Drehscheibe Köln-Bonn Airport - Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015

Non saranno gli avvocati “collaborazionisti” a negare l’assistenza legale ai migranti. La questione, però, è un’altra: chi paga quei ricorsi e quanto costa allo Stato il sistema del patrocinio gratuito nei procedimenti legati all’immigrazione?

Secondo i dati riportati, negli ultimi anni si è consolidato un vero e proprio settore economico attorno alle cause promosse da richiedenti asilo e migranti irregolari. Si tratta di ricorsi presentati contro il rigetto delle domande di protezione internazionale, contro i decreti di espulsione e contro le procedure amministrative che riguardano la permanenza in Italia.

Il meccanismo è quello del gratuito patrocinio: se il ricorrente non dispone di redditi sufficienti, le spese legali vengono pagate dallo Stato.

Il peso dei ricorsi sul patrocinio gratuito

Il contenzioso legato all’immigrazione ha generato un flusso economico rilevante. Secondo le stime citate, nel biennio 2021-2022 lo Stato avrebbe versato 285 milioni di euro per il gratuito patrocinio davanti ai tribunali civili.

Di questi, circa 71 milioni sarebbero andati ad avvocati che hanno assistito migranti in cause contro decreti di espulsione o contro il rigetto delle richieste di protezione.

Il dato evidenzia un aspetto centrale: una quota significativa delle risorse pubbliche destinate all’assistenza legale finisce nel grande capitolo dell’immigrazione, alimentando un mercato professionale che coinvolge migliaia di avvocati e studi specializzati.

Un sistema concentrato nelle grandi città

Il fenomeno è particolarmente evidente nei grandi centri urbani, dove si concentrano le domande di asilo, i procedimenti amministrativi e i tribunali competenti.

Milano, ad esempio, è indicata tra le città dove il giro d’affari legato ai ricorsi sarebbe più consistente. Nelle grandi aree metropolitane, la presenza di centri di accoglienza, uffici immigrazione, commissioni territoriali e tribunali crea un ecosistema in cui la domanda di assistenza legale è continua.

Non si tratta soltanto di avvocati penalisti o civilisti tradizionali: attorno al settore si è sviluppata una rete di professionisti specializzati in diritto dell’immigrazione, protezione internazionale e contenziosi contro le espulsioni.

Quando il ricorso diventa una strategia

Il punto più delicato riguarda l’effetto pratico dei ricorsi. In molti casi, presentare opposizione a un provvedimento di espulsione o al diniego dell’asilo consente al migrante di restare in Italia in attesa della decisione del giudice.

Anche quando l’esito finale è sfavorevole, i tempi della giustizia possono allungare la permanenza sul territorio nazionale per mesi o anni. È proprio questo aspetto a rendere il sistema particolarmente controverso.

Secondo le critiche, il ricorso può trasformarsi in uno strumento utile a guadagnare tempo, indipendentemente dalla fondatezza della richiesta. Per i professionisti che seguono queste pratiche, invece, si tratta di garantire il diritto alla difesa, previsto dalla Costituzione e dalle norme europee.

Il nodo dei controlli

Il gratuito patrocinio nasce per assicurare assistenza legale a chi non può permettersi un avvocato. Ma nel caso dei migranti irregolari o dei richiedenti asilo, il controllo sui redditi e sulla reale condizione economica può risultare più complesso.

Molti migranti non dispongono di documentazione completa, non hanno un lavoro regolare o provengono da Paesi in cui verificare il patrimonio personale è difficile. Questo rende più complicata la valutazione dei requisiti per accedere al beneficio.

Da qui nasce la polemica: il sistema tutela davvero chi ha bisogno di difesa legale o finisce per alimentare un circuito di ricorsi automatici, con costi elevati per le casse pubbliche?

Una questione politica e giudiziaria

Il tema si inserisce nel più ampio dibattito sulle politiche migratorie, sulle espulsioni e sulla gestione dei flussi. Da un lato c’è l’esigenza di garantire diritti fondamentali, compreso quello alla difesa. Dall’altro, cresce la preoccupazione per un sistema che rischia di trasformarsi in un meccanismo costoso e poco efficace.

Il risultato è un cortocircuito: lo Stato emette provvedimenti di espulsione o respinge domande di protezione, ma poi finanzia i ricorsi contro quegli stessi provvedimenti. Nel frattempo, migliaia di pratiche si accumulano nei tribunali e una parte consistente delle risorse pubbliche finisce nelle parcelle legali.

Il business dei ricorsi sui migranti, dunque, resta uno dei capitoli più discussi del sistema immigrazione: una macchina complessa, alimentata da norme, contenziosi e tempi lunghi della giustizia, che continua a pesare sui bilanci pubblici.

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