La buona notizia è il ritrovato ruolo mondiale dell’Italia: il G20 sull’Afghanistan, guidato e voluto da Mario Draghi, è il segno più evidente del nuovo ruolo del nostro Paese sullo scacchiere geopolitico. La cattiva notizia, invece, è che nel vertice straordinario che si è svolto ieri non si sono visti nè la Cina di Xi nè la Russia di Putin. Assenze annunciate. Ma non per niente metabolizzate da una diplomazia che continua amuoversi in ordine sparso. Un fatto, però, è certo. I Paesi occidentali, ha scandito Draghi, non possono voltare lo sguardo da un’altra parte. Se così fosse, il mondo tornerebbe indietro di vent’anni, quando l’Afghanistan era il “paese canaglia” dal quale partivano gli attacchi dell’Isis. Per questo bisogna aiutare la popolazione, una fra le più povere del mondo. E farlo ora, prima che arrivi il “generale inverno”. L’Ue ha già stanziato un miliardo di euro. Altri 300 milioni arriveranno dagli Usa.

Ma il vero problema è quello dei talebani. Il dialogo, fa capire Draghi, dovrà esserci: inutile nascondersi dietro un dito. Ma questo non può significare, da parte dell’Unione Europea, il riconoscimento automatico, sulla scena internazionale, del nuovo esecutivo. Il primo passo, insomma deve farlo Kabul dimostrando con i fatti, e non con le parole, che è pronto a una svolta sul fronte dei diritti, a partire da quelli delle donne ma senza dimenticare le minoranze. Certo, sarà difficile aiutare gli afgani se i talebani non vogliono. Ma è anche vero che più l’Europa riuscirà a far sentire la sua voce, magari mettendo in campo di fronte alle nuove emergenze geopolitiche, anche una difesa comune, e più avrà la forza di imporre le sue idee e il suo metodo anche a Kabul. La spinta di Draghi va in questa direzione. Vedremo se, su questo terreno, anche le potenze che ieri non hanno partecipato al vertice, saranno sulla stessa linea.

Di Antonio Troise

Giornalista professionista, blogger, editorialista, comunicatore e un passaggio obbligato dalla carta stampata al digitale.

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