L’Analisi. Le nostre mafie sono fra le dieci più potenti del mondo

Dopo la seconda guerra mondiale, con l’inizio della ricostruzione post bellica e il boom economico, la criminalità organizzata ha potuto ottenere molto potere in tutto il mondo e ha iniziato a gestire un’economia cd. parallela, favorita molto anche dalla globalizzazione e dal web. Gli Stati hanno utilizzato i propri bilanci in vari settori tranne che per combattere la criminalità organizzata che di conseguenza ha aumentato sempre di più il suo potere economico. Molte organizzazioni criminali hanno continuato a crescere e alcune di queste sono così potenti che controllano l’economia globale e la politica e costituiscono oggi una tra le più gravi minacce nel mondo.

Il Messico ha i più grandi cartelli di droga al mondo e il cartello di Sinaloa li governa tutti. Quest’organizzazione criminale riesce a fatturare oltre 10 miliardi di dollari l’anno ed entra facilmente nei gangli dello Stato condizionandolo quasi totalmente. La Sinaloa, tra le più potenti organizzazioni criminali che si occupa di droga per la costante produzione e fornitura di cocaina, marijuana, eroina, e metanfetamina negli Stati Uniti e in almeno sessanta altri paesi in tutto il mondo. Il cartello di Sinaloa è ormai imbattibile perché riesce a combinare in maniera perfetta il traffico di droga con un’eccellente gestione aziendale di tipo economico.  Quest’organizzazione criminale, tuttavia, va ben oltre il denaro, poiché ha una rete efficace di affiliati in una gerarchia collegata a tutti i suoi mercati in tutto il mondo. La figura più importante del cartello di Sinaloa era Joaquin Guzman detto “El Chapo”, considerato il più potente trafficante di droga al mondo dopo Pablo Escobar. Nonostante “El Chapo” sia detenuto, il suo cartello non solo sopravvive ma espande ulteriormente il suo potere criminale nel mondo. Questa mafia usa la corruzione per contrattare con i vari Governi e la forza militare per liberare la concorrenza. Famoso il suo modo di corrompere: “Oro o piombo”?

La mafia russa è un’altra organizzazione criminale molto potente e affonda le sue radici all’interno della vecchia Unione Sovietica e legami con il governo, anche dopo l’avvento di governi democratici. Questa mafia può contare su affiliati sparsi in oltre cinquanta paesi del mondo. La loro roccaforte in Russia è stata fortificata quando hanno ottenuto il controllo di una buona parte dell’economia dopo la morte di Joseph Stalin. Hanno un’enorme potenza di fuoco e abbastanza uomini da incutere terrore anche dal punto di vista militare potendo mettere in crisi anche la sicurezza nazionale. La mafia russa fa affari in vari settori in ogni parte del mondo. Questo impero sembra invincibile con la Russia stessa che riconosce di avere oltre cinquemila organizzazioni criminali operanti a pieno regime nel proprio territorio. Il capo mafia indiscusso è Semion Mogilevich, tra uomini più ricercati dall’FBI, è un uomo potentissimo che vive liberamente in Russia, pur essendo ricercato in quasi tutti i paesi del mondo.

Altro gruppo criminale molto potente è il Mara Salvatrucha, c.d. “MS-13”, di provenienza salvadoregna. Quest’organizzazione nasce come banda di strada ma nel tempo diventa così violenta da influenzare la politica d’immigrazione degli Stati Uniti negli anni ’70. Si è sviluppata a Los Angeles e si è man mano diffusa al resto degli Stati Uniti, Canada e America centrale potendo contare oggi su circa 70.000 affiliati che la rendono una delle più grandi minacce per la sicurezza dell’America. Donald Trump li chiama “animali” e a loro imputa il motivo principale della sua politica d’immigrazione ostile verso gli immigrati centroamericani. L’amministrazione Obama ha collocato loro come la prima organizzazione criminale transnazionale dopo la loro affiliazione con cartelli della droga. Le loro attività principali negli Stati Uniti sono la distribuzione di droga, sequestri di persona, racket e soprattutto l’attività di killeraggio su commissione. Usano uccidere, rubare, stuprare e hanno il controllo di vari territori. Questo gruppo criminale è composto di una popolazione di appartenenza giovanile che giura lealtà a vita. La loro consistenza numerica non diminuisce mai. Interagiscono facilmente con le aree suburbane da cui prelevano i futuri adepti. La maggior parte dei cartelli messicani di droga ora li assume come killer su commissione.

Ibrahim Dawood, il capo assoluto della malavita di Mumbai ha creato un’organizzazione criminale che assume il nome di “D Company” ed estende le sue attività criminali in tutto il mondo. Dawood ha usato quest’organizzazione per eliminare a uno a uno tutta la concorrenza della malavita criminale esistente a Mumbai. Essendo un musulmano, non era apprezzato dalla maggior parte dei rivali indiani e la sua alleanza con i criminali più potenti al mondo è stata la chiave per ottenere il controllo di gran parte dei territori dell’India. Si unì con Al Qaeda per bombardare Mumbai nel 1993 diventando così il più grande nemico del governo indiano. La “D Company”, tuttavia, ha affari in ogni parte del globo: a Londra, Dubai, Singapore e in molti paesi africani ed asiatici. Quest’organizzazione è leader nel contrabbando di pietre preziose e negli ultimi anni si occupa anche di traffico di persone e di organi umani. Ha fornito quasi il 20% dei farmaci europei prima che le forze congiunte tra l’India e gli Stati Uniti li costrinsero ad abbandonare il mercato. Si stima che quest’organizzazione criminale possa guadagnare più di 5 miliardi di dollari l’anno dai sui commerci illegali, nonostante il suo leader sia latitante da oltre trent’anni.

La più potente mafia italiana è senza dubbio la ndrangheta. Il suo fatturato annuo si aggira intorno ai sessanta miliardi di euro l’anno. Si tratta di una criminalità altamente organizzata coinvolta in quasi tutti gli affari economici nel mondo. Il traffico sia di droghe sia di persone è oggi la sua principale fonte di reddito. La ‘ndrangheta, cioè la mafia calabrese, è in realtà la mafia più invisibile e impenetrabile che esista. Per lo stesso motivo, è più potente di quanto sia mai stata un’organizzazione criminale in Italia e aggiungerei in Europa. Muove il 90% della cocaina in Europa. Possiede un’organizzazione specifica di riciclaggio di denaro e penetra spesso lecitamente nel mercato finanziario ripulendo il denaro sporco di altre associazioni mafiose (camorra, Cosa Nostra, mafia foggiana). La ‘ndrangheta è una potenza economica di livello mondiale ed è proprio questo potere che la rende così influente e importante. Quest’organizzazione criminale è penetrata in ogni singolo affare finanziario del pianeta. Finanzia addirittura i partiti politici e determina spesso anche scelte legislative di enti centrali e locali pertanto sarà molto difficile sradicarla. È una specie di alleanza con patto di sangue di 150 famiglie tutte connesse fra loro e tutte legate da vincolo di parentela stretto. C’è una “cupola” ma solo con l’unico scopo di risolvere le controversie tra famiglie. Ogni volta che abbatti una famiglia, un’altra occupa il suo posto. E’ come quando tagli la coda alla lucertola dopo poco la stessa rinasce e più resistente di prima.

Altra mafia ancora molto potente è “Cosa Nostra” siciliana. E’ la più antica mafia italiana che si occupa di prostituzione, traffici di armi illegali e traffico di droga. Si estese al resto dell’Europa e dell’America diventando la madre di tutte le mafie nel mondo. Ai tempi del famigerato boss mafioso Totò Riina il potere di questa mafia era talmente forte da indurre parte delle istituzioni italiane a contrattare con quest’organizzazione mafiosa. Il declino di Cosa Nostra comincia però proprio con la strategia stragista e con le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggi, Cosa Nostra non è più così forte, e si occupa di estorsioni, d’infiltrazioni negli appalti e di traffico di stupefacenti e persone. Tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare che ancor oggi quest’organizzazione criminale conta oltre 250.000 affiliati.

La Yakuza è la mafia più potente in Giappone. La loro ex immagine di uomini tatuati con le dita tagliate lentamente scompare e i loro metodi si sono civilizzati, ma “Yamaguchi Gumi” è ancora la stessa vecchia Yakuza. Quest’associazione criminale controlla la maggior parte del settore dell’intrattenimento giapponese controllando le produzioni in questi tutti i mass media nazionali. E’ una delle poche mafie ad avere una rete organizzata di accompagnatori professionisti, esperti informatici, cambiavalute e casinò utilizzati per controllare ogni settore dell’economia, compresa la Borsa degli Affari. Sono senza ombra di dubbio uno tra i più pericolosi gruppi criminali poiché riescono a estorcere dirigenti aziendali per influenzare i prezzi azionari nei mercati. La Yakuza non è illegale secondo il Giappone, no, è solo un gruppo di criminali che fanno cose buone. Se i vari clan della Yakuza si unissero tra loro, costituirebbero certamente una delle mafie più potenti al mondo. Tuttavia, i molti gruppi di Yakuza tendono a operare in modo indipendente. La Yakuza può contare su un’enorme potenza di fuoco e su nuovi e lucrosi affari che riguardano il riciclaggio delle scorie nucleari di Fukushima.

Gli Hells Angels, secondo l’FBI, non sarebbero associabili alla struttura propria della criminalità organizzata, anche se vi è chi ritiene siano assimilabili per molti aspetti alla Yakuza con l’unica differenza che sono motociclisti. Hanno una storia che risale agli anni ’40 a Los Angeles. Pubblicamente, essi appaiono come un gruppo di motociclisti civilizzati senza legami con il crimine organizzato. Tuttavia, gli Hells Angels sono il più grande gruppo criminale composto di motociclisti nel mondo. Tra i loro affari vi è l’approvvigionamento di armi e droghe in Australia, Europa e Nord America. Hanno nightclub legali, casinò e altre imprese commerciali che sono utilizzate per riciclare i proventi illeciti. Le loro controparti europee sono le più violente a causa dell’alta concorrenza di altre bande motociclistiche, soprattutto in Spagna e nei Paesi Bassi.

Le Triadi sono il più grande gruppo di criminalità organizzata asiatica dopo la Yakuza. Anche questa mafia è costituita da molte piccole organizzazioni con una gerarchia altamente decentrata. Tra i più potenti gruppi vi è il Sun Yee con oltre 50.000 membri. L’appartenenza totale supera i 100.000 affiliati ma i numeri sono difficili da confermare poiché ogni gruppo conserva autonomia e indipendenza operativa dal leader della triade. La loro struttura non li rende meno pericolosi, spostano grandi quantità di droghe soprattutto cocaina ed eroina per la Cina che rappresenta il 12% del consumo globale di eroina. L’espansione globale delle triadi è stata ampiamente aiutata dalla presenza di popolazioni indigene cinesi a Singapore, Taiwan, Vietnam e Corea. Si occupano anche di tratta di esseri umani che comporta il contrabbando di quasi 100.000 immigrati clandestini negli Stati Uniti, costringendoli a lavorare in nero a loro vantaggio. Hong Kong, attualmente ospita una delle due triadi più potenti in Cina.

La Camorra rientra tra le più potenti mafie dedite alle estorsioni nel mondo. Sono noti per essere molto violenti, estorcere le imprese, in particolare negozi di proprietà straniera. Si occupa anche di droghe e di traffico di persone e armi. La posizione strategica della Campania ha aperto le porte alla loro espansione internazionale nei mercati della droga specialmente in Spagna. Hanno infiltrazioni politiche a livello decentralizzato negli enti locali. La Camorra afferra ogni opportunità per fare affari. Il loro stile criminale è piuttosto unico, gli uomini gestiscono la violenza mentre le donne gestiscono la comunicazione, la contabilità e le connessioni con la politica. Pur mantenendo il loro quartier generale nei sobborghi poveri, sfruttano ancora ricchi quartieri in quasi tutti i paesi Europa, tra cui il Regno Unito e la Germania. Negli ultimi decenni si sono occupati molto di traffico di rifiuti pericolosi. Lo smaltimento illecito dei rifiuti è diventato per la Camorra casalese una vera e propria miniera d’oro, meglio della droga e delle estorsioni. E per tanti anni è stato un business di cui si sono occupati in esclusiva i clan camorristici dei Casalesi.

Da questa breve analisi emerge per noi italiani un dato molto preoccupante e preoccupante. Nella classifica delle prime dieci mafie più potenti e pericolose al mondo ci sono le nostre tre mafie. Questo cosa significa? Per quanto riguarda lo Stato italiano deve riconoscersi oggettivamente che non riesce a infliggere un colpo decisivo alle mafie, a mio giudizio, essenzialmente per una duplice serie di fattori. Il primo riguarda sicuramente la presenza di soggetti affiliati o vicini agli interessi dei clan all’interno delle nostre istituzioni sia nazionali sia, in special modo, locali. Peraltro tale assunto è suffragato anche dalle numerose inchieste giudiziarie che hanno fatto luce su questo fenomeno ma che quasi mai hanno conquistato l’attenzione meritata. Il secondo fattore è certamente tra i più importanti è di valenza culturale. Serve cioè una presa di coscienza di tutti i cittadini affinché la meritocrazia prevalga sulla politica clientelare, sulla dilagante corruzione, terreno fertile per la proliferazione delle nostre mafie che sempre più attraggono soggetti bisognosi di lavoro di protezione. Per combattere la mafia, lo Stato italiano dovrebbe ripensare se stesso da un punto di vista politico, economico, sociale e culturale, riguardo ai suoi vari territori e tra i territori stessi. Una tale riflessione dovrebbe coinvolgere lo Stato ma soprattutto i cittadini (che lo compongono!) e sicuramente avrebbe bisogno di condizioni economiche favorevoli.

VINCENZO MUSACCHIO, giurista e presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise

Lotta alla mafia, perchè sono importanti i testimoni di giustizia

In pochi ricorderanno Joe Valachi, un mafioso statunitense, membro del temutissimo clan dei Genovese che diverrà noto solo negli anni 60 poiché sarà il primo  a parlare pubblicamente della sua stessa organizzazione criminale di fronte alla Commissione Mc Clellan, facendo diventare il nome “Cosa Nostra” un appellativo noto poi a tutti noi. La sua collaborazione con la Giustizia portò addirittura alla creazione di un programma per la protezione dei testimoni negli Stati Uniti, che ancora oggi, con le opportune modifiche,  garantisce sicurezza a coloro che decidono di collaborare con le autorità giudiziarie. I cosiddetti “collaboratori”, in America, accettano di raccontare il funzionamento interno della loro organizzazione criminale e di denunciare gli ex associati in cambio di una riduzione della pena. Le autorità giudiziarie garantiscono loro protezione durante tutta la durata del processo e in tutto il periodo di detenzione. Quando escono dall’istituto di reclusione, oppure, nel caso non siano criminali ma semplici cittadini, i testimoni ricevono una nuova identità, un nuovo alloggio, un percorso professionale e una storia di vita reinventata. La legge americana consente loro di scegliere tre luoghi diversi dove poter vivere. Se non si trova un luogo appropriato negli Stati Uniti, vengono trasferiti all’estero in accordo con le autorità dello Stato straniero. I testimoni possono portare con sé alcuni membri della famiglia, come il partner o i figli. Hanno l’obbligo di interrompere ogni contatto con gli altri familiari e amici, per sempre. All’inizio, le autorità garantiscono loro anche un apporto finanziario (dell’ordine di 60.000 dollari l’anno) e li aiutano a trovare un nuovo impiego. In caso di bisogno possono anche chiedere un adeguato sostegno psicologico. Questa che, di fatto, è una “morte sociale” può essere difficile da gestire. Molti testimoni hanno difficoltà a tagliare completamente i ponti con la loro comunità d’origine e a ricominciare da zero, poiché il testimone deve spesso rinunciare ad ogni tipo di ambizione e a tutto ciò che ha costruito nella zona di sua provenienza. Il sistema oggi è molto più vulnerabile che in passato poiché a rendere più fragile il programma di protezione dei testimoni ci ha pensato la rete internet. Ritrovare qualcuno attraverso le reti sociali e le numerose banche dati online, oggi è diventato un gioco da dilettanti. Negli ultimi anni sono stati perfino creati dei siti internet per denunciare le persone che collaborano con la polizia. A dimostrazione della fragilità del sistema è l’uccisione di Marcello Bruzzese, fratello di un pentito di Ndrangheta freddato nei giorni scorsi a Pesaro. Questo omicidio, sembra sia divenuto realizzabile proprio per l’uso di una carta di credito, riapre uno squarcio su un mondo che finisce col far notizia solo quando le cose vanno drammaticamente storte. Uomini, donne e bambini, affidati alle mani dello Stato, non possono essere considerati fantasmi, regalandoli semplicemente ad una nuova identità e la cui colpa, nella maggior parte dei casi, è di possedere un cognome di matrice criminale ovvero di avere il coraggio di schierarsi dalla parte della legalità. Per lo Stato sono una risorsa di primaria importanza nella lotta al crimine organizzato per cui i problemi da affrontare non sono pochi. In primo luogo la necessità di identificare in maniera univoca la figura del testimone di giustizia, dedicandogli una disciplina autonoma. Non di secondaria importanza sarebbe lo stabilire con chiarezza le condizioni di accesso allo status di testimone, individuando criteri oggettivi di valutazione delle tipologie di soggetti. Per ultimo sarebbe importante provvedere al potenziamento del regime di protezione e al suo buon funzionamento con istituti ad hoc sul modello statunitense. I testimoni di giustizia sono un ingranaggio importantissimo della lotta alle mafie per cui a chi ancora oggi ha l’indecisione se denunciare o meno mi sento di dire che la denuncia è un dovere civile, ma che a tale dovere non può non corrispondere un diritto altrettanto civile che consista nella presenza continua e costante dello Stato che dimostri con i fatti che denunciare conviene perché le istituzioni saranno presenti ed efficaci prima, durante e dopo la testimonianza.

(Vincenzo Musacchio, Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise).-

IL COMMENTO. Perchè scrivere sulla mafia diventa sempre più difficile

Chi scrive sulla mafia, è di solito emarginato e lo fa rischiando in proprio e a volte mettendo a rischio anche i propri familiari. Negli ultimi trent’anni sono stati quindici in Italia i rappresentanti della stampa uccisi dalla mafia. Molti giornalisti sono minacciati, con avvertimenti di ogni tipo che vanno dai pneumatici bucati, a lettere intimidatorie, proiettili e persino incendi di autovetture.

A ciò si aggiungano le “utili” richieste di risarcimento danni e le eventuali diffamazioni che servono da deterrente efficace, tenuto conto della lentezza della giustizia, e della debole difesa di chi scrive di mafia. L’obiettivo dei mafiosi è di sfiancare il libero pensiero e la ricerca della verità. Le mafie vogliono che di loro si parli il meno possibile. Il loro ideale sarebbe il silenzio assoluto. Purtroppo gli strumenti di diffusione della libertà di pensiero disponibili sono pochi e spesso non sono all’altezza della sfida. Gli affari delle mafie in Italia ottengono scarsa attenzione in proporzione ai danni che esse producono all’economia e alla società civile in modo particolare nei confronti della nostra gioventù. Scrivere di mafie, di corruzione è difficile e dispendioso e, sebbene il reale dovere della stampa di riferire su ogni episodio sospetto sia costituzionalmente sancito, nella realtà raccontare la verità e diventato sempre più difficile. Per quanto mi riguarda, diffondo la legalità nelle scuole tra gli studenti di ogni ordine e grado e scrivo di continuo di mafia e di corruzione (oltre mille articoli) e ho più volte subito minacce di morte per la mia attività. Nella mia insistenza contro le mafie e con i miei lavori, opinioni e analisi scientifiche ho più volte affrontato temi scottanti e le conseguenze non si sono fatte attendere: minacce, querele e pressioni di ogni tipo. Ho creduto e credo tuttora nel pensiero di Pippo Fava che con grande lungimiranza aveva più volte affermato che i mafiosi fossero in Parlamento, a volte sono diventati ministri, a volte banchieri, a volte imprenditori di alto livello. Lui sosteneva che i veri mafiosi occupassero i vertici della Nazione. Per il grande giornalista all’epoca questo era un equivoco di fondo, oggi, purtroppo, è una certezza, peraltro, giudizialmente più volte già acclarata.

Il problema della lotta alle mafie oltre ad una reazione sociale forte, a forze dell’ordine e magistratura dotate di mezzi efficaci ha bisogno di una stampa libera e indipendente che faccia da guardiano al potere provando a impedire di portare alla rovina, al decadimento definitivo l’Italia. In una nazione democratica e libera come dovrebbe essere la nostra, il giornalismo deve rappresentare uno degli elementi fondanti della società civile. Lo paragono all’aria che respiriamo, che è sana o inquinata seconda come il giornalista decida di divulgare una notizia e di conseguenza informare i cittadini. Un giornalismo puro e veritiero, per assolvere la sua funzione più intima, a mio giudizio, oggi, dovrebbe impedire lo svilupparsi della corruzione, frenare la criminalità organizzata, controllare e vigilare sulle opere pubbliche fondamentali, reclamare il funzionamento dei servizi sociali, tenere allerta le forze dell’ordine, sollecitare il funzionamento della giustizia, richiamare all’ordine i politici al buon governo e al bene comune. Questa dovrebbe essere l’essenza del vero giornalismo.

Oggi, viceversa, i media hanno perso buona parte dei connotati etici occupandosi ad esempio pochissimo delle infiltrazioni del cancro criminale all’interno della politica, delle istituzioni, dell’imprenditoria e della società civile (Sanità, Università, libere professioni e così via). Le commistioni tra mafie e politica sono in grado oggi di schiacciare la giustizia e la verità perché possiedono e indirizzano giornali e giornalisti e laddove non riescono a esercitare questo potere, sono in grado di influenzare colpendoli economicamente (diniego sovvenzioni, querele, risarcimento danni, processi) i mass media stessi. Motivi questi per i quali occorre denunciare la grande criminalità organizzata: quella che governa e regna nelle istituzioni, che insozza la società civile, che attraverso il clientelismo e il nepotismo impera nelle stanze dei bottoni dei poteri forti.

Ecco perché ripeto ancora una volta che il compito del vero giornalista, libero e indipendente, è semplicemente quello di raccontare la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità. I giornalisti devono svelare i rapporti tra mafia, politica e corruzione evitando i silenzi, i veli omertosi, la poca chiarezza, tutti comportamenti che li rendono complici di questi meccanismi deleteri. Non dimentichiamoci mai che tra le funzioni della stampa vi è anche quella di informare il cittadino affinché possa esercitare consciamente la sua sovranità.


Vincenzo Musacchio, giurista e direttore della Scuola di Legalità
“don Peppe Diana” di Roma e del Molise

Accadde oggi. Il 10 dicembre 1948 la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Un documento da riscoprire

– Per non dimenticare

Le date e la memoria hanno sempre un significato diverso ogni volta che si cerca di ricordarle. Le celebrazioni spesso sono retoriche e in verità non ci ho mai creduto fino in fondo. Quest’anno, invece, sono fermamente convinto che il ricordo debba avere un forte significato. Le nuove generazioni hanno il sacrosanto dovere di sapere che il 10 dicembre del 1948 è stato il punto di partenza di un processo che ha portato alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nata sul sangue dei morti di quella tremenda guerra, la più devastante che il genere umano abbia mai conosciuto.

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Proprio in questi giorni – che non ho timore di definire “bui” – i diritti umani sono sviliti come tanti altri diritti conquistati duramente con le lotte e i sacrifici di chi ci ha preceduto. La democrazia si sta impoverendo e il ruolo del Parlamento è sempre più marginalizzato. Viviamo in un mondo ingiusto in cui si riconoscono i diritti dei forti e non quelli dei deboli. Gli equilibri sociali sono minacciati dalla disuguaglianza e non è pensabile che possa reggere una società in cui le disparità sono così marcate. Basta vedere al dramma della guerra in molte parti del mondo. Il divario tra ricchi e poveri che si è così allargato da mettere in grave pericolo la pace. In questo contesto non posso non ricordare la figura di uno dei miei maestri: Giuliano Vassalli.

La tutela dei diritti umani nasceva dal suo progetto politico, semplice e ricco di suggestioni: “Pane, libertà, pace”. “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione”. E’ questo l’articolo più suggestivo e pieno di significato, purtroppo attualissimo ancora oggi. A testimonianza della duratura universalità dei valori che l’hanno ispirata, rilevanti nel 1948 come oggi, la Dichiarazione mantiene intatto il suo carattere di modernità. Mi rivolgo soprattutto ai giovani per ricordare loro come a tutti noi che il rispetto per la dignità umana e la promozione dei principi di uguaglianza e giustizia costituiscono i pilastri di una società giusta, capace di rispettare le differenze e di valorizzare il contributo che ciascuno offre al bene comune.

Violenze, abusi e discriminazioni sono all’ordine del giorno nei confronti dei più deboli e delle minoranze etniche o religiose di conseguenza non tutti gli individui (donne e bambini i più colpiti) hanno stesso accesso ai diritti umani e questo deve farci riflettere e non poco. Se la Dichiarazione a settant’anni dalla sua nascita resta ancora per gran parte inapplicata è certamente colpa degli Stati ma è anche colpa nostra. Occorrerà aprire una nuova fase nella storia dei diritti umani e della loro realizzazione: saremo in grado di farlo?

(Vincenzo Musacchio, giurista).

IL COMMENTO. La morte di Stefano Cucchi, vergogna della democrazia

Nove anni di omissioni, depistaggi, silenzi e menzogne, sul caso Stefano Cucchi non sono accettabili in uno Stato di diritto. Come può accadere un simile “obbrobrio” per un tempo così lungo senza che nessuno accertasse la verità? Come si possono coprire i colpevoli e nascondere la verità, in barba alle regole giuridiche e morali che dovrebbero presidiare una democrazia evoluta come la nostra?

L’Arma dei carabinieri non è una loggia massonica, ma una forza di polizia a presidio della democrazia e a servizio della comunità. La morte di Cucchi fosse anche il peggior drogato di tutta Roma è e resta la morte di un essere umano e in quanto tale la sua vita è sacra. Per me che credo in una giustizia che non perda mai il valore della dignità dell’uomo, l’uso della violenza (fisica e psichica), soprattutto quando la adopera chi veste una divisa dello Stato è la negazione dello Stato di diritto. Qualsiasi delinquente resta sempre un essere umano che in quanto tale è da rispettare sempre e comunque.

Il giovane Stefano Cucchi è morto in un modo agghiacciante e a me poco interessa se fosse già malato, affamato, abbandonato.

Lo Stato in cui credo io quello fondato sulla Costituzione più bella del mondo doveva averne cura, come per tutti i deboli, nel corpo e nella psiche. Uno Stato democratico e con esso il suo sistema penale non può rinunciare a una funzione garantista sostanziale, cosa che attualmente può essere realizzata positivizzando nella legalità formale le istanze personalistiche e solidaristiche espresse dalla nostra Costituzione.

Nella visione unitaria della nostra Carta, infatti, l’essere umano è inscindibilmente connesso alla concezione del diritto penale come strumento di difesa dei valori e di propulsione per la realizzazione delle finalità da essa espressi. In barba a tutto ciò Cucchi è stato picchiato selvaggiamente e l’evidenza è stata nascosta, coprendo i colpevoli. Se vogliamo ridare credibilità e salvare l’onore dell’Arma, i colpevoli dovranno pagare e dovrà pagare anche chi è stato zitto, o indifferente, poiché anche la complicità è una condotta altamente disonorevole. Quando il carabiniere Francesco Tedesco, uno dei tre imputati a processo per la morte di Cucchi, rompe l’omertà e dice, dopo nove anni, che sì, Stefano è stato gettato a terra e preso a calci in faccia e sul resto del corpo dagli altri due colleghi oltre a rendere giustizia a se stesso e al povero Stefano riabilita anche lo Stato che fino ad allora marciva nei silenzi colpevoli, nelle coperture inquietanti e nelle minacce di alcuni dei suoi rappresentanti.

(Vincenzo Musacchio,

Giurista e direttore scientifico della Scuola di Legalità

 “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

Ecco come si può sconfiggere la piaga del caporalato

Non vi è il minimo dubbio che il caporalato sia una violazione grave e ripetuta alla nostra Carta Costituzionale e la negazione della dignità dell’uomo che uno Stato come in nostro non può non porre al centro delle sue regole e dei suoi valori come oggetto di tutela.  E’ inutile negarlo, il caporalato è una forma di schiavitù. Il nostro paese da nord a sud ha registrato il ritorno e l’espansione di questa forma d’intermediazione che il progresso sembrava potesse superare. Tale metodo d’ingaggio di manodopera è tornato prepotente negli ultimi vent’anni in forme particolarmente aggressive. Partendo dalla base della piramide della schiavitù, si può affermare che il caporalato annienta, in primis, la vita e la dignità dei braccianti stranieri immigrati. Questi disperati si trovano in una situazione vulnerabile e ciò permette al caporale di “appropriarsi” della vita di questi esseri umani. Il caporale, purtroppo, per questi immigrati appare come il benefattore, è il garante dell’accesso al mercato del lavoro. E’ l’unica loro ancóra di salvezza per soddisfare le loro minime esigenze di vita. Il caporale offre servizi fondamentali anche alle aziende agricole. Ironia della sorte, i caporali rappresentano oggi l’unica modalità possibile per fornire tali servizi. Ad onore di verità dobbiamo dire che un ruolo importante nella crescita di questo fenomeno criminale lo riveste anche la grande distribuzione che, soprattutto in determinati comparti, come il pomodoro da industria, stabilisce il prezzo prima della stagione di raccolta, mediante il cosiddetto meccanismo delle aste online con doppia gara al ribasso. Le grandi catene di distribuzione dettano tutti gli standard di produzione come qualità e quantità e questi ultimi si scaricano poi sull’azienda agricola e sul bracciante. Personalmente penso che un rimedio a questa nuova schiavitù possa provenire in gran parte dalla grande distribuzione che, di fatto, è il principale attore di tutto il sistema. Il caporalato rende possibile il sistema, fa sì che niente cambi. Il potere economico e finanziario di questo sistema è tutto nelle mani delle grandi catene di distribuzione. Se non si cambia questo meccanismo perverso è difficilissimo lottare contro il caporalato. Se vogliamo prevenire e reprimere questo odioso fenomeno criminale dobbiamo analizzare la filiera nel suo complesso. Il che non è difficile, poiché da un lato, abbiamo i nuovi schiavi, dall’altro, gli sfruttatori, cioè, grandi aziende di trasformazione e catene della distribuzione. Sono i secondi a determinare le sorti dei primi. Ovviamente la lotta al caporalato non si compie soltanto attraverso le denunce, fondamentali ma non sufficienti a estirpare il fenomeno. La lotta avviene ogni giorno, creando alternative serie e legali, offrendo loro un lavoro regolare, documenti regolari e una vita dignitosa. Se non vogliamo continuare a essere ipocriti dobbiamo dare a queste persone la possibilità di vivere in maniera dignitosa, fornendo loro assistenza legale, percorsi formativi e momenti di comunità, in cui poter parlare delle proprie difficoltà e non relegarli nel più assoluto isolamento. Penso che l’idea di comunità, di gruppo, di collettività, sia la strada che potrà salvarci da situazioni che a volte ci sembrano immutabili. Un bellissimo proverbio africano recita così: “Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante”. Di conseguenza sono convinto che un insieme di persone che condivide un obiettivo comune possa raggiungere risultati a volte impensabili.

VINCENZO MUSACCHIO

DIRETTORE DELLA SCUOLA DI LEGALITÀ

DON PEPPE DIANA” DI ROMA E DEL MOLISE

L’indifferenza sociale nutre le mafie e la corruzione

Stiamo vivendo in una società sempre più frenetica ed egoistica, dove l’essere umano pensa ad arrivare sempre primo senza mai considerare l’altro, i rapporti interpersonali, l’importanza del valore dell’amicizia e della solidarietà.

Manca quel sentirsi parte di un unico progetto che è la “vita insieme” fatta di condivisione e di amor proprio. Negli anni mi sono convinto che a molte persone mancano questi valori che appartengono – com’era solito dire Peppino Impastato – alla bellezza del genere umano. Se vogliamo crescere e lottare i grandi mali che opprimono il nostro Paese, dobbiamo lavorare (famiglie, scuola, società civile), rivalutando i grandi valori solidaristici, poiché ne abbiamo bisogno in un’epoca sempre più tecnologica e sempre più chiusa in se stessa. L’egoismo e l’individualismo sfrenato prevalgono sulla solidarietà e sul bene comune.

I giovani, che sono i più fragili vivono in una senza valori, senza obiettivi, con un futuro incerto dove i più meritevoli restano indietro. Occorre riflettere su dove stiamo andando e sul male sociale che ci sta divorando causato dalla troppa indifferenza delle persone. La famiglia, la scuola, la società civile, il mondo cattolico devono svegliarsi dal torpore che li anestetizza e devono riappropriarsi dei valori solidaristici e del bene comune riproponendo quella speranza per una società migliore che si era accesa ai tempi di Falcone e Borsellino. Ogni “buon cristiano” – non intendo quelli da salotto – deve tornare a dar voce a chi non può esprimerla e difendere i cittadini più deboli ed emarginati dai soprusi, dal silenzio e dal disinteresse generale.

Sono convinto che se vogliamo lottare qualsiasi sopruso occorre tornare a essere protagonisti del nostro futuro e non semplici spettatori totalmente passivi e indifferenti a tutto e a tutti. Siamo una Nazione malata di delega ad altri: parlare, guardare e non agire! L’indifferenza e l’immobilismo nutrono la corruzione e le mafie. Ognuno di noi dovrà fare la propria parte e il non agire (ancora) vorrà dire rinunciare alle proprie libertà.

 

 (Vincenzo Musacchio, giurista, presidente dell’Osservatorio Regionale Antimafia del Molise e direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise).

I mafiosi scarcerati a Palermo e i mali della giustizia italiana

 Una delle poche guarentigie che, a mio giudizio, sono rimaste in un Paese “sfasciato” come il nostro, è il fatto di vivere ancora in uno Stato di diritto. Piaccia o no purtroppo, le regole sono queste e vanno rispettate e applicate a tutti indistintamente: boss, corruttori, evasori e rapinatori. Se si gioca una partita a calcio, il fallo in area determina il rigore per entrambe le squadre e non per una si a l’altra no. Ecco perché non mi stupisce che i boss che lasceranno in questi giorni il carcere lo faranno nel rispetto delle regole. Premesso questo, però occorre domandarsi: quali sono gli effetti di tale discrasia e perché questo accade? Gli effetti sono devastanti, basti pensare a chi ha denunciato e rischia di vedersi sotto casa il boss mafioso che invece dovrebbe stare in carcere.

Sul perché questo accade, le motivazioni sono molteplici. In Italia in questo momento le regole o mancano o sono inadeguate, di conseguenza, la giustizia non procede come sarebbe auspicabile. Affinché la giustizia funzioni, è necessario che sussistano mezzi adeguati (più magistrati, più personale amministrativo, informatizzazione seria). A tali necessità non è data priorità da parte dello Stato. Ora, purtroppo, i quattordici mafiosi, prossimamente liberi, avranno tempo e modo di dimostrare di essere potenti e in grado di bypassare la legge. Chi invece ha denunciato assistendo alla loro scarcerazione sarà fortemente sfiduciato e creerà sfiducia nei potenziali nuovi denuncianti.

Al netto della certezza che ciò accadrà a volte, mi chiedo se non sia arrivato il momento di mettere mano a nuove leggi più efficaci e più stringenti in settori quali quelli del crimine organizzato, della corruzione e dell’evasione fiscale solo per citarne alcuni.  Mi viene in mente ciò che, tempo fa, un addetto ai lavori mi disse: raramente un mafioso cambia stile di vita. Se vogliamo porre rimedio a tali aberrazioni, è improrogabile affrontare una seria riforma della giustizia e nuove leggi realmente efficaci nella lotta alla dilagante criminalità che ammanta il nostro Paese.

La lotta alla corruzione anche con le sanzioni sociali

Nelle politiche di prevenzione e di repressione della corruzione occorrerebbe inserire anche una nuova tipologia sanzionatoria: “la sanzione sociale”. Ma cos’è realmente una sanzione sociale? E’ una sanzione esterna all’ordinamento giuridico imposta solitamente da un gruppo sociale organizzato in risposta ad una violazione di una norma sociale, cioè di una regola che rende più semplice il vivere in una società civile. Le norme sociali riguardano dunque la civile convivenza e la violazione di queste norme dovrebbe prevedere una efficace reazione sociale. In Italia, purtroppo, non tutti contrastano la corruzione. La risposta sociale a questo fenomeno criminale è molto blanda. I cittadini, sempre più spesso non la combattono attivamente, la tollerano, o peggio la giustificano diventando in non pochi casi corresponsabili. Nell’epoca di “Mani Pulite” si sosteneva l’idea che le tangenti fossero necessarie e che servivano come contributi elettorali, frequenti in molti Paesi europei ed extraeuropei. L’Italia e i cittadini italiani hanno sorvolato molte volte sul modo in cui un politico si è finanziato, oppure, quando a corrompere erano persone potenti (politici, imprenditori, amministratori locali). Sono convinto della assoluta necessità della sanzione sociale in quanto sarebbe, tra le sanzioni irrogabili, la più democratica delle pene, perché amministrata da ciascuno di noi cittadini. Per essere efficace, però, la sanzione sociale deve essere voluta e applicata dalla maggioranza della popolazione. Non solo chi corrompe, ma anche chi giustifica la corruzione dovrebbe subire questo tipo di sanzione. Quali le modalità di estrinsecazione della sanzione sociale? Una modalità potrebbe essere quella di rendere pubbliche le foto dei condannati per delitti di corruzione che di fatto sono persone socialmente pericolosi specie se recidivi. Certamente con tale modalità non sarebbe più considerata “furbizia” corrompere ed essere corrotti. Non può essere considerato socialmente accettabile che chi ha uno stile di vita di buon livello frutto di corruzione non abbia poi una adeguata sanzione sociale e non sia tollerato da chi è onesto e contribuisce in maniera adeguata al bene comune. E’ vero che in Italia c’è  un enorme problema di corruzione ma se si volesse la società civile dispone di strumenti potenzialmente incisivi per contrastare questo fenomeno: la sanzione sociale è uno di questi! Quello che però mi sembra importante ricordare è che finalmente si inizi ad osservare un diverso atteggiamento generalizzato nei confronti della corruzione che è, probabilmente, la chiave per ricondurre il fenomeno a livelli accettabili.

Vincenzo Musacchio – Giurista e Direttore scientifico

della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

LA LETTERA DI NATALE. Carissimi giovani, ecco quello che mi avete insegnato…

Carissimi ragazzi, negli ultimi venticinque anni della mia vita sono stato nelle aule scolastiche di quasi tutte le regioni d’Italia, dalle Alpi alla mia amatissima Sicilia. Guidato dal mio maestro Antonino Caponnetto, ho accettato, pervaso da non pochi dubbi, l’invito, che mi proveniva dai vostri docenti, ma soprattutto, direttamente da voi. Sono venuto e continuerò a venire nelle vostre scuole per parlarvi di legalità, di mafie, di corruzione, di terrorismo e di tantissimi altri argomenti. Ho sempre avuto il timore che la pochissima differenza di età tra me e voi potesse essere un ostacolo ai nostri confronti.

Mi avete, invece, dimostrato il contrario, ascoltandomi in religioso silenzio e al contempo insegnandomi tantissimo. Ricordo che in Università le lezioni duravano per una o due ore ma trascorrevano come fossero pochi minuti sempre ricche di dibattiti e di confronti. Non potrò mai dimenticare l’espressione attenta e assorta dei vostri volti e le lettere che mi avete scritto dopo i nostri incontri. Le custodisco meticolosamente nei cassetti della mia libreria e, ogni volta che ne leggo qualcuna, mi rendo conto che il rapporto con voi è sempre indimenticabile e straordinario.

Grazie ai nostri incontri ho potuto portare nei vostri cuori e nelle vostre menti, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pippo Fava, Peppino Impastato, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e tantissimi altri uomini che per la legalità hanno donato la loro vita. Per il tempo in cui sono con voi mi sento come se stessi vivendo ogni volta il momento più intenso e più bello della vita. Sento forte il dovere morale di starvi accanto mettendo a vostra disposizione la mia modestissima esperienza nel ricordo delle mie fortunate passate esperienze. Conosco e giustifico la vostra  sfiducia nel far fronte a problemi che sono superiori alle vostre possibilità tuttavia vi esorto a reagire e lottare per i vostri diritti e per i vostri ideali. Non mi stancherò mai di ripetervi che il vostro primo dovere è la consapevolezza di voi stessi e del mondo che vi circonda. Ricercate sempre la verità e lottate affinché essa prevalga sulle ingiustizie.

La vita è una esperienza unica, irripetibile e straordinaria che va vissuta in profondità traendo anche dalle personalità di cui vi parlo sempre gli spunti per vivere, per lottare e per vincere le difficoltà di ogni giorno. Ho cercato sempre di affrontare la vita con entusiasmo e fiducia nel prossimo, anche se devo confessarvi che questa fiducia è stata messa, tantissime volte, a dura prova. Nonostante ciò continuo nel mio cammino. Oggi purtroppo assistiamo ad un mondo dove l’odio è sempre più forte e dove il denaro regna sovrano su tutto e su tutti. In nome di un pezzo di carta si uccidono bambini innocenti e milioni di uomini e donne. La nostra Nazione è sempre più pervasa da mafie, corruzione ed evasione fiscale. Antonino Caponnetto, per rincuorarmi in qualche mio momento di sconforto, mi diceva spesso: “quando alzi gli occhi e guardi il cielo pensa che devi impegnarti ancora una volta verso il bene e contro il male, mantenendo intatta la tua fede nel prossimo”.

E questo chiedo a voi carissimi ragazzi: un atteggiamento ottimista e volitivo che sono certo vi aiuterà in tutti i momenti difficili della vostra vita. Siete la nostra ultima speranza per un mondo migliore e per questo avete l’obbligo di impegnarvi con pervicacia nell’affrontare le prove che la vita vi sottoporrà. Vi ho sempre ricordato il motto di don Lorenzo Milani: “Io mi impegno”, questo perché sono sempre stato sicuro che l’impegno individuale sia lo  stimolo più potente che permette di superare anche gli ostacoli più difficili. Carissimi ragazzi, vivete la vostra esistenza partecipando attivamente e non assistendo passivamente agli eventi che accadono intorno a voi. Impegnatevi con forza, abbiate fiducia in voi stessi e ispiratevi agli esempi positivi che fortunatamente abbiamo nella nostra amata Italia. Vi sono accanto e vi voglio bene tutti. A nome della Scuola di Legalità che dirigo e nel ricordo di don Giuseppe Diana vi auguro un buon Natale e un sereno e proficuo nuovo anno.

 

IL COMMENTO. Salviamo Aleppo dal nuovo nazismo e dall’indifferenze

Sono passati ventuno anni dalla carneficina di Srebrenica. Era l’11 luglio 1995 e in televisione assistemmo solo ad alcune immagini di quello che è passato alla storia come il più feroce massacro in Europa dai tempi del nazismo di Hitler. A rivelare quel genocidio furono delle macchie chiare rilevate dai satelliti spaziali sulla superficie della Bosnia. Erano le tracce delle fosse comuni scavate in profondità dagli escavatori poche ore prima delle esecuzioni di massa.

A rivelare i massacri di Aleppo è invece un nuovo genere di comunicazione: il social network. Personale medico e infermieristico, giornalisti, volontari, semplici cittadini, confermano che non verranno risparmiati dalle truppe di Assad poiché il solo fatto di appartenere al personale medico, e quindi curare sia civili che combattenti,  è considerato un atto di terrorismo. C’è un’immagine che racconta meglio di tante parole l’orrore in atto in Siria: il bambino di cinque anni, seduto su un’ambulanza dopo essere stato estratto vivo dalle macerie di un palazzo colpito da un bombardamento ad Aleppo, che guarda davanti a sé con occhi terrorizzati, il volto sporco di sangue, ricoperto dalla testa ai piedi di polvere. Secondo l’Unicef, oltre un milione e mezzo di persone ad Aleppo e dintorni sono costrette a ricorrere a mezzi di fortuna per approvvigionarsi d’acqua.

In questi anni sono stati scavati molti pozzi di fortuna, ma l’acqua prelevata spesso è inquinata e in città aumentano costantemente i casi di malattie altamente infettive quali tifo e di salmonella. Ciò che mi colpisce oltre misura è la strage di bambini. Negli ultimi dieci giorni, nella parte ovest di Aleppo ne sono morti più di cento e oltre duecento sono feriti, alcuni dei quali molto gravi. Vittime di bombardamenti o di spietati cecchini, ma anche della fame, dalla sete e della mancanza dei medicinali. Molti di loro sono usati anche come kamikaze. Se solo gli aiuti umanitari potessero raggiungere la parte est della città, questi poveri innocenti potrebbero essere salvati. Non ho parole per descrivere le sofferenze di questi bambini: ma che umanità è questa? Siamo di fronte ad un genocidio di bambini! Questi sono crimini di guerra della peggior specie! Non ho timore nello scriverlo con gran forza!

Mi vergogno quasi a scrivere questo articolo perché probabilmente non smuoverà gli animi totalmente ammantati da una indifferenza spaventosamente agghiacciante. Eppure le ragioni per indignarsi non mancano. Cosa possiamo fare noi comuni cittadini? In primis non essere indifferenti e provare a pressare i politici affinché scelgano la strada del buon senso e della pace. Se vogliamo uscire da questo incubo cominciamo col mettere al bando la nostra indifferenza perché tutti nel nostro piccolo siamo colpevoli e quando a Natale festeggeremo con le nostre famiglie perlomeno doniamo un pensiero per chi soffre ingiustamente.

Mafia: la tratta degli organi umani, il nuovo business degli orrori

Le mafie si adattano sempre di più alle nuove realtà che caratterizzano la società contemporanea. Il loro istinto camaleontico le ha portate verso un nuovo business: la tratta di esseri umani finalizzata all’espianto di organi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma, con dati alla mano, che circa il 10% dei reni trapiantati ogni anno nel mondo proviene dal commercio illegale. Sono tanti i Paesi coinvolti in questo terribile affare, in primis, le mafie italiane.

Tenuto conto che la domanda sia in forte crescita, il settore in questione promette ingenti guadagni con rischi minimi. Le organizzazioni criminali sono ormai sempre più specializzate e altamente competitive. Sono coinvolti adescatori, trafficanti, mediatori e colletti bianchi della pubblica amministrazione e delle cliniche mediche dei paesi ricchi. Ancora più drammatico è il quadro dal punto di vista delle vittime che riportano conseguenze terribili, se sopravvivono. Si tratta di persone estremamente povere, vulnerabili e sfruttate. Gente disperata che oltre a riportare seri danni alla salute e traumi psicologici inimmaginabili, è ingannata dal miraggio di una vita più “umana” che purtroppo non avrà mai. Un terzo dei minori non accompagnati che arriva in Italia sui barconi scompare dai controlli istituzionali entro pochi giorni dallo sbarco.

Che fine fanno? L’ombra delle mafie si allunga su migliaia di bambini e ragazzi e il pericolo del traffico d’organi è concreto. I dati ufficiali visibili nel sito istituzionale del Ministero dell’Interno parlano di 5.899 minori registrati in Italia al 31 marzo di quest’anno, di cui circa 2.000 già irreperibili. Si stima che almeno un terzo dei minori scompaia nel nulla entro le prime settimane dall’arrivo. Il traffico di esseri umani viene collocato al terzo posto tra gli affari illegali delle mafie con una stima di oltre 35 miliardi di euro, dopo droga e armi. Un affare così lucroso coinvolge purtroppo tanti complici tra i quali anche il silenzio colposo dei cittadini. Di fronte a tutto questo non possiamo continuare a restare in silenzio. Una vera democrazia, un vero Stato di diritto di matrice solidaristico sociale, dopo aver firmato la Convenzione europea contro il traffico di organi umani cosa aspetta a ratificarla? Cominciamo tutti a domandarci con immedesimazione:

Chi fa sparire questi fanciulli? Chi li violenta e li sfrutta? Chi li viviseziona espiantandone gli organi? Come possiamo ancora tollerare questo orrore? I minori non accompagnati non sono “figli di nessuno”: cosa faremmo se si trattasse dei nostri figli? La condizione dei “minori non accompagnati” resta attualmente una delle più grandi piaghe che sta affliggendo la nostra società sempre più insensibile e indifferente. Pensare che interagire con i bambini è così semplice: quando ti prendono per mano, hanno già scelto di fidarsi di te.

Violenza sulle donne, primo cambiare mentalita

Il femminicidio è un delitto di fortissimo allarme sociale. Ha la stessa valenza dirompente di molti altri delitti ritenuti dal codice penale più gravi. Esso incide culturalmente e socialmente. In questi anni, se pur si è intravisto un minimo sforzo da parte della Stato nel combattere il fenomeno, personalmente noto la mancanza di quel tanto in più che dovrebbe compiere il Paese per debellare i delitti di violenza contro le donne. I giornali riportano notizie di donne uccise ogni giorno, eppure il fenomeno ci appare normale. Purtroppo, devo constatare che non c’è una coscienza culturale, sociale e politica su questi fenomeni così aberranti. La donna vittima di violenze si trova quasi sempre sola e isolata.

Sono convinto, per esperienza di ricerca e studio sul campo, che molti dei delitti commessi nel quotidiano restino impuniti. Eppure, a voler vedere anche laddove non si vede sarebbe possibile. Esistono alcuni comportamenti sintomatologici che sono, ad esempio, i maltrattamenti in famiglia e nei contesti lavorativi, le molestie, l’omesso versamento dell’assegno di mantenimento come ricatto economico e come assenza di riconoscimento della figura genitoriale dell’altro, gli insulti sessisti e tanti altri comportamenti di natura oppressiva. Un dato inaccettabile e gravissimo che va denunciato con forza è che quasi l’80% delle vittime di violenza ha denunciato almeno una volta in suo aggressore! Come si fa dunque a uscire da questa oscurità? Credo soltanto acquisendo la consapevolezza della enorme gravità di tali delitti. Occorre vincere l’attuale immobilismo che direttamente o indirettamente ci rende tutti complici di una strage silenziosa ma quotidiana.

IL COMMENTO. Perchè voto No: “Evitiamo una ferita costituzionale”

Vorrei precisare ulteriormente perché voto NO dopo averlo già fatto più volte. Il punto da cui vorrei partire è che la Carta Costituzionale non sia intoccabile. Ho sempre insegnato ai miei studenti che la stessa può essere migliorata partendo dal fatto che in massima parte debba ancora essere attuata. Il mio interrogativo categorico sul cambiamento è: cambiare per andare dove? Per fare cosa? Con grande onestà intellettuale e scientifica devo evidenziare che tutte le riforme costituzionali di questi settant’anni non l’hanno quasi mai migliorata anzi in gran parte l’hanno peggiorata. Ovviamente questa è soltanto la mia opinione. Se fosse per me, tornerei alla bozza del 1946, ma forse sono troppo attaccato ai ricordi e alle radici della nostra Repubblica. Ricordo a chi ha poca memoria che il disegno di legge per la riforma costituzionale annovera tra i suoi autori Boschi-Berlusconi-Verdini. Era il 25 aprile del 2014 e già allora scrissi su un quotidiano nazionale che questa riforma fosse inaccettabile. In pochi prestarono attenzione alle critiche mosse. Quasi tutti i costituzionalisti però già convenivano sul fatto che fosse una riforma inadeguata e scritta male.

Voglio rimarcare con grande vigore che allora tra coloro che erano contro questa riforma non c’erano i partiti e i loro leaders (Brunetta, Salvini, Casa Pound, De Mita, D’Alema e così via) oggi strumentalizzati ed utilizzati da chi si schiera con una riforma astrusa, caotica e pericolosa. A me non interessa chi compone il fronte del NO e neanche cosa accadrà dopo il referendum, a me importa scongiurare una ferita alla Costituzione che potrebbe aprire strade pericolose per gli equilibri fragili della democrazia. Si dice: con il No cacciamo Renzi. A me non interessa questo discorso, il concetto in tal contesto è semplice: i cittadini potranno scegliere chi li governa quando potranno votare una persona, una coalizione e un programma. Questa è la democrazia che a me pare cominci a latitare in questo Paese. In questo contesto mi chiedo cosa c’entri il referendum, che non decide chi ci governerà, ma solo se la Costituzione sarà modificata o meno? Chi ha personalizzato all’ennesima potenza questo referendum?

Altro assurdo, sia logico che reale, è che il Si sia progressista e il No conservatore. Valuti il lettore sulla base di fatti: Con il NO, sui fatti e non per opportunismo, ci sono i Partigiani dell’Anpi, la Fiom, la Cgil, gran parte dei magistrati, quasi tutti gli ex presidenti della Corte Costituzionale, quasi tutti i costituzionalisti, la maggior parte dei giovani. Con il SI c’è la Fiat di Marchionne e Elkann, Confindustria, Jp Morgan, le banche, il governo tedesco, quello americano, le lobbie europee e internazionali. E il NO sarebbe conservatore? Il grande Totò avrebbe detto: “Ma mi faccia il piacere”. A dirla tutta a me sembra che lo scopo recondito di questa riforma sia quello di depotenziare tutti i poteri di controllo sul governo, per accentrarli attorno ad un uomo solo. Io voterò NO perché voglio poter scegliere chi delegare a rappresentarmi in Parlamento, per evitare che una ciurmaglia di consiglieri regionali e sindaci inquisiti invadano il Senato coperti da immunità, per conservare i contrappesi della democrazia liberale fondata sulla sovranità e la partecipazione popolare. Ultima precisazione: non ho rancori né bramosie politiche e con gli amici del SI vado tranquillamente a cena poiché provengo da una cultura politica dove le lotte erano dure ma poi l’amicizia (una volta ci si chiamava compagno) e la fratellanza prevalevano su tutto. Buon voto a tutti! IO VOTO NO !

IL COMMENTO. Combattiamo la corruzione usando gli stessi strumenti che abbiamo contro le mafie

Nello squarciare il velo che cela il sistema della corruzione nel nostro Paese, si arriva a scoprire spesso che essa nasce e prospera perché è tollerata dallo Stato ed è trasformata da lobbies finanziarie e politiche raffinatissime in “sistema endemico”. Le menti che siedono nei consigli di amministrazione, in Parlamento, nelle cabine di comando di molteplici istituzioni, sono al vertice di questa piramide di potere che ha tra i suoi gerarchi, politici, imprenditori e, non di rado, mafiosi. Se oggi la corruzione esiste, è perché lo Stato e le lobbies che governano il sistema economico, mantengono una situazione di prolungata ed esasperante tolleranza. Il seme della corruzione è all’interno del sistema politico ed economico ma, purtroppo, anche nella società civile. Per questo, la lotta alla corruzione senza l’uso di mezzi realmente efficaci, è inutile e addirittura “controproducente” giacché il sistema è concepito in modo che colpito un capo, viene automaticamente creato un altro, che avrà a disposizione un nuovo esercito. La prova del mio assunto sta nei fatti: dopo “Mani Pulite” i livelli di corruzione sono notevolmente aumentati e questo è sicuramente il sintomo di una mancanza di strumenti di lotta efficaci (intendo sia strumenti di prevenzione che di repressione). A ciò si aggiunga un ordinamento giuridico che inevitabilmente blocca chiunque intenda arrivare alle menti del sistema di corruzione italiano. La società civile “sana” e quella avvezza alla corruzione, sono così connesse da dipendere spesso l’una dall’altra. Possiamo lottare la corruzione e riuscire, tuttavia, solo a curare un effetto temporaneo, ma tantissime altre persone continueranno a corrompere ed essere corrotte e così ci s’illuderà di aver risolto un problema, mentre ne emergerà un altro ben più grande. Lo Stato potenzialmente ha tutti gli elementi per vincere questa lotta, ma se non riesce, è perché il suo sistema di contrasto è studiato in modo che chiunque cerchi di scardinare la piramide criminale, cade nel silenzio, a volte eterno. La corruzione è proprio come un cancro: silenzioso ma al tempo stesso letale. Ricordiamoci che siamo anche noi la corruzione perché chiunque di noi la pratica e la accetta, a volte, per semplice istinto di sopravvivenza. Si convive con la corruzione perché è nello Stato, ma non dimentichiamoci che siamo noi lo Stato. Allora come poterne venire fuori? Io trasporterei l’ideologia della lotta alle mafie nel campo della corruzione. Utilizzerei, ad esempio, il sistema del doppio binario: premiale e punitivo. Premierei il corruttore e punirei con il massimo della pena il corrotto (specie se funzionario pubblico o politico). Non c’è nulla di nuovo: è lo stesso sistema che Giovanni Falcone applicava ai mafiosi pentiti. Si deve avere il coraggio di “premiare” con la non punibilità (o con la punibilità affievolita al massimo) chi ha pagato una mazzetta. Qualsiasi politico o pubblico ufficiale corrotto deve temere di avere davanti a sé un potenziale delatore. Questo è uno dei sistemi che con alta probabilità disincentiverebbe il fenomeno. Il sistema è già stato collaudato ed ha funzionato piuttosto bene in materia di lotta al crimine organizzato e al terrorismo. Tentar non nuoce: basta volerlo!

IL COMMENTO. Come si difende la libertà di pensiero e di parola

Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con le parole, lo scritto e ogni mezzo di diffusione”. Uno dei più importanti articoli della nostra Carta Costituzionale che purtroppo come tanti altri resta una enunciazione formale più che una realizzazione sostanziale. Il diritto alla informazione, il diritto a diffondere liberamente le proprie idee è, in definitiva, come tutte le libertà suffragate nelle Costituzioni democratiche, il frutto precario di una proclamazione soltanto apparente. Nella realtà, oggi più che mai, i canali di informazione sono monopolizzati e lottizzati dal potere costituito.

L’informazione e la libertà di pensiero si sono “economizzate” diventando un prodotto piuttosto che un diritto e una libertà assoluta. C’è un mercato, l’informazione è il prodotto e se questo prodotto vende, tu vivi, altrimenti, muori. Questa è una gravissima aberrazione che a mio avviso non può appartenere ad una democrazia evoluta come la nostra. Il mercato dell’informazione spesso è fittizio e ristretto con regole troppo antidemocratiche. Domina la pubblicità, poi ci sono i finanziamenti diretti e indiretti che premiano largamente soltanto i grandi giornali ed infine l’economia domina sui contenuti. Prevale il potere costituito, anziché il diritto ad esprimere le proprie idee. Si decide a priori chi pubblica e chi no. L’informazione nel mondo dei media diventa un mezzo esclusivistico tra i più potenti strumenti attraverso i quali si condizionano i comportamenti, le idee del popolo e spesso anche la stessa vita: ecco perché le classi dominanti, impegnate a rendere permanente la propria egemonia tendono ad assicurarsene il monopolio.

Per esser più chiari, domina nell’informazione chi domina nei rapporti economici, politici e sociali. Del resto, si guardi a cosa sta accadendo sul piano politico istituzionale oggi. Si sta regredendo al governo oligarchico, attraverso una legge elettorale e modifiche costituzionali il cui obiettivo, a mio avviso, è quello di concentrare tutto il potere nelle mani dell’esecutivo da parte di una minoranza che riassume in sé la facoltà di rendere ininfluente il Parlamento, di nominare il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura e dominare quei poteri che la Carta vorrebbe indipendenti, in una Repubblica che muta rapidamente il suo carattere in senso e forma presidenziali. Ecco perché anche il tratto culturale e politico che contraddistinguerà l’informazione sarà sempre più uniformato al potere costituito. Qualche spazio rimane nella rete, anch’essa, tuttavia, al centro di un attacco da parte della classe dirigente. Il futuro che si prospetta mi pare notevolmente oscuro.

Anti-riciclaggio, segnalare non sarà più un obbligo per gli enti pubblici?

A quanto è dato leggere in alcuni giornali economici nazionali, sarebbe stata presentata una bozza da parte del Ministero dell’Economia per modificare il decreto legislativo n. 231/2001. In base a tali modificazioni da dicembre gli enti pubblici non dovrebbero avere più l’obbligo di comunicare le operazioni sospette. Una modifica a nostro giudizio inconcepibile perché inciderà fortemente sulle emergenze del nostro Paese: la lotta al riciclaggio, alla criminalità organizzata, alla corruzione, all’evasione fiscale e al terrorismo. La legislazione vigente stabilisce che ogni pubblica amministrazione è tenuta a individuare un soggetto “gestore” delle segnalazioni antiriciclaggio (che può coincidere con il responsabile anticorruzione), implementare un sistema che garantisca la segretezza delle segnalazioni, definire procedure interne, formare i propri dipendenti.

Tutto questo è ciò che, sinteticamente, dispone il decreto del Ministero dell’Interno del 25 settembre 2015, adottato su proposta dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) presso la Banca d’Italia, di concerto con l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC). Con lo stesso decreto, inoltre, al fine di ridurre i margini di incertezza connessi con valutazioni soggettive, sono stati definiti gli indicatori di anomalia della transazioni economiche. Su questo delicatissimo argomento già intorno agli anni ’80 il giudice Giovanni Falcone e il Prof. Pino Arlacchi, a proposito della lotta contro le mafie, sostenevano correttamente che occorresse seguire i flussi di denaro per poter arrivare ai mafiosi ed ai loro complici.

Sulle loro idee, ancora attualissime, la Commissione Europea ha approvato una direttiva anti-riciclaggio a maggio 2015 (Direttiva 2015/849), rafforzando il potere delle unità di informazione finanziaria (in Italia l’UIF presso la Banca d’Italia), per meglio tracciare le transazioni di denaro delle reti del crimine organizzato e accrescere il potere delle autorità nazionali competenti a “congelare” e confiscare i beni frutto dell’illecito. Penso che se questo settore debba essere riformato le modifiche non possono non interessare l’applicazione il principio della “tolleranza zero” nei confronti del riciclaggio di denaro sospetto. Ritengo che le minacce di riciclaggio in Italia siano rilevanti a causa della diffusione e della pervasività della criminalità organizzata, della corruzione, dell’evasione fiscale e non ultimo del terrorismo. Gli uffici della pubblica amministrazione, particolarmente esposti all’incidenza della corruzione, ad esempio nei settori degli appalti e dei finanziamenti pubblici, mostrano ancora scarsa sensibilità per l’antiriciclaggio malgrado siano sempre stati ricompresi nel novero dei soggetti obbligati alla segnalazione.

Questa negligenza ne accresce la vulnerabilità. Se si confermasse l’intento del Governo di modificare la attuale legislazione, eliminando l’obbligo di segnalazione degli enti pubblici, credo che i danni potrebbero essere irreparabili. La pubblica amministrazione è, e deve restare, un presidio indispensabile nell’attività antiriciclaggio. Direi di più: la pubblica amministrazione pur essendo obbligata a collaborare, ha contribuito pochissimo se guardiamo all’ammontare complessivo delle segnalazioni sospette che arriva dal sistema antiriciclaggio. La riforma dovrebbe andare nella direzione opposta agli orientamenti attuali, obbligando gli enti pubblici ad adottare procedure interne molto stringenti per le rilevazioni di operazioni sospette, la tempestività della segnalazione alla UIF, la massima riservatezza dei soggetti coinvolti nell’effettuazione della segnalazione stessa e l’omogeneità dei comportamenti. Sarebbe un nuova sfida, che ad alcuni può sembrare impossibile, in cui la Pubblica Amministrazione del nostro Paese si gioca la sua credibilità e la capacità di contrastare le illegalità che derivano dal riciclaggio e dalle transazioni di denaro sospette. Sarebbe anche un segnale concreto nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione che pervadono e uccidono il nostro Paese.

Droghe leggere, perchè è giusto legalizzare

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. Ad onor del vero, sono stato e sono tuttora favorevole ad un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici. Il concetto di legalizzazione che intendo io, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita di un libero mercato delle sostanze stupefacenti. Onestamente, se si imposta il tema su simili direttrici, non ci vedo nulla di pericoloso nel consentire la produzione e il libero commercio, nel rispetto della legge, delle droghe leggere e dei suoi derivati per scopi sanitari, ludici e ricreativi. Sono convinto che la tenue pericolosità delle droghe leggere giustifichi, all’interno di tale prospettiva, la scelta di legalizzazione che alcuni Stati potrebbero adottare, e ciò assume anche validità scientifica soprattutto se si considera che sostanze come alcol e tabacco, valutate da molti studiosi come più dannose delle droghe leggere, sono da sempre tollerate e regolarmente commerciate. Alcol e tabacco, sono responsabili di migliaia di vittime ogni anno e godono persino dei benefici della pubblicità. Credo che una legalizzazione “condizionata” delle droghe leggere possa evitare il pericolo concreto per i più giovani di entrare in contatto con ambienti delinquenziali e soprattutto possa garantire a chi ne fa uso un controllo sul prodotto e conseguentemente meno rischi sulla salute. Mi domando che male ci sarebbe nel consentire l’uso della cannabis per scopi terapeutici ? Voglio solo ricordare che la cannabis per scopi terapeutici è già coltivata negli stabilimenti dell’Esercito italiano. Una volta prodotte con simili meccanismi, le droghe leggere poi dovrebbero essere somministrate attraverso il circuito delle farmacie e sarebbero certamente meno pericolose poiché non conterrebbero quegli additivi chimici e inquinanti che fanno più danni dello stesso principio attivo e che sono stabilmente usati dalle organizzazioni criminali per incrementare gli introiti economici. Non dobbiamo dimenticarci inoltre che la microcriminalità è alimentata soprattutto dai giovani che proprio per procurarsi queste sostanze si rivolgono al mercato nero e commettono delitti come furti, scippi e rapine. A sostegno delle mie argomentazioni porto l’esempio di un Paese europeo molto vicino all’Italia: il Portogallo. Nel 2000 questa Nazione ha deciso la depenalizzazione del possesso di qualunque tipo di droga, dalla marijuana all’eroina. Premesso che noi siamo per la legalizzazione delle sole droghe leggere, oggi, a prescindere dalla nostra opinione, si può affermare che la misura intrapresa dal Parlamento portoghese ha avuto successo. In Portogallo, le autorità di polizia non arrestano più chi viene trovato con una dose pari al consumo medio individuale per massimo dieci giorni (vale a dire, un grammo di eroina, ecstasy o anfetamina, due grammi di cocaina, venticinque grammi di cannabis). Chi commette delitti legati alle sostanze stupefacenti riceve un mandato di comparizione, che lo costringe a presentarsi davanti a dei “comitati di dissuasione” composti da giuristi, psicologi e assistenti sociali. Dopo un certo numero di volte che si viene chiamati a presentarsi davanti ai comitati, possono venire prescritti dei trattamenti che spaziano da colloqui con psicologi motivazionali a terapie a base di oppiacei. Il Portogallo ha fatto passi da gigante anche per quanto riguarda il sistema di sanità pubblica, con vasti programmi di prevenzione, di trattamento e moltissimi effetti deflattivi sulla giustizia penale. In società dove le droghe sono meno stigmatizzate, i consumatori sono più inclini a cercare delle cure. Sono venticinque i Paesi che hanno introdotto qualche forma di depenalizzazione, ma il modello portoghese è unico nel suo genere. Dall’entrata in vigore della legge sulla legalizzazione delle droghe nel 2001, i casi di HIV in Portogallo sono diminuiti drasticamente, passando da 1016 a 56 nel solo 2012, mentre le morti da overdose sono scese da 80 a 16. A scanso di equivoci voglio precisare che le droghe sono ancora illegali in Portogallo e i trafficanti e gli spacciatori continuano a essere spediti in prigione e con pene severe. Di conseguenza la legalizzazione oggi ha un senso e funziona se a monte ci sono: una seria attività di prevenzione, servizi sanitari efficienti, la disintossicazione, le comunità terapeutiche e le possibilità di impiego per le persone che consumano droga. Concludo dicendo che legalizzare ha un senso se si cammina sul binario della prevenzione e dei servizi ausiliari realmente funzionanti. Per affrontare con cognizione di causa questo delicatissimo argomento, allora, occorre ragionare sul fatto che stiamo parlando di dipendenza, di malattia cronica, di un problema di salute. Il fatto che tutto ciò stia al di fuori del sistema penale, a mio giudizio, rappresenta un fattore positivo. Il problema, dunque, va affrontato con molta attenzione ma liberandolo da pregiudizi che spesso frenano possibili e utili riforme.

Vincenzo Musacchio – Giurista e direttore scientifico

della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

IL COMMENTO. Prima delle riforme combattiamo la corruzione

Uno studio pubblicato sul Bollettino economico della Banca Centrale Europea afferma – a mio giudizio giustamente – che la qualità delle istituzioni pubbliche conta più delle riforme. Gli analisti sono convinti che le economie dei Paesi in cui sono più scarsi l’efficacia dell’azione di governo, la capacità di varare e mettere in pratica leggi per promuovere lo sviluppo economico, il rispetto del principio di legalità e il controllo sulla corruzione e l’evasione fiscale – tutti indicatori del livello di qualità istituzionale, in base alla metodologia messa a punto dalla Banca Centrale – tendono a bloccarsi. Se non si incide efficacemente su corruzione ed evasione fiscale, riteniamo che metter mano alle riforme non basterà mai per rilanciare la crescita. Corruzione ed evasione fiscale, dunque, sono le cause principali della bassa crescita del nostro Paese e questo è un dato di fatto ormai inconfutabile. La qualità istituzionale italiana è lontanissima dagli standard dei Paesi del Nord Europa. La logica conseguenza di questo stato di cose è che dove la qualità delle istituzioni è bassa anche le riforme strutturali normalmente non sortiscono particolari effetti. La stessa riforma costituzionale in atto, da molti decantata, non basta affatto per trainare la crescita. Sono convinto che nelle Costituzioni nazionali debba sussistere il riconoscimento dei diritti sociali di matrice solidaristica. La riforma costituzionale non mi sembra sia ispirata da queste idee. Mi pare che il governo intenda realizzare un progetto imprudente: esautorare il Parlamento dalle sue fondamentali prerogative erodendo i principi democratici costituzionali. Le Costituzioni, come la nostra, al contrario, devono continuare a garantire una democrazia sociale con un’economia mista e con una significativa presenza del pubblico nei settori nevralgici per l’economia e la società quali industria, scuola, ricerca, salute, credito, energia. In questo si traduce la forte affermazione di un principio di eguaglianza formale e sostanziale, di diritti e libertà nella prima parte della Carta Costituzionale. Le modifiche costituzionali – combinate con la nuova legge elettorale e con le riforme della Pubblica Amministrazione – realizzano una grande concentrazione di potere nelle mani del Governo. Al nostro Paese occorre, invece, un vero rilancio della democrazia prevista nella nostra Costituzione e fondata sulla sovranità popolare e sul ruolo centrale del Parlamento. La lezione che emerge dallo studio in questione è lapalissiana: prima di metter mano alla Costituzione, alle regole sui contratti di lavoro, alla liberalizzazione dei mercati e delle professioni e a qualsiasi altro tipo di riforma occorre rafforzare l’ossatura dell’ordinamento giuridico generale. Si deve partire giocoforza dalla base: rispetto delle leggi e repressione dei reati, a incominciare dalla corruzione e dall’evasione fiscale. In caso contrario ogni sforzo sarà del tutto velleitario. Certo, punire i colletti bianchi, i politici e gli imprenditori che danno e prendono tangenti è complicato e richiede ben più di un disegno di legge o di un decreto. Occorre un impegno forte che sia culturale, giuridico e soprattutto morale. Si vuole raggiungere concretamente questa meta? Qualcuno diceva: “volere è potere”.

GLI EROI DEL SUD. In ricordo di Paolo Borsellino

Sono nato, vivo e lavoro lontano dalla Sicilia ma mi sento profondamente e intimamente siciliano e come molti di loro credo che il giorno in cui la mafia sarà vinta sia ancora lontano. Scrutando nei miei ricordi, tuttavia, mi ritornano in mente proprio le parole di Paolo Borsellino che, invece, nel suo incantevole ottimismo sosteneva con convinzione che “cosa nostra” fosse destinata ad una inesorabile sconfitta. Allora mi convinco che discutere di mafia, anzi, il solo fatto di nominarla, costituisca il primo ineludibile strumento per combatterla e provare a sconfiggerla: questa era la grande convinzione di Borsellino. Con la nostra Scuola di Legalità da anni ci impegnamo affinché questa sua idea si possa un giorno realizzare.

borsellino convegno legalità molise

A tal proposito non dobbiamo mai dimenticare che siamo noi cittadini ad avere in mano l’arma vincente, perché l’assordante silenzio sul fenomeno mafioso nei programmi elettorali e di governo mi induce a ritenere che si stia facendo un passo indietro rispetto alle previsioni formulate da Falcone e Borsellino. La lotta alla mafia rappresenta oggi una sterile “postilla espressiva” da inserire nei discorsi propagandistici ed il contrasto ai poteri criminali non è più inteso come massimo impegno dello Stato e della comunità nella sua interezza, ma solo come attività demandata all’esclusivo ed encomiabile coinvolgimento di poche associazioni e cittadini isolati dal resto della società e delle istituzioni. Pur non avendolo mai potuto conoscere personalmente (ebbi solo la fortuna di potergli stringere la mano), di lui mi parlava Antonino Caponnetto soffermandosi spesso su una delle caratteristiche del suo essere: la bontà d’animo. Lui definiva il “suo” Paolo (Caponnetto considerava Falcone e Borsellino suoi figli) un puro d’animo, un uomo di ammirevole onestà e di grande integrità morale, una persona che viveva una vita semplice e trasparente e che si schierava subito a fianco di chi aveva subito un’ingiustizia. Rita Atria, testimone di giustizia, che tutti chiamavano la “picciridda” di Paolo Borsellino, prima di togliersi la vita ebbe a dire di lui: “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta”. Questo era il valore di Paolo Borsellino e con le parole di Rita mi piace ricordarlo ma, a ventiquattro anni dal suo assassinio, pretenderei semplicemente un po’ di giustizia e di verità sui veri mandanti di quella ignobile strage.