AUTONOMIA DIFFERENZIATA / I rischi di frantumazione di un “Paese troppo lungo” – Intervista con Amedeo Lepore

AUTONOMIA DIFFERENZIATA / I rischi di frantumazione di un “Paese troppo lungo” – Intervista con Amedeo Lepore

“La questione dell’Autonomia è troppo seria per essere ridotta a un mero gioco delle parti o a uno scontro tra fazioni”. Ne è convinto Amedeo Lepore, professore di Storia dell’economia con esperienza amministrativa come assessore alle Attività produttive della Campania, dove si è distinto in particolare per l’impegno nella costituzione delle Zone economiche speciali in regione. “Si tratta di un tema di fondo – aggiunge in un commento pubblicato sul Mattino – che riguarda l’organizzazione dello Stato, i rapporti delle istituzioni con i cittadini, i diritti di uguaglianza e di democrazia, alcune delle parti più sensibili della Costituzione repubblicana, ma anche principi di importanza fondamentale, come il funzionamento e l’efficienza delle pubbliche amministrazioni”. Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario – in base all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione – si è imposto al centro del dibattito politico a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2017. Dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il Governo a febbraio 2018, su richiesta delle tre regioni, il negoziato è proseguito ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto. Nella seduta del 14 febbraio 2019, il Ministro per gli Affari regionali ha illustrato in Consiglio dei ministri i contenuti delle intese da sottoporre alla firma. Nel frattempo altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia…

Professore, il mantra degli amministratori del Centro Nord e della Lega è accattivante: occorre semplificare e rendere più efficienti i servizi pubblici. E visto che ognuno ha il diritto a essere padrone in casa propria…

E’ impensabile tradurre l’esigenza di nuove forme di semplificazione e produttività delle istituzioni in una delega meccanica per l’attribuzione di poteri o funzioni in base alla Costituzione. Non si può dare la stura allabulimia regionale per la conquista di competenze e risorse, senza guardare agli interessi reali del Paese.

Ma dinanzi agli obiettivi di maggiore efficienza ed efficacia dei servizi tutto il resto viene in secondo piano. Non è così?

Se gli obiettivi sono quelli di efficienza ed efficacia, di ruolo e capacità delle strutture pubbliche, i problemi riguardano sia il livello nazionale che quello territoriale. A quasi quarant’anni dalla loro costituzione, andrebbe avviata una riflessione anche sulle regioni, per evitare quei pericoli su cui Giorgio Rufolo appuntò l’attenzione in un suo famoso libro, intitolato «Un Paese troppo lungo», in cui denunciava i rischi di fare di un sistema Italia frammentato e disunito. Se davvero si vuole innovare senza creare ulteriori squilibri territoriali e differenze sociali, considerando il peso enorme sul futuro dell’Italia intera costituito dal divario meridionale, è necessario muoversi evitando forzature e con l’impiego massimo del buon senso, misura essenziale anche di politica e strategia in tempi turbolenti.

Entrando nel merito, qual è il suo giudizio sul tema Autonomia differenziata?

Rilevo le gravi preoccupazioni emerse sulle bozze di intesa per il regionalismo asimmetrico, attualmente in discussione tra il governo e i tre presidenti di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, e dico chesono molti i punti che devono essere discussi.

A che cosa si riferisce in particolare?

Alla possibilità di coinvolgeretutte le regioni, all’interno della loro Conferenza, e il Parlamento stesso. Non sono aspetti secondari, come hanno sancito il procuratore generale della Corte dei conti e il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi, che è una struttura di supporto della presidenza del consiglio.

Qual è la preoccupazione più impellente?

Guardando i documenti che sono circolati di recente è possibile verificare l’ampiezza delle deleghe che toccano materie come la scuola, la sanità e la salute, la ricerca scientifica e tecnologica, le grandi reti nazionali di trasporto e navigazione, le infrastrutture, i beni culturali, l’energia e l’ambiente, i rapporti internazionali e il commercio con l’estero, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, le professioni, lo sport, il governo del territorio e la protezione civile, la previdenza integrativa, la sicurezza sul lavoro…E via dicendo. Oltretutto si tratta di documenti tenuti gelosamente segreti finora, quasi si trattasse di contratti tra privati e non dell’attuazione di disposizioni costituzionali.

La cosa che più conta è che assieme alle deleghe vengono trasferitealle tre regioni anche le relative risorse finanziarie. Non crede?

Con qualche distinguo fra loro. Vi sono le posizioni più aggressive del Veneto, che chiede tutto e subito, ossia il massimo di 23 materie indicate nel titolo V. Poi quelle apparentemente più morbide della Lombardia, che ha richiesto 20 materie e 131 funzioni, ne ha concordate un centinaio con i singoli ministeri e sta trattando, per averne ancora qualcuna di quelle non riconosciute su sanità, beni culturali, infrastrutture e strade, prima di chiudere.

Facciamo un esempio concreto?

Prendiamo in esame una competenza particolarmente significativa come la scuola.Assegnandola integralmente alle due regioni, si affermerebbe un modello di «scuola differenziata», prevedendo perfino il passaggio alle loro dipendenze di dirigenti scolastici e insegnanti.

E l’Emilia-Romagna?

E’ l’unica ad aver meritoriamente riconosciuto nella bozza l’unità e l’indivisibilità della Repubblica e si è limitata a chiedere sedici materie, anche se sembra seguire l’esempio lombardo della delega di «funzioni» e pare abbia inserito qualche lapsus nel testo, come la competenza regionale per «istituire in territorio montano zone economiche speciali, per favorire l’insediamento delle imprese e promuovere lo sviluppo e l’occupazione».

Un lapsus?

Come è noto, le ZES, per legge, riguardano i porti della rete TEN-T e le aree logistiche e industriali a essi collegati e, secondo l’art. 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, possono essere istituite solo nelle regioni in ritardo di sviluppo. In ogni caso il conferimento di queste deleghe trasformerebbe, di primo acchito, le tre regioni a statuto ordinario in regioni a statuto speciale.

E se Liguria e Piemonte dovessero procedere lungo la stessa strada?

Ci troveremmo di fronte a un cambiamento repentino degli equilibri istituzionali e territoriali del nostro Paese. Senza considerare la mole delle risorse economiche riallocate, in tempi di ristrettezze finanziarie, a livello regionale, solo in tre regioni.

Anche le Regioni del Mezzogiorno potrebbero seguire l’esempio, o no?

Luciano Cafagna, nel 1994, quando lanciava l’allarme sul rischio di fare a pezzi l’unità d’Italia, criticava lucidamente anche i “naziomeridionalisti”, quelli che invocavano una reazione speculare dei territori meridionali. L’autonomia può essere un’opportunità per tutto il Paese solo se si coniuga con la responsabilità e l’equilibrio nazionale delle scelte, la perequazione verso i più deboli.

Intanto sembra che ci sia ben poco da fare per arrestare questo processo…

Per ora si sta negando anche il concetto dell’efficienza, perché, anziché procedere verso la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e nella sfida dei costi standard, si propone di adottare il criterio della spesa storica per trasferire le risorse ai “primi arrivati” nei primi tre anni. Poi si vedrà.

Che cosa si dovrebbe fare, invece?

Al contrario, sarebbe necessario rendere operative norme finora inattuate, ossia i livelli essenziali di prestazione, discutere apertamente del regionalismo e delle modalità attraverso cui mettere in atto, all’interno di un più saldo quadro nazionale, al contempo una collaborazione e una sana competizione a livello territoriale.

E per conservare un ruolo negli scenari della globalizzazione?

l’Italia nel suo insieme, nella reciprocità degli interessi di Nord e Sud, potrebbe affrontare la «globalizzazione arcipelago» di questo periodo, che condanna irrimediabilmente alla marginalità anche le regioni più forti, se si isolano e se contribuiscono alla dissoluzione del sistema più importante che possediamo: quello italiano.

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