Aiuti di Stato, possibile tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche e utilizzo dei fondi di coesione per contenere l’impatto del caro-bollette. È questo l’asse del piano che la Commissione europea si prepara a mettere in campo per affrontare la nuova emergenza energetica, aggravata dalle tensioni internazionali e dai timori legati all’andamento del conflitto nel Golfo.
Le misure principali saranno discusse e formalizzate la prossima settimana, dopo essere state illustrate durante la riunione straordinaria dell’esecutivo comunitario. Per ora, invece, resta fuori dal quadro l’ipotesi di sospendere il Patto di Stabilità. Secondo il commissario agli Affari economici, Valdis Dombrovskis, le previsioni indicano sì un rallentamento sensibile della crescita, ma non ancora uno scenario di recessione.
A preoccupare maggiormente Bruxelles è soprattutto l’evoluzione della crisi geopolitica e il suo possibile impatto sull’approvvigionamento energetico. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, ha messo nero su bianco una valutazione molto netta: se la guerra nel Golfo dovesse proseguire, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte a un vero e proprio shock.
Nel documento distribuito ai commissari vengono delineati due scenari. Nel primo, più favorevole, il conflitto si chiude in tempi brevi. In questo caso, i flussi di gas e petrolio potrebbero riprendere gradualmente nell’arco di uno-tre mesi, con il petrolio destinato a normalizzarsi più rapidamente del gas. La riapertura dello Stretto di Hormuz contribuirebbe a far scendere i prezzi, anche se il rischio geopolitico nella regione continuerebbe a pesare nel lungo periodo, soprattutto sul mercato del gas. I danni subiti dalle infrastrutture in Qatar, infatti, potrebbero produrre effetti fino al 2030.
Il secondo scenario è quello che più allarma la Commissione. Senza un cessate il fuoco capace di ristabilire fiducia nei mercati, l’attuale fase di interruzione potrebbe trasformarsi in uno shock prolungato dell’offerta. Le conseguenze sarebbero pesanti: difficoltà nel riempimento degli stoccaggi di gas in Europa, nuove impennate dei prezzi, forti tensioni sul petrolio e interruzioni continue nella disponibilità di prodotti raffinati come benzina e diesel. Bruxelles non esclude neppure il ricorso alle scorte strategiche e la possibilità di carenze di carburante in alcune aree del continente, con effetti particolarmente critici per il trasporto aereo e per l’intera filiera produttiva.
Per questo, nella comunicazione che la Commissione presenterà mercoledì prossimo in vista del Consiglio europeo convocato il giorno successivo a Cipro, il piano sarà diviso in due blocchi: misure immediate e interventi di lungo periodo.
Sul fronte dell’emergenza, il primo obiettivo sarà rafforzare il coordinamento tra gli Stati membri. Bruxelles vuole evitare che ciascun Paese si muova in ordine sparso nell’acquisto di gas e petrolio, perché il riempimento non coordinato delle scorte rischia di provocare nuovi picchi di prezzo. L’idea è quindi concordare tempi e modalità degli acquisti, evitando che l’aumento simultaneo della domanda inneschi una corsa al rialzo.
Un altro nodo riguarda la raffinazione. Oggi circa il 70% del fabbisogno europeo è coperto da 73 raffinerie tradizionali e 11 bioraffinerie, ma il sistema è diventato più fragile negli anni: una raffineria europea su quattro ha chiuso negli ultimi quindici anni e cinque Paesi concentrano quasi i due terzi della capacità totale. Una concentrazione che rende più complessa la solidarietà energetica tra i Ventisette.
Per proteggere cittadini e imprese, la Commissione punta poi su misure di emergenza “mirate, tempestive e temporanee”, che saranno valutate caso per caso. Tra queste rientrano il sostegno al reddito per i consumatori più vulnerabili, la possibilità di agevolare il cambio di contratto di fornitura e interventi sui prezzi dell’energia.
Uno degli strumenti possibili sono gli aiuti di Stato. Ma qui emerge una forte asimmetria tra i Paesi europei: solo quelli con margini di bilancio più ampi, come la Germania, avrebbero reale capacità di utilizzarli in maniera significativa. Molto più difficile sarebbe per Paesi ad alto debito come l’Italia o la Francia. Per questo Bruxelles apre anche alla possibilità, su base volontaria, di destinare a questa emergenza i fondi di coesione non ancora spesi e una parte delle risorse del Pnrr.
Misure analoghe sono previste anche per le piccole e medie imprese, attraverso strumenti come finanziamenti, voucher e leasing, e per i settori a più alta intensità energetica. In questo contesto torna anche l’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche, che la Commissione intende rimettere sul tavolo come possibile leva per redistribuire parte dei guadagni straordinari prodotti dalla crisi.
Accanto agli interventi immediati, Bruxelles vuole rilanciare anche il capitolo del risparmio energetico, riprendendo il catalogo di misure già proposto nel 2022: leasing sociale per pompe di calore, veicoli elettrici e batterie, incentivi per l’isolamento termico delle abitazioni e sostegno al trasporto pubblico.
Sul lungo periodo, invece, la direzione resta quella già indicata negli ultimi anni: accelerare sulla diffusione delle energie pulite e sostenere gli Stati membri nell’elettrificazione dei consumi e nella produzione di biogas, biometano ed energia solare. L’obiettivo è incrementare gli investimenti nell’energia pulita, valutando anche l’uso di risorse europee nell’ambito dei fondi di coesione e del Recovery Fund.
La linea di fondo è chiara: ridurre la dipendenza energetica dell’Europa e costruire un sistema più autonomo e resiliente. Ma molto dipenderà dall’evoluzione della crisi internazionale. Perché, come riconosce la stessa Commissione, se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi, il rischio non sarebbe solo un nuovo rincaro delle bollette, ma un vero shock energetico con ricadute diffuse su economia, industria e consumatori.
