Non vi è il minimo dubbio che il caporalato sia una violazione grave e ripetuta alla nostra Carta Costituzionale e la negazione della dignità dell’uomo che uno Stato come in nostro non può non porre al centro delle sue regole e dei suoi valori come oggetto di tutela.  E’ inutile negarlo, il caporalato è una forma di schiavitù. Il nostro paese da nord a sud ha registrato il ritorno e l’espansione di questa forma d’intermediazione che il progresso sembrava potesse superare. Tale metodo d’ingaggio di manodopera è tornato prepotente negli ultimi vent’anni in forme particolarmente aggressive. Partendo dalla base della piramide della schiavitù, si può affermare che il caporalato annienta, in primis, la vita e la dignità dei braccianti stranieri immigrati. Questi disperati si trovano in una situazione vulnerabile e ciò permette al caporale di “appropriarsi” della vita di questi esseri umani. Il caporale, purtroppo, per questi immigrati appare come il benefattore, è il garante dell’accesso al mercato del lavoro. E’ l’unica loro ancóra di salvezza per soddisfare le loro minime esigenze di vita. Il caporale offre servizi fondamentali anche alle aziende agricole. Ironia della sorte, i caporali rappresentano oggi l’unica modalità possibile per fornire tali servizi. Ad onore di verità dobbiamo dire che un ruolo importante nella crescita di questo fenomeno criminale lo riveste anche la grande distribuzione che, soprattutto in determinati comparti, come il pomodoro da industria, stabilisce il prezzo prima della stagione di raccolta, mediante il cosiddetto meccanismo delle aste online con doppia gara al ribasso. Le grandi catene di distribuzione dettano tutti gli standard di produzione come qualità e quantità e questi ultimi si scaricano poi sull’azienda agricola e sul bracciante. Personalmente penso che un rimedio a questa nuova schiavitù possa provenire in gran parte dalla grande distribuzione che, di fatto, è il principale attore di tutto il sistema. Il caporalato rende possibile il sistema, fa sì che niente cambi. Il potere economico e finanziario di questo sistema è tutto nelle mani delle grandi catene di distribuzione. Se non si cambia questo meccanismo perverso è difficilissimo lottare contro il caporalato. Se vogliamo prevenire e reprimere questo odioso fenomeno criminale dobbiamo analizzare la filiera nel suo complesso. Il che non è difficile, poiché da un lato, abbiamo i nuovi schiavi, dall’altro, gli sfruttatori, cioè, grandi aziende di trasformazione e catene della distribuzione. Sono i secondi a determinare le sorti dei primi. Ovviamente la lotta al caporalato non si compie soltanto attraverso le denunce, fondamentali ma non sufficienti a estirpare il fenomeno. La lotta avviene ogni giorno, creando alternative serie e legali, offrendo loro un lavoro regolare, documenti regolari e una vita dignitosa. Se non vogliamo continuare a essere ipocriti dobbiamo dare a queste persone la possibilità di vivere in maniera dignitosa, fornendo loro assistenza legale, percorsi formativi e momenti di comunità, in cui poter parlare delle proprie difficoltà e non relegarli nel più assoluto isolamento. Penso che l’idea di comunità, di gruppo, di collettività, sia la strada che potrà salvarci da situazioni che a volte ci sembrano immutabili. Un bellissimo proverbio africano recita così: “Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante”. Di conseguenza sono convinto che un insieme di persone che condivide un obiettivo comune possa raggiungere risultati a volte impensabili.

VINCENZO MUSACCHIO

DIRETTORE DELLA SCUOLA DI LEGALITÀ

DON PEPPE DIANA” DI ROMA E DEL MOLISE

Docente di Diritto Penale presso la Scuola di Formazione (CONF.S.A) in Roma. Presidente dell'Istituto Nazionale di Studi sulla Corruzione in Roma. Direttore Scientifico della Scuola della Legalità “Don Peppe Diana”. Editorialista de "L'Ora" di Palermo e della Gazzetta del Mezzogiorno