliante all’odio, vennero gratificati senza eccezione tutti gli italiani, compresi quelli che con il fascismo nulla ebbero da spartire. Come annunziatori del messaggio evangelico questi religiosi furono indubbiamente testimoni assai poco credibili».
Pertanto dopo queste considerazioni non è difficile comprendere l’odio razziale dei miliziani comunisti che portò a quel tipo di massacri di uomini e donne nelle foibe istriane.
Il V capitolo si occupa delle conseguenze dell’armistizio. Il libro evidenzia nel gruppo nazionale italiano uno stato di crisi e di abbandono. Accanto ai timori, alle incertezze e alle preoccupazioni più immediatamente legate alla guerra, andò diffondendosi tra gli italiani della regione una precisa sensazione di isolamento accompagnata da un profondo senso di smarrimento, ma anche di impotenza. In pratica gli italiani si sentirono abbandonati.
La Perna descrive con precisione la strategia delle varie occupazioni del territorio ad opera delle unità partigiane croate, rinforzate da elementi locali e il conseguente insediamento «in nome del popolo» dei poteri civili che avvennero in una situazione di assoluto vuoto di potere e di istituzioni. Del resto non c’era più nessuna autorità costituita, nessun potere civile, militare o politico che poteva fare resistenza. C’era una situazione di totale sbandamento, militari che scappavano, che abbandonavano i reparti, ovunque regnava il disordine e la confusione. In tempi brevi, senza ricorrere all’uso delle armi, senza dover vincere nessuna resistenza, i partigiani comunisti slavi occupano tutto quello che c’era di occupare e si impossessano di armi ed equipaggiamenti di ogni tipo.
Ecco perchè per La Perna non si può assolutamente parlare di nessuna insurrezione, di ribellione collettiva, di sommossa popolare, come ha poi sostenuto la storiografia slava di orientamento comunista. Certo in quei momenti l’unico popolo che partecipò fu quello appartenente al gruppo etnico slavo. «La popolazione italiana restò completamente estranea a tutto questo e se partecipò in qualche modo a quegli avvenimenti fu piuttosto come spettatrice attonita e sbigottita e, poco dopo, soprattutto vittima della nuova situazione venutasi a creare».
Sempre La Perna sottolinea come gli slavi dell’Istria, abilmente manipolati dai tanti agitatori, istigati dalla propaganda, si diedero al libero sfogo agli antichi odi ed alle passioni lungamente represse contro la popolazione italiana. In nome della «giustizia popolare» furono compiute numerose vendette personali, regolati vecchi torti subiti. Ovunque si svolse lo stesso cerimoniale: «dopo essersi accertati che la zona fosse del tutto libera da insidie, a bordo di corriere e di autovetture requisite e di automezzi già in dotazione all’esercito italiano, i miliziani slavi facevano il loro ingresso nelle località, agitando bandiere dai colori croati, a volte cantando inni e qualche volta sparando in aria. Armati fino ai denti, essi prendevano immediato possesso del luogo ‘in nome del popolo’, occupando tutti gli edifici pubblici e militari esistenti: dal piccolo ufficio postale alla residenza municipale, dalla caserma dei carabinieri a quella della guardia di finanza[…]la popolazione veniva invitata in modo molto spiccio a partecipare all’immancabile comizio durante il quale prendevano la parola il responsabile militare e il commissario politico. Nei discorsi si celebrava la ‘grande vittoria’ riportata, si esaltavano il Movimento popolare di liberazione, le forze partigiane, i partiti comunisti della Jugoslavia e della Croazia, l’Unione Sovietica, l’Armata Rossa e gli Alleati».
In quei giorni l’Istria fu sommersa da una marea di tricolori croati, rispetto ai quali la presenza delle bandiere rosse fu ben poca cosa. I tricolori italiani, furono fatti ritirare in tutta fretta.
Subito dopo l’8 settembre iniziarono i primi arresti e le prime esecuzioni. «Tutta la penisola occupata dagli slavi visse in quel periodo giornate terribili. Subito dopo l’insediamento delle nuove autorità iniziarono infatti le operazioni di polizia con fermi, perquisizioni, confische, interrogatori, arresti che si susseguirono, quasi senza soluzione di continuità, fino ai primi giorni di ottobre, quando sopraggiunsero in forze i tedeschi. Furono presi di mira gerarchi e militanti fascisti, podestà, segretari e messi comunali, levatrici e uffici postali, veterinari e medici condotti, ufficiali e sotto ufficiali delle diverse forze armate[…]». La Perna ci tiene a precisare che «gli arresti non avvennero mai con maniere brutali; anzi, con sottile perfidia, il più delle volte vennero fatti passare come misure provvisorie, al fine di effettuare normali accertamenti, o preventive, volte cioè a tutelare le stesse persone arrestate da possibili azioni violente di carattere privato ai loro danni».
Le persone arrestate vennero concentrate tutte nelle stesse zone, rinchiuse in delle celle sotterranee del castello cinquecentesco di Pisino. Altre ad Albona in una caserma isolata. Quasi sempre ai familiari fu tenuto nascosto il luogo di detenzione dei deportati. In questi centri di raccolta, commissari e ufficiali croati, coadiuvati da elementi locali di origine slava, accusavano questi poveretti di delitti assurdi e cavillosi erano i capi d’imputazione, furono sottoposti a lunghi ed estenuanti interrogatori, infliggendo loro umiliazioni, angherie e maltrattamenti di ogni genere. Nella stragrande maggioranza gli inquisiti non avevano commesso nulla di cui essere incolpati. L’unica colpa era quella di appartenere al gruppo nazionale italiano e di sentirsi italiani per lingua, per cultura e per tradizioni.
Davanti ai «tribunali del popolo», agli accusati non fu concessa alcuna garanzia a tutela dei propri diritti per cui nessun prigioniero ebbe la possibilità di interpellare neppure un avvocato d’ufficio. Nell’ultima decade di settembre il tribunale del popolo lavorò a pieno ritmo e l’attività dei giudici slavi fu intensissima con un altissimo numero di condanne.
La Perna racconta il supplizio dei condannati, le barbare modalità di uccisione dei condannati, ormai tante volte descritti dagli studiosi. L’altra sera abbiamo visto tutti con la fiction «Red Land» (Rosso Istria), mandata in onda da Rai 3, come venivano uccisi gli uomini e le donne, finalmente dopo settant’anni anche le foibe arrivano al grande pubblico televisivo. La Perna nel libro fa i nomi degli aguzzini tristemente famosi in tutta l’Istria per l’eliminazione fisica degli italiani, tra di essi non possono essere dimenticati Ivan Motika, il principale giudice di Pisino. Beletich, detto «drago», Tonca Surian, Ciro Raner. Giusto Massarotto, i fratelli Stemberga, Giovanni Colich, detto «il gobo», Rade Poropat, Gioacchino Rakovac e tanti altri. Tutti o quasi nomi che già avevo avuto modo di conoscere negli anni ’90, quando ancora erano poche le pubblicazioni sulle foibe.
Il testo di la Perna da l’elenco delle varie foibe e il recupero delle salme più o meno identificate. Il numero delle vittime non è stato mai possibile averlo con una certa precisione. La Perna, per quanto riguarda l’Istria, e soltanto il periodo del dopo armistizio, il mese del terrore, tenendo conto del recupero dalle foibe, conta complessivamente 750 vittime. Poi ci sono quelle degli altri territori, del dopo ’45. Gli storici orientativamente contano dalle 10 alle 20mila vittime. Il testo di La Perna, pubblica delle appendici, dove troviamo elenchi delle foibe e soprattutto nella 3a appendice si pubblica i nomi, in ordine alfabetico, del genocidio degli italiani ai confini orientali dal settembre 1943 al maggio 1945 e oltre. Si tratta di nominativi di militari civili uccisi o scomparsi. Un elenco che parte da pagina 357 fino a pagina 451. L’elenco è un minuzioso e paziente lavoro che dura da anni e che non può essere considerato definitivo. In tutto sono 6.335. 2.493 appartengono a militari, a pagina 369, c’è il nome di Bruno Domenico, carabiniere a Rovigno (Pola); ucciso il 16 settembre 1943, originario di Mandanici (Me); i civili sono in tutto 3.842, compresi 39 religiosi.
Chi poteva salvare gli italiani in quel momento storico? Si chiede La Perna. In quel momento c’erano i tedeschi e i fascisti. E qui paradossalmente l’autore del libro fa intendere che la grande paura suscitata dall’avanzare delle idee rivoluzionarie, ispirate ai soviet della Russia, gran parte della popolazione italiana si convinse che il risorto fascismo potesse costituire un valido rimedio contro i disordini, scioperi e violenze di quei giorni. I fascisti repubblicani furono gli unici che dichiararono apertamente di voler combattere in difesa dell’identità di quelle terre. Anche se poi vedremo tutto questo non portò nessun giovamento agli italiani e alla loro causa, anzi finì per comprometterla ulteriormente.
Questa era la realtà in quei territori che durò fino al ’45 e per La Perna, la reazione degli italiani non fu adeguata, anche perchè mancò una valida guida ideale ed un concreto aiuto materiale nella difesa dei loro giusti diritti etnici e nazionali. Su questi aspetti probabilmente non si è riflettuto abbastanza.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. “La terra trema”: i trenta secondi del terremoto di Messina che cambiarono l’Italia

«Ora venite? Ora che il terremoto è finito? Una donna ferita tende i pugni contro la prima pattuglia sbarcata dalle navi italiane. Dopo i marinai russi della squadra del Baltico, dopo gli equipaggi della flotta inglese, martedì 29 dicembre arrivano, finalmente. I nostri». Con questa invettiva nel retrocopertina, viene presentato il libro di Giorgio Boatti, «La terra trema. Messina 28 dicembre 10908. I trenta secondi che cambiarono l’Italia, non gli italiani», pubblicato da Arnoldo Mondadori editore nel 2004.
Il terremoto che ha colpito Messina, mi ha sempre incuriosito e per certi versi, affascinato. Ho letto con una particolare attenzione la puntuale cronaca di quello che è successo prima, nei trenta secondi e soprattutto dopo il tragico terremoto. Siamo all’alba del 28 dicembre alle ore 5,45, quando la maggior parte della gente sta dormendo, in pochi secondi si abbatte sulla città il più disastroso terremoto mai avvenuto in Europa, radendo al suolo Messina e Reggio Calabria, con il suo tragico bilancio di morti (quasi centocinquantamila). Subito dopo, «in un surreale silenzio, un rombo sordo che sembra venire dal fondo del mare. In rapida successione le gigantesche ondate del maremoto investono la città devastata dal sisma». Sparisce il porto, le barche sono scagliate contro le macerie dei palazzi, in particolare della «Palazzata».
Il libro di Boatti racconta la catastrofe di Messina in un ampia e serrata ricostruzione basata, oltre che sulle cronache e i racconti dei sopravvissuti, su documenti inediti che rendono particolarmente completo lo studio. Boatti sottolinea i ritardi nella ricerca dei sepolti vivi, l’incapacità delle istituzioni di decidere come sistemare i sopravvissuti e quindi il territorio, soprattutto di operare con umanità.


Messina, in quelle ore, in quei giorni era priva di tutto. I primi soccorritori, sono stati i marinai russi che si trovavano in quel momento nel porto, sulle corazzate Cesarevic e Slava furono i primi ad accorrere. «Con i bianche vessilli, la croce blu della marina zarista issata in poppa», alle 7 del mattino questi giovani disciplinatissimi, graziosi e pieni di attenzione verso la popolazione colpita dal disastro, scendono dalle navi con le scialuppe e raggiungono la città. Sono ammirati anche dagli altri equipaggi giunti nel porto, in particolare, gli inglesi. Sommando le diverse unità, sono quasi tremila marinai che accorrono in soccorso di Messina distrutta. I giovani marinai oltre a cercare i sopravvissuti, han dovuto intervenire contro chi stava compiendo il gesto più oltraggioso: rubare e saccheggiare tra le macerie delle case. Naturalmente ai militari non rimaneva che sparare a vista.
Scarfoglio, cronista de Il Mattino, racconta, «Almeno la metà dei detenuti di Messina è vagante per le vie: tutti i detenuti di Messina sono liberi: tutti i malviventi arrestati nei villaggi sono fuggiti la notte del terremoto: vi sono poi moltissimi malfattori liberi accorsi dai paesi vicini, i quali nella sciagura immane vedono un comodo mezzo per compiere le loro gesta».
La questione dei cosiddetti «sciacalli», mi ha molto impressionato. Per la verità il libro non è stato tanto chiaro sulla faccenda. In Boatti trapela una certa distinzione, c’era chi rubava per fame e chi invece lo faceva per avidità. Tuttavia il testo evidenzia lo sconvolgimento sociale e sovversivo che opera l’evento terremoto. Tutto è mutato rapidamente: la mentalità, i rapporti umani. Dai primi racconti è evidente che c’è un «repentino ritorno a uno stato di natura, brutale e semplice».
«Sono molti gli episodi, riportati dai cronisti, che parlano dello scatenarsi dei saccheggi, dell’accendersi della violenza, delle reazioni da parte degli sparuti presidi di uomini in divisa, dei conflitti a fuoco che avvengono in quelle prime ore, in quei primi giorni, nella città devastata». A.C. Fratta sul Corriere d’Italia, cita episodi atroci: cadaveri con le dita tagliate, lobi degli orecchi tagliati, strappati, per rubare orecchini. Addirittura sembra che i ladri sono in azione anche durante la visita del re d’Italia e della regina.
Seguiamo il resoconto di un giornalista: «Si vedono…lugubri abitatori, le bieche figure dei ladri che frugano i resti della morte. Tratto tratto qualcuno ne viene arrestato dai soldati che fanno la ronda: il delitto è flagrante, l’ordine è perentorio, i miserabili sono fucilati. La pioggia, la sete, la fame, il buio della notte senza più alcun mezzo di illuminazione, accrescono lo sgomento di chi resta. Anche ai superstiti sembra che lo squallore dell’oggi sia peggio della morte di ieri».


Bellonci, giornalista de Il Giornale d’Italia, racconta che l’ammiraglio Viale, voleva impedire ai suoi marinai di scendere a terra, perché c’erano orde di predoni che infestano Messina. C’è stato un marinaio che ha dovuto lottare contro un gruppo di malviventi. Anche i marinai russi hanno dovuto lottare contro bande di criminali, evasi dalla carceri.
Dunque dopo i russi e gli inglesi arrivano gli italiani. Boatti racconta minuziosamente i primi momenti del dopo terremoto. Naturalmente erano saltati tutti i collegamenti. La torpediniera Serpente, ha dovuto faticare per trovare una postazione attiva telegrafica per inviare a Catania il telegramma del maggiore Graziani, alla fine soltanto a Milazzo è riuscita ad inviarlo, ma erano le 18. Mentre l’altra, la torpediniera Scorpione, raggiunse l’ufficio telegrafico di Nicotera alle 13 per trasmettere i telegrammi diretti al Governo. Mentre nel pomeriggio, il maggiore è riuscito ad utilizzare la postazione telegrafica di Scaletta Zanclea.
Tuttavia calato il buio di quel lunedì, 28 dicembre, giungono a Palermo, a Catania e a Roma, i messaggi che danno un quadro vicino alla realtà. «Richieste senza risposte immediate. Molte le voci e i messaggi che invocano aiuto, ma la macchina dei soccorsi – sia nelle città vicine che nella capitale – anche quando comincia a udire gli appelli è lenta e impacciata nel muovere i primi passi».
A questo proposito alla fine del libro Boatti pubblica una appendice documentaria. Si tratta di tre rapporti. Tre osservatori, il primo, il console americanoBayard Cutting jr, il colonnello francese Elie Jullian e il colonnello inglese,Charles Delmè-Radcliffe che sono presenti sulla scena già nei primi giorni di gennaio del 1909 e svolgono incarichi ufficiali per conto delle loro nazioni.
Negli scritti di questi tre osservatori, «colpiscono i comuni, severi giudizi con cui valutano l’opera di soccorso e l’intervento dello stato italiano nelle zone terremotate. Talvolta, nel caso dei due addetti militari, le notazioni critiche coinvolgono, e pesantemente, la stessa popolazione e sottolineano alcune caratteristiche generali del carattere italiano che sarebbero all’origine delle gravissime disfunzioni».
Il Boatti sottolinea quanto erano ancora diffusi certi stereotipi, talvolta razzisti, nei confronti dell’Italia e del suo Meridione.


«A Messina tutti hanno dato ordini, nessuno li ha eseguiti», sostiene il colonnello francese. Sembra che i primi nostri battaglioni sono arrivati a Messina senza viveri, senza ambulanze, ecco perché molti feriti sono morti. Il colonnello descrive l’inadeguatezza dei nostri vertici che non sono riusciti a tenere l’ordine pubblico. Uno sciame di delinquenti si sono impossessati di territori della città. Viene fortemente criticato l’operato del generale Francesco Mazza, a cui il presidente del Consiglio Giolitti aveva dato pieni poteri per lo stato d’assedio, preoccupato soltanto di impedire che arrivassero a Messina, elementi indesiderabili. Il testo di Boatti descrive nei minimi particolari, la contraddittoria figura di questo generale, che viveva con una certa agiatezza sulla nave e da qui dava i comandi.
Infine l’ultima accesa critica, forse quella più grave viene dal colonnello inglese che asserisce che con un soccorso tempestivo da parte delle forze armate italiane e soprattutto se avessero accettato l’aiuto delle navi straniere, si sarebbero potute salvare più di diecimila persone. Delmè- Radcliffe mettendo piede a Messina, ha notato una generale apatia, indifferenza. Gli stessi sopravvissuti, «il 90 per cento di solito si rifiutava categoricamente di muovere un solo dito per aiutare se stessi, e tanto meno qualcun altro. Consideravano come un dovere del resto del mondo dare loro cibo, vestiario, case e rifornirli di comodità […]Naturalmente, non tutti possono essere raggruppati in questa ampia generalizzazione[…]».
Secondo il colonnello inglese si perdettero troppi giorni, inoltre, il diplomatico percepisce l’inaffidabilità della maggior parte delle autorità locali, dai sindaci ai prefetti.
Con lo stato d’assedio, si cominciò a ragionare sul futuro della città di Messina, le ipotesi erano tante, sgomberarla e ricostruirla da un’altra parte, bombardarla e raderla al suolo. Altra soluzione era quella di disinfettarla con calce viva, visto che ora dopo tanti giorni i morti vanno in decomposizione e c’è il rischio di gravi epidemie. In una corrispondenza del 1 gennaio di L. Lucatelli, si sostiene che Messina è civilmente morta, tutto è andato perduto, l’archivio municipale, quello giudiziario, morti quasi tutti i pubblici funzionari.
Ma il terremoto non ha colpito solo Messina, è stata distrutta anche Reggio e molti altri centri della Calabria. I sindaci dei piccoli centri calabresi si premurano con insistenza ad allertare con telegrammi il Governo a Roma. Peraltro qui si lamenta altre gravi inadempienze, forti ritardi negli aiuti. Addirittura si parla di totale abbandono dei calabresi. Tra l’altro gli stessi territori avevano subito nei mesi precedenti altre scosse di terremoto con forti danni.


Il libro di Boatti racconta molte cose in riguardo a Reggio. Colpisce l’analisi competente sulle condizioni dei palazzi reggini, che hanno ceduto internamente, schiacciando la gente sotto i vari soffitti. Boatti si affida alle competenti analisi dell’architetto Baratta. Così sono morti quelle giovani sfortunate reclute della caserma Mezzocapo di Reggio, arrivati la sera prima dal Nord Italia, dal Veneto. Sono passati dal sonno alla morte. Invece destino inverso hanno avuto un gruppo di seminaristi della camerata San Carlo Borromeo, che dovevano andare in gita, senza aspettare il suono della sveglia delle 6, si sono alzati prima alle 4,20 e così il terremoto li raggiunse sul treno.
Anche qui sulla Calabria affiorano analisi impietose sul comportamento di una parte dei sopravvissuti al terremoto. Vecchi stereotipi vengono a galla. Il vecchio topos sulla Calabria resiste, in particolare, il fatalismo.
I giornalisti notano una certa fannullaggine da parte dei giovani calabresi, che non sarebbero pronti ad aiutare i soccorritori. Il testo di Boatti riporta episodi ben precisi. Addirittura De Rossi, si domanda su Il Corriere d’Italia «se vale la pena affannarsi tanto per un popolo di egoisti, di fiacchi e di ingrati?».
Il libro di Boatti si sofferma anche sui numerosi aiuti che le regioni meridionali ricevono da tutta la penisola, ma soprattutto da tutto il mondo. Anche qui si discute poi come far arrivare questi aiuti ai vari territori del Sud, necessita istituire un Comitato centrale di soccorso, di cui entrano a far parte tutti i notabili di allora. C’è un oceano di memorie e di testimonianze da raccogliere, circa 512 buste dell’Archivio del Comitato. Altrettante documentazioni si trovano negli Archivi della Chiesa cattolica. Il Boatti fa riferimento anche alla Massoneria, al grande Oriente che si mobilitò per aiutare i terremotati. Partirono treni speciali da Milano, con descrizione dettagliata di queste partenze. Le raccolte sono state organizzate anche dai giornali, come quella del Corriere della Sera.
Nelle città si organizzano le «passeggiate», sfilate di carri che transitano lungo le vie principali, per raccogliere abiti, viveri, generi di soccorso per gli abitanti. E’ una grande novità che colpisce tutti gli abitanti del nostro Paese, in molti rimarrà per sempre nella memoria questa spettacolarizzazione delle offerte, delle donazioni.
Boatti precisa che su un totale di 21 milioni raccolti, poco meno di due terzi proviene dall’estero, dove primeggia l’Inghilterra.

Prospetto del Duomo di Messina e scorcio dell’omonima Piazza prima della distruzione causata dal terremoto del 1908. In primo piano la cinquecentesca Fontana di Orione1860 – 1865 ca.XII -XX sec.Messina –

Dopo ogni terremoto, affiorano diverse questioni, il libro cerca di affrontarle tutte; ci sono difficoltà nella corretta distribuzione dei viveri. Dopo settimane si è scoperto che le razioni giornaliere distribuite erano di più dei profughi presenti nella città. Poi c’era la distribuzione delle baracche, anche qui si è notato un certo losco traffico. Infine c’èra la questione dei profughi; quanti sono e dove sono andati.
Tra questi c’è una questione molto delicata quella che riguarda gli orfani. Chi si deve occupare, è un tema delicatissimo, che può generare speculazioni. Intanto quanti sono gli orfani lasciati dal terremoto di Messina e Reggio? Il generale Pollio suggerisce di affidare un orfano a ogni reggimento del Regio esercito. E le femmine? A questo punto subentra la Chiesa, in particolare don Luigi Orione. Questo prete venuto dal Nord, originario del pavese, quindi conterraneo del generale Mazza e del suo assistente Lanzavecchia. Ben presto arrivano ad accordarsi, nonostante le tante difficoltà. Don Orione fonda la colonia della Divina Provvidenza e il Collegio S. Luigi. Ha dalla sua parte il Papa, S. Pio X, ma viene osteggiato a livello locale.
Sulla questione degli orfani si apre un contenzioso tra le istituzioni dello Stato e la Chiesa. Si arriva a un contrasto ideologico tra i due attivismi, quello cattolico e quello laico. Si giunse ad ipotizzare da parte laicista un ipotetico possesso delle «anime degli orfani», da parte della Chiesa. In più subentra il caso del transatlantico spagnolo «Cataluna», che imbarca ragazzi orfani ad ogni approdo, e che sfugge ad ogni controllo burocratico.
Su questo argomento Boatti, inserisce il caso del professore Salvemini, docente all’università di Messina, colpito personalmente dal terremoto, che gli ha portato via i suoi quattro figli. Il Salvemini è rimasto per tutta la vita con la speranza di ritrovare almeno uno dei suoi figli.
Affrontando il tema della ricostruzione, il libro si occupa della polemica sull’università di Messina. Molti docenti era morti con le loro famiglie, gli edifici e i siti universitari distrutti. Boatti interviene facendo parlare il professore Salvemini che sferra attacchi nei confronti dei colleghi napoletani, ma anche contro l’istituzione messinese, auspicando la chiusura.
Negli ultimi capitoli del testo si fa accenno al terremoto come castigo di Dio. «Sono molti, soprattutto tra i più semplici, a pensare all’intervento diretto dal Cielo sulle vicende umane». Non è la prima volta, intorno alle grandi calamità, c’è tutto un proliferare di racconti, di premonizioni, di segnali, magari non colti subito, o intuizioni funeree.
Si scatenano feroci polemiche fra gli opposti schieramenti, in particolare si fa riferimento ad un sonetto, pubblicato su un giornaletto umoristico. Sembra che hanno diffuso la polemica, prima il direttore de La Scintilla e poi lo stesso don Orione. Così si può pensare che «il terremoto che ha colpito la città è stato attirato dal blasfemo sonetto risonato nella Messina ‘in mano agli anticlericali’». Naturalmente la stampa italiana, in particolare il Corriere della Sera, ridicolizza, queste forzature clericali.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. “Terroni ‘Ndernescional. E fecero terra bruciata”, quel destino comune fra la Sardegna e il Regno delle due Sicilie

Dopo Terroni, Pino Aprile, giornalista e storico d’assalto, continua l’argomento con «Terroni ‘Ndernescional. E fecero terra bruciata», pubblicato sempre da Piemme (2014). In questo testo, che forse non ha avuto lo stesso successo del precedente, Aprile oltre a ragionare sul Meridione d’Italia, conquistato con una guerra di spietata dai Piemontesi, dà ampio spazio alla Sardegna, che faceva parte del Regno dei Savoia, che si chiamava appunto di «Sardegna».
La Sardegna scrive Aprile governata dai Savoia, al momento dell’Unità d’Italia era la regione con meno strade, più analfabeti e manco un metro di ferrovie. Fu il vero Sud. Sostanzialmente la novità del libro è il confronto tra il Regno delle Due Sicilie, la Sardegna e la Germania dell’Est. Se il Regno borbonico e la Sardegna hanno subito l’identico saccheggio da parte del governo piemontese, anche la Germania dell’Est ha subito lo stesso saccheggio, da parte dei tedeschi dell’Ovest. Per la verità la sua tesi di Aprile, almeno per quanto riguarda la Germania dell’Est, mi sembra un po’ azzardata.


Pertanto, cos’hanno in comune la Sardegna del 1720 e soprattutto del 1847; il Regno delle Due Sicilie del 1860-61; la Germania Est del 1989 e di adesso. Per Aprile, «sono Sud di Nord sempre più grandi; costretti in stato di minorità». In pratica secondo il giornalista pugliese, la Sardegna diventa «fattoria del Piemonte» e nacque così la questione sarda. Industria e agricoltura del Regno delle due Sicilie, furono sacrificate allo sviluppo del Nord, nasce la questione meridionale. Mentre la Germania dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino, viene risucchiata dalla Germania Ovest e così nasce la Questione orientale.
La Sardegna, «fu il primo Sud – scrive Aprile – per la fusione con lo ‘Stato peggio governato d’Italia’». Il metodo della «fusione», che fu fatto in Sardegna, secondo Franco Venturi, fece scuola, e diviene metodo: «il modo dell’Italia di essere paese. Divisa. La questione meridionale fu l’estensione al Mezzogiorno continentale del sistema economico[…]».
Nelle pagine del libro, l’autore ricorda che né la Sardegna, né il Regno delle Due Sicilie chiedevano di essere ammessi al Piemonte. «Lasciate perdere le panzane che ci propinano da un secolo e mezzo sulla patriottica attesa dell’arrivo dei garibaldini e Vittorio Emanuele. Questo lo volevano i fuoriusciti napoletani a Torino, che erano il 7,6 per cento del totale, 1500, in gran parte lombardo-veneti: quindi un centinaio di persone. E Luigi Carlo Farini (che da dittatore a Modena, per conto dei Savoia, si era impadronito dei beni del duca spodestato, da luogotenente a Napoli, scrisse che non erano più di 100 a volere l’unificazione […]». Bisognava prendere ad «archibugiate», chi non voleva diventare piemontese? si domandava Massimo D’Azeglio.
Pertanto per Aprile, i Piemontesi, invece di mettere ordine in casa propria cioè in Saedegna, «preferirono darsi da fare in trasferta. Per giustificare l’invasione del Regno delle Due Sicilie, fu inventata l’arretratezza del Sud rispetto al Nord».


Tuttavia nessun territorio come la Sardegna amministrata dai modernizzatori sabaudi, era tanto indietro, sotto ogni punto di vista, nonostante le «amorevoli cure dei prodi unificatori». Aprile così come nel primo Terroni, ma anche nel libro, Giù al Sud, si lascia andare a continui confronti sia storici che di ordine politico attuali, tra Nord e Sud, polemizzando non poco con la politica nordista dei vari governi italiani, che peraltro, sono colpevoli di aver diviso il Paese. In particolare Aprile continua a scagliarsi contro la Lega, figlia di quell’annoso egoismo politico che ha affossato il Sud. Naturalmente non condivido il vistoso accanimento del giornalista nei confronti della Lega, che peraltro è cambiata sensibilmente con la segreteria Salvini.
Comunque il testo infatti è pieno di confronti tra i due sistemi: quello sabaudo e borbonico. Si inizia s prendere in esame l’aspetto culturale. L’arretratezza culturale del Regno delle due Sicilie, rispetto al Piemonte è una bufala: «Il Regno delle Due Sicilie aveva il doppio di studenti universitari del resto d’Italia, messo insieme e fuoriusciti borbonici, esportavano a Torino facoltà universitarie nate a Napoli. Arretratezze, povertà e difficoltà dei trasporti della Sardegna, invece, erano vere».
L’Italia, secondo Aprile, «è divisa nella testa e nei cuori degli italiani,le disuguaglianze impresse nel territorio e lo squilibrato riconoscimento dei diritti sono soltanto trasposizioni materiale di un’idea». L’esempio evidenziato da Aprile è la mancanza di ferrovie, di mappe stradali nel Sud, ma questo valeva anche per il Nord.


Aprile fa riferimento all’alta percentuale di analfabeti presente nella Sardegna, circa l’89,7 per cento. «Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po’, 40 anni dopo l’Unità, a prezzi pesanti perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l’istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli».
Aprile continuando nelle comparazioni, sottolinea la qualità culturale del «primitivo» Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all’economia politica, dalla vulcanologia, alla sismologia, all’archeologia. Trovo riscontri di questi studi nel libro di Giorgio Boatti, La Terra trema. Messina 28 dicembre 1908. Mondadori (2004), «[…] è sotto il Regno dei Borbone che, nel 1841, si provvede a fondare il primo centro di ricerca esistente al mondo sui vulcani e sui terremoti. Si tratta dell’Osservatorio Vesuviano affidato sin dal suo iniziale procedere a Luigi Palmieri che, dopo la metà del secolo (1855), costituisce l’originale prototipo di sismografo […]». Se era una popolazione analfabeta, quella napoletana, come faceva a produrre queste cose? Si chiede polemizzando Aprile. Sul tema il professore Gennaro De Crescenzo si domanda in un suo libro: «Il Sud: dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle», : «come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro poco più di 5.000 del resto d’Italia, da un tale oceano di ignoranza? Ne si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel regno delle Due Sicilie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo».
Sempre De Crescenzo, uno studioso che ha consultato fior di archivi, può scrivere che nel Regno napoletano, «c’erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private». Il professore fa un elenco dettagliato per ogni territorio del Regno. Per esempio nella Terra di Lavoro, c’erano bel 664 scuole. Interessante il riferimento al conte Alessandro Bianco di Saint-Joriez, ufficiale piemontese, sceso al Sud, pieno di pregiudizi, si è dovuto ricredere, perché aveva trovato un’altra situazione. Nel Regno napoletano esisteva la pubblica istruzione gratuita.
Di sicuro, scrive Aprile, i Savoia appena giunti a Napoli, chiusero decine di istituti Superiori, lo riferisce Carlo Alianello, ne «La Conquista del Sud». Sempre sulla cultura al Sud, è singolare quello che scrive Raffaele Vescera, a proposito dei suoi antenati: «mi sono sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato, il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’unità, analfabeta».


Insiste Aprile nella comparazione: «Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell’isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo». Mentre per quanto riguarda il Regno delle Due Sicilie, «la liberazione (così la racconta da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all’impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell’Università di Bruxelles (in linea con quelli della banca d’Italia, CNR e Banca Mondiale), era la ‘Germania’ del tempo, dal punto di vista economico. La Conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour».
Pertanto a ribadire quello che ormai hanno scritto in tanti: quello che ci è stato detto sull’invasione del meridione è tutto falsificato a cominciare dai Mille, la pagliacciata dei Plebisciti per l’annessione, sulla partecipazione entusiasta del popolo meridionale. «E allora – si chiede Aprile – che cosa ci faceva con i garibaldini e piemontesi la legione straniera ungherese?».
Sostanzialmente Aprile nel libro contesta anche le statistiche formulate dagli storici, sull’economia del Regno sabaudo, che non includono mai la Sardegna. Infatti i Savoia, «non considerano mai l’isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra». Anzi, appena è stato possibile, la Sardegna, «venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del regno sabaudo».
Praticamente l’Italia è stata fatta così: «al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già ‘meridionalizzata’. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce ‘isole’, o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce ‘Mezzogiorno’».
Dunque secondo Aprile si vuol far credere che il ritardo del Sud rispetto al Nord c’era già e non è stato creato dalla spoliazione del Regno delle Due Sicilie. E se oggi perdura la questione meridionale è perchè non solo c’è sempre stata, ma la colpa è dei terroni locali. Ritornando alla Sardegna, lo storico Francesco Cesare Casula, sostiene non solo che il Mezzogiorno divenne sardo, ma tutta l’Italia è diventata sarda, proprio perchè i confini del Regno sardo vengono allargati, sino ad includere tutta l’Italia. A questo proposito Aprile cita Pasquale Amato che osserva che tutte le sentenze degli Stati preunitari erano decadute con l’Unità, per l’estinzione degli stati stessi che le avevano emesse. Mentre «la condanna a morte di Mazzini da parte di un tribunale sabaudo era ancora valida, perché non era stata unificata l’Italia, ma solo ampliati i confini del Piemonte». Addirittura per Casula, dal punto di vista del diritto statale e internazionale, «gli italiani sono tutti sardi[…]».
Anche in questo testo Aprile fa riferimento, sinteticamente, ai vari passaggi storici di come è stata «liberata» l’Italia dai piemontesi sabaudi, e soprattutto come ricercatori, divulgatori non accademici hanno raccontato l’unificazione del Paese. Sono interessanti quelli riguardanti la Sardegna. Con la «Fusione Perfetta» della Sardegna al Regno sardo, «i sardi veri divennero definitivamente un po’ meno sardi dei cosiddetti sardi di terraferma». I primi ad accorgersene furono proprio quei pochi che l’avevano voluta e quindi a pentirsene, come Luigi Settembrini, unitarista partenopeo, vedendo che cosa faceva il governo «italiano» al Sud e alle sue università, disse ai suoi studenti che la colpa era di Ferdinando II° di Borbone, che invece di tagliare la testa a lui e agli altri come lui, fu troppo benevolo.
Questa scarsa pattuglia di liberali idealisti unitari come Giustino Fortunato, che poi sarà ministro, entrarono nella struttura amministrativa del nuovo Stato. Intanto aumentarono le tasse: si passò dalle 5 leggere dei Borboni alle 23 tostissime con i sardi. Fu introdotta la leva obbligatoria, i renitenti alla leva, se presi, furono passati per le armi. Per 10 anni l’intero Sud fu messo in stato di assedio. Le carceri dei Savoia si riempirono, altro che le carceri dei Borboni, descritte dall’imbroglione Gladstone.
La delusione per la mancata «parità di trattamento», fa sorgere in Sardegna una fitta serie di studi, proteste, proposte. I temi che poi animeranno il meridionalismo, ci sono già tutti nella Sardegna preunitaria. In particolare fu Antonio Gramsci «a unire le due sponde della Questione meridionale, scrivendo di quel che è stato fatto all’isola e poi al Sud continentale». Aprile nel testo dà ampio spazio alle rivendicazioni del sardismo, come quelle portate avanti da Emilio Lussu. Puntuale il suo riferimento alla lingua sarda, ma non solo, che veniva osteggiata dal nuovo Regno. Il libro riporta il ruolo che ebbe Francesco De Sanctis, il padre della critica letteraria italiana: «condusse una radicale epurazione nelle scuole e università meridionali, mettendo fuori docenti, spesso, gli spiriti più liberi, sospetti di non essere convinti sostenitori del nuovo re; poi abolì il fondo, istituito dai Borbone,, per assegnare borse di studio agli studenti bravi ma poveri; non ebbe nulla da dire quando quelli e altri fondi furono usati per pagare generose pensioni a una mezza dozzina di puttane, inclusa Marianna De Crescenzo, detta La Sangiovannara…».
Aprile punta l’attenzione sul ruolo dell’esercito che svolgeva spesso operazioni di ordine pubblico per la tenuta del Regno: capitò con il bombardamento di Genova nel 1849, con il conseguente saccheggio della città, con il bombardamento di Palermo nel 1866 per sedare la rivolta del «Settemezzo», infine l’uso dei cannoni di Fiorenzo Bava Beccaris, contro gli scioperanti in Piazza Duomo a Milano nel 1898.
I generali in Piemonte passavano da compiti militari a compiti di governo e viceversa. Un esercito, sottolinea Aprile: «tanto feroce contro i propri connazionali, quanto inetto contro i nemici».
E’ opportuno concludere con queste riflessioni che Aprile propone ai lettori del libro, su chi cerca di recuperare la storia negata (ma non perduta), tra questi mi arruolo indegnamente, spesso si viene accusati di «nostalgia borbonica», non solo ma anche di «meridionalisti», sudisti o piagnisti. Scrive Aprile: «intendo, con questo che chi rimpiange quei tempi, li vorrebbe riproporre oggi. Naturalmente non è vero, anche se lo trovi sempre qualcuno che rivedrebbe volentieri i Borbone alla guida del Regno delle Due Sicilie, Cecco Beppe a governare le Tre Venezie, il muro a dividere di nuovo Berlino, Eleonora d’Arborea a governare la Sardegna con Leggi della Carta de Logu, del 1392 […]».
Quella nostalgia però per Aprile è importante. «Va capita, perchè segnala il valore di una perdita che non è stata compensata da quel che doveva sostituirla, in meglio. E’ una promessa tradita. Insomma ti manca il passato se era, o solo ti sembra migliore del presente […] cerchi rifugio in un’altra epoca, quando quella in cui vivi ti esclude […] Perchè – insiste Aprile – se di quel passato ti è stato mostrato soltanto il male, mentre il bene ti è stato nascosto o diminuito, persino dileggiato e ridotto a motivo per denigrarti, sottrarti diritti, renderti ‘meno’, rispetto agli altri, allora recuperare quello che è stato diviene il modo per riprenderti la dignità e l’orgoglio amputati e pretendere la parità di trattamento e il rispetto che ti negano».

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Siamo in guerra con i Jihadisti e non siamo noi a deciderlo

Nelle vacanze di Natale siciliane ho letto uno studio del professore Alessandro Orsini, «L’Isis non è morto. Ha solo cambiato pelle», Rizzoli (2018). Ad un certo punto del testo il professore chiarisce: «Terrorismo e immigrazione sono strettamente legati, nel senso che tutti gli attentatori dell’Isis in Europa occidentale erano immigrati». Pertanto la notizia che hanno dato tutti i media del 9 gennaio scorso che dietro al traffico di esseri umani si nascondono i terroristi dell’Isis deve allarmarci non poco. C’è un dettagliato intervento abbastanza inquietante proprio del 9 gennaio, sul quotidiano online «Gli occhi della guerra», «Il rischio del terrorismo negli sbarchi fantasmi». (www.gliocchidellaguerra.it). «Il quadro che emerge è dunque tanto chiaro quanto allarmante: gli sbarchi nel trapanese, avvenuti più in sordina a livello mediatico in quanto minori di numero rispetto a quelli che coinvolgono l’agrigentino, trasportano gente che ha un alto livello di pericolosità criminale. Persone ricercate in Tunisia, che riescono ad entrare nel nostro paese. E l’attenzione, sotto il fronte del rischio terrorismo, rimane dunque molto alta».
Tuttavia Orsini ci tiene a precisare che la sua tesi non intende diffondere il terrore. Il suo intento è quello di «aiutare il mio Paese nella lotta contro l’Isis attraverso gli strumenti di cui dispongo, che sono strumenti culturali». In particolare, come scrive nel libro, i suoi studi scaturiscono dalle sue ricerche condotte al MIT di Boston, una delle università più prestigiose del mondo.


Orsini su questo argomento è categorico: «siamo in guerra […] i discorsi degli analisti italiani che affermano che, invece, non saremmo in guerra sono frutto della retorica di chi non ha niente da dire. Non siamo noi a stabilire se siamo in guerra oppure no».
Tra la letteratura che riguarda il terrorismo jihadista, forse il libro di Orsini è quello che riesce più dia ltri a dare un quadro completo e soprattutto realistico del complesso fenomeno dello Stato islamico (ISIS). Nato nel 2014, con un’avanzata travolgente ha conquistato parte dell’Iraq e della Siria. Con la caduta di Raqqa a fine 2017, il «mostro spaventoso» si è liquefatto, dopo soli 3 anni. Il testo di Orsini già nel titolo parte da una tesi che nonostante lo Stato islamico sia crollato, l’Isis continua ancora oggi a rappresentare un pericolo per le città in Occidente. Il pericolo ha assunto diversi, nuovi, imprevedibili volti che Orsini ci illustra per cercare di prevedere le mosse future, soprattutto dei cosiddetti «lupi solitari».
Intanto il professore Orsini, ricordo che è un esperto di terrorismo, essendo professore di Sociologia del Terrorismo, è direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS di Roma e del quotidiano online «Sicurezza Internazionale», già dal 1° capitolo parte da una precisazione o meglio pretesa: «Tutta la verità sull’Isis (diversamente da quello che ci hanno raccontato i media)».


Pertanto Orsini precisa che «L’Isis era travolgente senza essere forte. L’esercito messo in piedi da al-Baghdadi è sempre stato un fenomeno militarmente irrilevante, Avanzava perché l’esercito siriano e l’esercito iracheno, ormai allo sbando, si ritiravano anziché combattere». Pertanto quello che gli attribuivano i nostri Media all’Isis per il professore era tutto falso. Infatti, quando «gli eserciti della Siria e dell’Iraq si sono riorganizzati, l’Isis ha iniziato ad arretrare inesorabilmente». Per Orsini sicuramente «La storia dell’Isis, é una storia di debolezza».
In questo capitolo il professore napoletano illustra con chiarezza le vicende complesse sul terrorismo jihadista, fornendo diverse prove. Si comincia con la conquista di Mosul, la città dove al-Baghdadi proclamò la nascita dello Stato Islamico, il 29 giugno 2014. In quell’occasione il professore Orsini, chiarisce che non fu una conquista del potente esercito dell’Isis. «La verità é che fu abbandonata dai soldati iracheni, che si confusero tra i civili dopo aver gettato armi e divise. Altro che inarrestabile armata jihadista raccontata dai Media».
Orsini può scrivere queste cose dopo aver consultato giornali e documenti come il «New York Times» che utilizzava il termine «sgretolamento» da parte dell’esercito iracheno. Allora, «Perché l’Isis ha avuto successo?». Secondo Orsini, perché i Paesi del medio Oriente erano divisi: «L’Isis è stato favorito dalla rivalità del blocco anti-Isis guidato dagli USA e quello guidato dalla Russia». Non si possono dare certezze quando è iniziato questo «gioco», ma certamente è durato dal 29 giugno 2014 fino all’insediamento di Trump alla casa Bianca, il 20 gennaio 2017.


Secondo Orsini il problema di Obama e Putin e dei loro alleati regionali, non era di sconfiggere l’ISIS, ma di conquistare Damasco per inghiottirsi la Siria. Infatti queste due coalizioni anti-Isis invece di cooperare tra loro, si ostacolavano. A questo proposito Orsini, fa rilevare il cinismo di queste grandi potenze nella politica internazionale, sostenendo che Russia e Stati Uniti, invece di arrestare la guerra civile in Siria, hanno fatto di tutto per alimentarla, almeno fino al 2017. Un altro fattore di ostacolo è stato la contrapposizione della Turchia con l’Iraq, quest’ultimo non intendeva ricevere aiuti dai turchi sunniti. La Turchia in questo scenario svolge un ruolo alquanto ambiguo, fa la guerra all’Isis per liberare il Nord della Siria, ma lo fa per toglierlo ai Curdi. Altra contesa che favoriva l’Isis era l’odio atavico tra Israele e la Siria. Naturalmente al-Baghdadi gioiva davanti a simili divisioni.
In questo groviglio di continui conflitti, l’autore del libro non prende nessuna posizione a favore di qualche contendente. Comunque sia il fattore che ha contribuito maggiormente alle fortune dell’Isis è la politica settaria del primo ministro sciita dell’Iraq, Nuri al-Maliki, dal 2006 al 2014. «Particolarmente nefasto – per Orsini – fu il suo rifiuto di integrare circa centomila soldati sunniti nel nuovo esercito, come richiesto dagli americani». Infatti poi un gran numero di questi soldati si arruolò nelle fila dell’Isis per avere uno stipendio e per vendicarsi degli sciiti.
Nel libro Orsini racconta, errore dopo errore, come al-Maliki ha contribuito ad alimentare il ruolo politico dell’Isis. Infatti a questo proposito, il professore smentisce, quella leggenda metropolitana, sostenuta da tanti giornali: «l’ascesa dell’Isis non è stata favorita dai servizi segreti americani, da Israele o dal capitalismo in cerca di petrolio. L’isis – scrive Orsini – è un fenomeno sociale complesso che nasce dal basso, ovvero dal ventre della società irachena e della società siriana».


Nel testo Orsini conferma in modo chiaro che gli americani non hanno avuto nessun interesse a creare l’Isis. «I documenti storici smentiscono nettamente l’affermazione secondo cui gli americani avrebbero operato per creare le condizioni favorevoli all’ascesa dello Stato islamico. Semmai è vero il contrario e cioè che gli americani esortarono il governo al-Maliki a rimuovere i fattori incentivanti all’arruolamento nelle formazioni jihadiste». Queste tesi sono rafforzate con le conversazioni che l’autore ha avuto con Barry Posen, uno dei più autorevoli studiosi di relazioni internazionali. Inoltre occorre ricordare che anche il professore Orsini è un autorevole studioso, un ricercatore, uno che passa molto tempo a monitorare documenti, articoli, libri sul terrorismo jihadista nelle varie regioni del mondo dove opera concretamente.
Un’altra testimonianza che avvalora la tesi del professore Orsini è quella di Ali Khedery, cittadino americano, pubblicista del «Washington Post», che dovrebbe essere letta per avere un’idea chiara delle cause che hanno favorito l’ascesa dell’Isis.
Ali Khedery sostiene che lo stato iracheno non fu demolito dall’Isis, bensì dalla corruzione dei suoi governanti sciiti: «i terroristi dell’Isis diedero soltanto la spallata finale a un edificio marcio nelle fondamenta. Non si trattò dell’avanzata irresistibile dell’Isis, quanto del crollo inesorabile dello stato iracheno a causa del sentimento di vendetta della sua classe governante e della sua incapacità a svolgere persino le più elementari funzioni di governo». In pratica secondo Khedery, il partito Bath di Saddam Hussein è stato sostituito dal Dawa, quello di Maliki.
Un altra considerazione importante che Orsini affronta è che il complottismo, a cui molti fanno riferimento, certamente non spiega l’ascesa dell’Isis. La teoria del complottismo, per Orsini, è il modo migliore per allontanarsi dalla comprensione della realtà. Infatti chi sostiene questa teoria, cerca di fare credere al proprio pubblico di conoscere chissà quali segreti gravissimi, inoltre gli permette di non studiare il problema.
Sarcasticamente Orsini, scrive: «il complottista non ha bisogno di raccogliere documenti, elaborare dati o ricercare informazioni; a un complottista non verrebbe mai in mente di passare anni a studiare in un archivio perché, siccome é tutto un complotto, i documenti sono stati distrutti o falsificati».Tuttavia per Orsini chi ragiona con la logica del complottismo lo fa perché non ha tempo di studiare, però sente il bisogno di dire il proprio parere, di entrare nel dibattito da protagonista, senza il minimo sforzo intellettuale o sacrificio per l’analisi: basta dire subito, «è un complotto». Infine un ultimo elemento che ha favorito l’ascesa dell’Isis, è stato la guerra civile in Siria.


In conclusione del capitolo Orsini sentenzia «che le più eclatanti conquiste dei jihadisti potevano essere facilmente evitate. L’Isis era ben altro che l’organizzazione guerriera incontenibile descritta dai tanti commentatori».
Nel 2° capitolo l’analisi di Orsini si concentra sul rapporto dello Stato islamico e l’Europa. Il giornalista napoletano risponde alla domanda sul perché gli attentati dell’Isis si concentrano nel Regno Unito e in Francia. Inoltre risponde a un’altra domanda che sta più a cuore agli italiani: «perché l’Isis non abbia finora colpito l’Italia». Anzi per essere più precisi, l’Isis, non solo non ha mai colpito l’Italia, ma nemmeno ha mai tentato di farlo. Sono 2 quesiti a cui Orsini risponde con una disarmante banalità. L’Isis non ha mai cercato di fare una strage in Italia tipo quella di Parigi del 13 novembre 2015, perché il nostro Paese non ha truppe dell’esercito impegnate a combattere i jihadisti. Colpisce la Francia, l’Inghilterra, ma anche la Germania, perché loro sono impegnate sul terreno a combattere l’Isis.
I capi dell’Isis per esempio sono a conoscenza delle operazioni militari francesi, in particolare in Africa. Qui Orsini porta l’esempio dell’attacco terroristico all’Hotel Splendid nel centro di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Alla liberazione degli numerosi ostaggi, hanno attivamente contribuito i soldati francesi.
I jihadisti sono molto informati, agiscono come quegli ultrà delle squadre di calcio, che sanno tutto dei propri beniamini e sulle squadre avversarie. Ascoltano sempre le stesse trasmissioni radiofoniche e sanno dove attingere le informazioni.
Il professore Orsini nel suo studi divide gli attentatati in tre categorie: 1 quelli organizzati direttamente dai capi dell’Isis; 2 organizzati dai lupi solitari; 3 quelli delle cellule autonome. Naturalmente per ogni categoria fa l’esempio concreto. L’attentato di Parigi del 13 novembre 2015 e quello di Bruxelles, fanno parte della 1 categoria.
Orsini nel suo studio ha monitorato anche la «gerarchia dell’odio» da parte dei jihadisti nei confronti dei paesi europei.
Certamente secondo Orsini, l’Italia è odiata meno perché in quelle regioni mediorientali non ha un ruolo combattente. In nessun paese l’Italia «ha mai elaborato un piano contro i terroristi nonostante le organizzazioni jihadiste siano presenti […]».Orsini è convinto che i jihadisti non odiano le nostre libertà, le nostre società, ma ci uccidono perchè noi uccidiamo loro. Sembra che nella mentalità dei terroristi prevalga il concetto che «noi musulmani dell’Isis vorremmo essere liberi di scannarci con i musulmani moderati». «Il problema è che tutte le volte che siamo in vantaggio, gli occidentali accorrono in difesa dei musulmani moderati e ci costringono ad arretrare. Questa è la ragione per cui vi attacchiamo».
Il 3° capitolo, Orsini risponde alla domanda se l’Italia corre qualche pericolo di essere attaccata. Secondo i dati in possesso dello studioso sembra che al momento non ci sono particolari pericoli, anche perché l’Italia non ha mai contribuito a bombardare in Siria. Inoltre non ci sono attentati perché nel nostro Paese esiste un’efficace strumento dell’espulsione da parte del nostro governo nei confronti dei radicalizzati. Certo è anche perché abbiamo dei servizi segreti efficienti che vantano una lunga esperienza costruita negli anni in cui erano impegnati contro il terrorismo delle BR. Anche se per Orsini questo non significa nulla, perché i terroristi hanno colpiti quei Paesi dove c’erano i migliori servi segreti del mondo, vedi Russia, Stati Uniti, Israele.
Nel 4° capitolo, Orsini insiste sul fatto che l’Isis non è quello che ci hanno raccontato i mass media: «è il nulla che avanza nel niente». Orsini precisa, a proposito di quelle immagini più volte mandate in onda della bandiera nera in Piazza S. Pietro: l’Isis non aveva nessuna possibilità di marciare su Roma. I media italiane, attraverso la ripetizione ossessiva di quell’immagine, hanno cercato di atterrire le persone inducendole a credere che lo Stato islamico fosse una minaccia enorme.
Orsini fa una dura critica alle televisioni italiane e peraltro lamenta la traduzione in italiano di pochi testi importanti sul terrorismo. A questo punto Orsini si lancia in una accesa polemica contro un certo modo di fare giornalismo in Italia, puntando l’attenzione sull’importanza dello studio del terrorismo. Un giornalista non deve aver paura di andare anche controcorrente. «Un vero studioso non si identifica con un’ideologia, ma con un metodo di studio, che è basato sull’osservazione della realtà. Perciò deve essere sempre pronto ad attaccare il senso comune, di conseguenza, ad accettare il disprezzo del pubblico che causa isolamento e solitudine».
Ritornando all’Isis, Orsini è convinto che anche senza uno Stato, l’Isis può compiere lo stesso attentati. «Il problema è capire di quale tipo saranno». Molti dipende anche se i due gruppi terroristici di Isis e al-Qaeda ritornano ad avere rapporti di collaborazione, se questo avviene, allora aumenteranno i pericoli per la nostra sicurezza. Se resteranno divisi, quindi nemici, i pericoli per noi diminuiranno. Attenzione il professore ricorda che le divisioni tra l’Isis e al-Qaeda sono per questioni personali e non ideologiche, inoltre secondo Bruce Hoffman, il maggiore esperto al mondo di terrorismo, le convergenze tra i gruppi, sono maggiori delle divergenze.

Domenico Bonvegna

Il ritratto. Giovanni Cantoni, una vita per ricostruire il mondo a misura di uomo. E secondo il piano di Dio

La rivista Cristianità (n. 393, sett.-ottobre 2018)) ha dedicato gran parte dello spazio agli ottant’anni di Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica, che da qualche anno, per motivi di salute ha dovuto abbandonare la guida diretta dell’associazione.
Tento di sintetizzare i pregevoli interventi che hanno ben delineato la statura e la personalità di Cantoni. Comincio dalle riflessioni, dell’attuale reggente nazionale Marco Invernizzi, che sottolinea un tema centrale presente nei vari interventi di Giovanni Cantoni, riguarda la pazienza, virtù “piccola” ma importante se applicata alla storia “grande”. «E’ una virtù che i militanti di Alleanza cattolica conoscono fin dall’inizio – scrive Invernizzi – quando viene detto loro che l’associazione non promette nulla nell’immediato in termini di risultati politicamente tangibili, ma vuole cercare di preparare un futuro, che la nostra generazione non vedrà ma che qualcuno deve pur cominciare a preparare».
Cantoni dà grande importanza alle riflessioni di S. Ignazio di Loyola in merito ai due eserciti che si danno battaglia nel mondo: quello di Cristo e quello del demonio. Nel primo c’è la pace e l’umiltà, nel secondo l’odio e il rancore. Chi non tiene conto di questa contrapposizione vive perennemente in ansia e alla ricerca esasperata di risultati e di visibilità, compromettendo l’impegno associativo dell’apostolato dei cristiani.
Pertanto per Invernizzi: «il protagonismo e la ricerca ansiosa dell’egemonia quando non di forme di potere, sono una malattia che corrode le relazioni, soprattutto ma non solo la politica, e purtroppo sono diffuse anche nel mondo cattolico».


Certamente non si può ricostruire una società a misura di uomo e secondo il piano di Dio, come diceva bene san Giovanni Paolo II, in poco tempo. «Servono uomini dedicati, che abbiano rifiutato la ‘mondanità’, cioè il servizio del mondo invece che il servizio di Dio e del prossimo. Ma ciò non significa assolutamente rinunciare a cercare di incidere nella storia».
Soltanto con la conversione personale si potrà cominciare a cambiare il mondo. Lo stesso Cantoni rileggendo la parte I di “Rivoluzione e Controrivoluzione”, era convinto che «quello che succede fuori è il risultato di quello che succede dentro. Ergo, se vogliamo cambiare fuori, dobbiamo cambiare dentro».
E poi se si riesce a convincere anche gli altri, allora si costruisce un ambiente, magari una «microcristianità», o una «cristianità di minoranza», come scriveva il cardinale Giacomo Biffi.


Tra gli interventi che hanno descritto la straordinaria personalità del fondatore di Alleanza Cattolica, segnalo quello di Domenico Airoma, che si definisce senza mezzi termini, «cantoniano», riconoscendogli la statura di maestro: prima ancora che la dottrina contro-rivoluzionaria, egli ha insegnato, con la sua vita, lo stile stesso del contro-rivoluzionario.
Nello stile da imitare per Airoma ci sono precisi aspetti del vissuto quotidiano, gesti per comunicare. L’interesse per l’altro, senza pretendere che l’altro necessariamente deve interessarsi a noi. C’è soprattutto il rispetto dell’autorità, in primo luogo della gerarchia ecclesiale. Anche se sarà un ossequio ragionevole.
Un altro fattore da sottolineare è quel rispetto della realtà: i fatti vanno descritti per come sono e non per come vorremmo che fossero. Sempre pronti a rivedere i nostri giudizi e soprattutto senza pretendere di raddrizzare le gambe ai cani. Questo era un concetto che Cantoni ripeteva spesso nei ritiri, quando faceva riferimento a certi politici.
Pertanto prima analizzare bene i fatti e soltanto dopo emettere dei giudizi. Evitare la troppo sicurezza, la superbia.
Inoltre per giudicare gli accadimenti non bisogna smarrire il contatto con il «quadro grande, che dà il senso e la qualità al tempo che viviamo, relativizzando le difficoltà e le angosce dell’ora presente, nella certezza che la Provvidenza è all’opera e che non siamo noi a salvare la Chiesa, ma il contrario».

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Cantoniano significa avere prudenza, custodendo «la capacità di conservare il contatto con il reale, tenendo presente tutte le circostanze che accompagnano la nostra azione». Bisogna tenere conto dell’interlocutore e mai parlarsi addosso, «cadendo prigionieri dell’attrazione fatale del proprio ombelico, che tanti contro-rivoluzionari ha mietuto sul terreno della sensualità intellettualistica, condannandoli alla irrilevanza storica».
Bisogna essere consapevoli che non si parte mai da zero, per ricostruire una civiltà, anche Nostro Signore per moltiplicare i pani e i pesci, ha voluto il nostro aiuto. Cantoni amava sempre usare la metafora dell’importanza del «due di coppe», nel gioco della briscola. Infine essere consapevoli che bisogna dire la Verità, mai dimenticando di essere servi inutili. Del resto, «ogni cimitero è pieno di persone che si ritenevano indispensabili».
Giovanni Cantoni può essere identificato come il monsieur de Lapalisse, così lo vede Michelangelo Longo. Il nostro «Gianni», è il nome attribuito dai militanti più anziani, ha disintossicato intere generazioni di giovani dal morbo delle ideologie e del relativismo. Per Longo lo ha fatto diffondendo l’antidoto dell’ovvietà, dell’evidenza. Oltre al sacrificio, all’ascesi, alla dottrina, Cantoni ritorna sempre al reale, ma nello stesso tempo, partendo dal reale riporta i propri amici a volare alto, liberandosi delle zavorre del mondo.

Agostino Carloni evidenzia in Cantoni, la sua dialettica, la sua capacità straordinaria di parlare al cuore e alla mente delle persone. Cantoni è stato un grande comunicatore, soprattutto «avvinceva e convinceva con la coerenza fra le parole e i fatti». Il suo metodo di comunicazione potrebbe essere studiato nei corsi universitari delle Scienze della comunicazione. Cantoni si faceva capire perchè spesso nelle sue conversazioni utilizzava la reiterazione, spesso ritornava su un concetto per esprimerlo meglio semplificando. Era attento all’interlocutore, e chiedeva se era stato chiaro.
Cantoni fin dalla nascita dell’associazione ha badato sempre a fare riferimento al Magistero della Chiesa, in particolare alla Dottrina sociale. «Per vari motivi, non sempre facile è stato l’impegno dei militanti di Alleanza Cattolica», scrive Maurizio Dossena. Con una linea culturale e operativa decisamente controcorrente si sono trovati con coraggio fedeli a un senso della Tradizione cristiana, anti-progressista, anche se non coincidente con un certo tradizionalismo fine a se stesso.
Non è stato facile soprattutto negli anni della disastrosa degenerazione nella Chiesa post-conciliare, conseguenza di una malintesa interpretazione del Concilio Vaticano II, da cui tutti i Papi successivi hanno ben messo in guardia.
I punti fermi a cui fanno riferimento i militanti di Alleanza Cattolica, sono la conoscenza della Chiesa, fedeltà cum Petro e sub Petro, del Catechismo e dei documenti magisteriali. A questo si aggiunge la formazione continua, spirituale e culturale secondo percorsi ben precisi che fanno riferimento all’insegnamento del professor Plinio Correa de Oliveira e concretamente sviscerata da Giovanni Cantoni sia nei suoi diversi scritti che nelle tante lezioni ai militanti di Alleanza Cattolica.
E a proposito dei militanti, Cantoni ha avuto una particolare cura e attenzione nella formazione dei giovani soci di Alleanza Cattolica.
Di questo aspetto se ne occupa Daniele Fazio, che utilizza lo spazio della rivista per raccontare la sua precoce adesione all’associazione e quindi la sua frequentazione con il maestro Giovanni Cantoni. Fazio sottolinea l’aspetto della carità intellettuale presente nell’oratoria del fondatore. Era importante per Cantoni comprendere se il suo messaggio fosse arrivato anche all’ultimo dei presenti di ogni riunione. Se così non fosse stato, si sarebbe sforzato certamente di modificare i concetti espressi.
Fazio ricorda l’importanza dei rapporti personali all’interno della comunità di Alleanza Cattolica, soprattutto con chi si avvicina per la prima volta. Non solo il prossimo va trattato bene, «ma soprattutto non va chiesto niente di più di quello che la Chiesa o l’associazione chiedono per essere cattolici e soci di AC». Infine un’altra particolare sensibilità che deve avere ogni militante quando fa apostolato con il prossimo, deve stare attento a non schiacciare l’altro, ma convincerlo.
E prima di presentare gli altri temi presenti nella rivista, anch’io voglio rendere omaggio al grande maestro Giovanni Cantoni, che ho conosciuto quando ero giovane. Ho tanti ricordi da poter raccontare, ringrazio soprattutto la Provvidenza che mi ha dato l’opportunità di incontrarlo. Certamente ricordo la sua passione per la Storia, i tanti episodi raccontati dopo approfonditi studi, uno per tutti, in particolare l’epopea delle insorgenze popolari degli italiani contro gli eserciti rivoluzionari francesi di Napoleone tra il 1796 e il 1814. Probabilmente è stato Cantoni il primo negli anni ’80 a togliere il velo dell’oblio su queste pagine di storia che la storiografia ufficiale aveva letteralmente cancellato.
E poi non si può dimenticare il termine storico di Magna Europa, l’Europa fuori dall’Europa, per indicare il mondo umano e culturale nato dall’espansione degli europei, in particolare in America. «Così come la Magna Grecia è stata anzitutto la “Grecia di fuori’». Infine da ricordare le sue ricche lezioni degli ultimi anni sui grandi eventi storici (lui ci diceva che per comprendere bisognava avere davanti sempre delle carte geografiche) sulla fine delle civiltà, una tra tutte quella dell’Impero Romano, con precise citazioni di grandi storici come Arnold Toynbee, Huizinga, Gonzague de Reynold, Caturelli.
Ritornando alla rivista Cristianità, l’editoriale di questo numero affronta i tanti fraintendimenti che sono sorti all’interno della Chiesa. Per chiarezza, Marco Invernizzi ricorda lo scopo fondamentale della Chiesa: «cercare ogni uomo per comunicargli che Cristo è il Salvatore e la Chiesa la via ordinaria per conoscerlo e amarlo sulla terra e nell’eternità».
Pertanto in ogni epoca della storia la Chiesa deve cercare di incontrare tutti gli uomini, anche e soprattutto quelli che sono lontani. E se condanna lo fa per aiutare tutti a lasciarsi salvare da Cristo, anche quelli che vengono compresi nella condanna. E qui Invernizzi ricorda quando la Chiesa nel 1949 comminò la scomunica a coloro che sostenevano il Partito Comunista.
Anche qui la Chiesa poi mesi dopo lanciò la Crociata del Gran Ritorno, rivolta soprattutto per quelli che erano stati scomunicati. Anche oggi scrive Invernizzi, la Chiesa desidera comunicare la Grazia a tutti. Anche a quelli che sono intrappolati nelle nuove ideologie, per esempio del gender, che è riuscita a penetrare anche all’interno della Chiesa. Senza dimenticare la sporcizia degli abusi sessuali, della giustificazione dell’omosessualismo.
Domenico Airoma commenta un articolo di Giovanni Cantoni, «Continuerà l’autodemolizione?», pubblicato su Cristianità (sett.-ottobre 1974). Già quarant’anni fa di fronte al fumo di satana, e all’intossicazione, che si era diffusa all’interno della Chiesa, la risposta di Cantoni è di una straordinaria attualità: «Come non vedere in una fede straordinaria la sola forza capace di espellere il ‘fumo di satana’ dalla Chiesa, di chiudere ad esso e, quindi, di arrestare l’”autodemolizione”, magari scegliendo la persecuzione da parte di un ‘mondo contrariato’? E su che base appoggiare questa fede, se non sulla umiltà? E nella Chiesa, se non su Pietro?».
Alleanza Cattolica ha accolto l’appello di Papa Francesco di recitare il Santo Rosario nel mese di ottobre per chiedere alla Madonna e a San Michele Arcangelo la purificazione della Chiesa dalla piaga degli abusi sui minori e dalla penetrazione al suo interno dell’ideologia gender e omosessualista.
A questo proposito la rivista ricorda l’invocazione alla Madonna del Sub tuum praesidium e la preghiera a san Michele Arcangelo scritta da Leone XIII. Sostanzialmente sono preghiere che da decenni i militanti di Alleanza Cattolica recitano. In particolare quella a San Michele, dopo la “preghiera di Fatima”, al termine di ogni decina del santo Rosario.
La rivista offre infine un interessante ricordo di Giovannino Guareschi di Oscar Sanguinetti, un intervento del Cardinale Angelo Bagnasco, su l’«Humanae Vitae a cinquant’anni dalla sua promulgazione», la presentazione del libro, «L’opzione Benedetto» di Rod Dreher, da parte di monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla.
Infine un intervento di Marco Invernizzi, su «La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica», una lettura a commento del libro di Giovanni Orsina, pubblicato da Rubbettino nel 2018.

Domenico Bonvegna

Federico Ozanam, l’uomo che non aveva paura della crisi

” LA LETTURA

Voi che cosa fate per i poveri. E’ una domanda, una provocazione, che ripetutamente viene posta alla Chiesa, o perlomeno ai suoi fedeli che cercano di evangelizzare la società. E’ stata posta una sera, anche al giovane Federico Ozanam, nel fervore della discussione con degli studenti universitari parigini. Ozanam aveva esaltato i benefici sociali del cristianesimo attraverso i secoli, ma una voce acuta e tagliente gli aveva risposto: «Ozanam, voi avete ragione se parlate del passato; in altri tempi il cristianesimo ha operato meraviglie; ma ora cosa sa fare per l’umanità? E voi stesso che vi vantate d’essere cattolico, cosa fate per i poveri? Dove sono le opere che dimostrino la verità della fede a noi, che pure le attendiamo per convertirci?».

E’ una domanda, una provocazione, che ripetutamente viene posta alla Chiesa, o perlomeno ai suoi fedeli che cercano di evangelizzare la società. E’ stata posta una sera, anche al giovane Federico Ozanam, nel fervore della discussione con degli studenti universitari parigini. Ozanam aveva esaltato i benefici sociali del cristianesimo attraverso i secoli, ma una voce acuta e tagliente gli aveva risposto: «Ozanam, voi avete ragione se parlate del passato; in altri tempi il cristianesimo ha operato meraviglie; ma ora cosa sa fare per l’umanità? E voi stesso che vi vantate d’essere cattolico, cosa fate per i poveri? Dove sono le opere che dimostrino la verità della fede a noi, che pure le attendiamo per convertirci?».

Ma chi è Frederic Ozanam, è il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli . Ho appena letto una biografia del beato Federico Ozanam, del sacerdote Cesare Orsenigo, stampata dalla Tipografia S. Lega Eucaristica nel 1913. Insieme al vetusto testo di monsignor Orsenigo, ho letto anche quello di Giorgio Bernardelli, «Storia di F. Ozanam. L’uomo che non aveva paura della crisi», pubblicato da Lindau nel 2013.

Il mio interesse per per questo grande campione della carità, è scaturito dallo studio di un altro campione molto simile, il beato Faà di Bruno, l’apostolo d’amore verso i poveri e gli indifesi, che certamente ha copiato le straordinarie conferenze di Ozanam.

Oggi abbiamo proprio bisogno di questi grandi uomini apostoli della carità. E’ quello che sostiene Bernardelli nel suo libro. Ozanam è vissuto tra i grandi conflitti sociali ed economici della Francia post-rivoluzionaria. Nato a Milano il 23 aprile del 1813, ma dopo due anni, la sua famiglia ritorna a Lione. Frederic Ozanam, scrive Bernardelli : «non maledisse il suo tempo né si lasciò sedurre dalla violenza. Si indignò invece di fronte all’ingiustizia e alla povertà, trovando sempre il coraggio di rialzarsi dalla sconfitte personali e di immaginare strade nuove».

Per certi aspetti Ozanam, può essere definito il precursore della dottrina sociale della Chiesa, come lo definirà Giovanni Paolo II nell’omelia a Notre-Dame nel 1997, in occasione della sua beatificazione, ma soprattutto, testimone dell’impegno per una società più giusta. Inoltre il papa sottolineava «“l’ardore”, l’impazienza, la febbre da futuro», requisiti che dovrebbero avere tutte le comunità cristiane, specialmente nei periodi di crisi. E’ indicativa la presentazione di Bernardelli di Ozanam: «è l’icona di un cristianesimo giovane, e non solo per motivi anagrafici; giovane fu il suo temperamento, il suo idealismo, la sua voglia di cambiamento: Come pure il suo modo di leggere il Vangelo».

Nella prefazione al libro di monsignor Orsenigo, mons. Luigi Bignami, vescovo di Siracusa, dopo aver citato gli apprezzamenti del Santo Padre Pio X, sull’apostolo della carità, scriveva: Federico Ozanam, «non fu solo l’uomo della carità, ma l’uomo che della carità fece una forma di apologia; l’apologia che tutti capiscono, che tutti accettano, a cui nessuno sa resistere e molto meno ricalcitrare».

Ancora notava che «se le Conferenze aiutano i poveri per dimostrare il cristianesimo, li aiutano anche per santificare i soci, facendone una specie di ordine religioso, laico in tutto il senso della parola, sino ad aver moglie e figli come il fondatore, ma che mira a santificarsi, perché a tanto intese l’Ozanam istituendo le Conferenze, come sanno quanti le conoscono appena appena nella loro vita intima». Queste parole confermano che nella Chiesa di allora era impensabile che un laico, per giunta sposato potesse salire agli altari della santità. E’ stato Giovanni Paolo II, attuando il Concilio Vaticano II, a sdoganare le canonizzazione dei laici.

Che tipo di uomo era Ozanam. Nel 1° capitolo Orsenico lo descrive quasi come il «metallo di cui si fanno i grandi uomini: in lui un ingegno poderoso, una dignità di coscienza mirabile, una tenacia di volontà, che non conosceva ostacoli». Orsenigo entrando nei particolari, così lo descrive: «le sue gioie più belle erano spingersi fino all’ultimo piano di una casa, entrare in qualche lurida stamberga, ascoltare amorevolmente le querimonie di quei poveri inquilini, e poi deporvi generosamente l’obolo della sua carità. Egli fu un vero patriarca della carità cristiana come San Vincenzo dè Paoli e il Cottolengo».

Quest’uomo dal fisico gracile fu influenzato certamente da diverse figure fondamentali, che lui ha incontrato, a partire dal celebre fisico di fama mondiale, Ampere e poi dai suoi stessi genitori, la dolce sorella, il fratello sacerdote Alfonso, l’abate Mathias Noirot, l’abate Lacordaire, infine dalla sua sposa Amalia Soulacroix, dalla quale nacque la figlia Maria.

I capitoli del libro di Orsenigo sottolineano i momenti più importanti della vita di Ozanam. Il terzo si trattiene sugli anni da studente, dove emerge il culto del dovere, una tenace volontà e uno splendore di successi da strappare ripetutamente l’ammirazione ai suoi stessi professori. «Nessun studente fu più popolare di lui in mezzo de’ sui compagni», scrive Orsenigo. Per volontà del padre aveva abbracciato la carriera di avvocato, ma «la sua giovane anima d’apostolo si trovava a disagio con la prospettiva di passar tutta la vita fra i tribunali[…] la toga lo avviliva: gli studi letterari erano invece il suo sogno».

I suoi sogni si realizzarono presto diventando professore sulla cattedra più alta di Francia, alla Sorbona. Qui siederà per ben tredici anni. Nel sesto capitolo, il sacerdote milanese mette in luce il programma di vita di Ozanam, il suo «apostolato di verità». Era nato per l’insegnamento, la sua parola viva aveva una chiarezza, un’attrattiva, una forza di persuasione, doti che lasciavano facilmente prevedere una carriera di professore all’università parigina, il “cervello della nazione”.

Sono rimasto colpito della preparazione al concorso di Ozanam, che in soli sei mesi, ha studiato un enorme programma: tre letterature classiche e quattro letterature straniere. Diciotto ore di studio al giorno. Poi le tante prove, dissertazioni scritte, una in latino, l’altra in francese. Infine seguirono tre esami orali, di tre ore ciascuno su testi d’autori greci, latini, francesi; un quarto per le letterature straniere. «restava l’ultima prova – scrive Orsenigo – ossia due lezioni da farsi su un argomento estratto a sorte e con preavviso per l’uno di ventiquattro ore e per l’altro di un’ora». Ozanam si presentò e sostenne la sua tesi parlando per circa due ore con erudizione vasta a e sicura, ricca di commenti geniali e nuovi.

Alla fine i professori non solo lo hanno promosso, ma gli hanno assegnato il primo posto. Così con intenti da apostolo Ozanam, a soli 27 anni, montava, nel gennaio del 1841, sulla cattedra di letteratura straniera della Sorbona. A proposito ho notato studiando queste figure dell’Ottocento, almeno quelle di una certa autorità, che era un mondo di giovani, non come il nostro che ancora a sessant’anni non si è raggiunto nessun obiettivo.

In Ozanam si evidenzia l’accordo fra la scienza e la fede. Non era un semplice credente, «palpitava in lui l’anima di un apostolo; egli sentiva il bisogno di porre la sua scienza non solo in armonia, ma a servizio della fede». Pertanto in tutti gli aspetti della scienza, Ozanam cercò sempre di trovare l’orma di Dio. Per la sua apologetica Ozanam preferiva la storia. «Studiando la storia del pensiero umano la sua stessa coscienza cristiana si rinvigorisce». Orsenigo vede il fondatore delle conferenze come quasi rapito « dal fascino di una crociata della scienza per la fede, il suo genio scorre con un’agilità meravigliosa attraverso i grandi periodi storici segnati dal progresso umano, cogliendo dovunque le prove del trionfo di Cristo e della sua Chiesa».

Un giorno trattando dell’azione sociale e moralizzatrice del cristianesimo in confronto al paganesimo, così si espresse con i suoi studenti della Sorbona: «Non si civilizzano veramente gli uomini che influendo sulle loro coscienze, e la prima vittoria per conquistarle è quella di dominare avanti tutto le loro passioni. E continuava: «ma i filosofi di Roma si preoccupano forse mai delle anime di tanti milioni di barbari sepolti nell’ignoranza o nel peccato? Aspettate per questo, aspettate l’arrivo di quei missionari, che il loro zelo trasporta ben oltre quei fiumi, ove si arrestano invece le legioni di Roma. Essi non pensano che a salvare le anime, ma con le anime essi salveranno tutto il resto». La lezione del professor Ozanam continua «inneggiando a queste legioni di missionari, di monaci, di vergini, di martiri, a questa Roma novella, che ricomincia la conquista del mondo con le armi spirituali, e per la quale l’arte, la poesia, le lettere, l’eloquenza, la storia sopravvivono alla caduta dell’impero, battezzate e sublimate da una forza nuova».

Certo si può muovere allo scienziato, al professore Ozanam, quella critica che certamente gli hanno mosso: che egli sfrutta la scienza a vantaggio della sua fede. Ma lui prontamente risponde che lo fa soltanto perché altri, prima di lui, in particolare, i razionalisti, lo hanno fatto a vantaggio delle loro idee. E’ veramente illuminante il parallelismo che fa Ozanam con lo storico Gibbon, che si era indignato perché aveva visto a Roma, uscire dalla basilica di Ara Coeli, una lunga processione di frati francescani che «limano coi loro sandali quel pavimento già attraversato da tanti trionfi». Anche Ozanam li ha visti calpestare i vecchi lastricati di Giove Capitolino e invece di indignarsi, «mi sono rallegrato come di una vittoria dell’amore sulla forza». Secondo Orsenigo erano le provocazioni degli altri a dare all’insegnamento di Ozanam un tono polemico ed apologetico, ordinariamente era un espositore calmo imparziale. E tuttavia per Orsenigo, Ozanam aveva tutto il diritto di prospettare la storia da un punto di vista cristiano.

Tuttavia il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo, non si vergognava di dichiarare candidamente che il suo scopo supremo era di servire coi suoi lavori la Chiesa. Fu uno straordinario studioso, abbastanza meticoloso nel preparare le lezioni, compulsava libri, analizzava testi con una minuziosità, Ampere poté scrivere che, «preparava le sue lezioni come un benedettino e poi le pronunciava come un oratore». Addirittura poteva capitare che Ozanam per una preparazione completa era capace di sobbarcarsi anche lunghi viaggi e di stare intere settimane nelle biblioteche.

Sulla cattedra Ozanam non aveva nessun atteggiamento di imponenza, quando iniziava a parlare era sempre incerto, titubante e timoroso. Tuttavia riusciva con la sua oratoria a intrattenere i suoi scolari. Era «cortesissimo con gli scolari, specialmente con quelli di buona volontà, li accoglieva sempre con ogni benevolenza, anzi si teneva a loro disposizione dalle dieci alle dodici d’ogni mattina, e la sua anticamera era spesso affollata ora di piccoli allievi ed ora di studenti universitari[…]». Ma questa benevolenza, ci tiene a precisare Orsenigo, «non impediva ad Ozanam di essere sempre giusto, e anzi, aggiungeremo, anche un pochettino severo: con Ozanam chi non studiava si trovava male».

Comunque Ozanam accompagnava la severità sempre con la giustizia. Peraltro  la sua opera educativa continuava anche fuori dall’università. Inoltre aveva intuito che dopo il sacerdozio, nessuna missione quaggiù è più sacra di quella dell’educatore.

Ozanam fu un apostolo della penna. Fu uno scrittore e un pubblicista. Un giorno disse: «io scrivo perché non avendomi Dio dato la forza di tirare un carro, bisogna tuttavia che io obbedisca alla legge del lavoro e mi guadagni la mia giornata».

Le opere di Ozanam possono essere distinte in tre categorie: opere letterarie maggiori, scritti vari minori, epistolario.

Orsenigo nel testo ne fa l’elenco, io ne ricordo qualcuna, «La civilizzazione cristiana presso i Franchi», «Dante e la filosofia cattolica del secolo XIII» e poi, «I poeti francescani al secolo XIII». Peraltro queste opere hanno contribuito alla produzione di un’unica grande opera: La storia della civilizzazione cristiana a cominciare dal V secolo.

Il suo progetto di studi gli era apparso subito chiaro: impegnarsi nella dimostrazione della verità del Cristianesimo attraverso l’analisi della storia dell’alto Medioevo, quando la Chiesa aveva raccolto l’eredità migliore dell’antichità classica e l’aveva fatta incontrare con i popoli germanici, introducendovi nuovi pensieri, arti e costumi. Il punto conclusivo di questa età storica era rappresentato per Ozanam dal pensiero e dall’opera poetica di Dante Alighieri.

Nel giornalismo fu sempre una specie di soldato volontario (indegnamente mi vedo anch’io in questo ruolo), scrisse su diversi giornali, ma il periodico che raccolse più lavori furono Gli Annali della propagazione della fede. Qualunque fosse l’argomento che Ozanam trattava, si vedeva sempre sullo sfondo l’uomo di fede, l’apologista il difensore della Chiesa cattolica.

Nei suoi testi non fu mai aggressivo, «lo guidava sempre la medesima moderazione, la stessa inturbabile carità». Il monumento più bello che si possa fare ad Ozanam sono il suo epistolario, anche se rimane il libro il più grande monumento che si possa erigersi ad un uomo.

Andiamo ai poveri. E’ stato il grido di battaglia di Ozanam. Suor Rosalia diventa la madrina delle Conferenze della carità: è lei che ha fatto un elenco delle famiglie povere, affinché poi i giovani di Ozanam potevano visitarle. Una delle prime preoccupazioni di Ozanam fu che  le Conferenze di S. Vincenzo diventassero una confraternita, badando che non degenerassero in un semplice ufficio di beneficenza pubblica, senza spirito religioso. Lo spirito essenziale della Società di San Vincenzo è nello spirito di carità. Carità spirituale innanzitutto.

«I profani ritengono le Conferenze di San Vincenzo pure associazioni di beneficenza; Ozanam invece chiamava le Conferenze ‘Associazioni di muto incoraggiamento fra i giovani’ ossia un ritrovo allo scopo di offrire ai giovani studenti, e soprattutto a quelli che venivano a Parigi ogni anno dalla provincia, ‘una specie di ospitalità morale’, onde preservarli dal contatto pericoloso della corrotta società della capitale».

Queste conferenze nate da quelle di «Storia», dove i giovani studenti disputavano di argomenti scientifici, dovranno avere la stessa carica apologetica. Occorre pertanto, scrive Bernardelli nel suo testo: «passare all’azione nei bassifondi della grande città dovrà essere un modo per testimoniare che il Vangelo (e non le teorie astratte dei filosofi) è l’unica strada in grado di sradicare l’egoismo dilagante nella nuova società, nella quale l’ideale della fraternitè è stato il primo ad andare in frantumi. L’unica strada per instaurare quella che tanti anni dopo Paolo VI avrebbe chiamato la ‘civiltà dell’amore’».

Le Conferenze, sia in Francia sia all’estero, egli considerava per i giovani come fondamentale preparazione per la loro vita sociale. “Avvicinarsi alla miseria, toccarla con le mani, discernerne le cause conoscendone gli effetti dal vivo, in una famigliarità affettuosa con quelli che ne sono oppressi” tale doveva essere, secondo Ozanam, l’iniziazione ai problemi sociali.

I seguaci del filosofo Saint-Simon, che si sforzano di elaborare sistemi economici e politici destinati a cambiare il volto del mondo attraverso l’eliminazione della povertà, gli pongono quella domanda provocatoria che ho posto all’inizio:“ma voi, giovani studenti, voi laici, che cosa fate per gli ultimi?”. Ozanam secondo Bernardelli, non sfugge alla domanda, accetta la provocazione, anzi «replica spiegando che molti di loro, senza fare troppa propaganda, dedicano parte del proprio tempo all’assistenza degli ultimi. E che la giustizia sociale non è certo una scoperta di Saint-Simon, ma si trova già scritta nel Vangelo».

Il testo di Bernardelli dedica molto spazio all’impegno socio-politico di Ozanam, e per capirlo occorre fare riferimento agli eventi del 1848. Ozanam per certi versi da subito si è smarcato dalla contrapposizione tra reazionari e saint-simoniani, elaborando il concetto dello «stare in mezzo», che poi consiste nel contrapporsi agli egoismi tanto degli uni quanto degli altri. Pertanto secondo Bernardelli il nostro apostolo della carità sarebbe una specie di moderato che cercò di avvicinare la Chiesa alle idee di libertà, ma mai scendere a patti con il Liberalismo. A questo proposito scrive Orsenigo: «Questa sua simpatia al movimento liberale non va confusa con quel liberalismo politico nostro, del quale Ozanam fu proprio perfettamente immune; tantochè quando Pio IX alle prime sommosse abbandonò Roma rifugiandosi a Gaeta, Ozanam lanciò subito un appello, e aprì le colonne del suo giornale, l’Ere nouvelle, ad una sottoscrizione per offrire al Pontefice l’obolo della solidarietà cattolica ai suoi dolori e alla sua augusta povertà».

Ozanam non auspicava la nascita di nessun partito cattolico, che magari poi avrebbe compromesso la causa comune della Chiesa.

Certamente era convinto che la questione sociale andava affrontata in fretta, soprattutto la questione del salario. Ma Ozanam non vuole una rivoluzione collettivista come quella elaborata da Marx. Ozanam metteva in guardia i cattolici, occorre fare come ha fatto la Chiesa alla fine del mondo antico. Allora «ha preso per mano i Vandali o gli Unni trasformandoli a poco a poco in una nuova civiltà – quella del Medioevo -, così oggi deve fare con gli operai, braccianti, disoccupati. Non è con i resti della vecchia aristocrazia e nemmeno con i nuovi borghesi rampanti, ma con loro che il cristianesimo deve trovare un incontro fecondo». E’ un discorso che avevano capito tutti quei santi dell’Ottocento piemontese a Torino, come i vari Murialdo, don Bosco, il Cottolengo, lo stesso Faà di Bruno.

E’ una questione di vita o di morte, «perché se questo incontro non avviene i ‘nuovi barbari’ volgeranno lo sguardo altrove, come le sirene del socialismo stanno già mostrando. Invece per Ozanam la vera opportunità per le masse popolari si trova nell’incontro con la Chiesa».

Così Ozanam inaugura una nuova tesi: «passiamo ai barbari», resterà come un suo grande slogan politico. E lo spiega in un suo articolo: «quando dico passiamo ai barbari non voglio con questo dire: passiamo ai radicali. Io chiedo che al posto di sposare gli interessi della borghesia egoista, noi ci occupiamo del popolo che ha troppi bisogni e troppi pochi diritti che reclama con ragione una parte più piena negli affari pubblici, delle garanzie per il lavoro e contro la miseria, che ha dei cattivi capi ma solo perché non ne trova di migliori».

Più avanti Bernardelli nel libro dopo aver sintetizzato l’impegno politico di Frederic Ozanam, si spinge a scrivere che il suo programma elettorale è di una attualità straordinaria.

Pio IX definì i confratelli di San Vincenzo come dei «veri cavalieri di Cristo». Un umile lavoro iniziato da pochi studenti nel maggio del 1833, alla fine aveva moltiplicato queste conferenze e ora se ne contano a decine nel mondo.

Il nostro affrontando i temi dell’ortodossia della fede, Ozanam aveva la fibra dell’apostolo e del martire: «la terra si è raffreddata, – scrisse un giorno ad un amico – a noi cattolici riaccendere il calore vitale che si spegne, a noi ricominciare l’era dei martiri, poiché vi è un martirio possibile a tutti i cristiani». Più avanti scriveva: «La conversione di un popolo non si fa con le leggi, ma con i costumi, con le coscienze, che bisogna prender d’assedio ad una ad una». Egli conosceva bene questa tattica dell’assedio di un’anima; ogni occasione era buona.

A questo punto Orsenigo fa una riflessione su Ozanam, che dovremmo fare nostra, tutti i cattolici di oggi: «L’ardore del suo zelo non impedì a Ozanam di insoavire il suo apostolato con una mirabile mitezza verso gli erranti: il suo linguaggio assumeva espressioni così amorevoli, che difficilmente si osava ricalcitrare a tante dolci insistenze. Questa carità spirituale l’aveva attinta, diceva egli, alla sua dolorosa esperienza giovanile: i dubbi religiosi, che lo travagliarono allora, gli lasciarono in cuore una grande compassione per tutte le anime dubbiose o erranti».

Anche se questa tolleranza verso gli erranti non rappresentava certamente debolezza. Ozanam prendeva coraggiosamente sempre posizione: «l’indifferenza, la neutralità sfibra i caratteri».

A completare il mio studio sul beato Ozanam, possiamo sostenere che «la sua vita fu un vero martirio di lavoro faticoso, incessante, che finì a travolgerlo nella tomba in piena virilità». Smette solo quando il medico glielo impone. Lasciò la vita terrena 8 settembre 1853, festa della natività di Maria Vergine, a soli quarant’anni, il suo testamento è una pagina sublime di fede, di fortezza cristiana, di santa affettuosità.



Ma chi è Frederic Ozanam, è il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli . Ho appena letto una biografia del beato Federico Ozanam, del sacerdote Cesare Orsenigo, pubblicata dalla Tipografia S. Lega Eucaristica del 1913. Insieme al vetusto testo di monsignor Orsenigo, ho letto anche quello di Giorgio Bernardelli, «Storia di F. Ozanam. L’uomo che non aveva paura della crisi», pubblicato da Lindau nel 2013.


Sono stato sollecitato ad avvicinarmi allo studio di questo grande campione della carità, dallo studio di un altro campione molto simile, il beato Faà di Bruno, l’apostolo d’amore verso i poveri e gli indifesi, che certamente ha copiato le straordinarie conferenze di Ozanam.
Oggi abbiamo proprio bisogno di questi grandi uomini apostoli della carità. E’ quello che sostiene Bernardelli nel suo libro. Ozanam è vissuto tra i grandi conflitti sociali ed economici della Francia post-rivoluzionaria. Nato a Milano il 23 aprile del 1813, ma dopo due anni, la sua famiglia ritorna a Lione. Frederic Ozanam, scrive Bernardelli : «non maledisse il suo tempo né si lasciò sedurre dalla violenza. Si indignò invece di fronte all’ingiustizia e alla povertà, trovando sempre il coraggio di rialzarsi dalla sconfitte personali e di immaginare strade nuove».
Per certi aspetti Ozanam, può essere definito il precursore della dottrina sociale della Chiesa, come lo definirà Giovanni Paolo II nell’omelia a Notre-Dame nel 1997, ma soprattutto, testimone dell’impegno per una società più giusta. E’ indicativa la presentazione di Bernardelli di Ozanam: «è l’icona di un cristianesimo giovane, e non solo per motivi anagrafici; giovane fu il suo temperamento, il suo idealismo, la sua voglia di cambiamento: Come pure il suo modo di leggere il Vangelo».
Nel 1997, in occasione della sua beatificazione, voluta da san Giovanni Paolo II, ne sottolineava «“l’ardore”, l’impazienza, la febbre da futuro», requisiti che dovrebbero avere tutte le comunità cristiane, specialmente nei periodi di crisi.
Nella prefazione al libro di monsignor Orsenigo, mons. Luigi Bignami, vescovo di Siracusa, dopo aver citato gli apprezzamenti del Santo Padre Pio X, sull’apostolo della carità, può scrivere: Federico Ozanam, «non fu solo l’uomo della carità, ma l’uomo che della carità fece una forma di apologia; l’apologia che tutti capiscono, che tutti accettano, a cui nessuno sa resistere e molto meno ricalcitrare».


Ancora il vescovo di Siracusa nota che «se le Conferenze aiutano i poveri per dimostrare il cristianesimo, li aiutano anche per santificare i soci, facendone una specie di ordine religioso, laico in tutto il senso della parola, sino ad aver moglie e figli come il fondatore, ma che mira a santificarsi, perché a tanto intese l’Ozanam istituendo le Conferenze, come sanno quanti le conoscono appena appena nella loro vita intima». Queste parole confermano che nella Chiesa non era pensabile ancora che un laico, per giunta sposato potesse salire agli altari della santità. E’ stato Giovanni Paolo II, attuando il Concilio Vaticano II, a sdoganare le canonizzazione dei laici.
Che tipo di uomo era Ozanam. Nel 1° capitolo Orsenico lo descrive quasi come il «metallo di cui si fanno i grandi uomini: in lui un ingegno poderoso, una dignità di coscienza mirabile, una tenacia di volontà, che non conosceva ostacoli». Orsenigo entrando nei particolari, così lo descrive: «le sue gioie più belle erano spingersi fino all’ultimo piano di una casa, entrare in qualche lurida stamberga, ascoltare amorevolmente le querimonie di quei poveri inquilini, e poi deporvi generosamente l’obolo della sua carità. Egli fu un vero patriarca della carità cristiana come San Vincenzo dè Paoli e il Cottolengo».
Quest’uomo dal fisico gracile fu influenzato certamente da diverse figure fondamentali, che lui ha incontrato, a partire dal celebre fisico di fama mondiale, Ampere e poi i genitori, la dolce sorella, il fratello sacerdote Alfonso, l’abate Mathias Noirot, l’abate Lacordaire, infine dalla sua sposa Amalia.
I capitoli del libro di Orsenigo sottolineano i momenti più importanti della vita di Ozanam. Il terzo si trattiene sugli anni da studente, dove emerge il culto del dovere, una tenace volontà e uno splendore di successi da strappare ripetutamente l’ammirazione ai suoi stessi professori. «Nessun studente fu più popolare di lui in mezzo de’ sui compagni», scrive Orsenigo. Per volontà del padre aveva abbracciato la carriere di avvocato, ma «la sua giovane anima d’apostolo si trovava a disagio con la prospettiva di passar tutta la vita fra i tribunali[…] la toga lo avviliva: gli studi letterari erano invece il suo sogno».


I suoi sogni si realizzarono presto diventando professore sulla cattedra più alta di Francia, alla Sorbona. Qui siederà per ben tredici anni. Nel sesto capitolo, il sacerdote milanese mette in luce il programma di vita di Ozanam, il suo «apostolato di verità». Era nato per l’insegnamento, la sua parola viva aveva una chiarezza, un’attrattiva, una forza di persuasione, doti che lasciavano facilmente prevedere una carriera di professore all’università parigina, il “cervello della nazione”.
Sono rimasto colpito della preparazione al concorso di Ozanam, in soli sei mesi, ha studiato un enorme programma: tre letterature classiche e quattro letterature straniere. Diciotto ore di studio al giorno. Poi le tante prove, dissertazioni scritte, una in latino, l’altra in francese. Infine seguirono tre esami orali, di tre ore ciascuno su testi d’autori greci, latini, francesi; un quarto per le letterature straniere. «restava l’ultima prova – scrive Orsenigo – ossia due lezioni da farsi su un argomento estratto a sorte e con preavviso per l’uno di ventiquattro ore e per l’altro di un’ora». Ozanam si presentò e sostenne la sua tesi parlando per circa due ore con erudizione vasta a e sicura, ricca di commenti geniali e nuovi.
Alla fine i professori non solo lo hanno promosso, ma gli hanno assegnato il primo posto. Così con intenti da apostolo Ozanam, a soli 27 anni, montava, nel gennaio del 1841, sulla cattedra di letteratura straniera della Sorbona. A proposito ho notato studiando queste figure dell’Ottocento, almeno quelle di una certa autorità, che era un mondo di giovani, non come il nostro che ancora a sessant’anni si è supplenti.
In Ozanam si evidenzia il suo accordo fra la scienza e la fede. Ozanam non era un semplice credente, «palpitava in lui l’anima di un apostolo; egli sentiva il bisogno di porre la sua scienza non solo in armonia, ma a servizio della fede». Pertanto in tutti gli aspetti della scienza, Ozanam cercò sempre di trovare l’orma di Dio. Per la sua apologetica Ozanam preferiva la storia. «Studiando la storia del pensiero umano la sua stessa coscienza cristiana si rinvigorisce». Orsenigo vede il fondatore delle conferenze come quasi rapito « dal fascino di una crociata della scienza per la fede, il suo genio scorre con un’agilità meravigliosa attraverso i grandi periodi storici segnati dal progresso umano, cogliendo dovunque le prove del trionfo di Cristo e della sua Chiesa».


Un giorno trattando dell’azione sociale e moralizzatrice del cristianesimo in confronto al paganesimo, così si espresse con i suoi studenti della Sorbona: «Non si civilizzano veramente gli uomini che influendo sulle loro coscienze, e la prima vittoria per conquistarle è quella di dominare avanti tutto le loro passioni. E continuava: «ma i filosofi di Roma si preoccupano forse mai delle anime di tanti milioni di barbari sepolti nell’ignoranza o nel peccato? Aspettate per questo, aspettate l’arrivo di quei missionari, che il loro zelo trasporta ben oltre quei fiumi, ove si arrestano invece le legioni di Roma. Essi non pensano che a salvare le anime, ma con le anime essi salveranno tutto il resto». La lezione del professor Ozanam continua «inneggiando a queste legioni di missionari, di monaci, di vergini, di martiri, a questa Roma novella, che ricomincia la conquista del mondo con le armi spirituali, e per la quale l’arte, la poesia, le lettere, l’eloquenza, la storia sopravvivono alla caduta dell’impero, battezzate e sublimate da una forza nuova».
Certo si può muovere allo scienziato, al professore Ozanam, quella critica che certamente gli hanno mosso: che egli sfrutta la scienza a vantaggio della sua fede. Ma lui prontamente risponde che lo fa soltanto perché altri, prima di lui, in particolare, i razionalisti, lo hanno fatto a vantaggio delle loro idee. E’ veramente illuminante il parallelismo che fa Ozanam con lo storico Gibbon, che si era indignato perché aveva visto a Roma, uscire dalla basilica di Ara Coeli, una lunga processione di frati francescani che «limano coi loro sandali quel pavimento già attraversato da tanti trionfi». Anche Ozanam li ha visti calpestare i vecchi lastricati di Giove Capitolino e invece di indignarsi, «mi sono rallegrato come di una vittoria dell’amore sulla forza». Secondo Orsenigo erano le provocazioni degli altri a dare all’insegnamento di Ozanam un tono polemico ed apologetico, ordinariamente era un espositore calmo imparziale. E tuttavia per Orsenigo, aveva tutto il diritto di prospettare la storia da un punto di vista cristiano. Tuttavia Ozanam non si vergognava di dichiarare candidamente che il suo scopo supremo era di servire coi suoi lavori la Chiesa. Ozanam era uno straordinario studioso, abbastanza meticoloso nel preparare le lezioni, compulsava libri, analizzava testi con una minuziosità, Ampere poté scrivere che, «preparava le sue lezioni come un benedettino e poi le pronunciava come un oratore». Addirittura poteva capitare che Ozanam per una preparazione completa era capace di sobbarcarsi anche lunghi viaggi e di stare intere settimane nelle biblioteche.
Sulla cattedra Ozanam non aveva nessun atteggiamento di imponenza, quando iniziava a parlare era sempre incerto, titubante e timoroso. Tuttavia riusciva con la sua oratoria a intrattenere i suoi scolari. Era «cortesissimo con gli scolari, specialmente con quelli di buona volontà, li accoglieva sempre con ogni benevolenza, anzi si teneva a loro disposizione dalle dieci alle dodici d’ogni mattina, e la sua anticamera era spesso affollata ora di piccoli allievi ed ora di studenti universitari[…]». Ma questa benevolenza, ci tiene a precisare Orsenigo, «non impediva ad Ozanam di essere sempre giusto, e anzi, aggiungeremo, anche un pochettino severo: con Ozanam chi non studiava si trovava male».
Comunque Ozanam accompagnava la severità sempre con la giustizia. Peraltro Ozanam continuava anche fuori dall’università il suo compito di educatore. Inoltre aveva intuito che dopo il sacerdozio, nessuna missione quaggiù è più sacra di quella dell’educatore.
Ozanam fu un apostolo della penna. Fu uno scrittore e un pubblicista. Un giorno disse: «io scrivo perché non avendomi Dio dato la forza di tirare un carro, bisogna tuttavia che io obbedisca alla legge del lavoro e mi guadagni la mia giornata».
Le opere di Ozanam possono essere distinte in tre categorie: opere letterarie maggiori, scritti vari minori, epistolario.
Orsenigo nel testo ne fa l’elenco, io ne ricordo qualcuna, «La civilizzazione cristiana presso i Franchi», «Dante e la filosofia cattolica del secolo XIII» e poi, «I poeti francescani al secolo XIII». Peraltro quest eopere hanno contribuito alla produzione di un’unica grande opera, La storia della civilizzazione cristiana a cominciare dal V secolo. Nel giornalismo fu sempre una specie di soldato volontario (indegnamente mi vedo anch’io in questo ruolo), scrisse su diversi giornali, ma il periodico che raccolse più lavori furono Gli Annali della propagazione della fede. Qualunque fosse l’argomento che Ozanam trattava, si vedeva sempre sullo sfondo l’uomo di fede, l’apologista il difensore della Chiesa cattolica. Nei suoi testi non fu mai aggressivo, «lo guidava sempre la medesima moderazione, la stessa inturbabile carità». Importante, il monumento più bello che si possa fare ad Ozanam sono il suo epistolario,anche se rimane il libro il più grande monumento che si possa erigersi ad un uomo.
Andiamo ai poveri. E’ stato il grido di battaglia di Ozanam. Suor Rosalia diventa la madrina delle Conferenze della carità: è lei che ha fatto un elenco delle famiglie povere, affinché poi i giovani di Ozanam potevano visitarle. Una delle prime preoccupazioni di Ozanam fu che le Conferenze di S. Vincenzo diventassero una confraternita, badando che non degenerassero in un semplice ufficio di beneficenza pubblica, senza spirito religioso. Lo spirito essenziale della Società di San Vincenzo è nello spirito di carità. Carità spirituale innanzitutto.
«I profani ritengono le Conferenze di San Vincenzo pure associazioni di beneficenza; Ozanam invece chiamava le Conferenze ‘Associazioni di muto incoraggiamento fra i giovani’ ossia un ritrovo allo scopo di offrire ai giovani studenti, e soprattutto a quelli che venivano a Parigi ogni anno dalla provincia, ‘una specie di ospitalità morale’, onde preservarli dal contatto pericoloso della corrotta società della capitale».
Queste conferenze nate da quelle di «Storia», dovranno avere la stessa carica apologetica. Occorre pertanto, scrive Bernardelli nel suo testo: «passare all’azione nei bassifondi della grande città dovrà essere un modo per testimoniare che il Vangelo (e non le teorie astratte dei filosofi) è l’unica strada in grado di sradicare l’egoismo dilagante nella nuova società, nella quale l’ideale della fraternitè è stato il primo ad andare in frantumi. L’unica strada per instaurare quella che tanti anni dopo Paolo VI avrebbe chiamato la ‘civiltà dell’amore’».
I seguaci del filosofo Saint-Simon, che si sforzano di elaborare sistemi economici e politici destinati a cambiare il volto del mondo attraverso l’eliminazione della povertà, gli pongono quella domanda provocatoria che ho posto all’inizio:“ma voi, giovani studenti, voi laici, che cosa fate per gli ultimi?”. Ozanam secondo Bernardelli, non sfugge alla domanda, anzi «replica spiegando che molti di loro, senza fare troppa propaganda, dedicano parte del proprio tempo all’assistenza degli ultimi. E che la giustizia sociale non è certo una scoperta di Saint-Simon, ma si trova già scritta nel Vangelo».
Il testo di Bernardelli dedica molto spazio all’impegno socio-politico di Ozanam, e per capirlo occorre fare riferimento agli eventi del 1848. Ozanam per certi versi da subito si è smarcato dalla contrapposizione tra reazionari e saint-simoniani, elaborando il concetto dello «stare in mezzo», che poi consiste nel contrapporsi agli egoismi tanto degli uni quanto degli altri. Pertanto secondo Bernardelli il nostro apostolo della carità sarebbe una specie di moderato che cercò di avvicinare la Chiesa alle idea di libertà, ma mai scendere a patti con il Liberalismo. A questo proposito scrive Orsenigo: «Questa sua simpatia al movimento liberale non va confusa con quel liberalismo politico nostro, del quale Ozanam fu proprio perfettamente immune; tantochè quando Pio IX alle prime sommosse abbandonò Roma rifugiandosi a Gaeta, Ozanam lanciò subito un appello, e aprì le colonne del suo giornale, l’Ere nouvelle, ad una sottoscrizione per offrire al Pontefice l’obolo della solidarietà cattolica ai suoi dolori e alla sua augusta povertà».
Ozanam non auspicava nessun partito cattolico, che magari poi avrebbe compromesso la causa comune della Chiesa.
Certamente era convinto che la questione sociale andava affrontata in fretta, soprattutto la questione del salario. Ma Ozanam non vuole una rivoluzione collettivista come quella elaborata da Marx. Ozanam metteva in guardia i cattolici, occorre fare come ha fatto la Chiesa alla fine del mondo antico. Allora «ha preso per mano i Vandali o gli Unni trasformandoli a poco a poco in una nuova civiltà – quella del Medioevo -, così oggi deve fare con gli operai, braccianti, disoccupati. Non è con i resti della vecchia aristocrazia e nemmeno con i nuovi borghesi rampanti, ma con loro che il cristianesimo deve trovare un incontro fecondo». E’ un discorso che avevano capito tutti quei santi dell’Ottocento piemontese a Torino, come i vari Murialdo, don Bosco, il Cottolengo, lo stesso Faà di Bruno.
E’ una questione di vita o di morte, «perché se questo incontro non avviene i ‘nuovi barbari’ volgeranno lo sguardo altrove, come le sirene del socialismo stanno già mostrando. Invece per Ozanam la vera opportunità per le masse popolari si trova nell’incontro con la Chiesa».
Così Ozanam inaugura una nuova tesi: «passiamo ai barbari», resterà come un suo grande slogan politico. E lo spiega in un suo articolo: «quando dico passiamo ai barbari non voglio con questo dire: passiamo ai radicali. Io chiedo che al posto di sposare gli interessi della borghesia egoista, noi ci occupiamo del popolo che ha troppi bisogni e troppi pochi diritti che reclama con ragione una parte più piena negli affari pubblici, delle garanzie per il lavoro e contro la miseria, che ha dei cattivi capi ma solo perché non ne trova di migliori».
Più avanti Bernardelli nel libro dopo aver sintetizzato l’impegno politico di Frederic Ozanam, si spinge a scrivere che il suo programma elettorale è di una attualità straordinaria.
Pio IX definì i confratelli di San Vincenzo come dei «veri cavalieri di Cristo». Un umile lavoro iniziato da pochi studenti nel maggio del 1833, alla fine aveva moltiplicato queste conferenze e ora se ne contano a decine nel mondo.
Il nostro affrontando i temi dell’ortodossia della fede, Ozanam aveva la fibra dell’apostolo e del martire: «la terra si è raffreddata, – scrisse un giorno ad un amico – a noi cattolici riaccendere il calore vitale che si spegne, a noi ricominciare l’era dei martiri, poiché vi è un martirio possibile a tutti i cristiani». Più avanti scriveva: «La conversione di un popolo non si fa con le leggi, ma con i costumi, con le coscienze, che bisogna prender d’assedio ad una ad una». Egli conosceva bene questa tattica dell’assedio di un’anima; ogni occasione era buona.
A questo punto Orsenigo fa una riflessione su Ozanam, che dovremmo fare nostra, tutti i cattolici di oggi: «L’ardore del suo zelo non impedì a Ozanam di insoavire il suo apostolato con una mirabile mitezza verso gli erranti: il suo linguaggio assumeva espressioni così amorevoli, che difficilmente si osava ricalcitrare a tante dolci insistenze. Questa carità spirituale l’aveva attinta, diceva egli, alla sua dolorosa esperienza giovanile: i dubbi religiosi, che lo travagliarono allora, gli lasciarono in cuore una grande compassione per tutte le anime dubbiose o erranti».
Anche se questa tolleranza verso gli erranti non rappresentava certamente debolezza. Ozanam prendeva coraggiosamente sempre posizione: «l’indifferenza, la neutralità sfibra i caratteri».
A completare il mio studio sul beato Ozanam, possiamo sostenere che «la sua vita fu un vero martirio di lavoro faticoso, incessante, che finì a travolgerlo nella tomba in piena virilità». Smette solo quando il medico glielo impone. Lasciò la vita terrena 8 settembre 1853, festa della natività di Maria Vergine, a soli quarant’anni, il suo testamento è una pagina sublime di fede, di fortezza cristiana, di santa affettuosità.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Alla scoperta degli angeli

Lo affermò Giovanni Paolo I e aggiunse che sarebbe opportuno ricordarli più spesso come ministri della provvidenza nel governo degli uomini. Sicuramente non li ha dimenticati don Marcello Stanzione, teologo, sacerdote campano, esperto angelologo che ha pubblicato oltre 100 libri sugli angeli. Don Marcello nel 2002 ha rifondato la Milizia di San Michele Arcangelo (M.S.M.A.), un’associazione di fedeli cattolici che si propongono la diffusione della devozione cristiana ai Santi Angeli di Dio e in modo particolare a San Michele Arcangelo e a Maria, Regina degli Angeli.

Ho appena finito di leggere un testo di don Marcello, uno dei tanti che pubblicato la casa editrice Sugarco nel 2011, «Gli Arcangeli. Michele il Guerriero, Gabriele il Messaggero, Raffaele il Guaritore». Potremmo fare la domanda: Un altro libro sugli Angeli?

E una domanda che occorre porsela vista la sterminata mole di volumi che le Case Editrici di tutto il mondo mandano in libreria. Soltanto che non sempre l’argomento è trattato con la giusta profondità intellettuale e dottrinale. Molto spesso leggiamo opere che inseguendo la filosofia new age offrono degli angeli descrizioni e messaggi non ortodossi, lontani da quello che ci viene presentato dalla Sacre Scritture e dalle religioni rivelate. 

Don Marcello in questo libro fa luce sui tre principali arcangeli venerati dal cattolicesimo e ci racconta mirabilmente la loro storia

Nel I capitolo, il sacerdote ci spiega doviziosamente le gerarchie angeliche. Infatti prima di proporre in modo specifico cosa sono i tre spiriti celesti, è necessaria una breve trattazione sui nove cori angelici. Naturalmente don Marcello si aiuta con le Sacre Scritture e con i numerosi santi, che hanno fatto abbondantemente riferimento alle numerose schiere di angeli.

Il testo elenca tre ordini di angeli. Nel primo ordine (Suprema Coelestis Hierarchia), troviamo i Serafini, Cherubini, Troni, detti la triade superiore. Poi nel Secondo ordine (Media Coelestis Hierarchia), ci sono le Dominazioni, Virtù, Potenze o Potesta. Chiamati le triade mediana. Infine il Terzo ordine (Infima Coelestis Hierarchia), appartengono i Principati, gli Arcangeli e gli Angeli, chiamati la triade inferiore. Ben nove ordini di angeli chiamati comunemente cori.

La prima gerarchia è la più vicina a Dio, sono i suoi consiglieri. La seconda è quella dei Governatori Celesti, infine, la terza, composta dai Messaggeri Celesti.

Stanzione precisa che i nomidi questi tre ordini non sono un’invenzione di qualcuno, ma si trovano nelleSacre Scritture. Tutti questi cori angelici vengono descritti accuratamente nel I capitolo.

A partire dalle Potenze, queste sublimi armate sono iconograficamente rappresentati come militari, guerrieri che stringono la spada, e spesso sono seduti su un trono in atteggiamento da dignitari, oppure vestono l’abito da diacono portando un giglio fiorito. Forse ho capito perchè questi esseri celestiali non sono più di moda nella Chiesa, sono stati dimenticati, quando non osteggiati.

Mettiamoci nei panni di tanti buonisti, che si cingono col vessillo multicolore della pace, come possono amare o comprendere oggetti come spade, lance, scudi, elmi, armature, corazze. Come possono condividere termini come conflitti, lotte, assalti, battaglie, difese e poi proprio contro Satana, che loro hanno cancellato da tempo. E poi quell’altra parola Milizia, e ancora legioni,ah gli chiediamo troppo.

Comunque sia il coro più conosciuto è quello degli Arcangeli, la loro popolarità secondo Stanzione è dovuta alla funzione di messaggeri e annunciatori di grandi eventi.

E’ la categoria angelica di cui si hanno le maggiori informazioni e peraltro sono gli unici che si conoscono tutti i nomi, molto diffusi tra i cattolici: Michele, Gabriele e Raffaele. Scrive Stanzione: «l’Antico Testamento abbonda di citazioni relative ad esseri che hanno la funzione di trasmettere la volontà di Dio agli uomini e di proteggere i giusti. Tra questi ultimi emergono le figure di Raffaele, nel libro di Tobia, e Michele, nel libro di Daniele. Nel Nuovo Testamento troviamo, nel Vangelo di Luca, la figura dell’arcangelo Gabriele, che ha il compito di annunciare alla Vergine la nascita di Cristo».

Inoltre le figure degli Arcangeli nel mondo cristiano, nonostante appartengono ad uno dei livelli inferiori delle gerarchie angeli, sono le più note e vengono raffigurate frequentemente nella storia dell’arte cristiana. Poi ci sono gli Angeli, angelus, significa «colui che annuncia».

Il 2° capitolo è dedicato a l’Arcangelo Michele, il principe delle schiere celesti. «Mi-Kha-El= Chi(è) come Dio? Che può essere definito come un urlo di battaglia in difesa dei diritti dell’Onnipotente Iddio», scrive don Marcello. Il nome Michele appare cinque volte nella Sacra Scrittura, definito come «il grande Principe». Era il patrono del popolo ebraico, e nella Lettera di Giuda si racconta come Michele si scontra col diavolo per strappagli il corpo di Mosè, appena deceduto. Ma il testo più affascinante dove compare il nome di Michele è il capitolo dodicesimo dell’Apocalisse, dove si tratta di guerra, di combattimento contro il drago. A questo punto Michele diventa paladino di Cristo, ma anche paladino di Maria, perché egli sferra un attacco contro il drago rosso (il colore del sangue versato dalla violenza). «Il dragone e Michele – scrive Stanzione – rappresentano due modi differenti di porsi davanti a Dio: l’uno – quello di satana – è l’atteggiamento di chi vuole sostituirsi a Dio (così il serpente nel racconto di Genesi 3,5), Michele è invece colui che proclama che solo Dio è Dio».

Michele è l’esatto contrario della figura di Satana. Dio non si abbassa a combattere il diavolo, lo fa fare al principe Michele, secondo la mistica svizzera Adrienne von Speyer. «La lotta tra luce e tenebre, tra la bontà divina e l’astuta collera dei demoni ribelli, – per Stanzione – rappresenta un grande e affascinante spettacolo di efficace bellezza, tanto da colpire ogni fantasia creatrice d’arte. Il re dei cieli ha confidato la sua forza ad un esercito giovane,glorioso e infinito di numero. Il capo di questi arcangeli è Michele; il suo nome è un grido di battaglia, imprecazione contro chi si è ribellato a Dio.Michele è il comandante delle dodici legioni celesti cui anche Cristo fece riferimento, che trionfalmente guida attraverso gli spazi nelle battaglie contro gli spiriti infernali […]E’ guerriero nato – insiste don Stanzione – difensore delle giuste cause, ed ha il governo di tutte le battaglie, specie quella solitaria che ciascuno conduce contro le tentazioni ele debolezze, per cercare di dare un significato più alto alla propria vita[…]».

A Michele i credenti gli attribuiscono il compito più importante, quello di lottare contro le forze del Male. Nella mente esercita un fascino singolare, è l’arcangelo per eccellenza. Anch’io adolescente, mentre mi misuravo con la vita, rimasi affascinato della sua figura eroica, tanto da possedere un poster alla parete della mia stanza. «Questo suo aspetto di guerriero vittorioso e invulnerabile gli assicurerà il grande favore da parte di tutti gli eserciti,dei soldati e dei regnanti di ogni epoca. Fin dall’anno 313d. C., infatti,l’imperatore Costantino gli tributa un intenso culto […] Francescod’Assisi lo elesse suo protettore».

Il testo di Stanzione dopo una generica presentazione dell’arcangelo si sofferma su come è stato rappresentato dalla tradizione cristiana. «Scrivere dell’amore verso l’arcangelo da parte di numerosi mistici e santi richiederebbe un’enciclopedia di vari volumi»,  per cui, don Stanzione si limita a fornire alcuni elementi fra i più significativi. Furono numerosi i re e i principi che si affidarono a lui. Numerosi regnanti poi si recarono in devoto pellegrinaggio sia al santuario di Monte Sant’Angelo, a Mont-Saint-Michel in Normandia. L’arcangelo Michele è anche chiamato «l’angelo dei tedeschi».

Da San Francesco a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, fino al beato Bartolo Longo, fondatore del santuario di Pompei, tutti avevano un grande amore per l’arcangelo.

Stanzione sceglie delle storie dove il protagonista è Michele e li racconta così bene che riesce a catturare l’interesse dei lettori. E’ capitato per quella dei santi Antonino e Catello sul monte Aureo. E poi per quella della Madonna di Pompei, col devotissimo Bartolo Longo.

Tra i papi devoti a S.Michele, certamente, quello che più si è distinto è stato Leone XIII,che ha composto sia un esorcismo che una invocazione all’arcangelo Michele,obbligatoria per tutti i sacerdoti da recitare al termine della Santa Messa.Così è stato fino al 1966. Recentemente anche Papa Francesco, per il mese di ottobre, ha invitato tutti i fedeli a recitarla. Nel libro don Stanzione constata che proprio nel nostro tempo di grande decadimento, ci sarebbe tanto bisogno di fare appello all’arcangelo Michele in difesa della Chiesa contro i nemici diabolici all’interno e all’esterno di essa.

Nel 1987 San Giovanni Paolo II in visita al santuario di San Michele Arcangelo, sul monte Gargano, ebbe a dire: «Questa lotta contro il demonio, che contraddistingue la figura dell’arcangelo Michele, è attuale anche oggi, perchè il demonio è tuttora vivo e operante nel mondo. In questa lotta, l’arcangelo Michele è a fianco della Chiesa per difenderla contro le tentazioni del secolo, per aiutare i credenti a resistere al demonio che come leone ruggente va in giro cercando chi divorare».

Inoltre sempre san GiovanniPaolo II nel 1994, a proposito della famosa preghiera di Leone XIII, ebbe a dire: «Anche se oggi questa preghiera non viene più recitata al termine della celebrazione eucaristica, invito tutti a non dimenticarla, ma a recitarla perottenere di essere aiutati nella battaglia contro le forze delle tenebre e contro lo spirito di questo mondo».

Nel Medioevo, sia san Leone Magno che san Gregorio Magno ricorsero all’aiuto di san Michele,il primo per bloccare gli Unni di Attila, il secondo per bloccare la peste a Roma.

La terza parte che affronta don Stanzione nel libro edito da Sugarco, è l’iconografia sui tre arcangeli. E qui occorre fare una puntualizzazione. Don Marcello nel descrivere i tanti quadri, pitture, le opere d’arte riguardanti i tre arcangeli è veramente straordinario, insuperabile. Per ogni quadro che prende in esame nel testo, fa una descrizione mirabile, precisa, dettagliata, fino al punto che il lettore viene coinvolto totalmente. Certamente don Marcello deve essere un esperto anche nella Storia dell’Arte, almeno per quello che riguarda gli Angeli, l’ha studiata veramente bene. Ho notato che per ogni opera artistica Stanzione riesce sapientemente a trovare delle frasi adeguate e particolareggiate. E’ attento ad ogni dettaglio delle figure rappresentate.Sostanzialmente compone dei meravigliosi quadri letterari delle opere più belle dell’arte, assumendo anche lui la veste di artista.

Chiaramente per apprezzare le descrizioni di Stanzione è necessario avere sottomano un testo, una guida di Storia dell’arte cristiana. O perlomeno delle indicazioni, magari su internet,  dove trovare questi capolavori così ben descritti nel libro “Gli Arcangeli”, pubblicato da Sugarco.

L’arcangelo Michele è sempre rappresentato con la spada, lo scudo, e spesso con il drago che viene schiacciato sotto i piedi o colpito dalla spada o dalla lancia. Per ogni arcangelo Stanzione seleziona degli artisti che lui reputa più significativi. Naturalmente non mancano i nomi di Raffaello, Perugino, Lorenzo Lotto, Giotto, Martini, Leonardo da Vinci, Bellini, Donatello, quelli più conosciuti, poi ci sono altri meno conosciuti e anche stranieri.

Il 3° capitolo è dedicatoall’Arcangelo Gabriele, il messaggero di liete notizie. E siccome si avvicina il Natale del Signore. S.Gabriele è l’angelo dell’annunciazione a Maria. E’ quello che è stato incaricato da Dio a trasmettere il più gioioso dei messaggi: l’Incarnazione del Figlio di Dio. Fu anche Gabriele ad annunciare a Betlemme ai pastori della nascita del Redentore e fu sempre lui a riunire gli spiriti celesti a cantare sulla grotta: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.

San Gabriele è il protettore delle nascite dei bambini e proprio oggi di forte denatalità, avremmo tanto bisogno della sua protezione. Anche con san Gabriele, Stanzione ci offre dei racconti particolari come quello di una ragazza povera di Caiazzo, in provincia di Caserta, Teresa Musco. Stanzione non manca di sottolineare che l’arcangelo Gabriele, riveste un ruolo fondamentale nella tradizione islamica. Singolare il racconto della storia di un sacerdote francese legato a san Gabriele, mi riferisco a padre Jean-Edouard Lamy, il nuovo curato d’Ars. E visto che la nostra epoca ama le testimonianze e non la propaganda, questo sacerdote, fu uno che sapeva «tenere con una mano il rosario e con l’altra la falce e il rastrello». Fu uno che mentre confessava con un orecchio ,con l’occhio sorvegliava i bambini di un patronato. Praticamente nello stesso tempo, era un contemplativo ed apostolo nell’azione.

Anche per san Gabrielel’iconografia è abbastanza ricca. Diffusa è l’espressione artistica dove vienerappresentato nell’Annunciazione a Maria. «Le differenze che si riscontrano,– nota Stanzione – anche se a volte limitate a particolari irrilevanti,dimostrano come questa iconografia si sia adeguata al progressivo mutare dello spirito ufficiale ed ufficioso della Chiesa». Nelle rappresentazioni si passa da un dominio sostanziale dell’arcangelo contrapposto all’immobilismo e alla penombra in cui rimane Maria, a quello dove predomina la Vergine, talvolta seduta su una sedia simile ad un trono e con l’angelo che si inginocchia ai suoi piedi.

Il 4° capitolo dedicato all’Arcangelo Raffaele, il celeste farmaco di Dio. E’ l’angelo mandato da Dio a prendersi cura dei nostri bisogni, un’entità relativamente vicina agli esseri umani sulla quale si può ricorrere in cerca di aiuto e sostegno.

A proposito di questo arcangelo è bellissimo il racconto di Stanzione preso dal libro di Tobia,dell’Antico Testamento che parla di Raffaele. Devo essere sincero don Marcello con queste proposte della Sacra Scrittura mi ha dato l’opportunità di rivedere rileggere i Sacri testi. «La storia di Tobia, padre e figlio, contiene la più importante angelofania dell’intera Bibbia, e ruota intorno alla manifestazione dell’arcangelo Raffaele che aveva assunto il nome e il corpo di un bellissimo giovane di nome Azaria». Raffaele è l’ispiratore della scienza applicata all’uomo, soprattutto della ricerca scientifica.

Un culto particolare fu tributato nella città di Cordova in Spagna. Tra i sacerdoti devoti a san Raffaele si ricorda San Josemaria Escrivà De Balaguer, il fondatoredell’Opus Dei.

Il testo di don Stanzione alla fine è arricchito da Appendici, dove si pubblicano alcune preghiere ai Santi Angeli di Dio e ai tre Arcangeli.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Manuale per cambiare stile di Chiesa

E’ il sottotitolo di un pamphlet, scritto da Andrea Brugnoli. ex sacerdote, il titolo invece è ancora più truce e terrificante, sicuramente, provocatorio: «Parrocchie da incubo», pubblicato da Fede & Cultura (2015). Per abitudine leggo i libri sottolineando le loro pagine. Ho notato che in questo testo, rispetto ad altri, forse, ho esagerato nelle  sottolineature. Questo significa che l’ho trovato interessantissimo.

Brugnoli, nel testo appare deciso e tagliente nelle sue valutazioni e coraggioso e originale nelle proposte. Già nelle prime pagine, tiene a precisare che il libro non è stato scritto per imporre delle regole, delle idee ad altri, in particolare ai preti. Il testo vuole avere la pretesa di dare dei consigli per costruire una parrocchia diversa. Per trasformare la Chiesa, per ottenere un cambio di mentalità. «Sogno una Chiesa – scrive Brugnoli – tutta protesa a formare degli evangelizzatori. Dove tu vai a Messa una domenica e senti un’aria di famiglia; dove tutti si conoscono perché tutti condividono la passione per portare le persone all’incontro con Gesù e quelli che sono nuovi, lì per la prima volta, vengono accolti con un bel sorriso e comprendono subito che quella può essere la loro casa».

Certamente il libro scritto dall’ex sacerdote, è un testo che apre un serio dibattito all’interno della Chiesa. Peraltro Brugnoli, ha fondato le Sentinelle del Mattino e il Café teologico, associazioni presenti in altre diocesi e anche all’estero. A partire dall’introduzione, fa riferimento alle bacchettate di Papa Francesco nei confronti del clero, soprattutto quello arroccato sulle sue posizioni stantie, di quei preti che non sanno nulla delle pecore. «L’idea che vuole veicolare [papa Francesco]è quella di una Chiesa aperta, accogliente, che va in cerca della gente e che esce dalla sacrestia. Il giudizio del Vescovo di Roma, sembra talvolta implacabile: le parrocchie non sembrano all’altezza dei tempi».

Certamente anche papa Francesco intende attuare una pastorale di nuova evangelizzazione promossa dal Concilio Vaticano II e poi ripresa dal Magistero della Chiesa, in primis da San Giovanni Paolo II. E’ un appello che non si può più rinviare. Certo ci sono ancora preti che leggono il Concilio in chiave sessantottina, tra l’altro, per Brugnoli, sono proprio loro i più strenui difensori dello status quo. E’ la «generazione che voleva una Chiesa aperta al mondo abbattendo balaustre e tagliando manipoli, oggi ha conquistato il potere e come ne La fattoria degli animali di Orwell, ora è diventata peggio dei propri padri, cioè incapace di comprendere il cambiamento in atto». Sono proprio questi parroci, ex sessantottini che «credono ancora al piccolo mondo antico di un contesto dove loro dovrebbero essere riveriti e dove la gente dovrebbe ascoltarli».

Anche se i giovani preti sembra che hanno superato i dibattiti degli anni 60, lo sostiene il cardinale Raymond Leo Burke: «ho constatato che non comprendono il tipo di rivoluzione nella Chiesa che si identifica nel maggio del ’68, e di certo non vi aderiscono. Hanno un profondo desiderio di conoscere la tradizione e di farne esperienza. Sono cresciuti in un’epoca in cui i bambini e i giovani non venivano più iniziati alle molteplici ricchezze della fede […] hanno sofferto della bancarotta morale di una cultura completamente secolarizzata». (R. L. Burke, Un cardinale nel cuore della Chiesa, intervista con Guillaume d’Alacan, Cantagalli, 2016)

Don Brugnoli è categorico nel giudizio sulla conduzione di certe realtà parrocchiali, dove la fede è stata ridotta a semplice moralismo, pertanto, «il cristiano modello non è più l’apostolo che evangelizza, ma il filantropo che si mette i sandali e fa del volontariato in Africa come un turista». Inoltre ci sono, «diocesi dove si organizzano costosi festival, convegni su ogni argomento, assemblee dove il microfono viene dato a pagani e nemici della Chiesa, presentati come profeti e come maestri di quello che dobbiamo fare noi. Sarebbe come se un medico organizzasse un convegno pagando profumatamente un becchino chiedendo a lui come si deve fare per curare la gente e farla durare a lungo».

Leggere il Concilio secondo le ideologie ha portato a risultati disastrosi, occorre cambiare se no si muore. Del resto è stato chiaro, Benedetto XVI, nel suo ultimo discorso, il 14 febbraio 2013, ha detto chiaramente che «C’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio -, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri […]».

Ritornando alla parrocchia, l’auspicio di don Brugnoli è di veder campeggiare su ogni Chiesa cattolica del mondo lo slogan: «Benvenuto a casa!», è una frase che indica un modello di Chiesa, un marchio di qualità, un programma, una meta, un cambio di mentalità. Occorre proporre, «una parrocchia dove ci si sente a casa, perché l’accoglienza è curata nei minimi particolari e perchè si respira uno spirito di famiglia dei figli di Dio […]».

Allora che fare? Come migliorare, la qualità delle nostre parrocchie? Come far sì che i fedeli non siano annoiati dall’omelia, le cassette delle offerte vuote, come migliorare la proposta?

Il testo di Brugnoli si divide in tre parti: la location, le persone, le attività. La location è il biglietto da visita delle nostre parrocchie e visto che viviamo nel mondo in cui l’immagine e la grafica sono cose decisive, un certo restyling esterno è necessario. Occorre tenere conto che nella parrocchia vivono persone, non siamo in un’azienda, ma una famiglia. Poi ci sono le attività: l’agire concreto della Chiesa nel mondo. Anche qui bisogna ricentrare queste attività.

«Questo manuale l’ho scritto, – scrive Brugnoli – pensando soprattutto ai tanti buoni laici che frequentano le nostre parrocchie e con grande fede si ostinano a partecipare alle nostre Messe domenicali». Nonostante tutto questi laici hanno ancora fede. Ebbene rivolto al laico, il sacerdote, categoricamente sentenzia: «la parrocchia che tu hai vissuto da bambino è morta. Quella dei campi scuola, dei campeggi, dei grest, del calcio balilla e dei lecca lecca al bar dell’oratorio, è irrimediabilmente morta. Potrà anche dispiacere, ma è morta […]la parrocchia del XXI secolo oggigiorno non sa più cosa fare: ha perso lo scopo, l’obiettivo. Non ha più idee. Una volta tutti sapevano che si andava in chiesa per salvarsi l’anima e per imparare a portare la croce (che poi si viveva in famiglia, al lavoro, nella malattia). Oggi non si sa più a che cosa serva la religione e si va in chiesa perchè un Dio ci deve pur essere e forse mi servirà dopo morto. Ma della salvezza delle anime, anche in questa vita, non parla più nessuno».

Don Brugnoli è ricco di consigli, mette in guardia il fedele da tante cose, tra queste, quello di non lasciarsi clericalizzare dai parroci. Ai preti consiglia di formare gli evangelizzatori, non solo di evangelizzare lui stesso il mondo, come farebbe ogni battezzato. Il luogo Chiesa, secondo Brugnoli, non è quello «dove la gente va a farsi evangelizzare, ma il luogo dove i battezzati, ossia gli evangelizzatori, si ritrovano per adorare il Signore, per attingere forza, per imparare a evangelizzare il mondo esterno». Pertanto, «una Chiesa che ha cento membri,– secondo Brugnoli – dovrebbe avere cento evangelizzatori e non cento quasi-preti! L’adempimento del grande mandato non è un compito solo dei preti, né di pochi individui, ma è la funzione di tutto il corpo di Cristo».

E’ questa la vera promozione del laicato che i preti devono fare nella Chiesa, non un camuffato clericalismo, che farebbe dei laici dei quasi-preti.

Il libro è da leggere tutto, magari si possono avere delle riserve sui consigli finali che fanno riferimento a certo cristianesimo anglosassone, al worship, della chiesa anglicana, a quel stile evangelico di pregare. Non è tanto chiara questa visione di Chiesa che don Brugnoli cerca di importare nelle nostre parrocchie. Tuttavia trovo molto interessante i tanti spunti critici che propone come quello della location della parrocchia. «Anche l’occhio vuole la sua parte».

Il Cristianesimo è la religione dell’incarnazione e non della Ragion Pura. Serve il contatto, la bellezza, l’immagine, l’odore. I cinque sensi sono tutti sollecitati nel cristianesimo. Ecco perché la Chiesa ha costruito le cattedrali, ha eretto croci, ha raffigurato immagini bellissime della maternità di Maria e tanto altro.

Ogni chiesa come edificio ha bisogno di una presentazione, quale immagine di Chiesa trasmettiamo. La gente deve vedere che in chiesa si entra per dare gloria a Dio e a Dio solo. Allora bisogna curare i cartelli, la bacheca degli avvisi, poi occorre possibilmente guardare anche ai parcheggi. L’interno della chiesa dev’essere ordinato e pulito. Ad esempio le candele devono essere quelle di cera e non elettriche. Proporre anche una buona musica di sottofondo, che si oda appena. Possibilmente il gregoriano. Continuando con la struttura interna della chiesa, don Andrea polemizza con quelle chiese dove hanno estromesso il tabernacolo (a proposito ho notato che i bambini della scuola primaria non sanno cosa sia) dal centro della chiesa, «si è deciso che il centro a cui inchinarsi sia un blocco di marmo[…]». Praticamente l’altare con il tabernacolo è stato isolato in una cappella a parte. Una vera e propria eresia architettonica. Ora al centro troviamo i preti con la loro sedia, Lui, il Protagonista per eccellenza l’abbiamo messo da parte. Ma questo non è stato il Concilio a volerlo, secondo Brugnoli, ma come al solito sono stati i cosiddetti «novatori postconciliari che ci hanno fatto credere che le loro idee fossero quelle decise da tutta la Chiesa». A volte per trovare il tabernacolo bisogna fare una caccia al tesoro.

Naturalmente Brugnoli polemizza anche sull’orientamento dell’altare. Prima era verso Oriente, luogo della nascita del vero sole, che è Cristo Risorto. Oggi di altari se ne vedono di tutti i tipi. Penso alla polemica scoppiata sui social che ho intravisto qualche giorno fa di una chiesa di una cittadina a nord di Milano.

Poi Brugnoli si sofferma sulla distruzione delle balaustre, dove i fedeli potevano inginocchiarsi per ricevere la Santa comunione.

Su questi temi, alcuni anni fa, Camillo Langone, giornalista de Il Foglio, ha scritto un ottimo libro. «Guida alle Messe», pubblicato da Mondadori.

Tuttavia Brugnoli è attento anche agli ambienti della Parrocchia: le stanze, le aule, dove si svolge il catechismo, il salone, la segreteria del parroco, l’oratorio in generale. Tutto dev’essere ben curato ed accogliente, capire l’uso di ogni stanza: quella per i bambini, per i giovani, gli adulti etc. E poi la sala mensa, si può evangelizzare anche mangiando. Il cattolicesimo ha sempre dato spazio all’aspetto conviviale. Anche qui nel libro si sottolinea il decoro della tavola, si entra nei dettagli: i piatti, i bicchieri, che non siano da osteria, anche le sedie, le lampade accoglienti al led, é importante curare il look dell’ambiente parrocchiale. Stupisci gli ospiti che vengono in parrocchia con la musica, le luci, il dolce speciale e il buon vino.

Per quanto riguarda le persone, è importante che la parrocchia abbia una visione. Tutte le attività devono mirare a uno scopo, per esempio «Risvegliamo la Chiesa». Risvegliare i cristiani rendendo ciascuno un discepolo-missionario.

Occorre avere un piano, una mappa che guida lo sviluppo di una comunità. Perché lo scopo deve essere di formare persone in grado di evangelizzare e di servire la Chiesa per costruire una comunità capace di portare tutti a Gesù. La vision deve essere conosciuta da tutti, capita che in parrocchie le cose si bloccano perchè ognuno persegue una visione diversa. Tutti in parrocchia devono sapere dove stiamo andando.

Diceva un vescovo, «le nostre parrocchie assomigliano a uno stadio di calcio. Ci sono solo ventidue persone che corrono all’impazzata e altre migliaia che stanno a guardarle».

Il Vaticano II ha auspicato un maggiore coinvolgimento del laicato cattolico nell’opera evangelizzatrice della Chiesa, ma in questi decenni, gli “impegnati” sono diventati sempre di meno. Qui Brugnoli dà qualche consiglio come “reclutare” persone giuste per “lavorare” in parrocchia. Peraltro ci tiene a sottolineare che lui incarica le persone, sempre con una scadenza, per un anno, tre anni. Così non si creano false aspettative. I volontari sono necessari alla vita parrocchiale.

Bisogna tenere insieme i collaboratori e soprattutto avere chiaro chi comanda, chi decide, a chi bisogna rendere conto. Bisogna definire bene i ruoli da svolgere, il grado di “potere” che una persona riceve dall’autorità.

Le riunioni non devono finire in “riunionite”, se servono per discussioni e tensioni, è meglio non farle, devono servire per crescere, non per distruggere. Importante illustrare a tutti il lavoro degli altri, per comprendere meglio la vision, la mission parrocchiale.

Anche qui Brugnoli ci invita a curare i dettagli, per esempio, ringraziare sempre le persone anche per cose minime

Nell’ultima parte, il testo affronta il tema delle attività. L’autore del testo ci tiene a fare precisazioni. La Chiesa esiste per edificare i credenti, cioè per fare dei discepoli di Gesù, capaci di formare altri discepoli. La parrocchia deve realizzare queste tre finalità. Pertanto le sue attività sono di tre tipi: culto, servizi, formazione dei discepoli. Interessante quest’ultimo aspetto, la formazione avviene nelle cellule, potrei aggiungere nei cuib, nelle croci, conoscendo altri metodi formativi.

Sicuramente il tutto deve essere orientato al grande mandato: fare discepoli. Possibilmente «imitando quel che Gesù fece con i suoi Apostoli e poi quello che gli Apostoli fecero con le diverse comunità […]». Dunque continua Brugnoli, «gli ambienti parrocchiali dovrebbero essere quello spazio dove il grande mandato di fare discepoli si vede in azione». Non contano le strutture, ma quello che si fa dentro.

Infine nel suo libro-manuale don Andrea si sofferma molto sul catechismo, sulla preparazione ai sacramenti, sulla liturgia. Il catechismo – dice – è fatto per chi ha già incontrato il Signore. La catechesi non è l’annuncio, viene dopo di esso. Prima di tutto bisogna suscitare l’atto iniziale di fede nei confronti di Gesù Salvatore. Bisogna pensare a fare il primo annuncio ai bambini e ai ragazzi, tenendo conto che il test per sapere se l’annuncio è arrivato a destinazione è vedere se il bambino (o adulto) adora Gesù, se si inginocchia davanti al Tabernacolo e Gli parla. Se questo c’è, allora la catechesi diventa un cammino di discepolato.

E’ fondamentale il primo annuncio, far conoscere Cristo vivo, oggi. «Gesù, non è un cadavere importante di cui raccontare la storia, come quella di un personaggio storico, ma è un uomo che, incredibilmente, è possibile incontrare oggi. Quell’uomo vive ancora oggi. Egli è capace di cambiarti oggi la vita, di parlarti nel cuore, di guidare le tue azioni e di darti la forza del Suo Spirito ogni volta che ne hai bisogno[…]».

Soltanto quando una persona, un bambino, ha fatto previamente questo incontro, allora ha senso parlare di catechesi, «altrimenti – scrive Brugnoli – è come costruire una casa sul nulla, sulla sabbia, senza fondamenta. Lo vediamo tutti che al primo venticello ormonale della preadolescenza quest’edificio crolla miseramente».

Purtroppo oggi non si tiene conto di questo. Oggi un progetto catechetico, non può partire dai contenuti della fede, prima bisogna incontrare Gesù. «Sarebbe come spiegare come far funzionare un aeroplano a chi non ha alcuna intenzione di salirvi sopra».

Il catechismo oggi come viene svolto nelle parrocchie è un disastro, talvolta può essere anche dannoso, secondo don Andrea. L’ex parroco è anche contro la “pastorale del ricatto”, che è l’esatto opposto del primo annuncio: approfittare del fatto che i genitori vogliono battezzare il figlio per obbligarli a un certo numero di incontri. Anche qui: prima ci vuole la fede e la conversione, poi la Chiesa forma i suoi figli.

Nel testo Brugnoli considera tanti tipi di parrocchie. C’è la Parrocchia Addams, dove tutto è in disordine e piuttosto lugubre; c’è la Parrocchia Social, brulicante di volontari, tutti con la barba, i sandali ai piedi e dove si fa un sacco di cose: lavoretti per il Terzo mondo, raccolte equosolidali, vendita di prodotti missionari; c’è la Parrocchia Milàn, dove i preti recitano la messa con l’i-Pad e si fanno progetti pastorali con organigrammi e votazioni in Consiglio pastorale; ma c’è anche la Parrocchia Asilo, dove si ospitano i bambini quando i genitori lavorano, si organizzano campi scuola e grest quando le scuole sono chiuse, si fanno feste di compleanno e si ospitano riunioni condominiali e comitati di quartiere.

Chi legge il libro si accorge che l’ex sacerdote vuole costruire una parrocchia diversa.

Concludo con qualche provocazione finale del parroco: «in tutto questo libro ho cercato di mostrare come esiste un modo diverso di vivere la vita cristiana. Il mondo di Dio non è la parrocchia e la salvezza non è solo dentro alla Chiesa, e ancor meno solo dentro ai limiti territoriali parrocchiali! Molti cristiani buoni sono bloccati dai confini delle loro parrocchie, spesso identificate con i soliti maggiorenti capitanati da un parroco non sempre all’altezza della situazione».

 

Domenico Bonvegna

La Lettura. L’ultima battaglia per la conquista della Roma del Papa Re

Ci avevano detto che a Roma nel 1870 il Papa-Re Pio IX, prima di lasciarsi invadere dall’esercito italiano aveva ordinato, di fare soltanto una difesa simbolica. Invece non è proprio così, l’ho “scoperto”, leggendo il documentato volume del giornalista Antonio Di Pierro, «L’ultimo giorno del Papa Re. 20 settembre 1870: la breccia di Porta Pia», Mondadori (2007). Altro che difesa simbolica, quel martedì mattino del 20 settembre  1870 a Roma, si è combattuta una vera e propria battaglia tra i pontifici e l’esercito regio di Vittorio Emanuele.

Vediamo di entrare dentro al testo del giornalista romano. Roma è circondata da cinque divisioni militari, formata da 50 mila soldati italiani. Mentre la città del Papa Pio IX difesa da 11 mila uomini in armi, pronta a resistere. Ed effettivamente hanno resistito per ben 5 ore, dalle 5,05 fino alle 10,10, quando si è aperta la breccia a Porta Pia.

Il libro nonostante le 326 pagine, note comprese, fa una cronaca dettagliata, ora per ora e in presa diretta, della giornata cruciale per i destini dell’Italia e della Chiesa cattolica. E per seguire questa cronaca il testo offre, sia nella prima che nell’ultima pagina una pianta di Roma, dove si possono individuare i movimenti delle truppe dell’esercito italiano. Inoltre alla fine del libro c’è una guida ai «principali luoghi della Breccia», ma per seguire i momenti, i vari spostamenti delle truppe; però serviva una cartina topografica della città e forse anche una buona dose di cultura militare.

Il testo di Di Pierro, è scritto con una coniugazione dei verbi al presente, è come se chi scrive è testimone diretto di quanto sta accadendo. «E questo contribuisce a ricostruire meglio il mosaico degli avvenimenti anche minuti, lo stato d’animo degli assediati e degli assedianti, il travaglio del papa attaccato così duramente da un re cattolico (Vittorio Emanuele II), il disincanto dei romani, il terrore della nobiltà nera chiusa nei suoi lussuosi palazzi, la gioia dei patrioti che vedevano coronare il sogno vagheggiato da Cavour, da Garibaldi, da Mazzini e dai tanti protagonisti del Risorgimento italiano».

Tuttavia anche per scrivere questo libro, il metodo è sempre lo stesso, utilizzare le fonti negli archivi e nelle biblioteche e così pare che abbia fatto Di Pierro, vista la bibliografia finale pubblicata.

La conquista di Roma, che stanno facendo le truppe italiane, è una strana guerra non dichiarata, un esito che sembrerebbe scontato, viste le forze in campo. La prima ed unica guerra che finora l’ex Regno di Sardegna ha combattuto è stata quattro anni fa a Custoza e l’ha persa pesantemente. Tra l’altro negli anni precedenti, l’esercito piemontese non aveva dato prove esaltanti.

Ce la farà adesso contro il debole Stato Pontificio a conquistare Roma? Pare di sì. Secondo il ministro Visconti Venosta, probabilmente nessuna potenza sarebbe scesa in campo per difendere il papa. Tuttavia come scrive Di Pierro questa guerra, «doveva essere morbida, non doveva dare occasioni alla comunità cattolica – più di quante non ne offra di per sé un attacco armato al capo supremo della Chiesa – di montare uno scandalo internazionale». Ecco perché Raffaele Cadorna, il comandante generale, quello che non ha esitato di bombardare Palermo nella rivolta del “Settemezzo”, era contrario alla partecipazione alla guerra della “testa calda” di Nino Bixio, nel frattempo diventato generale dell’esercito sabaudo.

Tutto è pronto per la battaglia, l’esercito del Re Vittorio è schierato per l’attacco, tutte le porte di Roma, da quella del Popolo a San Giovanni è ormai interamente presidiato dall’esercito italiano. Occupate anche villa Borghese e villa Albani. L’artiglieria è pronta. I cannoni sono puntati contro Roma in attesa dell’ordine dell’attacco. Ma paradossalmente «i primi a far parlare le armi sono i pontifici. E la prima vittima della giornata è un artigliere italiano, il caporale Michele Plazzoli». Peraltro dalla “cronaca”, del giorno prima si apprende che nei pressi di porta Maggiore, c’è stata battaglia, con morti e feriti, addirittura i pontifici hanno fatto anche un prigioniero, il fante Giuseppe Spagnolo.

Di Pierro riporta la notizia di un altro prigioniero, un giovane ufficiale dell’esercito sabaudo, che il Papa in persona ha ordinato di liberare, motivando la liberazione con delle curiose parole: «Per isbaglio quel giovane ufficiale è entrato in Roma, ingannato dai suoi sensi, dal suo orientamento; egli è l’immagine del governo italiano[…]».

Pertanto Di Pierro può scrivere: «Chi prevedeva una resistenza puramente simbolica dell’esercito di Pio IX ora comincia a ricredersi. E a mettere in dubbio che il proposito del pontefice – come qualcuno sostiene – sia di arrendersi presto, giusto il tempo di certificare di fronte alle diplomazie europee che la santa Sede è vittima di un’aggressione militare e cede solo per evitare un inutile bagno di sangue[…]». Doveva essere così ma la battaglia provocata dagli zuavi ai Tre Archi e a Villa Patrizi, «farebbero pensare a un esercito che vuole combattere e resistere il più a lungo possibile».

Infatti secondo Di Pierro, riferendosi al comandante generale Hermann Kanzler «il vero sogno del pro-ministro pontificio, che nel 1867 aveva sconfitto Garibaldi a Mentana, era quello di coprirsi di gloria piegando in campo aperto l’odiato Bixio […]». Praticamente Kanzler voleva combattere, non ci sta a fare una resistenza simbolica, aveva provato ad esporre la sua strategia al Pontefice, che avrebbe troncato la discussione esclamando: «Vi chiediamo di cedere, non di morire, che è quanto dire un sacrificio maggiore».

Ritorniamo alla battaglia, poco prima delle 5,10, la fucileria papalina ha rotto la quiete del mattino. «Diverso era il piano d’azione degli italiani, che, colti di sorpresa, in un primo momento nemmeno hanno risposto ai tiri nemici». I primi a sparare sono stati gli zuavi della squadra comandata dal tenente Paolo Van de Kerkhove. Seguo quello che scrive Di Pierro: «un vero e proprio inferno di fuoco si è abbattuto sulla 5a batteria causando subito gravi perdite». Ci sono morti e feriti, il giornalista fa i nomi.

 

«Tra i soldati del re è il caos». Ma alle 5,15, iniziano le cannonate da parte della 13a Divisione del generale Ferrero. «E, in rapida successione, lungo quasi tutto il fronte delle mura Aureliane, entrano in azione le micidiali artiglierie dei due fronti contrapposti tra nuvole di fumo, boati da far tremare, proiettili e granate che volano da una parte all’altra portando morte e distruzione». A questo proposito sono interessanti le riflessioni del dottore Alessandro Ceccarelli, capo del servizio chirurgico del Santo Spirito, che segnala le capacità distruttive delle armi negli ultimi anni. L’arte della guerra è cambiata, così sono terribili gli strumenti di cui essa si serve. Interessante e raccapricciante la descrizione che fa il dottore sulle fratture, sulle ferite che provocano i nuovi proiettili. E ancora il dottore non aveva conosciuto l’evoluzione delle armi nella prima guerra mondiale.

In pratica in successione nel testo Di Pierro, passo dopo passo riporta i vari passaggi della battaglia. Le incursioni, gli spostamenti, gli assalti, i ripiegamenti e soprattutto la gran massa di fuoco che converge sui grossi muri, tra le varie porte, soprattutto quella di Pia e Salara, dove sono concentrati 52 cannoni dell’esercito regio.

I fronti della battaglia sono tanti, si spara dappertutto, sul versante destro del Tevere e quello sinistro.

Mentre si combatte il Papa Pio IX è nel suo studio. Le cannonate fanno tremare non solo i vetri, ma le pareti, il pavimento, la sua scrivania. Il libro descrive con molta precisione tutta la macchina burocratica vaticana, le stanze, gli uffici, i nomi dei prelati che si trovano vicino al papa. «Le stanze e i punti strategici dei palazzi vaticani brulicano inoltre di soldati e ufficiali che per compito istituzionale sono destinati alla difesa della persona del pontefice e alla rappresentanza d’onore, suddivisi in tre corpi speciali: la guardia nobile, la guardia palatina e la guardia svizzera».

Questi corpi speciali erano disposti a tutto, sorvegliavano i punti strategici anche se non avevano ricevuto ordini precisi sul da farsi in caso di assedio della cittadella del Papa. Intanto mentre infuria la battaglia, sotto le cannonate, alle ore 7,15, il papa celebra la Messa, alla presenza del corpo diplomatico, in una atmosfera surreale.

La guerra continua e lascia sul terreno altri morti, altri feriti. Lo scontro ha acquistato maggiore intensità su tutti i fronti. Ma il fronte principale è a porta Pia, è qui che si giocano le sorti della guerra, il futuro dello Stato Pontificio, il destino di Pio IX e del suo governo. Verso le 8 per una falsa notizia i pontifici cominciano a ritirarsi, ma una volta compreso l’errore, riprendono le posizioni.

Lo scontro si fa sempre più aspro, c’è da registrare che nonostante i combattimenti, nelle strade ci sono curiosi, amici, parenti dei combattenti. Può capitare che le donne cercano i mariti che stanno combattendo, soprattutto quelli di parte pontificia.

Il papa finito di celebrare la Messa, parla al corpo diplomatico, sono in 17, impettiti nelle loro uniformi d’alta rappresentanza. Il Papa è amareggiato. Nessuno è sceso in campo per difenderlo, nemmeno le grandi famiglie, delusione nei confronti dei romani assediati. Rivolgendosi agli aggressori dice: «Non è il fiore della società che accompagna gli italiani quando assale il padre dei cattolici».

Alle 9,05 i vertici militari pontifici, valutando con molto realismo che ogni ulteriore resistenza sarebbe vana, decidono per la resa immediata. Si ordina di mostrare la bandiera bianca su S. Pietro. Ma alle 10 si combatte ancora. Gli zuavi hanno grande voglia di combattere, o almeno di rinviare il più possibile il momento umiliante della resa.

Fermare la macchina della guerra non è semplice, fare arrivare a tutti l’ordine di resa non è semplice. Alcune postazioni in questi momenti drammatici non trovano neanche una bandiera bianca, ci si affanna a trovare qualcosa che assomigli.

Alle ore 10,10, il primo militare dell’esercito regio, il sottotenente Federico Cocito del 12° Battaglione bersaglieri, raggiunge il ciglio della breccia della porta. Mentre verso porta Maggiore, l’ultimo ad arrendersi è il maggiore Castella e siamo alle 10,55.

Alle truppe zuave non rimane che ritirarsi in Vaticano, per evitare di cadere prigionieri degli italiani. «I soldati sono stanchi, molti di loro covano rancore per la bruciante sconfitta, quasi tutti nutrono sentimenti di disprezzo nei confronti del popolo romano che non ha mosso un dito per difendere il Santo Padre dall’ingiustificato attacco nemico». Per la verità per certi versi neanche l’esercito regio ha simpatia per il popolo romano, capita che qualche ufficiale, rimproveri certi scalmanati che inveiscono contro inermi soldati pontifici. “dovevate reagire prima contro i papalini, non ora, che c’è la copertura dell’esercito italiano”.

Comunque sia per Di Pierro, la Roma papalina ha deluso i soldati italiani, che si aspettavano una città diversa. «Ai militari dell’esercito regio arrivati fin qui ancora non è apparso nulla della tanto decantata maestosità della città eterna: piuttosto hanno sentito una diffusa puzza di cavolo bollito, predominante su altri e variegati cattivi odori, e hanno potuto constatare con i propri occhi che la sporcizia è veramente tanta ed è disseminata dappertutto».

A questo Di Pierro non fa che citare alcuni celebri viaggiatori che emettono dei giudizi su Roma abbastanza negativi. Il testo descrive dettagliatamente la vita sociale dei romani, dei ceti popolari, in particolare il loro sistema abitativo. Il francese, Paul Desmarie, definisce Roma: la patria dei mendicanti. E qui la storia si ripete, sembra Macron oggi.

Dal XII capitolo il testo fa la cronaca delle trattative di pace, mentre l’esercito occupa la città, spuntano le prime bandiere tricolori. Il giornalista Ugo Pesci, esiliato, ora entra in città insieme ai soldati, anche Nino Costa, esule, ritornato per guidare un governo provvisorio dei romani. Il testo accenna al caso Mortara, che il fratello Riccardo vuole “liberare” dalla segregazione in Vaticano, ma questi rifiuta la liberazione.

Nascono i primi presìdi rivoluzionari, manifestanti, i cosiddetti patrioti, esuli che ritornano. C’è il rischio di scontri con i papalini. Ad un certo punto Di Pierro si pone la domanda: ma chi è questa gente che se ne va in giro a ingiuriare e ad assaltare i soldati del papa? Non è facile rispondere, per alcuni sono i patrioti romani che hanno subito le angherie dello Stato pontificio, per altri, invece sono agenti al soldo del governo italiano, mestieranti dell’anarchia, gente che viene da fuori.

In questi momenti, come in tutte le guerre, ci sono i regolamenti di conti, e poi quelli che saltano sul carro del vincitore.

Alle ora 14 sembra che ancora la città è fuori controllo, si riscontrano incursioni di gruppi armati, pontifici che improvvisano barricate, sparatorie. La città è ancora in preda all’anarchia. «Nelle zone franche può succedere di tutto: anche che scoppi una vera e propria battaglia. Come per esempio, intorno al Campidoglio».

Intanto a Villa Albani, dove risiede il generale Cadorna, si tratta per le condizioni della resa. Il generale non accetta, nelle condizioni poste dal Papa, la parola “violenza”. Ma alla fine si arriva a una mediazione. Alle ore 17,30, si firma l’intesa. Al Papa rimane il piccolo territorio, della cittadella del Vaticano, il rione Borgo.

I militari pontifici, deposte le armi vengono condotti a Civitavecchia, i 4.800 stranieri instradati ai loro paesi. I 4.500 italiani inviati in diverse località come prigionieri di guerra.

I numeri di questa guerra inutile: 48 morti e 132 feriti tra gli italiani, 20 morti e 49 feriti tra i pontifici. Certo non sono elevati come per altre guerre, ma se il re Vittorio e suoi generali non avessero aggredito un piccolo stato inerme, riconosciuto da tutte le diplomazie del mondo, potevano essere evitati.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. La storia tragicomica dell’Unità d’Italia: quant’è ridicolo Garibaldi…

Ho letto diversi libri sul Risorgimento, sull’unità d’Italia, su Garibaldi, ma uno come quello che ha scritto Riccardo Pazzaglia, ancora no. Mi riferisco a «Garibaldi ha dormito qui. Storia tragicomica dell’unità d’Italia», Arnoldo Mondadori Editore (1995). E’ un libro intriso di sarcasmo, di ironia, di irriverenza, di critica beffarda nei confronti dei tanti personaggi, protagonisti della storia risorgimentale. Pazzaglia con un humor partenopeo-britannico, nel testo non si esime dal ridicolizzare i cosiddetti padri della patria a partire da Garibaldi, Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour.

Consulto internet e apprendo che Pazzaglia viene indicato come uno dei più noti scrittori umoristi italiani. Leggo che  «la provocazione surreale, paradossale del suo linguaggio viene da decenni di esperienze radiofoniche e televisive – come conduttore, autore e regista  – di testi di teatro, di cinema come regista e sceneggiatore, di corsivi satirici su quotidiani e riviste. Sul grande quotidiano del Sud, Il Mattino, la sua caustica rubrica “Specchio ustorio” è stata seguita per oltre venticinque anni con immutato interesse dai lettori»

Il giornalista che è scomparso nel 2006, nel libro si presenta come un «’inviato speciale nel passato’ di un giornale inesistente». Racconta la storia facendosi «aiutare» da personaggi più o meno reali, entra nei particolari, nell’intimità dei protagonisti, in particolare in quella di Garibaldi, che hanno fatto l’unificazione del Paese.

Attenzione il testo di Pazzaglia nonostante abbia queste caratteristiche, è un libro che ha, tutte le qualità per essere un testo ben documentato, e pertanto, racconta la verità storica. Anche se il testo non ha note che rimandano alle fonte e non presenta nessuna bibliografia, dalla lettura si desume che l’autore abbia letto e consultato diversi libri. Anzi vorrei aggiungere, dopo aver letto queste pagine così dissacranti nei confronti dei cosiddetti eroi risorgimentali, dei quattro padri della patria, non si comprende come di fronte a personalità così mediocri si sia potuto con tanta leggerezza dedicargli vie, piazze, statue, busti e vie di seguito.

Certo il giornalista campano sostiene alcune tesi alquanto bizzarre, per esempio che la spedizione dei Mille è la conseguenza di una burrascosa separazione coniugale. Inoltre scopre, che è fatale al Regno delle Due Sicilie, ancora un matrimonio: «quello (stavolta purtroppo riuscito) fra una principessa bigotta di casa Savoia e Ferdinando II, da cui nasce Francesco, un malconcio principe che in famiglia chiamarono lasagna». Naturalmente non condivido per niente la descrizione che offre il giornalista della regina Maria Cristina, definendola sostanzialmente una bigotta, che «non ha fatto che vivere tra litanie, tridui, novene, esercizi spirituali, penitenze, rosari […]». Probabilmente Pazzaglia, preso dal solito humor irriverente, in questo caso si allinea alla maggioranza di tanti pseudo storici. Non discuto la devozione  di Maria Cristina, peraltro per la Chiesa è beata e speriamo presto santa, ma trovo inaccettabile il termine bigotta, per una ragazza che in soli tre anni ha “rivoluzionato” il Regno.

Per una corretta descrizione della giovane regina sabauda, rimando alla lettura delle mie recensioni (come sempre anomale) al libro di Mario Fadda e Ilaria Muggianu Scano, Maria Cristina di Savoia. Figlia del Regno di sardegna, regina delle Due Sicilie, Arkadia editore (2012) .

Comunque sia, Pazzaglia dà spazio anche a quello che succede dietro le quinte della Storia, nei letti matrimoniali. Il 10° capitolo, viene proprio intitolato, «la diplomazia delle lenzuola». E qui che si racconta del tour parigino della Contessa Castiglione. E poi le escursioni sessuali di Garibaldi, «eroe professionista, dopo le battaglie va a letto con le ‘ camicie rosse da notte’, fra le quali a Napoli, viene arruolata perfino Madame Bovary».

Il rapporto con le donne di Garibaldi è molto intenso, curiosa e alquanto bizzarra la proposta che fa alle donne palermitane quando si accorge che all’orfanotrofio muoiono novanta lattanti su cento. Per Pazzaglia, «è un chiaro invito a tirar fuori le mammelle», che peraltro le procaci dame palermitane, esagerando un po’ gliele vanno a portare direttamente al Palazzo Reale, dove lui risiede.

Pertanto Pazzaglia puntualizza, «ricomincia così anche in Sicilia il pellegrinaggio erotico delle patite per l’eroe. Dice un volontario toscano: “Appena finisce una battaglia, si riapre il troiaio”». Una situazione che assomiglia molto all’harem   ‘costruito’ da Gabriele D’Annunzio nella sua residenza sul Garda.

Pazzaglia continua a precisare che l’eroe dei due mondi, «più che dagli austriaci e da Camillo Benso, Garibaldi sarà sempre perseguitato dalle donne. Per tutta la vita gli perverranno quintali di ciocche di capelli di tutti i colori; tonnellate di ritratti e di poesie. Le inglesi specialmente gli correranno dietro[…]». Una di queste addirittura, riuscirà a tagliargli le unghie, e a conservarle come reliquie. Sembra che anche le monache di un convento palermitano sono coinvolte nell’entusiasmo per Garibaldi.

Pazzaglia sempre con il tono ironico ci racconta gli ultimi giorni del grande regno del sud, fino alla capitolazione della piazzaforte di Gaeta. Il testo, già nel primo capitolo si presenta con un pezzo forte, si tratta di una scheda di presentazione di Garibaldi, da parte della polizia politica del Regno Sardo. «Nel bel principio di sua vita adulta, si trovò complicato in delitti politici e venne imprigionato. Uscito dalla prigione, si associò ad altri proscritti del suo genere e, noleggiato un piccolo naviglio, si diede a scorrere il mare facendo l’onorato mestiere di Pirata».

Il testo di Pazzaglia è denso di particolari, riguardo alle tante, troppe, «scappatelle»del generale e tra queste merita una menzione particolare la sgradita «sorpresa» della giovane adorabile Giuseppina Raimondi. Garibaldi si invaghisce di questa giovane ragazza ma sul punto di sposarla, la trova incinta e per lui grande conoscitore di donne, è un oltraggio insopportabile. E’ il 24 gennaio 1860, per distrarsi e dimenticare Garibaldi andrà a preparare la cosiddetta Spedizione dei Mille. E così «Francesco II, a Napoli, in questo momento non sa che fra pochi mesi perderà il trono per colpa di una sposa incinta».

Interessante la dettagliata descrizione dei Mille, da parte di Pazzaglia: intanto erano mille e ottantasette. C’erano centocinquanta avvocati, cento medici, venti farmacisti, cinquanta ingegneri. Il resto, professori, musicisti e soprattutto perdigiorno. I Mille, scrive Pazzaglia, «[…]quasi tutti, partendo per la Sicilia, stanno scappando da qualcuno e da qualcosa: mogli abbandonate, amanti infuriate, figli illegittimi, debiti, conti da regolare con la Giustizia, ma non sempre per ragioni politiche».

Più avanti aggiunge: «quasi tutti sono alla ricerca ossessiva di nuove sottane da conquistare».

Probabilmente la spedizione dei Mille è l’avvenimento più farsesco di tutto il Risorgimento. Ma prima di parlarne, vediamo il trattamento di Pazzaglia nei confronti della tragica disavventura di un altro “eroe”, Carlo Pisacane. Anche qui c’è una descrizione non agiografica del personaggio. Intanto si dà conto della sua ambigua relazione con le donne, da quella avuta con una giovane già sposata, conosciuta durante la sua permanenza nella piazzaforte di Civitella del Tronto e poi l’altra tormentata relazione con Enrichetta Di Lorenzo, madre di tre figli. Poi il continuo peregrinare, la partecipazione alla rivoluzione romana con Mazzini. Infine si trova coinvolto, forse non sapendo più cosa fare, nella missione impossibile, quella di far sollevare le popolazioni calabresi contro il Borbone. «Ci vuole uno scervellato, uno sconsiderato, un imprudente e, perchè no, uno squattrinato che non sappia come uscire dalla situazione economica e sentimentale insostenibile: è il ritratto di Carlo Pisacane».

Il 9° capitolo è dedicato al re Francesco II, descritto probabilmente per quello che è stato, un debole, timido, malinconico e probabilmente un po’ fatalista, sopratutto, quando ha abbandonato Napoli, senza combattere.

Ritornando alla narrazione della conquista del Sud, titolo di un brillante pamphlet dell’indimenticabile grande narratore Carlo Alianello, a partire dal 12° capitolo (I pantaloni bianchi si ritirano) si scrive sulla veloce marcia trionfale di Garibaldi alla conquista del povero regno Duo siciliano. Qui naturalmente la descrizione tragicomica di Pazzaglia dà il meglio di tutta l’opera. In primo piano c’è l’opposizione militare dell’esercito borbonico che rasenta il programma di “oggi le comiche”. Prima Lanza, poi Landi, invece di combattere, arretrano in continuazione. Praticamente, ormai come hanno scritto quasi tutti gli storici, tutti gli ufficiali borbonici fanno di tutto per nascondere il proprio tradimento al loro legittimo Re.

Infatti, «quando i garibaldini non ce la fanno più e stanno per essere sopraffatti, – scrive Pazzaglia – la tromba suona la ritirata. Ma non è Beppe Tironi che suona, la tromba è quella del trombettiere borbonico. Tutti – come si dice – non riescono a credere alle proprie orecchie, né le camicie rosse, né i pantaloni bianchi. La carrozza del generale Landi si allontana verso l’abitato di Calatafimi, […]I soldati borbonici, increduli, cominciano a ritirarsi ordinatamente, protetti dalla cavalleria». Nota Pazzaglia, «c’è perfino la cavalleria, come mai non viene lanciata verso i garibaldini esausti, che crollano a terra per la stanchezza tra i loro trentadue morti e centinaia di feriti?».

Sempre a riguardo dei tradimenti degli ufficiali borbonici, Pazzaglia dà conto della raccapricciante e umiliante lettera di armistizio, scritta a Palermo, dal generale Lanza,  indirizzata a Sua Eccellenza, il generale Garibaldi. E qui c’è la frase volgare, irriguardosa diretta a Lanza di Pazzaglia, che sull’episodio cita il commento dell’ammiraglio inglese Mundy, l’eminenza grigia che ha seguito dalla sua nave tutta la spedizione garibaldina. Il Mundy facendo riferimento a Garibaldi, così commentava: «[…]L’uomo che fino a quel momento era stato stigmatizzato con gli epiteti più vituperosi della umana natura e denunziato nei proclami come un pirata, un ribelle, un filibustiere, eccolo elevato al titolo di Generale e di Eccellenza[…]».

Soltanto un ufficiale, si è distinto, facendo il proprio dovere di soldato, mi riferisco al maggiore Ferdinando Beneventano Del Bosco, che si è battuto come un leone in quel di Milazzo e per poco non riusciva ad avere la meglio dei garibaldini. La terza battaglia della Sicilia, quella di Milazzo,viene descritta da Pazzaglia in modo dettagliato.

Il 19 capitolo del libro è dedicato a «quella canaglia di Nino Bixio». E subito il pensiero si rivolge alla carognata di Bronte, dove gli eccidi diventano stragi.

Ma ritorniamo alla spedizione, il testo racconta degli ultimi avvenimenti, l’arrivo di Garibaldi a Napoli, mentre prima Francesco II abbandona precipitosamente la capitale. Liborio Romano, ultimo ministro napoletano, prepara l’arrivo del generale “liberatore”, si fa aiutare dai capi camorristi e anche da quelle donne, sempre prime a correre tra le braccia del vincitore. Naturalmente Pazzaglia è attento a descrivere la “sacra” scena dell’arrivo col treno e poi della festa.

Poi si passa alla battaglia del Volturno, che non mormorò. Qui l’autore descrive la battaglia, Garibaldi si posiziona sempre su un altura per trovarsi contemporaneamente fuori pericolo, è successo anche a Calatafimi. Peraltro secondo Pazzaglia, era una abitudine del generale, vedere le battaglie dall’alto, ecco perché la “fortuna”, ha sempre accompagnato il nostro eroe. Viene colpito soltanto sull’Aspromonte, dal fuoco”amico”.

E per concludere, l’ultima battaglia, quella della fortezza di Gaeta, l’unica volta che Francesco II abbia resistito insieme alla sua giovane regina Maria Sofia. Anche qui Pazzaglia da inviato di un giornale inesistente, racconta gli avvenimenti, l’eroismo dei soldati napoletani, insieme ai loro ufficiali rimasti fedeli al loro Re. I piemontesi dal mare vomitano migliaia di bombe sull’inerme fortezza che alla fine deve arrendersi. E quindi non rimangono che «gli occhi per piangere».

Oltre a pubblicare i consueti proclami finali alle popolazioni napoletane del re Francesco, Pazzaglia da giornalista presenta anche la situazione politica del momento. Si fa aiutare dal generale Del Bosco, che ha mantenuto i contatti con i centri di resistenza in Calabria, che lui stesso aveva cominciato a preparare, probabilmente per farne la Vandea d’Italia. Dalle risposte di Beneventano si evince che le azioni del cosiddetto brigantaggio erano già iniziate. E qui il discorso si fa interessante, perché l’”inviato” Pazzaglia, chiede a Del Bosco come mai nessuno ha sfruttato la Calabria, il territorio ideale per fare la guerriglia e quindi per contrastare l’avanzata garibaldina. Naturalmente l’argomento è interessante per una possibile ed eventuale ricerca storica. Per il momento mi fermo, prossimamente riprenderò l’argomento presentando l’ottimo e documentato testo di Gilberto Oneto, l’Iperitaliano (riferito a Garibaldi), pubblicato alcuni anni fa dalla casa editrice Il Cerchio.

Un’ultima annotazione, da quello che vedo in rete, il testo di Pazzaglia non è stato ripubblicato, evidentemente dà fastidio alla cosiddetta storia ufficiale.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. La vita in uno sguardo: le vittime del grande terrore staliniano

Avete mai sentito parlare del «poligono di tiro di Butovo»? Mentre chissà quante volte abbiamo sentito i nomi di Auschwitz, Dachau, Buchenwald et.

Butovo è un vasto terreno alla periferia sud di Mosca, dove venivano fucilati i «nemici del popolo» sovietico durante il Grande Terrore stalinista. Io l’ho scoperto leggendo il libro ben curato da Marta Dell’Asta e Lucetta Scaraffia: «La vita in uno sguardo. Le vittime del Grande Terrore staliniano», Lindau (2012).

Dopo tanti anni, tanti decenni, che importanza può avere scrivere un libro corredato 150 fotografie di uomini e donne prima di essere fucilate dalle guardie del terrore comunista ai tempi di Stalin.

Le due scrittrici presentano queste fotografie che provengono da fascicoli giudiziari di persone condannate alla fucilazione nel 1937-38. Sono state trovate negli archivi della Lubjanka, erano riposte in un contenitore di legno. «Sono sicuramente l’ultima loro immagine e presumibilmente fissano il loro ultimo sguardo sulla vita».

Le autrici del libro tengono a precisare che la conservazione delle foto è un fatto fortuito, non sempre era prevista la foto per il condannato. Le foto rappresentano una piccola ma preziosa testimonianza delle 20.765 persone fucilate e seppellite nel poligono di Butovo a Mosca.

«Negli anni del Grande Terrore staliniano migliaia di semplici cittadini – insegnanti, casalinghe, operai, sacerdoti – furono accusati dei più inverosimili delitti: spionaggio, terrorismo, trame controrivoluzionarie. Nel giro di pochi giorni, senza processo, fucilati». I carnefici avrebbero voluto cancellare per sempre dalla storia le tracce di queste persone. « I volti delle vittime, invece, – scrive Scaraffia – per una felice serie di circostanze arrivate fino a noi, esprimono stupore, dolore, disperazione, sfinimento, impotenza, qualche volta anche sfida, odio, con l’occhio rivolto a chi, in quel momento, per loro rappresenta il male».

Sul male del ‘900 esiste una ricca documentazione fotografica, e qualche volta filmica, basti pensare alle foto scattate nei lager nazisti dagli Alleati, o dagli stessi carnefici nazisti. Le immagini dei rastrellamenti degli ebrei, sono rimaste per sempre ferme nella nostra memoria. «Ma si tratta pur sempre di istantanee, o di filmati, non di ritratti. Quasi inesistenti invece le foto dei lager sovietici, dove non sono entrati liberatori, e quindi l’occhio esterno non ha registrato il dramma nel momento in cui stava per finire».

Tuttavia scrive la Scaraffia «sui lager sovietici abbiamo in realtà importantissime testimonianze letterarie, (si pensi ad ‘Arcipelago Gulag’ di Alexander Solgenicyn) ma il fatto che non ci siano foto, in una cultura come la nostra così centrata sull’immagine, ha contribuito a rendere la loro realtà meno presente nella memoria collettiva, e quindi a indebolirne la portata storica». Infatti quello che scrive Susan Sontag, è verissimo: «un evento diventa reale perchè viene fotografato».

A questo proposito ho presente il libro che ho letto e recensito di Everosinija Kersnovskaja, «Quanto vale un uomo», pubblicato da Bompiani nel 2009. Qui la Kersnovskaja, deportata in Siberia e internata nel gulag sovietico, ha raccontato in un accattivante testo, la sua tragedia scrivendo e disegnando tutto quello che non poteva dimenticare. Infatti possiamo leggere nella copertina: «Non esistono riprese documentarie del Gulag, tanto meno girate dalle vittime. Ma grazie a questo incomparabile ‘fumetto’, a distanza di settant’anni dagli eventi, dal permafrost siberiano emergono volti e voci[…]».

La professoressa Scaraffia che insegna storia Contemporanea all’Università “La Sapienza”, ha potuto verificare «come per la maggior parte degli studenti le due forme di terrore – quello nazista e quello comunista – non siano da considerare comparabili: il peggiore, naturalmente, e di gran lunga, è considerato quello nazista, e non già per l’unicità dell’Olocausto, ma per l’unicità della documentazione visiva».

Pertanto la Scaraffia insiste: «guardando i volti effigiati nelle pagine di questo libro, quindi, vuol dire anche prendere atto, concretamente, delle stragi perpetrate da Stalin, e accettare di essere coinvolti emotivamente in questo massacro, così come lo siamo per i campi nazisti».

L’argomento del libro ci riporta al tema al potere terapeutico della memoria. Si sente parlare quando si fa riferimento al male del ‘900, la Scaraffia ricorda l’associazione Memorial, nata a Mosca per difendere i diritti umani, che possiede un archivio di documenti storici, sui nomi delle vittime del comunismo. E invita a ringraziare Lidija Golovkova, per aver conservato queste immagini, vincendo le resistenze della società russa contemporanea, dove prevale il rifiuto di ricordare un passato pesante e imbarazzante. E’ lei che a pagina 35 del libro fa la Storia delle fosse comuni a Butovo, perchè il regime ha scelto quel territorio e poi le tecniche delle fucilazioni, dei vari condannati. A Butovo sono stati scoperti almeno 21.000 corpi, mentre a Levasovo nei pressi di San Pietroburgo, 45.000 corpi.

E’ interessante il lavoro dei difensori della memoria, il lavoro di ricerca dei nomi, dei volti, dei luoghi dove sono stati uccisi tutte queste persone. Si tratta di milioni di uomini e donne, forse un’opera titanica che probabilmente non si arriverà mai a stabilire i numeri esatti delle vittime del terrore comunista. «Tutte le vittime erano persone, – scrive Dell’Asta – con un volto, un nome, una vita che la violenza totalitaria aveva cancellato assieme all’esistenza fisica […] si sa per certo che i numeri reali non si potranno stabilire: troppi documenti mancanti, troppe falsificazioni, troppi casi non registrati». Tuttavia per Dell’Asta anche i numeri forniti per difetto (18 milioni di prigionieri del Gulag) che cosa cambia? Alla fine si tratta di sterili cifre, grafici, percentuali che presto si dimenticano. Invece le persone con un nome, un cognome, un volto, sono persone concrete e non si dimenticano. Era un ragionamento che facevo anni fa, presentando il Libro Nero del Comunismo, ai giovani di Alleanza Nazionale a S. Teresa.

Bisognerebbe nominare le vittime una per una, in modo che la violenza di Stato perda la sua astrattezza politica. Il recupero dei nomi inseriti nei cosiddetti «libri della memoria» o «martirologi», è un grande lavoro fondamentale. Attualmente ci sono oltre 200 volumi pubblicati in tutti gli angoli del paese. Ancora c’è molto da fare, oltre a ricostruire la personalità, il nome e i volti delle vittime, occorre individuare il luogo e il tempo. Qui la Dell’Asta ricorda che c’erano mille modi per confondere le tracce da parte del regime sovietico.

L’indirizzo dei lager era segreto, ma ancora più segreto era il luogo dove si fucilava e dove si seppellivano le vittime.«la scoperta delle fosse comuni di Butovo, di Levasovo e di altri 518 luoghi simili in tutta l’Unione Sovietica, si può considerare un grandioso successo contro l’opera di cancellazione intrapresa dal regime». Per ricostruire questo vero e proprio mosaico del terrore, ci sono voluti lunghe ricerche negli archivi, spedizioni sul territorio, interviste ai sopravvissuti e agli abitanti del luogo.

Non si vuole insegnare niente a nessuno, l’associazione Memorial vuole «recuperare i fatti, raccoglierli, dargli un senso e renderli pubblici». In questo non c’è nessun desiderio di rivincita, di vendetta, ma un desiderio di giustizia, come tante volte hanno testimoniato personalità lucide come Sacharov e Solzenicyn.

La Dell’Asta denuncia una certa indifferenza: «l’interesse per la storia sovietica è bruscamente caduto, diventando una cosa per specialisti». Ora c’è la globalizzazione, gli interessi economici, la lotta per la sopravvivenza. Tuttavia, la Dell’Asta vede due motivi di questo generale voltafaccia: «il primo è la mancanza di un’esplicita condanna ufficiale del comunismo, che ha permesso al sistema di valori sovietico di convivere con il nuovo, confondendo i propri contorni per diventare tutto e il contrario di tutto». Mentre, «il secondo motivo è la naturale tendenza dell’uomo a dimenticare il male […]».

Pertanto amaramente la Dell’Asta ammette che «i temi delle repressioni, del totalitarismo, hanno incominciato ad annoiare, a sembrare scontati e infine quasi indecorosi; di fronte alla vita che preme sempre più intensa e complessa, molti giudicano assurdo tirar fuori dall’armadio lo spaventapasseri di Stalin e agitarlo per spaventare e irritare i nuovi borghesi russi».

Comunque sia ancora oggi dopo vent’anni di lavoro per capire le cause e misurare le proporzioni della catastrofe umana che ha colpito la Russia, ci sono milioni di persone che non sanno dove sono seppelliti i loro genitori, nonni, bisnonni. Del resto bandire l’immagine di Stalin è stata il frutto del regime non della democrazia, infatti ancora oggi esistono città russe con statue, vie, piazze, targhe dedicate a Lenin e compagni. Del resto ognuno si sceglie la memoria di suo gradimento.

Interessante l’aiuola vuota a Mosca dove un tempo si ergeva il monumento a Feliks Dzerzinskij, padre della Ceka e dell’intero sistema repressivo comunista. Da quando è stata abbattuta a furor di popolo nell’agosto 1991, è rimasta vuota. Per la Dell’Asta, «questa aiuola rappresenta in qualche modo chi non vuole sapere né ricordare, chi non ha un giudizio, chi vorrebbe chiudere il discorso sui massacri del XX secolo».

Domenico Bonvegna

La rivista Cristianità contro gli abusi sessuali: vietato abbassare la guardia anche nella Chiesa

Nell’ultimo numero (392) della rivista di Alleanza Cattolica si riflette sugli abusi sessuali che hanno e affliggono la Chiesa. In particolare Marco Invernizzi, a pagina 5 interviene sugli attacchi a Papa Francesco da parte di certe frange di cattolici ultra tradizionalisti, che addirittura chiedono le sue dimissioni perché non ha saputo vigilare sul comportamento immorale di certi religiosi, in particolare del cardinale americano McCarrick. Invernizzi si riferisce alle accuse di monsignor Viganò, apparse  in una lettera sul quotidiano La Verità del 26 agosto 2018. «Utilizzare le profonde ferite e i peccati che ‘sporcano’ la vita interna della Chiesa – scrive Invernizzi – per chiedere le dimissioni del Papa, al quale si rivolge per denunciare questi mali, è un modo di affrontare il grave problema rendendolo ancora più difficile da risolvere. Stare con Pietro, pregare per lui, sostenerlo difendendolo, è la prima condizione per non essere travolti dal rancore e dal risentimento che minano la vita interna della Chiesa. Solo così sarà possibile resistere alla ‘ dittatura del relativismo’ e avviare una nuova evangelizzazione del mondo occidentale, che muore nella disperazione».

Sempre sullo stesso tema, la rivista presenta due interessanti interventi di monsignor Robert Charles Morlino, vescovo di Madison, capitale dello Stato del Wisconsin. Nel primo il prelato americano presenta la Lettera del Santo Padre Francesco (Lettera al popolo di Dio, del 20.8.2018), riguardante la crisi in corso nella Chiesa dovuta agli abusi sessuali.

Dopo la pubblicazione di un rapporto di 1500 pagine sugli abusi compiuti negli ultimi settanta anni, da esponenti della Chiesa su migliaia di minorenni, dinanzi a queste storie monsignor Morlino confessa di essere tentato dalla disperazione. Ma poi consapevole che la presenza del peccato, anche all’interno della Chiesa, è una costante della sua storia, si va avanti senza minimizzare, condannando gli abusi, puntando alla santità.

Il vescovo però critica certi atteggiamenti all’interno della Chiesa, quello di tenere separati «gli atti classificabili come ‘di omosessualità’, che la cultura dominante giudica oramai accettabili, da quelli ‘di pedofilia’, ancora pubblicamente deplorevoli». In pratica si è sostenuto che i problemi fossero solo quelli di pedofilia, invece c’è anche quello dell’omosessualità. C’è stata una tendenza a sminuire il problema, c’è stata una malintesa «pastoralità». Ma per monsignor Morlino occorre farla finita con il peccato, che va sempre sradicato e considerato inammissibile. «Amare i peccatori? Si. Accettare il vero pentimento? Si. Mai dire, però, che il peccato è in qualche modo accettabile».

Pertanto il vescovo nella lettera invita tutti coloro che sono stati vittime di abusi da parte di sacerdoti o operatori pastorali a farsi avanti e a denunciare. Infine ha promesso di vigilare sui seminari, dove bisogna restaurare un clima di «formazione di preti santi, fatti a immagine di Cristo», nelle parrocchie e in tutti i luoghi di formazione, invitando tutti  a fare atti di riparazione pubblici al Sacratissimo Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria.

Segue la lettera del vescovo americano che ha scritto ai fedeli della sua diocesi di Madison. Monsignor Morlino si è detto stufo dell’occultamento della verità ed ha chiesto che si faccia chiarezza sugli abusi sessuali compiuti da preti, vescovi e e perfino da cardinali. Le storie che emergono sono nauseanti, ascoltarli viene il voltastomaco e il disgusto diventa forte pensando alle povere vittime. E rivolgendosi a loro, con dolore, li invita a venire allo scoperto e cercare aiuto per intraprendere un percorso di guarigione. «Non vi è nulla in queste storie di accettabile. Queste azioni, commesse non da pochi, non possono che essere classificate come male, un male che grida giustizia e un peccato che deve essere scacciato dalla nostra Chiesa».

Di fronte a questi peccati siamo tentati di disperare, ma il peccato non è una novità nella Chiesa, che è fatta di peccatori. Per troppo tempo si è minimizzato la realtà del peccato, «abbiamo scusato il peccato in nome di un’erronea concezione della misericordia. Nei nostri sforzi per essere aperti al mondo siamo diventati fin troppo inclini ad abbandonare la Via, la Verità e la Vita». Praticamente secondo il vescovo, «per evitare di risultare offensivi, offriamo a noi stessi e al prossimo solo carinerie e consolazione umana».

Per monsignor Morlino questa è malintesa pastoralità: «abbiamo coperto la verità per timore? Abbiamo paura di non essere graditi alle persone in questo mondo? O temiamo di essere chiamati ipocriti, perché nelle nostre vite abbiamo smesso di puntare senza stancarci alla santità?». Certamente bisogna amare i peccatori, ma mai dire che in qualche modo il peccato è accettabile.

Monsignor Morlino è preoccupato perchè la crisi non si limita al solo caso McCarrick, ma nota «una sorta di ‘livello di comfort’ con il peccato che, alla lunga, ha pervaso la nostra dottrina, la nostra predicazione, il modo in cui prendiamo le nostre decisioni e il nostro stesso modo di vivere».

In questo momento per il vescovo americano forse c’è bisogno di più odio: «è un atto d’amore odiare il peccato e invitare gli altri ad allontanarvisi». Per il peccato non ci deve essere più spazio. Tutti questi abusi commessi da religiosi sono atti sessuali devianti, quasi esclusivamente omosessuali. Atti che violano i sacri voti che alcuni hanno professato (che si chiamano sacrilegio) e che violano anche la legge morale naturale, che vale per tutti.

Per troppo tempo ribadisce il prelato si è mantenuto separati gli atti omosessuali da quelli di pedofilia. E’ giunto il momento di dire onestamente che i problemi riguardano l’uno e l’altro fenomeno e che i casi sono numerosi. Non si può cadere «nella trappola di analizzare i problemi in base a ciò che la società potrebbe trovare accettabile o inaccettabile, – ha scritto Morlino – si ignora il fatto che la Chiesa non ne ha mai considerato accettabile alcuno; né l’abuso dei ragazzi, né l’uso della propria sessualità al di fuori della relazione coniugale, né il peccato di sodomia, né l’accesso di chierici all’intimità dei rapporti sessuali, né l’abuso e la coercizione da parte di coloro che esercitano un’autorità».

Biasimando il vergognoso e scandaloso caso McCarrick, monsignor Morlino ha scritto che «è tempo di ammettere che vi è una sottocultura omosessuale all’interno della gerarchia della Chiesa Cattolica che sta scatenando grandi devastazioni nella vigna del Signore. La dottrina della Chiesa insegna chiaramente che l’inclinazione omosessuale non è di per sé peccaminosa, ma è intrinsecamente disordinata, tanto da rendere ogni uomo che ne sia stabilmente afflitto inidoneo a essere sacerdote».

Morlino insiste nell’odio verso la malvagità del peccato, anche se la carità cristiana esige che non bisogna odiare il peccatore, che è chiamato alla conversione, alla penitenza e alla rinnovata comunione con Cristo e con la sua Chiesa. Tuttavia però, «l’amore e la misericordia che siamo chiamati a esercitare anche nei confronti del peggiore dei peccatori non escludono che questi siano ritenuti responsabili delle loro azioni attraverso una punizione proporzionata alla gravità della loro offesa».

Il vescovo si schiera con chi chiede giustizia per i peccati e i crimini commessi da troppi membri della Chiesa. Crimini che alimentano sospetto e sfiducia nei confronti di molti sacerdoti, vescovi e cardinali che sono buoni e virtuosi, dei molti seminari illustri e rispettabili, nonché di tanti seminaristi santi e fedeli.

Occorre perseverare nel buon lavoro svolto. Occorre vigilare e attenzione continua. «Dobbiamo insistere nella nostra opera di formazione verso tutti e attenersi alle efficaci strategie messe in atto, che prevedono perizie psicologiche per ogni candidato al presbiterato e controlli al tappeto sul passato di chiunque operi con i bambini e con altri soggetti vulnerabili».

La lettera di monsignor Morlino si conclude con inviti e raccomandazioni ai seminaristi, ai sacerdoti di lottare per vivere la propria vita sacerdotale da sacerdoti santi, puri e felici. Mentre l’invito ai fedeli di denunciare subito qualunque tipo di abuso subito da parte di religiosi o di qualunque operatore ecclesiale. E dichiara con fermezza: «Pretenderò dai preti della mia diocesi il rispetto della promessa di vivere castamente il proprio celibato al servizio vostro e della parrocchia».

Nella rivista si può leggere il discorso di Papa Francesco alla delegazione del Forum delle Associazioni Familiari del 16.6.2018. Un interessantissimo articolo di Oscar Sanguinetti, «’La colonna sonora’ del Sessantotto. Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Vasco Rossi». L’articolo affronta la rivoluzione del Sessantotto «nelle tendenze», i gusti, l’estetica, le abitudini, quindi la musica, il ruolo che ha svolto sulle giovani generazioni, in particolare la musica pop e rock.

Sono tanti i protagonisti, i nomi dei cantautori che hanno influenzato i giovani, ma Sanguinetti ne indica principalmente tre, che possono essere considerati il simbolo della stagione del sessantotto: «tre personaggi che, rispettivamente, anticipano, accompagnano e seguono la Rivoluzione culturale, che ha il proprio momento apicale nel 1968».

A pagina 21 Cristianità pubblica il discorso pronunciato dal vice presidente degli USA Michael Richard «Mike» Pence, pronunciato l’anno scorso alla cena di solidarietà organizzata a Washington D:C: dall’associazione In Defense of Christians. E leggendo quello che ha detto Pence, capisco sempre di più perchè i mass media, il potere finanziario combattano questa amministrazione americana. Pence ha assicurato che lui e il presidente Trump proteggeranno sempre i cristiani nel Medio oriente e in tutto il mondo dove sono perseguitati.

Infine la rivista ci offre un articolato studio sulle opere di misericordia spirituale, del giovane professore Daniele Fazio. E’ fondamentale capire «che il prossimo vada sostenuto e aiutato anche nei suoi bisogni spirituali».

Il professore Fazio dà uno sguardo alle preoccupazioni della Chiesa a partire dalla predicazione degli apostoli, per rendere concrete le esigenze del Comandamento dell’Amore (cfr. Mt, 22,37-40), fino ai nostri giorni sempre più secolarizzati. «In un contesto quale quello odierno – scrive Fazio – in cui è in atto una ‘catastrofe antropologica’, le opere di misericordia corporali e spirituali diventano un grande richiamo a ‘farsi samaritani’ dell’uomo che è incappato nei ladroni, non solo nella sua dimensione personale, ma anche per ciò che riguarda la dimensione sociale».

Da segnalare in questo numero proprio in apertura, si riflette sull’ottantesimo compleanno di Giovanni Cantoni, il fondatore di Alleanza Cattolica e della rivista Cristianità che si pubblica dal 1973. Si ribadisce che Cristianità, è uno strumento al servizio della formazione delle persone che promuovono e frequentano le attività di Alleanza Cattolica. Si evidenzia l’importanza della formazione per poter fornire giudizi e rapportarsi con le vicende storiche e con le persone che vivono in quest’epoca. «Uno degli insegnamenti più importanti di Cantoni è proprio questa attenzione alla realtà, non per rifiutare – storicisticamente – le verità metastoriche, come purtroppo molti fanno, anche fra i cattolici, ma per cercare di cambiare la realtà storica stessa:partendo però non dal proprio desiderio, ma da essa così com’è, senza pretendere d’imporre alla realtà una camicia di forza, per quanto bellissima».

Domenico Bonvegna

                                                                                             

LA LETTURA. Una sinfonia di Santi al tempo del beato Faà di Bruno

Il mio soggiorno a Torino, mi ha dato l’opportunità di visitare le tante opere create dal beato Faà di Bruno, uno dei tanti pilastri della santità sociale sbocciata nell’Ottocento torinese e piemontese. Con grande emozione ho percorso le strutture realizzate dal beato, una vera «cittadella delle donne», sita nel quartiere San Donato a Torino. Io che avevo conosciuto il Faa di Bruno, leggendo quasi trent’anni fa lo splendido volumetto di Vittorio Messori, «Un italiano serio», edito dalle Paoline nel 1990.

Il libro di Messori ha squarciato l’oblio, sul grande campione della carità e della solidarietà degli ultimi. Infatti, le cose cominciano a cambiare in meglio dopo la sua beatificazione. E soprattutto dopo la biografia approntata dal giornalista cattolico che viene diffusa in tutta Italia.

In questa circostanza ho conosciuto la Congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, in particolare, la postulatrice per la canonizzazione del beato, suor Carla Gallinaro, che mi ha donato degli ottimi sussidi sul beato per studiarlo meglio. Inoltre ho avuto la possibilità di visitare il prezioso Museo, dove si possono ammirare tra l’altro alcune invenzioni create dal beato, e il suggestivo campanile alto ben 83 metri, che ho percorso con una certa fatica, insieme alla guida, Manuela Sasso.

Il beato Faa di Bruno è nato nel 1825 e morto nel 1888.

Faa di Bruno è coetaneo di tanti altri santi, vissuti nello stesso periodo come san Giovanni Bosco, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo, san Giuseppe Cafasso.

Un sacerdote torinese, in uno studio accurato, ha raccontato la straordinaria opera evangelizzatrice e sociale della Torino Sabauda, del solo Ottocento. Si tratta di una miriade di “santi”, eccezionali, alcuni canonizzati dalla Chiesa, altri no. Il sacerdote ne contati almeno 90 tra santi, beati, venerabili e servi di Dio. Ma l’elenco addirittura si può allargare a quasi 200, di uomini e donne, di rilievo per la loro pietà e per il loro apostolato sociale. Per lo più laici e laiche, appartenenti a tutti gli strati sociali.

Tra l’altro domenica prossima, 21 ottobre, presso l’Istituto Faa di Bruno a Torino, sarà inaugurata una Mostra di quadri originali di alcuni (per la precisione 39) di questi santi, beati e servi di Dio, dipinti dalla pittrice Anna Volpe Peretta.

«Il XIX secolo vede sorgere a Torino e nel Piemonte, in un contesto politico e storico avverso alla Chiesa, una moltitudine di opere caritatevoli promosse da decine di sacerdoti e consacrati in risposta ai cambiamenti in atto di una società in rapida trasformazione per gli effetti della prima industrializzazione […] Oggi il ricordo di questi uomini e il loro operato è mantenuto dalle attività di istituti e congregazioni religiose fondate grazie ai loro carismi» (Daniele Bolognini).

Il professor don Giuseppe Tuninetti, presentando la Mostra, paragona l’innumerevole schiera di santi piemontesi a una stupenda sinfonia di santità: «Quella della sinfonia mi sembra una immagine adeguata a descrivere la sorprendente fioritura di varia santità operata da Dio in terra piemontese ai tempi di Faà di Bruno e certificata dalla Chiesa attraverso i processi di canonizzazione […]».

In pratica nella Torino liberale e massonica di quel tempo, da una parte c’erano nobili, ricchi che approfittavano della povera gente, in particolare di quelle ragazze dette «servette», dall’altra c’erano questi apostoli della carità che si prodigavano di lenire le sofferenza della povera gente. Infatti, scrive Messori: «Mentre i governi liberali, spesso ispirati dalla massoneria, non solo poco si curano dei poveri, ma tassano loro persino il pane (“il macinato“) e sequestrano i figli per anni e anni di servizio militare, mentre il nascente socialismo distribuisce parole e opuscoli, preoccupandosi più della ideologia che della miseria concreta, ecco i cattolici “papisti“, i disprezzati “clericali reazionari“ scendere in campo ad aiutare di persona affamati, malati, ignoranti, abbandonati. Non solo lavorando ma alzando la voce contro tanto bisogno che i ricchi vogliono ignorare». (V. Messori, I Santi sociali (e Papa Francesco)? Tutti ‘intransigenti’ nella fede, 18.5.13, Corriere della Sera)

Una enorme schiera di uomini e donne di Chiesa piemontesi che si sono piegati sulle sofferenze degli ultimi, e che potrebbero dare tante risposte alla Chiesa attuale che sta soffrendo a causa dei troppi episodi incresciosi, che vedono coinvolti religiosi colpevoli di abusi sui minori e sostenitori dell’ideologia gender e dell’omosessualità.

Per la verità questi «santi» potrebbero dare risposte anche al mondo laico, alla società, al mondo del lavoro. Basta conoscere quello che hanno fatto per impiegare i loro metodi per risolvere concretamente i vari bisogni della povera gente.

Per certi versi questi santi rappresentano una provocazione; nella storia ufficiale si è parlato troppo di Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele e altri patrioti, si è parlato di guerre, di libertà, di fare l’Italia. «A Torino c’era qualcuno che, invece di fare l‘Italia, pensava a fare gli italiani. C’erano i santi, appunto. Tanti. Nessuno si chiede perché fossero così numerosi, per le strade di quella stessa Torino risorgimentale. Mentre i re e i condottieri si occupavano della geografia, loro facevano la storia. Prendendosi cura degli italiani che già c’erano e che pagavano sempre il prezzo più alto. I poveri, gli straccioni, i bambini di strada, le prostitute, i carcerati. Migliaia di italiani abbandonati a se stessi dai potenti e dalla Storia. I santi volevano far risorgere gli italiani, prima che l’Italia. Giusto pensare ad una patria unica e unita. ma prima le persone. E così, mentre re e generali mandavano a morte, c’è un manipolo di santi che soccorrono e salvano, nella più pura testimonianza del Vangelo della carità e del buon samaritano.

Dicono che i cattolici non hanno fatto il Risorgimento. Di certo hanno fatto l’altro Risorgimento. Quello che i libri di storia non raccontano, quello della vitas quotidiana della gente qualunque che aveva il cruccio di non morir di fame. Se abbiamo una patria e un sentire comune lo dobbiamo certo ai condottieri. ma forse di più ai santi che, in mezzo alla tempesta della guerra, dell’odio e della discriminazione religiosa, hanno fatto il Risorgimento delle coscienze”. ( Domenico jr Agasso, Renzo Agasso e Domenico Agasso, il risorgimento della carità. Vita e opere di uomini e donne di fede, Effatà editrice)

In questo vasto panorama della santità piemontese, si inserisce la singolarità del beato Francesco Faà di Bruno, che pur avendo in comune con molti  l’essere fondatore e prete, presenta alcune specificità: fu un militare, partecipò alla prima guerra d’indipendenza; fu un uomo di cultura scientifica, fu professore all’università di Torino, ricercatore e autore di pubblicazioni scientifiche di livello europeo, realizzò diverse invenzioni come l’ellipsigrafo e uno scrittorio per ciechi.

A cent’anni dalla morte, il 25 settembre 1988, viene proclamato beato da san Giovanni Paolo II. Nell’omelia l’ha definito: «un profeta in mezzo al popolo di Dio», un «gigante della fede e della carità».

Faà di Bruno visse a Torino proprio negli anni cruciali della formazione del Regno d’Italia. «In un’epoca in cui la scelta tra scienza e fede sembrava obbligata, egli seppe mostrare con l’esempio della sua vita come si può essere allo stesso tempo ottimi scienziati, grandi innovatori e ferventi cattolici, diventando un esponente di quel cattolicesimo sociale che a Torino trovò una delle massime espressioni. Dotato di un’incredibile capacità di lavoro, fu militare e cartografo, musicista e filantropo, architetto, inventore, giornalista ed editore; si applicò particolarmente agli studi matematici, in cui eccelse raggiungendo una fama di livello internazionale. Le sue convinzioni, in un’epoca sicuramente ostile alla religione, gli procurarono la costante opposizione dei dirigenti dell’Università di Torino, che mai riconobbero il suo valore e mai vollero concedergli la cattedra da professore ordinario che sarebbe stata il naturale compimento della sua brillante carriera scientifica. Fu allievo a Parigi del matematico Augustin Cauchy, che lo introdusse nella Società di san Vincenzo de’ Paoli. Fra le molte iniziative che testimoniano l’impegno sociale di Faà di Bruno a Torino, ricordiamo: il piano per il risanamento igienico-idrico della città con la costruzione di bagni e lavatoi pubblici, l’istituzione di fornelli economici, la creazione di una biblioteca mutua circolante, la fondazione dell’Opera di Santa Zita, una casa di accoglienza per donne lavoratrici che s’ispirava all’Oeuvre des Servantes di Parigi».(Cinzia Di Gianni, Italia 150: santi sociali e sacerdoti scienziati in Piemonte, gennaio 2011, Documentazione interdisciplinare scienza & Fede [DISF.org])

Ci sarebbe molto da scrivere sul beato Faà di Bruno, in futuro, certamente farò un intervento accurato sulle sue numerose opere e in particolare sul suo apostolato rivolto alle donne, a quelle più bisognose di aiuto. Ha fatto bene l’ultimo numero di novembre 2018 del bollettino delle suore Minime di N.S. Del Suffragio, «Il Cuor di Maria», a dedicare un inserto su «la condizione femminile». «Non dovrebbe stupire – ha scritto il prof. Giacomo Brachet Contol, direttore del bollettino – se in casa di Francesco Faà di Bruno desideriamo parlare della condizione della donna: basta richiamare alla mente le varie opere di Borgo San Donato, da Santa Zita alla Congregazione delle Suore Minime di N. S. del Suffragio».

Per il momento voglio concludere con una domanda provocatoria, fatta dal dott. Mario Cecchetto, nel suo intervento del Convegno di Studi del 2003, organizzato dal Centro Studi Francesco Faà di Bruno in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e l’Istituto per i Beni Musicali in Piemonte. Il Cecchetto si domandava come mai questo santo è stato sistematicamente dimenticato, per giunta anche da storici piemontesi. «Due potrebbero essere le ragioni di questo ostracismo. La prima, antica, dipende da Faà di Bruno stesso; la sua profonda ritrosia a mettersi avanti, a farsi conoscere, a battere la grancassa su quanto faceva, unita ad una pervicace volontà di nascondersi, è pienamente riuscita. La seconda ragione ci chiama direttamente in causa: non siamo stati capaci di farlo conoscere». A questo punto lo studioso, cita alcune opere biografiche sul beato, in particolare del Berteu o quella di monsignor Pietro Palazzini, che oltre ad essere state pubblicate molti anni fa, hanno avuto poca diffusione.

Domenico Bonvegna

LA LETTURA. Ma Papa Francesco è progressista o conservatore?

E’ una domanda che viene posta fin dal 13 marzo 2013, giorno della sua elezione al pontificato. Sulla stampa, ma soprattutto sui social, da tempo ci si interroga sulla linea politica religiosa di Papa Francesco. Da parte ultra-tradizionalista, innumerevoli sono i post che attaccano la sua persona.
In pratica viene accusato di voler distruggere la Chiesa, di favorire l’aborto e la distruzione della famiglia, di odiare i cattolici, di sfruttare i poveri per farsi bello. Dal lato opposto, i progressisti lo esaltano come un rivoluzionario che sta abolendo tutti quei principi che ostacolano il dialogo col mondo, vedi quelli di morale sessuale, del matrimonio. Anche se ultimamente sembra che venga criticato anche da questa sponda, perché non ha fatto quella rivoluzione tanto auspicata. Infatti per il sociologo Massimo Introvigne quella progressista è la «prima di quattro diverse opposizioni, di cui si parla pochissimo, è quella “da sinistra”, che considera Francesco un falso riformatore. Nel mese di marzo 2018, quando il Papa ha celebrato i cinque anni di pontificato, il “New York Times”, il “Times” di Londra e “Le Monde” a Parigi hanno pubblicato articoli di autori diversi ma molto simili tra loro. Tutti accusavano Francesco di avere deluso le aspettative. Alla fine, spiegavano, la Chiesa è rimasta quella di sempre, senza donne sacerdote, senza abolizione del celibato dei preti, senza un’apertura all’aborto, e senza che nelle parrocchie cattoliche, come avviene in alcune comunità protestanti, si celebrino matrimoni omosessuali». (M. Introvigne, «Vaticano. Ecco i nemici di Francesco» 30.8.18, Il Mattino)

In questi anni di pontificato Papa Francesco è stato indicato, soprattutto dalle frange tradizionaliste, come responsabile diretto di ogni evento negativo: dai preti pedofili all’abbandono delle vocazioni. I toni sono alti, insulti, espressioni inaccettabili, parole e giudizi che travalicano la normale e corretta critica, infamanti strumentalizzazioni e falsificazioni del suo pensiero. Qualcuno addirittura ha parlato di «guerra civile» tra cattolici.
«Papa Benedetto XVI diceva che chi opera per dividere e contrapporre la Chiesa e i suoi membri di fatto opera per cercare di distruggerla. Questo è quello che appare osservando i risultati del documento diffuso dell’ex nunzio negli Stati Uniti d’America, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, pochi giorni dopo la sua pubblicazione, il 26 agosto. Pensato e scritto con ogni evidenza per nuocere al regnante Pontefice, fino al punto di chiederne le dimissioni, il documento di fatto colpisce più pesantemente i due predecessori, Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II (1920-2005)». (M. Invernizzi, «Cum Petro», 31.8.18, in Alleanzacattolica.org).
Comunque per ora tralascio la questione Viganò e da semplice fedele peccatore, tento di fare un po’ di chiarezza, sul cosiddetto progressismo di Papa Francesco, cercando così di rispondere, soprattutto, alle deliranti accuse degli ultratradizionalisti.
Propongo alcuni testi pubblicati, tra l’altro, a ridosso della sua elezione. Allora, forse erano più forti i pregiudizi, gli stereotipi che lo volevano far apparire un papa progressista. Invece sono convinto che Papa Francesco, come ho già scritto in altre occasioni, è in linea col magistero dei suoi predecessori.
Del resto ogni volta che viene eletto un nuovo papa, inevitabilmente si accende il dibattito sulla sua identità: è conservatore, è progressista. Per rimanere ai pontefici che ho conosciuto, è capitato sia con San Giovanni XXIII, col beato Paolo VI, con San Giovanni Paolo II, e infine con lo stesso Papa Benedetto XVI. Forse, perfino San Pio X, è stato per certi versi un papa “progressista”, o almeno riformista, basti pensare quando ha permesso ai bambini di 7 anni di accedere alla santa comunione.
Pertanto sono convinto che ogni pontefice soprattutto all’inizio, nei primi anni è sempre un innovatore, anche se poi sostanzialmente rimane sempre un conservatore, soprattutto sulla dottrina.


Per l’occasione sono andato a rileggermi un discorso del 1990, fatto a Rimini, dall’allora cardinale Joseph Ratzinger all’XI Meeting per l’amicizia tra i popoli, «Una Compagnia sempre riformanda», naturalmente la compagnia era la Chiesa; in questo discorso, poi diventato documento, il Papa emerito, spiega l’essenza della vera riforma. «La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la ‘nostra’ Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce prossima che viene dall’alto […]».
Nell’opera di riforma, Ratzinger diceva, parafrasando san Bonaventura, bisogna fare come lo scultore che non fa qualcosa, ma fa una ablatio, «che consiste nell’eliminare; nel togliere via ciò che è inautentico». E trattando del modello guida per la riforma ecclesiale, Ratzinger affermava, che certamente abbiamo bisogno di nuove strutture umane di sostegno per poter parlare ed operare in ogni epoca storica. Bisogna avere chiaro però che «esse invecchiano, rischiano di presentarsi come la cosa più essenziale, e distolgono così lo sguardo da quanto è veramente essenziale. Per questo esse devono sempre di nuovo venir portate via, come impalcature divenute superflue. Pertanto per il cardinale, «Riforma è sempre nuovamente una ablatio: un togliere via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente».
Subito dopo l’elezione di papa Francesco, sono stati in tanti a raccontare la sua vita da vescovo, da cardinale di Buenos Aires. Tutti hanno scritto che era un pastore venuto «dalla fine del mondo», che con gli atti, i gesti, le parole è stato capace di toccare il cuore e la mente di uomini e donne, di credenti e non credenti.

In «Aprite la mente al vostro cuore», pubblicato da Rizzoli (2013) Il Papa rivela la profondità della sua vita spirituale e ci guida, in quattro meditazioni, all’incontro con Gesù, al mistero della manifestazione di Dio nel mondo, al futuro della Chiesa, carico di sfide eccezionali, infine alla dimensione quotidiana della vita di cui non dobbiamo vergognarci. E’ un testo presentato dall’arcivescovo di Santa Fè, Josè Maria Arancedo. Dove si presenta raccolti alcuni scritti di Papa Francesco prima di diventare papa. In questi scritti si può apprezzare la ricca tradizione «ignaziana» dell’autore. Scritti improntati al cammino di rinnovamento spirituale e al dinamismo missionario della Chiesa.
Nella I parte sul tema della fede, Bergoglio per annunciare il Vangelo, invita al discernimento, e fa riferimento continuo alla «Evangelii Nuntiandi» del beato Paolo VI. La nostra fede è rivoluzionaria, combattiva, il cui spirito battagliero va messo al servizio della Chiesa. Fra le tentazioni più gravi c’è quella di allontanarsi dal contatto col Signore e quella della consapevolezza della sconfitta. «Nessuno può intraprendere una battaglia se già in partenza non è sicuro del proprio trionfo. Chi inizia senza fiducia ha già perso in anticipo metà della lotta. Il trionfo cristiano è sempre una croce che è al tempo stesso vessillo di vittoria[…]». Più avanti nelle riflessioni Bergoglio ci invita ad essere realisti: «si conosce ciò per cui si lotta e, nella misura in cui non si sa per che cosa si combatta, si è destinati a essere sconfitti. I primi evangelizzatori fecero conoscere agli Indios d’America contro che cosa dovevano combattere. L’impegno dei pastori non deve tralasciare questo aspetto della fede: aiutare il prossimo a sapere contro che cosa occorre lottare».
Interessanti le riflessioni sulla Croce e il «senso belligerante della vita»:«la croce è la ‘battaglia finale’ di Gesù: in essa sta la sua vittoria definitiva. Alla luce della guerra di Dio combattuta sulla croce, possiamo approfondire la dottrina sul tema del senso belligerante della nostra vita affidata al Signore […] L’impegno dei pastori, come quello dei fedeli, sarà sempre assediato dalla tentazione di rinunciare alla lotta, o dissimularla, o indugiare nel ‘perché’ dobbiamo batterci, nel ‘quando’ e nel ‘come’…».

E riferendosi ai tanti uomini e donne che hanno perso la fede, non sapendo lottare, perché «hanno confuso la battaglia con la baraonda! E quanti, in mezzo al polverone quotidiano, non hanno saputo riconoscere chi era il nemico e hanno finito per ferirsi tra loro! Altri, per timore di battersi e in cerca di una pace fasulla, hanno immolato la propria vita sugli altari di un irenismo tanto infecondo quanto inefficace». Quanta attualità troviamo in queste parole. Pertanto Bergoglio ci invitava a chiedere al Signore, «la grazia di addentrarci nella dimensione belligerante della vita apostolica; grazia che ci libera dall’inconcludente atteggiamento infantile che ci porta a ‘giocare con la pace’ come con la guerra. Intuire la dimensione belligerante della vita apostolica implica riconoscere che, nel nostro cuore, se vogliamo servire Dio, deve esserci la lotta, intesa come ricerca della croce in quanto unico luogo teologico di vittoria[…]». Quindi per Bergoglio con «la croce non si può negoziare, non si può dialogare: o la si abbraccia o la si rifiuta[…]».
In un altro volumetto, «Non fatevi rubare la speranza», curato da Mondadori (2013), troviamo delle riflessioni già pubblicate in Argentina nel 1992, sulla preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza.
In questo ricchissimo testo di riflessioni Jorge Mario Bergoglio, si ritrova il suo stile comunicativo denso di colore e di concretezza sulle questioni centrali del suo messaggio di pastore della Chiesa. Per quanto riguarda la politica si sente la necessità di superare la crisi della postmodernità, sconfiggendo sia l’individualismo che il totalitarismo. La preoccupazione più pressante per Bergoglio è l’«orientamento esistenziale del cristiano, che deve tornare a caricare su di sé le sofferenze del prossimo: ‘avvicinarsi a ogni carne dolente’ senza timore[…]».
In una riflessione su Gesù sacerdote, il cardinale, ci esorta «a rinnegare qualunque forma di ‘quiete’ paralizzante. Ci viene chiesto di ‘correre’ con coraggio», verso la testimonianza di Nostro Signore Gesù Cristo.

Mariano Fazio, sacerdote argentino, che conosce molto bene Papa Francesco, nel volumetto, «Con Papa Francesco», sottotitolo: ‘Le chiavi del suo pensiero’, Edizioni Ares (2013), al terzo capitolo spiega cosa significa, uscire verso le periferie esistenziali. Bergoglio fa riferimento all’immagine evangelica del Buon Pastore, che lascia le novantanove pecore e va alla ricerca di quella perduta. Invece «oggi abbiamo una pecora nell’ovile e bisogna andare in cerca delle novantanove che sono uscite o che non sono mai state nel recinto. Rimanere in uno stato di conservazione di quel che abbiamo, disinteressandosi dei lontani, che in cuor loro ci stanno aspettando, sarebbe cadere in una Chiesa autoreferenziale, che si chiude in sé stessa e non è fedele al comando del Signore di andare fino alla fine del mondo predicando il Vangelo».
La Chiesa oggi deve cambiare modello culturale, sistema di evangelizzazione, non può aspettare con le porte aperte che la gente si avvicini. Una volta questo sistema funzionava, oggi non più. «Nella situazione attuale la Chiesa deve trasformare le proprie strutture e modalità pastorali, orientandole in modo che siano missionarie – afferma il cardinale Bergoglio – Non possiamo rimanere ancorati a uno stile ‘clientelare’, in attesa passiva che arrivi ‘il cliente’, il fedele, bensì avere strutture che ci consentano di andare dove hanno bisogno di noi, dove sta la gente, dove si trovano quanti, pur desiderandolo, non si avvicinerebbero a strutture e forme antiquate che non corrispondono alle loro aspettative, né alle loro sensibilità – continuava Bergoglio – Dobbiamo studiare, in maniera molto creativa, come renderci presenti nei vari ambienti della società […]».
In pratica occorre passare da una «Chiesa che ‘regolamenta la fede’ a una Chiesa che ‘trasmette e agevola la fede’».
Il cardinale già allora dissuadeva i sacerdoti dal clericalizzare i laici, anche se lo chiedono loro. «Si tratta di una complicità sbagliata». Penso ad alcune parrocchie dove alcuni laici anche anziani ‘vestiti di bianco’ monopolizzano il servizio ministrante. Per inculturare il Vangelo nella società, bisogna evitare che i laici si riducano soltanto all’ambito ecclesiale. Invece bisogna esortarli a «penetrare gli ambienti socio-culturali e fare di loro dei protagonisti della trasformazione della società alla luce del Vangelo». L’attuale Papa lo sostiene con forza: «i laici devono smettere di essere ‘cristiani di sagrestia’ in ciascuna delle loro parrocchie, e devono assumere un impegno nella costruzione della società politica, economica, lavorativa, culturale e ambientale».
Il cardinale Bergoglio ogni anno nel messaggio ai catechisti invitava ad uscire e incontrare la gente. «Dobbiamo uscire a parlare a questa gente della città, a quelli che abbiamo visto sui balconi […] anche se possiamo sembrare un po’ pazzi, il messaggio del Vangelo è pazzia, dice san Paolo […]».
A questo punto il cardinale ricorda tutti quei preti che hanno lavorato e lavorano con gli umili, con gli ultimi, in tutte le periferie del mondo. Non è un fenomeno nuovo: don Bosco, che lavorava con i bambini, i ragazzini di strada, suscitava sospetto nei vescovi. Per non parlare di don Cafasso, don Murialdo, don Orione.Tra l’altro tutti canonizzati dalla Chiesa. «Erano tipi d’avanguardia nel lavoro con i bisognosi e in qualche modo costrinsero le autorità ad accettare dei cambiamenti».

Tra gli esclusi, Bergoglio ha prestato una particolare attenzione ai bambini, in una omelia del 2004 ha pronunciato delle frasi molto forti: «Dobbiamo inoltrarci nel cuore di Dio e incominciare ad ascoltare la voce dei più deboli, questi bambini e adolescenti[…] Gli Erodi di oggi hanno molti volti, ma la realtà è la stessa: si uccidono i bambini, si uccide il loro sorriso, si uccide la loro speranza…sono carne da cannone». La questione dell’aborto, è una questione prereligiosa, è un problema scientifico. «Il diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Abortire equivale a uccidere colui che no ha modi di difendersi».
In un incontro con i politici, Bergoglio, riprendendo Giovanni Paolo II, denunciava con parole forti la cultura della morte e le minacce contro la famiglia. E a proposito dell’aborto, diceva: «[…] sale il grido spento di tanti bambini non nati: questo genocidio quotidiano, silenzioso e protetto; sale anche il richiamo del moribondo abbandonato che chiede quella carezza tenera che non gli sa dare la cultura della morte».
Al capitolo quarto, si parla di fare memoria, per comprendere il presente e progettare il futuro. La sua immagine preferita del passato è quella di Enea «che esce da Troia portando sulle spalle l’anziano padre Anchise e dando la mano al figlio Ascanio. Enea fa suo il passato, la tradizione, il bagaglio di sapienza degli antenati, e la trasmette in forma creativa al figlio, che continuerà fedele alla tradizione ma senza conservatorismi statici e chiusi all’innovazione».
Parlando dei popoli indigeni del Chaco argentino, Bergoglio, rimase colpito da una risposta di un indio che le preghiere per lui erano «il catechismo. Era il catechismo di san Turibio di Mogrovejo. La memoria dei popoli non è un computer, bensì un cuore». Insomma in tutte le manifestazioni religiose del popolo fedele c’è un’esplosione spontanea della memoria collettiva. «In esse c’è tutto: lo spagnolo e l’indio, il missionario e il conquistatore, il popolamento spagnolo e il meticciato». E seguendo Giovanni Paolo II, Bergoglio afferma che «l’inculturazione è pertanto il processo attraverso il quale la fede si fa cultura». Una frase di Papa Wojtyla, ha segnato molto la vita di Bergoglio: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Inculturare non è un processo facile, «poiché non si devono in alcun modo diluire le caratteristiche e l’integrità del messaggio cristiano. Inculturare è incarnare il Vangelo nelle diverse culture, trasmettere valori, riconoscere i valori delle diverse culture, purificarli, evitare sincretismi».

Perfino nell’intervista tanto chiacchierata a padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, mi sembra che Papa Francesco dica cose di “sempre”. Io ho letto il volumetto edito dalla Rizzoli (2013): «Papa Francesco. La mia porta è sempre aperta. Conversazione con Antonio Spadaro». Un gesuita che intervista un altro gesuita. Questo libro svela il ‘pensiero in movimento’ di papa Francesco, scrive Spadaro. La sua formazione, la sua spiritualità, il suo rapporto con l’arte e la preghiera. «Ho bisogno di uscire per strada, di stare con la gente», dice papa Francesco.
Nel libro emerge il Papa gesuita, che svolge la sua missione alla luce della spiritualità ignaziana, che si aiuta sempre con il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo ‘punto di vista’. Ci vuole tempo per attuarlo.«Molti pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace». Pertanto per Spadaro, il discernimento ‘è una chiave fondamentale per comprendere il modo in cui Papa Francesco vive il suo ministero radicato nella spiritualità alla quale si è formato’.
Parlando della Compagnia di Gesù, papa Bergoglio, dice che deve mettere sempre al centro Cristo e la Chiesa, e non se stessa. «La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior, la ricerca della gloria di Dio sempre maggiore, la Chiesa Vera Sposa di Cristo Nostro Signore, Cristo Re che ci conquista e al quale offriamo tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica, anche se siamo vasi di argilla, inadeguati». E qui il Papa indica tutte le caratteristiche della Compagnia, facendo riferimento a S. Ignazio, ma soprattutto al beato Pietro Favre, sentendosi ‘compagno di Gesù Cristo’, come lo fu Ignazio.

Alla fine del I capitolo ci sono due stoccate “politiche” di Bergoglio: ‘non sono né di destra, né di sinistra. Inoltre «le rigide caselle del progressismo e del conservatorismo appaiono obsolete: non reggono più».
Al capitolo II, sul tema Chiesa, occorre «sentire con la Chiesa», non solo con la sua parte gerarchica, ma anche col santo popolo di Dio. Interessante l’idea che dà papa Francesco della santità. Sono santi quelle donne pazienti che fanno crescere i figli, il papà che lavora e porta il pane a casa, gli ammalati, i preti anziani, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Penso agli ospizi dove curano gli anziani.
«La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hjpomonè, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene».
Non dobbiamo ridurre la Chiesa a un nido protetto dalla nostra mediocrità, a una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate.
E poi la definizione tanto citata, La Chiesa? E’ un ospedale da campo…«la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E’ inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…E bisogna cominciare dal basso». Certamente è un’immagine fortissima, che contiene in sé anche la percezione drammatica che il mondo vive una condizione bellica con morti e feriti.

Qui Papa Francesco è veramente straordinario nelle sue riflessioni, poi, facendo riferimento al passato, dice: «La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: ‘Gesù Cristo ti ha salvato!’». Poi invita i ministri di Dio ad essere misericordiosi. Per il Papa, «non si può curare un malato se non partiamo da ciò che è sano».
I confessori non devono essere né troppo rigoristi, né troppo lassisti. «Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente ‘questo non è peccato’ o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».
Il Papa invita i ministri del Vangelo a cambiare atteggiamento. Questa è la vera riforma. «I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato».
Qui il Papa poi fa riferimento alle situazioni complesse, come i divorziati, gli omosessuali. Invita i preti al discernimento, caso per caso: condannare l’errore e non la persona. «Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo». Il Papa avvia un altro ragionamento importante sui cosiddetti principi non negoziabili. Non possiamo insistere nel parlare solo di aborto, omosessualità, metodi contraccettivi. Del resto il parere della Chiesa ormai si sa, non è necessario parlarne in continuazione.
«Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus».

Secondo Papa Francesco però, «accompagnare l’uomo non significa affatto adattarsi allo spirito del mondo. Bergoglio si scaglia violentemente contro la ‘mondanità spirituale’, che viene prima di quella etica. Vede la trappola dell’individualismo, del relativismo, del secolarismo. Accompagnare non significa né adattarsi né cedere, ma sostenere».
Pertanto secondo papa Francesco, «dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. E’ da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».
Il Papa scende nei particolari, sui contenuti che deve avere una buona omelia. Si comincia dall’annuncio della salvezza, poi si può fare catechesi, infine si può tirare anche una conseguenza morale. Tuttavia oggi la Chiesa deve avere le «porte aperte», deve cercare l’incontro, uscire per strada, di stare con la gente. Bisogna educare i giovani alla missione: «ad andare, a essere callejeros de la fe (girovaghi della fede). Così ha fatto gesù con i suoi discepoli: non li ha tenuti attaccati a sé come una chioccia con i suoi pulcini; li ha inviati! Non possiamo restare chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità […]Spingiamo i giovani affinché escano».
Occorre privilegiare una pastorale partendo dalla periferia. «Stare in periferia aiuta a vedere e capire meglio, a fare un’analisi più corretta della realtà, rifuggendo dal centralismo e da approcci ideologici». Il concetto di Chiesa che Papa Francesco ha delineato nell’intervista è certamente in sintonia con i suoi predecessori, e con il Concilio, non vedo nessuna rottura.
Infine per quanto riguarda le curiosità che riguardano il primo Papa latinoamericano, ho letto, «Il Vaticano secondo Francesco», di Massimo Franco, Mondadori (2014) e «Così è Francesco. Un gesuita in Vaticano», di Caroline Pigozzi e Henri Madelin, Sonzogno (2014).
Massimo Franco tra le tante curiosità su papa Francesco ne individua alcune come il primo pontefice figlio di una megalopoli, Buenos Aires, che ha vissuto in anticipo i problemi con i quali sono chiamati oggi a fare i conti la Chiesa cattolica e il mondo globalizzato. Per lui però la novità più grossa è che questo papa rivoluzionario oltre ad essere argentino, gesuita e “globale”, ha un’altra caratteristica: è un “estraneo” in Vaticano. Infatti per Franco, «l’elemento spiazzante è che si tratta di un autentico ‘straniero’ per la mentalità della Curia romana, eletto dopo il trauma della rinuncia di Benedetto XVI. Il compito affidatogli è di smantellare la corte pontificia e una numenklatura ecclesiastica spesso troppo autoreferenziale – secondo Franco – il suo viaggio da Buenos Aires a Casa Santa Marta, l’ex lazzaretto all’interno del Vaticano dove ha deciso di abitare, segna un epocale cambio di mentalità».
Naturalmente l’editorialista del Corriere, usa toni giornalistici, per descrivere i movimenti del nuovo Pontefice. Praticamente per lui Santa Marta diventa il luogo simbolo della rivoluzione di Bergoglio. La metafora di un nuovo inizio nella Chiesa cattolica. Si riparte da Santa Marta per un ritorno della Chiesa alle origini. «Un’austerità generale credo sia necessaria per tutti noi che viviamo al servizio della Chiesa», afferma papa Francesco. Pare che Francesco usi questa roccaforte, secondo Franco, «per sradicare una mentalità fatta di senso di impunità, carrierismo, lobbismo di ogni tipo, corruzione, avidità di denaro».
Anche il libro intervista di Caroline Pigozzi, nota vaticanista e Henri Madelin, tra i più autorevoli gesuiti, vogliono presentarci il nuovo Papa, come un uomo carismatico e sorprendente sia in pubblico che in privato. Il libro vuole essere un’opera chiave per penetrare la personalità di questo Papa venuto dalla fine del mondo. Anche la Pigozzi sottolinea la questione della scelta di Santa Marta. «Per condurre una vita conforme alla semplicità del Vangelo, il vicario di Cristo non vuole dare l’impressione di vivere in un museo. La maestosità di questi palazzi, l’imponenza degli arredi, l’altezza degli ammirevoli soffitti, la ricchezza delle figure allegoriche dipinte dai più grandi artisti del Rinascimento, la bellezza insolente e la magnificenza della Sala Clementina[…]». Il Papa teme di essere tagliato fuori dal mondo esterno. Per questo si è rifiutato di vivere al terzo piano del Vaticano, «non potrei mai vivere da solo in quel palazzo».

 

Un’altra tradizione secolare interrotta rispetto ai predecessori è quella di non trascorrere le vacanze a Castel Gandolfo, sulle colline che dominano il lago Albano. Per viaggiare sceglie una modesta utilitaria al posto di una limousine con i vetri oscurati e tutti i confort.
Tuttavia nel capitolo 5, «Un Papa politico e mediatico», la Pigozzi è convinta che oltre ad alcune modifiche nella curia, «sul piano dottrinale dovrebbero esserci pochi cambiamenti perché il nuovo successore di Pietro è legato alla tradizione. Sulle questioni morali – l’interruzione della gravidanza, la contraccezione e l’omosessualità – non modificherà di molto la linea e resterà di certo fedele agli orientamenti dei suoi predecessori».

Domenico Bonvegna

Sui social si trova un po’ di tutto, tempo fa, ho trovato postate delle riflessioni su un possibile scenario politico futuro. L’autore di un lungo post su facebook è Massimo Viglione, storico cattolico, ha scritto libri sul risorgimento italiano. Viglione fra il serio e il faceto, azzardava delle possibili alleanze e rotture delle forze politiche rimaste in Parlamento. Naturalmente il discorso ruotava intorno ai vincitori del 4 marzo, Salvini e Di Maio, peraltro gli ultimi sondaggi li danno a percentuali impensabili, fino a qualche anno fa.

I Cinquestelle, secondo lo scrivano, è un movimento politico dal guscio vuoto, senza ideologia precisa se non quella della critica “vaffesca” verso il potere e la corruzione, dove ognuno può mettere i contenuti (dai più ragionevoli fino ai più pazzeschi e ridicoli) che vuole e cambiarli quando vuole a seconda delle circostanze, si spaccheranno. «Una parte (Di Battista) tornerà a sinistra e si unirà con le forze più di sinistra, compresa parte del PD. Un’altra parte (Di Maio) rimarrà governativa e si avvicinerà sempre più alla Lega (e, di conseguenza, alla lunga, anche a FdI)». Si spaccherà anche il Partito Democratico. «Una parte (Renzi & C.) andrà ad allearsi con Berlusconi & C. per un “grande centro” che guarda a sinistra. L’altra parte, come detto, con le forze più di sinistra, compresi i grillini duri e puri». La terza forza politica a spaccarsi sarà Forza Italia (forse quella più certa).
«Una parte, come detto, convergerà in un partito con Renzi & C. Un’altra, troverà il coraggio (non fosse altro per continuare a stare in parlamento) di staccarsi da Berlusconi e unirsi alla Lega (o a FdI). Oppure, fonderanno un nuovo partito che comunque convergerà con la Destra attuale».

Pertanto il futuro scenario politico, viene immaginato in questo modo: «Due grandi coalizioni: un centro (Renzi e Berlusconi) che, pur di andare al governo, dovrà allearsi con la sinistra (fuoriusciti Cinque Stelle e altri). Quindi, un centrosinistra nuovo di zecca, che porta avanti l’europeismo, i cosiddetti “diritti civili” (genderismo, immigrazionismo eutanasismo, e tutto il resto delle follie della dissoluzione), solo con un fiscalismo più moderato per la presenza di Berlusconi (finché è vivo…).
Dall’altra parte, un centrodestra composto da Lega, FdI, Cinquestelle governativi e fuoriusciti da Forza Italia, che al contrario sarà più sovranista (almeno in senso antieuropeistico), anti-immigrazionista, e, si spera, contrario, almeno in parte, a tutte le follie della dissoluzione morale, bioetica e civile»
. Attenzione però a questo scenario non crede neanche lo stesso Viglione. Intanto perché i sicuri vincitori saranno quelli che non dovrebbero mai vincere e cioè il Centrodestra e tutti i sostenitori dei valori sani e tradizionali (sia quelli convinti, sia quelli che lo farebbero per opportunismo, come i grillini o i reduci di Forza Italia).

Sembra che il «Partito di Repubblica», il PdR, inteso come gruppo editoriale Espresso-Repubblica , detta la linea a sinistra

Chi governa il mondo, le forze non democratiche che dominano la scena politica mondiale, europea, e quindi italiana, secondo lo scrivano, non lo permetteranno mai. Infatti non è passata neanche una settimana che il governo Conte viene apostrofato ovunque sui media come un covo di “nazisti”, di “barbari” e quindi bisogna  “salvare gli italiani”…da questi nuovi barbari. Probabilmente era previsto che questo governo Cinque Stelle-Lega (frutto di grossi compromessi) e soprattutto certi suoi ministri, vedi Salvini, Fontana, venisse contrastato e soprattutto fatto oggetto di pressioni economiche e politiche proveniente dall’UE, dalla finanza, dai mass media, e dalle frange estreme di quello che rimane della sinistra. A questo proposito è interessante un altro scenario politico, questo più realistico e quindi meno fantasioso del primo. Nicola Porro nel suo blog ospita un fondo di Daniele Capezzone, l’ex portavoce di Forza Italia.

Sembra che il «Partito di Repubblica», il PdR, inteso come gruppo editoriale Espresso-Repubblica , detta la linea a sinistra. Pertanto si decide di attaccare il leader della Lega Matteo Salvini. Il programma è sempre lo stesso, «e cioè l’aggressione morale e giudiziaria dell’avversario. Per una ventina d’anni, è stato lo schema classico utilizzato contro Berlusconi: ora occorre solo adattarlo a Matteo Salvini.

Ecco dunque la sequenza di copertine de L’Espresso sulla questione dei soldi della Lega e poi l’attacco personale diretto di un paio di settimane fa (“Uomini e no”: tanto il povero Vittorini non può difendersi dalla citazione) contro Salvini, con la prima pagina divisa in due (il volto sofferente di un immigrato nero contrapposto al volto del leader leghista in versione truce), arrivando a “disumanizzare” il bersaglio, a negargli connotati umani e civili. Un nemico, insomma, non più solo un avversario». (Daniele Capezzone, 23 luglio 2018 Se il Pd non si rianima, ci pensa il PdR (il Partito di Repubblica…)

In pratica secondo Capezzone dovrebbe essere questa la linea della sinistra, anche se minoritaria, che dovrebbe scavalcare lo stesso Pd, «tutto l’arcipelago renziano-renzista è fatto di volti non più spendibili, non ci sono nel partito (o non si intravvedono) figure giovani da “adottare”, Martina è ritenuto troppo scolorito perché gli elettori possano identificarsi e affezionarsi». Pertanto il PdR  lancia due figure anche se diverse, ma di forte impatto mediatico: Roberto Saviano e Tito Boeri, uno scrittore ed un economista. «uno per “coprire” la questione immigrazione e l’altro da scatenare su pensioni e conti pubblici, uno per “affascinare” e l’altro per offrire “competenza”. Solo così si spiega l’incredibile accelerazione nelle polemiche innescate dall’Oracolo campano-newyorchese e dall’Aspirante Martire dell’Inps».

Saviano non si accontenta di una normale polemica, di un confronto civile, ma «vuole attribuire a Salvini i panni del mostro con un doppio obiettivo: ottenere spazio mediatico per sé accreditandosi come oppositore coraggioso, e mettere a disagio una parte della base grillina, colpevolizzandola per la vicinanza al “ministro della mala vita».

Mentre Boeri, «spera che a qualcuno nel Governo saltino i nervi, fino a licenziarlo: ricevendo a quel punto la patente” ufficiale di “vittima del regime».

Il copione sarà questo secondo Capezzone, «Da un lato, lo stillicidio di Saviano sull’immigrazione, con l’inevitabile e macabro corollario di polemiche sui corpi senza vita nel Mediterraneo (come se la responsabilità fosse del Governo e non dei trafficanti di esseri umani), e dall’altro la “resistenza” di Boeri, che non perderà occasione per fare da controcanto all’Esecutivo fino alla legge di stabilità, autonominandosi custode dei conti pubblici e certificatore della (in)sostenibilità delle proposte gialloblu».

Capezzone che non intende dare consigli al PdR, però gli attribuisce sempre lo stesso errore: «Elabora una strategia che è assai convincente per le classi altissime (appunto: per i presumibili lettori di Repubblica), per chi vive nella Zona 1 di Milano e nel Primo Municipio di Roma, non a caso le aree dove la sinistra regge ancora.

Ma a tutti gli altri italiani, in particolare alle immense periferie urbane che sentono il dramma dell’immigrazione e della criminalità comune (altro che “percezione”: Boeri, Saviano e i loro cari si facciano un giro a Quarto Oggiaro, a Rogoredo, a Lambrate, oppure – quando sono a Roma – a Tor Sapienza e San Basilio), e all’enorme ceto medio e medio basso che cerca una scossa economica e non si accontenta più dei convegni sullo “zero virgola”, le ramanzine, gli appelli e le interviste su Repubblica non interessano granché».

E a proposito delle periferie, dove abitano la stragrande maggioranza dei poveri.  Le forze politiche che sostengono il Governo Conti potrebbero avere un’occasione storica: «quella di mostrare, non soltanto da un punto di vista culturale, l’insussistenza di quel luogo comune che ha favorito la Sinistra per decenni, e cioè l’equivalenza fra Sinistra e difesa dei poveri». A questo proposito è interessante un articolo scritto subito dopo le elezioni del 4 marzo da Marco Invernizzi, reggente nazionale di Alleanza Cattolica. Alla fine dell’Ottocento le sinistre, quella riformista e quella comunista si erano impadroniti della sofferenza della classe operaia, causata  dall’irresponsabilità dell’imprenditoria a vario titolo “liberale” che operava senza vincoli anzitutto morali nel contesto delle “rivoluzioni industriali”. Solo l’intuizione di Papa Leone XIII (1810-1903), con l’enciclica Rerum novarum (1891), impedì la completa egemonizzazione della classe operaia da parte dei partiti marxisti. Oggi la classe operaia si è ridotta di moltissimo e ha ottenuto condizioni di lavoro che allora non esistevano.

«Tuttavia, i poveri ci sono ancora e in molti casi sono stati prodotti proprio da quelle Sinistre che hanno governato per decenni i Paesi europei. I nuovi poveri sono le famiglie numerose, massacrate dal fisco che privilegia i single; sono i giovani che non trovano lavoro anche perché il sistema (fallito) non può permettersi di mandare in pensione chi ne avrebbe diritto, almeno come possibilità di scelta, in un Paese normale; sono i padri separati costretti a dormire in auto perché impoveriti da una separazione drammatica esistenzialmente, ma anche economicamente; e sono le donne spinte ad abortire da un sistema malvagio che non le aiuta nonostante le tante parole per chi è in difficoltà. I poveri ci sono anche oggi, ma la Sinistra non sembra accorgersene, perché in molti casi li ha generati con le proprie politiche libertine e individualiste, che hanno umiliato le famiglie soprattutto se con molti figli. Riprendiamoci allora i poveri e smentiamo quella falsa notizia che li vuole aiutati solo dalle Sinistre. Cerchiamo anzitutto d’individuarli: perché non sono poveri soltanto coloro che non riescono ad arrivare a fine mese, ma anche quelli che ci arrivano provati nell’animo oltre che per una precaria situazione materiale. E guardiamoli in modo non classista, cercando di evitare l’odio sociale in un Paese che respira un’atmosfera sempre più intossicata da un virus portatore di rancore».

(M. Invernizzi, I poveri e la Sinistra, 12.3.18 in www.alleanzacattolica.org).