Sgravi fiscali per il Mezzogiorno? Morando e Padoan: si può fare. Ma la Commissione europea…

Oggi, giovedì 27 agosto 2015, per il Sud è un giorno buono.

Non c’è esponente del governo, ormai, che sul Mezzogiorno si attardi a gettare la palla fuori dal campo, parlando dei fondi comunitari che il Sud non riesce a spendere.

Non risulta pervenuto alcun commento sui giornali nazionali sul Mezzogiorno che “chiagne” e fotte (piange perché è in un fosso fino alle ginocchia, ma lì, è risaputo, nessuno emette fattura e scontrino).

Non c’è opinionista della grande stampa pronto a dribblare la questione Sud parlando dei territori meridionali in balia della criminalità, perché o il Sud arriva fino a Roma (e non risulta), oppure la mafia ha trovato nella capitale un brodo di coltura anche migliore di Napoli o Palermo.

E’ un giorno buono.

Al meeting di Rimini il ministro Padoan conferma quanto già accennato dal sottosegretario Enrico Morando (nel governo Renzi, forse l’unico che conosce un po’ il Mezzogiorno): si sta pensando ad agevolazioni fiscali su misura per il Sud. Si parla di credito d’imposta che dovrebbe arrivare fino al 120-130% sui nuovi investimenti. E c’è già chi si sbilancia a immaginare che gli sgravi contributivi varati nel 2015 – disegnati in maniera uniforme per tutto il Paese, senza gradazione territoriale – saranno destinati l’anno venturo “solo alle assunzioni nel Mezzogiorno”. Metti anche gli sgravi per chi fa ricerca e innovazione, mettici i 15 poli del masterplan annunciato da Renzi per metà settembre… Non c’è da eccepire: è un giorno buono.

E tuttavia una domanda sorge spontanea.

Ma scusate, l’Unione europea non era – non è – contraria agli “aiuti di Stato”?

Per essere più precisi: la Commissione europea non si è sempre opposta alla fiscalità compensativa o di vantaggio nel Mezzogiorno d’Italia perché ha il compito di “impedire” che gli aiuti concessi dagli Stati membri (in questo caso l’Italia) falsino la concorrenza e quindi pari condizioni di crescita per tutte le imprese operanti nel mercato europeo?

Questo infatti è quello che ci hanno sempre detto, negli ultimi dieci anni, da Tremonti a Mario Monti, per finire al commissario europeo per le politiche regionali, la romena Corina Cretu, intervistata ai primi di agosto dal Mattino proprio a questo proposito.

Dinanzi a questo muro si sono fino ad oggi infrante le attese del Mezzogiorno eccellente, serio e capace. Quello di economisti, osservatori, dirigenti d’azienda e imprenditori che da anni lo ripetno: non vogliamo altre risorse, né finanziamenti a pioggia; vogliamo un regime compensativo che colmi lo svantaggio di condizioni di contesto avverse alle attività economiche, in maniera da rendere attrattivo il Sud per gli investimenti anche esteri. Insomma, dateci gli sgravi (e le zone franche, che in Polonia sono 15) e ci risolleveremo da soli.

Per anni la risposta è stata “NO”. Irlanda e Polonia hanno potuto accedere a deroghe a questo principio, il Sud non può perché non è uno Stato membro, ma un pezzo di uno Stato membro.

Se lo Stato membro di cui il Sud fa parte riuscirà a ottenere la necessaria flessibilità in materia e quindi a far cambiare idea alla Commissione europea, forse siamo vicini davvero all’alba di un giorno buono. E tutto questo lo dobbiamo a Svimez, che in tanti non ha smesso di lanciare allarmi e avanzare proposte. E anche a Roberto Saviano, che al momento giusto ha messo il dito nell’occhio al premier…

Renzi che cosa ne può ricavare da un impegno serio sul Mezzogiorno?

Un patrimonio di credibilità da spendere in campagna elettorale, quando sarà. Arginando i Cinque stelle, e soprattutto contrastando l’asse Lega-Forza Italia che nel Nord si salda ogni giorno di più, arrivando quasi a sottoscrivere un patto per il ticket Berlusconi-Salvini.

Claudio D'Aquino, napoletano, giornalista e comunicatore di impresa [ View all posts ]

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