Autonomia al Nord, rivolta bipartisan al Sud: così si mette a rischio l’Unità nazionale

Il conto alla rovescia per la cosiddetta “autonomia differenziata” è cominciato. Il 15 febbraio parte il negoziato con Palazzo Chigi per dare maggiori poteri (e risorse) a Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Il percorso, però, non è affatto in discesa. Prima di tutto perché fra Lega e Cinquestelle le sensibilità sul tema sono molto diverse. Con il “carroccio” che ne fa addirittura una questione di “sopravvivenza” dell’esecutivo e i grillini preoccupati per l’effetto della riforma sul Mezzogiorno, bacino elettorale privilegiato del Movimento. Ma, lo scontro va anche al di là dei tradizionali steccati politici. Ieri si è fatto sentire il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che ha chiesto un incontro al premier, Giuseppe Conte: “La richiesta delle Regioni settentrionali di finanziare funzioni aggiuntive con un’altissima percentuale delle imposte riscosse sul proprio territorio (fino al 90% per il richiesta del Veneto), mina l’unità nazionale e rende ancora più profondo il divario tra aree ricche e aree povere”. Critiche arrivano anche dal Centrodestra. Per la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, di Forza Italia, anche lei campana, “il Sud non può essere solo la terra del reddito di cittadinanza. L’autonomia delle regioni del Nord on può essere concessa a discapito dei giovani, delle donne, degli studenti, degli anziani e dei piccoli imprenditori del Mezzogiorno”.
Sul piede di guerra la Cgil. “Senza una legge nazionale che garantisca l’uniformità di accesso ad alcuni diritti civili e sociali in tutto il Paese, la richiesta del riconoscimento di maggiori forme di autonomia avanzata da alcune Regioni a statuto ordinario si tradurrebbe in un’ulteriore crescita delle diseguaglianze”, si legge in un rapporto diffuso dal sindacato guidato da Susanna Camusso. Sanità, non autosufficienza, prestazioni sociali, istruzioni e ambiente sono tutti capitoli su cui la disomogeneità di trattamento è già una realtà pesante e per il sindacato “già molto preoccupante. L’autonomia potrebbe, insomma, penalizzare ulteriormente le regioni del Sud.
Cerca di attenuare i toni della polemica il Governatore del Veneto Luca Zaia, che ricorda le parole pronunciate dal leader dei Cinquestelle proprio durante la visita nella Regione. “Quando parla Di Maio è come se avesse parlato tutto il Movimento. E il fatto che il sottoscrittore materia e fisico del contratto di Governo venga dire che l’autonomia deve essere data significa per noi che tutto va in quella direzione”. Ora la parola passa a Palazzo Chigi che dovrà aprire diciotto tavoli di confronto con le tre Regioni del Nord per stabilire costi e fabbisogni standard delle competenze che dovrebbero essere trasferite dallo Stato centrale. I lavori dagli altri cinque tavoli (sanità, istruzione, ambiente, lavoro e rapporti con l’Europa) sarebbero ormai a un buon punto.

Guida alla manovra “gialloverde”: come funziona il nuovo condono fiscale

Antonio Troise

Un mini-condono destinato solo ai contribuenti in difficoltà. La sanatoria con il meccanismo del “saldo e stralcio” per le cartelle esattoriali emesse fra il 2000 e il 2017 è una delle novità della manovra economica. Ecco come funzionerà e quali sono i punti critici del provvedimento.
A chi è diretto. In primo luogo, possono accedere al condono solo i contribuenti che hanno dichiarato i redditi anche se poi non sono riusciti a versare le relative imposte. Non si tratta, cioè, di un condono “tombale”. Potranno essere sanate le imposte oggetto di cartelle di Equitalia o di altro agente. Ci si potrà mettere in regola anche con i contributi dovuti all’Inps (anche dei lavoratori autonomi) o alle casse previdenziali professionali, “con esclusione di quelli richiesti a seguito di accertamento”.
Come funziona. Per accedere alla sanatoria bisognerà presentare il modello Isee 2019. Sono previsti tre scaglioni di reddito, con differenti aliquote per fare definitivamente pace con il fisco. In particolare, fino a 8.500euro si pagherà il 16% del debito totale (che comprende sanzioni, interessi e quota capitale). fra 8.501 e 12.500 euro l’aliquota sale al 20%, e tra 12.501 e 20.000 euro la cifra da versare si attesta sul 35%. A queste cifre va poi aggiunto l’intesa somma dell’aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme rateizzate, pari al 2% all’anno. Per le società in liquidazione, invece, l’aliquota sarà del 10%.
Quando si paga. Il versamento può essere effettuato in unica soluzione entro il 30 novembre 2019, o in cinque rate. La prima, pari al 35% del “saldo e stralcio” entro 30 novembre 2019 e il 20% con scadenza 31 marzo 2020. Le altre tre rate, rispettivamente del 15%, dovranno essere pagate entro il 31 luglio 2020, il 31 marzo 2021 e il 31 luglio 2021.
Quanto costa. Prima di tutto non c’è alcuna soglia sulle somme che si possono “condonare”. L’unico requisito è quello del reddito. Per un “debito” fiscale e contributivo pari 100mila euro, ad esempio, ci si potrà mettersi in regola pagando, a seconda degli scaglioni di reddito, 16mila, 24mila o 35mila euro. In particolare, se si ricorre alla rateizzazione in cinque rate, si dovrà versare 12.250 euro l’anno prossimo, 8.500 nel 2020 e la restante parte l’anno successivo.
I dubbi. Il nodo, sollevato soprattutto dall’opposizione, è relativo all’assenza di qualsiasi soglia per la sanatoria. Ad esempio, un contribuente con Isee di 15mila euro e debiti fiscali per 200mila euro, dovrebbe pagare nel 2019 qualcosa come 24.500 euro. Il sospetto, insomma, è che questo saldo e stralcio “può diventare – spiega Renato Brunetta di Forza Italia – il paradiso dei finti poveri con beni e redditi nascosti o intestati a prestanome, più che un aiuto a chi è davvero in difficoltà”.

IL COMMENTO. Euroscettici sì, ma non troppo

Antonio Troise

Euroscettici sì, ma non troppo. E, sicuramente, non al punto da farci del male da soli. E’ vero che gli ultimi sondaggi sull’Europa segnalano una reputazione in caduta libera. E fin qui, si tratta di un trend, per così dire, scontato dopo gli anni della grande recessione, con Bruxelles che ha indossato le vesti della matrigna costringendo i Paesi più deboli a stringere la cinghia. Ma la vera novità dei dati diffusi ieri da Eurobarometro è un’altra: questa volta, a guidare la classifica dei cittadini che non ne vogliono più sapere dell’Unione ci sono proprio gli italiani. Un numero per tutti: se si votasse oggi, solo il 44% dei cittadini sarebbe disposto a restare in Europa. Un risultato impressionante se si pensa che il dato medio di tutti i paesi dell’Unione si attesta sul 66%. Certo, non è proprio una cifra impressionante. Anzi: il sondaggio ha il merito di fotografare il malcontento che serpeggia nel Vecchio Continente.

A guidare la classifica dei cittadini che non ne vogliono più sapere dell’Unione ci sono proprio gli italiani

Ma, i numeri italiani segnalano anche un’altra cosa: l’insofferenza verso l’Europa egoista che si volta dall’altra parte per evitare di affrontare il tema dei migranti. O quella inflessibile e rigorosa nel difendere gli interessi dei Paesi più ricchi, sia pure a costo di infliggere nuovi sacrifici a quelli più poveri. Insomma, un’Europa considerata non più come una madre generosa dei padri fondatori ma un posto da dove scappare. Certo, non siamo ancora ai livelli dell’Inghilterra, almeno il 30% degli italiani non ha ancora un’idea chiara su quello che bisognerebbe fare. Anche perché, nello stesso tempo, almeno il 65% del campione utilizzato da Eurobarometro, difende a spada tratta la moneta unica e non ha alcuna intenzione di abbandonarla. Un dato contraddittorio? Fino ad un certo punto.

Il primo voto, quello sull’Europa, è sicuramente “di pancia”, alimentato dalle correnti sovrainteso che ormai impazzano nell’Unione e che in Italia hanno fatto sicuramente breccia. Ma il secondo voto, quello sull’euro, è invece di “testa”. E’ il frutto di un ragionamento più che l’espressione di un rancore o dello spirito di rivincita. E’ l’esatta cognizione di quello che succederebbe ai nostri patrimoni e ai nostri redditi nel caso in cui tornassimo alla lira, e questo al di là delle posizioni ostili alla moneta unica che ancora esistono nel sottofondo della maggioranza giallo verde. Siamo, insomma, degli euroscettici a metà. Del resto, come scriveva qualche anno fa il filosofo Bernard-Henri Lévy, “l’Europa non è un luogo, ma un’idea”. Se negli ultimi anni i partiti sovranisti hanno preso il largo, la responsabilità è soprattutto di un’Unione che si è ripiegata su se stessa e sui suoi egoismi nazionali. Ma, nello stesso tempo, c’è la consapevolezza che tornare indietro sarebbe un salto nel buio pericoloso e costoso. Uno scenario da non dimenticare in vista del prossimo voto europeo di maggio.

 

fonte: L’Arena di Verona

L’economia rallenta, sale la disoccupazione: qual è il male oscuro dell’Italia

Dopo la sbornia delle promesse elettorali e il lungo interregno per formare il nuovo esecutivo, il ritorno alla realtà dei numeri ha tutto l’aspetto di un risveglio piuttosto brusco. E’ vero che il rallentamento dell’economia certificato ieri dall’Istat, era stato ampiamente annunciate sia dalla Banca d’Italia che dalla Confindustria. Ma i numeri diffusi ieri dall’istituto di statistica segnalano, un po’ a sorpresa, che il trend negativo era cominciato addirittura nel quarto trimestre del 2017. Una correzione che rende ancora più irrealistica la stima di una crescita all’1,5% a fine anno messa nero su bianco dall’ultimo Def (il Documento chiave della politica economica del governo).

Dal momento che le cattive notizie non arrivano mai da sole, a giugno è tornato a salire anche il tasso di disoccupazione, che si attesta ora al 10,9%, con un nuovo record dei contratti a termine. Proprio quelli che il Decreto dignità, l’unica misura varata dal governo sul fronte dell’economia, vorrebbe cancellare o, almeno, ridimensionare. Un decreto che, per la verità, non ha vita facile in Parlamento, sommerso dalle polemiche e da una pioggia di emendamenti. L’ultimo, quello proposto da Forza Italia per introdurre il “reddito di cittadinanza”, il cavallo di battaglia dei grillini. La proposta, ovviamente, è stata bocciata. Ma lo “sgambetto” degli uomini di Berlusconi la dice lunga sul clima che si respira nel centrodestra.

Insomma, sull’orizzonte si profila un autunno decisamente rovente. Anche perché, almeno nei suoi primi due mesi di vita, l’esecutivo non ha ancora convinto gli osservatori internazionali. L’Ocse ha rivisto al ribasso le stime di crescita dell’Italia proprio scontando le incertezze politiche del Bel Paese. E lo stesso hanno fatto gli osservatori del Fondo Monetario Internazionale, che hanno sospeso il verdetto sui nostri conti proprio in attesa di capire quali saranno le prossime mosse del governo Conte. In più, restano in bilico anche i giudizi delle agenzie di rating, con un orientamento verso un nuovo “downgrade” in autunno. Sarebbe una nuova tegola sui nostri conti pubblici, dal momento che l’Italia è collocata appena due gradini in su rispetto al livello “junk”, cioè “spazzatura”.

L’appuntamento decisivo è, a questo punto, quello della prossima Legge di bilancio. Il nuovo governo “gialloverde” dovrà conquistarsi sul campo la fiducia dei mercati e, soprattutto, dimostrare di saper invertire la rotta dell’economia adottando misure coerenti e riforme concrete. Due parole che potrebbero anche non fare rima come gli interventi annunciati in campagna elettorale o in linea con il vento populista che ha ingrossato le vele del consenso. Ma che, di fronte ai numeri che arrivano dal paese reale diventeranno sempre più decisive.

 

Fonte: L’Arena

Gli statali e il tabù della mobilità. Le ragioni degli insegnanti e l’interesse del Paese

Le proteste sono legittime. Così come comprensibili sono i disagi e le preoccupazioni degli insegnati che scendono in piazza perchè “costretti” a fare le valigie e andare in un’altra regione pur di conquistare un contratto a tempo indeterminato. Uno scambio che sulla carta non dovrebbe suscitare polemiche. Ma che, nella realtà, può tradursi in un danno economico: meglio un lavoro precario ma più vicino alla famiglia che uno più sicuro ma lontano e magari in Regioni dove il costo della vita è più alto. Ma quello che sta succedendo sul fronte della scuola è solo la punta di un tema molto più complesso che sarebbe sbagliato sottovalutare.

Il pubblico impiego è sempre stato visto come il regno del posto fissso. Checco Zalone, con Quo Vado, ne ha dato una rappresentazione sarcastica e divertente. Spiegare agli insegnanti, ma anche ai dipendenti dei ministeri o delle società statali, che ora il posto fisso sta diventando (e diventerà) mobile è un’impresa ardua anche dal punto di vista lessicale.

Il pubblico impiego ha resistito ad ogni tipo di terremoto, ha digerito, volta per volta, tutte le rivoluzioni annunciate dal governo di turno e subito ridimensionate se non archiviate. E’ dal testo unico del 2001, ad esempio, che l’esecutivo ha cominciato a introdurre nei regolamenti la possibilità di “spostare” da un’amministrazione all’altra i dipendenti in esubero. Fino ad oggi non è mai successo nulla. Fra le resistenze dei sindacati e le titubanze della politica, che ha nei due milioni di dipendenti pubblici, uno dei principali bacini elettorali, gli statali hanno continuato a vivere nel mito del posto fisso, capace di resistere ad ogni tipo di crisi, anche alla recessione più lunga e più grave dal dopoguerra. E, forse, anche l’esclusione dei contratti pubblici dalle nuove norme sui licenziamenti che hanno abolito le tutele dell’articolo 18, deve aver consolidato ulteriormente questa impressione.

Ora, però, siamo arrivati ad un punto di non ritorno. La spendig review non è solo un opzione ma sta diventando sempre più un obbligo. La macchina dello Stato costa troppo, pesa sulle tasche dei contribuenti e, come se non bastasse, è poco produttiva. Per questo la flessibilità e la mobilità del pubblico impiego non può essere lasciata alle piazze. E’ un processo che va invece governato e regolato. Spostare risorse in esubero in posti di lavoro dove, invece, possono diventare più produttive è un’operazione che va nella giusta direzione. Nel prossimo Consiglio dei Ministri dovrebbe essere approvato il terzo pacchetto di decreti della riforma Madia. All’interno, oltre alla mobilità obbligatoria entro i 50 chilometri, anche la possibilità di licenziare il lavoratori pubblici in esubero nelle società partecipate che rifiutano il ricollocamento. La strada, insomma, è tracciata. Ma le proteste di questi giorni fanno chiaramente capire che non sarà né facile né breve.

IL COMMENTO. Pensioni, perchè è finito il tempo delle promesse

 

“A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, sentenziava Andreotti. Nessuno, naturalmente, può dirlo con certezza. Ma è quanto meno sospetto il “timing” del vertice sulle pensioni fra governo e sindacati, proprio a ridosso delle prossime elezioni amministrative e a qualche mese dal referendum costituzionale. Così come è sospetta l’accelerazione data al decreto scuola, con la pioggia di milioni destinata ai commissari delle sessioni di esami o al piano di riqualificazione degli istituti. Per carità: copioni già visti e rivisti, al di là del colore politico dei governi che li hanno mandati in scena. Sulle pensioni, però, non c’è davvero più spazio per giochetti pre-elettorali o per il solito teatrino della politica.

La situazione è arrivata al limite. Ci sono intere generazioni che potranno lasciare il lavoro solo dopo i 75 anni e con trattamenti previdenziali da fame. Ma c’è anche il gran popolo dei lavoratori che, arrivati ad un passo dalla pensione, è stato costretto a continuare a lavorare fino alla soglia dei 66 anni. Da questo punto di vista il vertice di ieri, sia pure segnato dall’ombra delle scadenze elettorali, rappresenta una buona notizia. E’ il segno, più tangibile, di un cantiere che finalmente riapre i battenti dopo tante indiscrezioni accompagnate da inevitabili polemiche.

Ma è presto per cantare vittoria. Tanto per cominciare il confronto è alle prime battute. Per ora gli interventi sulle pensioni sono solo un insieme di pagine bianche scandite da qualche titolo e pochi spunti di riflessione. Senza neanche una quantificazione finanziaria. Le vere novità, non a caso, sono arrivare dal Premier Matteo Renzi, che non ha partecipato al vertice ma ha voluto far sentire lo stesso la sua voce, rassicurando il ceto medio (“non ci saranno tagli alle pensioni di reversibilità”) e annunciando un intervento a sostegno delle pensioni minime (magari con l’estensione del bonus) e un primo assaggio di flessibilità in uscita (sia pure graduale e, parzialmente, a carico degli stessi lavoratori).

La verità è che gli spazi di manovra del governo sul versante delle pensioni sono davvero molto risicati. Solo l’estensione del bonus di 80 euro alle pensioni minime costerebbe, ad esempio, fra i 2,5 e i 3 miliardi di euro. Ai quali occorrerebbe aggiungere fra i 6 e 9 miliardi per coprire l’eventuale anticipo dell’età pensionabile a 63 anni. Con i conti pubblici che continuano ad essere sotto i riflettori dell’Ue e con la ripresa che tarda a decollare, il governo dovrà inevitabilmente scegliere se puntare sulla riduzione delle tasse (come ha già annunciato) o se superare la legge Fornero. Una decisione difficile fra due settori, fisco e previdenza, sui quali è sempre più necessario intervenire. Ma, proprio per questo, sarebbe opportuno che dall’esecutivo arrivassero parole chiare e definitive. Smentendo, una volta per tutte, che a pensare male spesso ci si azzecca.

 

Fonte L’arena

IL COMMENTO. Lavoro, si è sgonfiata la bolla del bonus

Ormai non ci sono più dubbi: l’aumento dei posti di lavoro e dei contratti a tempo indeterminato registrato nel 2015 è stato quasi del tutto determinato dal maxi-sconto sui contributi deciso dal governo. Non a caso, quando la decontribuzione per i neo-assunti è stata più che dimezzata, la “bolla occupazionale” si è subito sgonfiata lasciando sul terreno polemiche e delusioni. Uno scenario che molti avevano previsto (sia pure non in questi termini) e che, di fatto, ridimensiona non solo le aspettative del premier, Matteo Renzi, ma sconfessa sul campo tutti coloro che avevano trasformato il Jobs Act e, con esso, l’abolizione dell’articolo 18, in una sorta di “bacchetta magica” in grado di creare, da sola, milioni di posti di lavoro. Non è andata così.

I dati diffusi ieri dall’Inps, con la brusca frenata dei contratti a tempo indeterminato (-33,4% rispetto allo stesso periodo del 2015) e il forte calo del rapporto fra lavori stabili e quelli precari (-77%) mostra soprattutto una cosa: il lavoro non può essere creato con leggi o decreti. E, a questo punto, resta anche da chiedersi se davvero le ricette messe in campo dall’esecutivo siano state davvero quelle più giuste per invertire il trend e dare una speranza ai milioni di giovani disoccupati che rischiano di saltare a piè pari l’appuntamento con il mercato del lavoro.

La decontribuzione è costata 30 miliardi di euro, spalmati in tre anni. Se a queste risorse aggiungiamo i 20 miliardi necessari per coprire il bonus di 80 euro deciso dall’esecutivo, arriviamo ad un tesoretto di 50 miliardi che, nei fatti, ha prodotto poco o nulla sul versante della crescita e dell’occupazione. La stessa dose di flessibilità introdotta con il Jobs Act non è servita, di per sé, a incoraggiare gli imprenditori a fare nuove assunzioni.

I dati, insomma, dimostrano ancora una volta che, senza una vera crescita economica e, soprattutto, senza un’adeguata politica industriale e manifatturiera in grado di spingere sul pedale dei nuovi investimenti produttivi, difficilmente si può creare vera e buona occupazione.

Certo, con questo, sarebbe un errore ridimensionare la portata della riforma sul mercato del lavoro decisa dal governo. Il Paese ha un disperato bisogno di interventi strutturali per affrontare le sfide che il mondo globalizzato impone alle imprese che vogliono restare competitive e conquistare nuove quote di mercato. Ma, molto probabilmente, se si fossero utilizzati i 50 miliardi per ridurre l’Ires e l’Irap o per tagliare l’Irpef, forse il risultato sarebbe stato diverso: più che la breve illusione di una “bolla occupazionale” avremmo avuto, forse, una più duratura crescita dell’economia reale e dei posti di lavoro. Proprio quello di cui il Paese, oggi, ha più bisogno.

 

Fonte: L’Arena

Un Paese per poveri, per 6 pensionati su 10 l’assegno Inps non supera i 750 euro al mese

Un Paese per poveri. La più lunga e grave recessione dal dopoguerra ha bruciato risparmi e fortemente alleggerito il portafoglio degli italiani. Ne sanno qualcosa i milioni di italiani che non solo non riescono ad arrivare a fine mese ma si fermano molto prima, forse neanche a metà strada: secondo gli ultimi dati dell’Inps, infatti, il 63% delle pensioni erogate dall’istituto si ferma sotto la soglia dei 750 euro. E, di questi, almeno 4 pensionati su 10 non raggiungono i 500 euro mensili. Dati che misurano, con allarmante precisione, quell’esercito di poveri che, giorno dopo giorno, ingrossa sempre di più le sue fila.

Il calo degli assegni Inps è anche l’altra faccia della grande crisi che ha investito il Paese, bruciando in otto anni il 25% del nostro potenziale produttivo oltre a centinaia di migliaia di posti di lavoro. Un fenomeno che ha lasciato una ferita profonda non solo dal punto di vista economico anche nel tessuto sociale. L’ultima istantanea scattata ieri dall’Istat non lascia margini di dubbio: in duecentomila famiglie sono le mamme che ogni giorno escono di casa per andare al lavoro mentre i papà, disoccupati, restano fra le mura domestiche ad occuparsi degli figli. Un fenomeno in forte crescita rispetto al 2014 e che, comunque, dista anni luce rispetto a un Paese dove da sempre il ruolo di capofamiglia era di esclusivo appannaggio dell’uomo. E c’è anche chi sta peggio, come gli 85 mila nuclei familiari con figli dove a perdere il lavoro sono stati entrambi i genitori.

Certo, rispetto agli ultimi quattro anni, l’economia italiana sembra aver cambiato passo. Dopo aver inanellato una lunga serie di segni negativi, il Prodotto Interno Lordo (l’indicatore che misura la ricchezza di un Paese) nel 2015 ha fatto registrare un +0,8%. Che, quest’anno, secondo le previsioni del governo (peraltro già riviste al ribasso dall’Unione Europa), dovrebbe lievitare fino all’1,5%. Anche così, però, c’è poco da stare allegri. La doppia fotografia scattata ieri dall’Inps e dall’Istat ci consegna l’immagine di un Paese che avrebbe bisogno, per risalire la china e combattere l’incubo povertà, di una dose coraggiosa di riforme. A cominciare, ovviamente, da quella della previdenza, uno dei settori che durante gli anni della crisi, i governi hanno trasformato in una sorta di bancomat dal quale prelevare le risorse necessarie per far quadrare i conti pubblici.

Ma per uscire dalla recessione occorre, soprattutto far ripartire gli investimenti produttivi e accelerare la crescita. Se il Pil continuerà a crescere ad un ritmo così blando e se l’Azienda Italia non si rimetterà davvero in moto, ci vorranno almeno venti anni per tornare ai livelli pre-crisi. Troppi per un Paese che, dal punto di vista dei redditi e del lavoro, ha già pagato un prezzo molto alto.

fonte: L’Arena

La rivoluzione silenziosa del voto in Iran

Ci sono rivoluzioni silenziose che nessuna censura e nessuna forza conservatrice o religiosa può fermare. Quello che è successo ieri in Iran non è che la conferma di una regola ben nota ai politici. La netta affermazione delle forze riformiste, forse al di là di ogni più rosea aspettativa, è infatti un segnale importante. E non solo per il Paese guidato da Hassan Rohani. Ma anche per quell’ampio segmento di società “civile” che ha deciso di chiudere i ponti con il recente passato estremista, che ha trovato il suo acme nel duello sul nucleare.

Per capire l’esatta dimensione del risultato elettorale e della sconfitta dei cosiddetti “principalisti”, l’ala più conservatrice ed estremista del Parlamento, è sufficiente solo un dato: Ahmad Janati, presidente del Consiglio dei Guardiani, l’organismo che controlla il Parlamento e il voto, secondo le prime proiezioni, sarebbe solo al decimo posto fra gli eletti. E, addirittura due posizioni più in basso, si sarebbe piazzato Mohammad Taqi Mesbah Yazdi, conosciuto come “il religioso per cui non conta nulla quello che pensa il popolo”.

In cima alla classifica, invece, c’è la nutrita pattuglia di riformisti e moderati, riuniti nella “Lista della Speranza” . Un risultato straordinario se si pensa che i candidati in lista sono stati tagliati per il 90% dal Consiglio dei Guardiani mentre all’ex presidente Mohammed Khatami, è stato vietato ogni presenza in tv, sia pure in fotografia. Divieto aggirato attraverso i social network, che si confermano ancora una volta un’arma a prova di ogni censura.

La verità è che dopo gli anni di crisi e dei sacrifici, imposti non solo dalla crisi economica ma anche dalle sanzioni internazionali decise nel 2006 e diventate addirittura più aspre nel 2012, il popolo iraniano ha scelto di cambiare rotta. E di scommettere sul dialogo con l’Occidente. Una strada sicuramente resa più agevole dalla fine dell’embargo sancita, nei mesi scorsi, dalla comunità internazionale dopo l’accordo sul programma nucleare e dal tour europeo (con tappa anche in Italia) del presidente Rohani.

Da questo punto di vista, il risultato iraniano è una buona notizia anche per l’Europa e in particolare per l’Italia, il secondo partner commerciale dell’Iran dopo la Germania. Solo per avere un’idea dei volumi in gioco, nel 2014, anche durante le sanzioni, l’interscambio con  Teheran ha continuato a viaggiare sui 7 miliardi di euro. Volumi che ora, naturalmente, potrebbero lievitare portando una boccata d’ossigeno alle nostre aziende più orientate verso l’export. Palazzo Chigi sta già studiando nuove missioni di imprenditori italiani per incoraggiare investimenti in Iran ma anche per attrarre nuovi capitali.

Sarebbe sbagliato, però, ridurre il risultato elettorale all’interno del perimetro dell’economia. Un Iran orientato verso le riforme può diventare un fattore di stabilizzazione in un mondo dove il rischio di una “guerra fra civiltà” diventa giorno dopo giorno più reale, con conflitti che sono ormai arrivati anche alle porte del nostro Paese.

Fonte: L’Arena

IL COMMENTO. Le armi spuntate del G20 contro la crisi mondiale

Solo su un dato sono tutti d’accordo: l’economia mondiale deve tornare a crescere. Ma sulle ricette da mettere in campo per uscire dalla recessione e per allontanare quei nuvolosi carichi di incognite che si intravedono all’orizzonte, i Grandi della terra continuano ad essere inesorabilmente divisi. Il documento finale messo a punto al termine del G20 di Shangai è il frutto, infatti, di un pazientissimo lavoro di rifinitura e compromesso. L’esatto contrario, forse, di quello che avrebbero bisogno i mercati (e l’economia reale) per poter uscire dall’incertezza e affrontare con maggiore coraggio la sfida dello sviluppo.

I motivi di preoccupazione, infatti, non mancano. E sono emersi chiaramente nella due giorni del vertice cinese. C’è la spada di Damocle della cosiddetta Brexit, ovvero l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Un evento che potrebbe innescare una reazione a catena dagli esiti imprevedibili. C’è poi il grande problema dei migranti, centinaia di migliaia di persone in fuga dalle guerre e non solo dalla povertà o dalla miseria, come succedeva qualche anno fa. Senza contare, infine, le tensioni sui prezzo del petrolio e la paura, neanche tanto sottaciuta, di una nuova bolla speculativa che, partendo dalla Cina, potrebbe estendersi a tutti i mercati finanziari. Quanto basta, insomma, per poter trasformare quello di Shangai in un vertice di “emergenza” e non nell’ennesimo summit fatto di tante parole e pochi impegni concreti.

Certo, tutti i Paesi hanno assicurato che faranno il possibile per stimolare la crescita. Sugli strumenti da adoperare, però, si continua a parlare con lingue diverse. Da una parte gli Usa, che chiedono di stimolare la domanda (anche riducendo le tasse e alimentando l’inflazione) per far ripartire la produzione. Dall’altra la Germania, che proprio non ne vuole sapere di allargare i cordoni della borsa e punta, invece, a misure centrate, soprattutto, sulle riforme strutturali. Al centro, i paesi più moderati, a cominciare dall’Italia, che vorrebbero interventi più diretti per stimolare gli investimenti. Ma, ancora una volta, nessuno è riuscito a mettere in campo strumenti concreti per combattere la crisi ed evitare il rischio di una nuova recessione.

IL COMMENTO. L’andamento lento dell’economia italiana

Finalmente una boccata d’ossigeno dopo una settimana in apnea. Ma l’exploit della Borsa di Milano, maglia rosa per una volta in Europa, e il rimbalzo di quasi tutte le piazze europee, che nei giorni precedenti avevano bruciato qualcosa come 242 miliardi di euro, non deve indurre a facili ottimismi. Sull’orizzonte dei mercati ci sono ancora nuvoloni carichi di incertezze e instabilità.Vediamo perché.

L’Europa continua a marciare a ritmi troppo lenti e, proprio nel giorno della ripresa dei mercati, si riaffaccia con forza il rischio Grecia. Con un vero e proprio ultimatum ad Atene sulla emergenza migranti. Quanto basta, pur non iscrivendosi alla categoria poco amata dal premier Renzi dei “gufi”, per affermare che la tempesta su questo fronte non è ancora superata. E i trattati di Schengen continuano ad essere a rischio.

Ma il nodo principale da sciogliere resta quello della crescita dell’economia reale. È ver, ad esempio, che il Pil italiano nel 2015 è tornato ad essere positivo dopo quattro anni di recessione. Ma, lo 0,7 di aumento messo a segno l’anno scorso è ancora troppo debole e sicuramente insufficiente per recuperare in tempi rapidi le perdite accumulate durante gli anni più duri della crisi.

Dall’altra parte dell’Oceano anche gli Stati Uniti hanno rallentato il passo dopo aver illuso i mercati sul ritmo della propria ripresa. Il risultato è stato l’estrema volatilità dei cambi dettata anche dalle incertezze sull’andamento dei tassi alimentate dalla Fed.

Altro punto critico, la frenata delle economie emergenti a cominciare dalla Cina, investita da una vera e propria bufera finanziaria, con crolli a ripetizione dei mercati. Anche il rimbalzo del prezzo del petrolio, dopo settimane di continui scivoloni, è più alimentato dalle voci di un possibile accordo fra i paesi produttori che di una ripresa del mercato e quindi dei consumi.

In questo scenario toccherebbe proprio all’Europa giocare un ruolo di primo piano. È ancora il più grande e ricco mercato del mondo e si trova al centro delle nuove correnti commerciali di traffico che prima o poi cominceranno a prendere slancio nel Mediterraneo.

Ma, per sedere da protagonista al tavolo dell’economia mondiale e far sentire la sua voce, dovrebbe essere più coesa politicamente, più unita istituzionalmente e più competitiva dal punto di vista economico. Tre condizioni che presupporrebbero un grande sforzo di leadership ma, soprattutto, il ritorno alla stagione dei grandi ideali politici. Un altro mondo rispetto alle scaramucce che ancora oppongono l’Europa del rigore a quella della crescita.

 

Fonte: L’Arena

IL COMMENTO. La crisi dei mercati, perchè è tornato l’incubo dello spread

Punto e a capo. I mercati finanziari tornano a fare paura. Le Borse cruciano 309 miliardi di euro in una sola giornata e gettano nel panico operatori e risparmiatori. Milano lascia sul terreno quasi cinque punti, trascinata al ribasso dall’ennesimo scivolone dei titoli bancari: la peggiore performance dopo quella di Atene. Il crollo, per la verità, è stato globale, si è esteso a macchia d’olio da Wall Street al Giappone ed ha risparmiato solo la Borsa di Pechino, ma solo perché chiusa per le festività del Capodanno Cinese.

All’origine della débâcle le ombre, sempre più evidenti, di una nuova recessione globale, alimentata dalla brusca frenata della locomotiva americana e dal possibile cambio di rotta della politica monetaria della Fed, che aveva cominciato – sia pure timidamente – ad alzare i tassi di interesse e a rafforzare il dollaro. Ora, alla luce dei nuovi dati macroeconomici statunitensi, tutto torna in discussione. E, a pagare le conseguenze più alte, saranno proprio i Paesi europei, Italia in testa, che avevano puntato quasi tutte le carte sulla ripresa americana.

A soffiare sul fuoco è, ovviamente, la speculazione, tornata a colpire in grande stile nelle ultime settimane dopo essere rimasta per mesi alla finestra, resa più guardinga anche dalla politica interventista adottata dalla Bce. Ora, però, lo scenario è mutato di colpo. E perfino il presidente dell’Istituto di Francoforte, Mario Draghi, ha dovuto alzare le braccia e ammettere l’esistenza di “forze oscure” che complottano contro la ripresa europea e contro l’ennesimo flop delle politiche adottate per evitare lo spettro, sempre in agguato, della deflazione.

E’ improbabile, ovviamente, che le nuove turbolenze finanziarie possano causare in Italia quello che è avvenuto sul mercato cinese, dove a pagare le conseguenze più pesanti del crollo sono stati i piccoli risparmiatori, che si erano precipitati in massa sui mercati azionari sollecitati dal miraggio dei facili guadagni. Un copione diametralmente opposto a quello di Piazza Affari, che nel tempo ha perso molti punti nella classifica degli investimenti più proficui. Ma sarebbe un errore sottovalutare l’allarme.

Da questo punto di vista, infatti, l’indicatore più preoccupante del lunedì nero delle Borse è stato il ritorno dello “Spread”, una parola quasi caduta nel dimenticatoio negli ultimi mesi. Ieri il differenziale fra i Btp italiani e i Bund tedeschi è tornato a viaggiare sui 145 punti base, un livello che non raggiungeva dalla scorsa estate. Un brutto segnale per un Paese che, nelle prossime settimane, dovrà convincere l’Unione Europea a dare il suo via libera ad una manovra economica che si regge solo sulle cosiddette “clausole di flessibilità”. Senza gli sconti promessi da Bruxelles, infatti, Renzi dovrebbe di nuovo tornare a chiedere sacrifici agli italiani con una manovra correttiva. Uno scenario da incubo per un’economia che stenta a crescere e non ha trovato ancora la strada della ripresa.

Fonte: L’Arena

Il canone Rai in bolletta: se gli italiani diventano “presunti colpevoli”

Eravamo abituati al fisco lunare, ostico e oppressivo. Alle cartelle pazze che periodicamente turbavano il nostro sonno. E ai calcoli complicati degli studi di settore, più croce che delizia di professionisti e partite Iva. Ma alla presunzione di colpevolezza, diciamo la verità, non ci avevamo ancora pensato. Convinti, con una punta di ingenuità, di essere sufficientemente protetti dai principi dello Stato di diritto. Vana illusione. Cancellata con un colpo di spugna dal canone Rai che da luglio entrerà nelle case degli italiani attraverso i fili dell’elettricità per finire, poi, sulle bollette.

Tutto bene per quelli già in regola. Ma, per quelli che non hanno mai pagato, i problemi cominciano proprio qui. Perché il versamento della prima rata del canone rischia di equivalere, in sostanza, ad un’autodenuncia che potrebbe costare assai cara: fino a 2mila euro fra arretrati (fino ad un massimo di dieci anni) e interessi maturati dall’Agenzia delle Entrate. Insomma, un salasso, sopratutto per le fasce più indifese.

Ma quello che davvero non va è quella sorta di inversione dell’onere della prova richiesto ai cittadini. In sostanza, si dà per scontato che chi è collegato alla rete elettrica sia automaticamente proprietario anche di un televisore. E, quindi, non può fare a meno di vedere i programmi della tv di Stato. Un automatismo per niente scontato nell’epoca di Internet, dello streaming e della pay per view. Ma, soprattutto, nettamente contrario alle norme che dovrebbero sempre regolare i rapporti fra cittadini e Stato, proprio per evitare di incappare in una macchina fiscale oppressiva e potenzialmente ingiusta. La stessa che fa decorrere le sanzioni amministrative per chi non ha pagato le cartelle esattoriali dall’arrivo della raccomandata e non da quello dell’ufficiale giudiziario.

Certo, nel caso del canone in bolletta, molto probabilmente il nuovo sistema farà emergere quel 27% di italiani che da sempre non hanno pagato Mamma Rai pur non perdendosi mai un’edizione del Festival di Sanremo. O l’ultima fiction. Ma non è neanche escluso che, da luglio in poi, si scatenerà una nuova battaglia legale fatta di ricorsi e carte bollate. Un vero e proprio caos. Con buona pace dei principi della trasparenza, della non retroattività e, soprattutto, della certezza del diritto, che dovrebbero essere i pilastri di un moderno sistema fiscale. Pilastri buttati giù senza troppe cerimonie, da più prosaiche esigenze di cassa: quelle della Rai e del Tesoro.

 

Fonte: QN

Perchè la “bad bank” ultra-light non risolve tutti i problemi

Forse non si poteva ottenere di più in questa fase. E forse il governo italiano ha davvero fatto tutto il possibile per ottenere il massimo dei risultati. Resta il fatto, però, che la versione ultra-light della “Bad Bank” partorita a Bruxelles dopo una lunga ed estenuante trattativa, non è riuscita a convincere i mercati. Chi si aspettava un intervento risolutivo, in grado di rassicurare i risparmiatori e respingere una volta per sempre l’assalto degli speculatori, è rimasto sicuramente deluso. Piazza Affari è tornata ad indossare la maglia nera fra i mercati europei, registrando un tonfo del 3,5%. E, ancora una volta, a trascinare gli indici al ribasso, sono state proprio le banche.

I motivi dell’ennesima debacle sono molti. Tanto per cominciare, l’accordo raggiunto a Bruxelles contiene molti vincoli e, soprattutto, fissa troppi paletti sulla garanzia pubblica che l’Italia mette in campo per alleggerire i nostri istituti dal fardello dei crediti in sofferenza. Una “dote” di 200 miliardi di euro (89 quelli netti) che le banche, se lo vorranno, potranno girare ad una società di scopo. La “newco” provvederà poi a “cartolarizzare” i crediti a rischio affidandosi agli operatori di mercato. Un meccanismo sperimentato con successo soprattutto nei Paesi anglossassoni dove, però, le condizioni di partenza sono molto diverse: non servono in media 20 anni, come in Italia, per recuperare i crediti e, soprattutto, c’è una situazione economica decisamente più favorevole. In queste condizioni la garanzia pubblica promessa in Italia a prezzi di mercato e, soprattutto, senza intaccare i conti dello Stato, rischia di non alleggerire abbastanza i conti dei nostri istituti di credito che si troverebbero a “cartolarizzare” i crediti con prezzi molto più bassi rispetto a quelli iscritti in bilancio.

C’è poi un altro nodo tutto da chiarire: non si sa ancora, infatti, se la Bce potrà o meno acquistare le obbligazioni che saranno emesse dalle “newco” che acquisiranno le sofferenze. La partita è ancora aperta ma bisognerà convincere soprattutto i tedeschi ad abbassare un po’ la guardia ed avere più fiducia sulle prospettive del nostro Paese nel medio e lungo termine: un’impresa tutt’altro che facile.

C’è, infine, un dato macroeconomico da non sottovalutare: in Italia la crescita continua ad essere molto lenta. E, senza una vera ripresa, difficilmente potranno tornare nelle casse degli istituti di credito i prestiti concessi ad un sistema produttivo che continua ad arrancare. La strada maestra per ridurre le sofferenze bancarie passa, infatti, proprio per l’aumento del Pil e della ricchezza. Tutti gli altri strumenti, a cominciare dalla “bad bank”, sono utili ma sicuramente non sufficienti per risolvere i problemi. Un concetto che i mercati, anche ieri, hanno mostrato di conoscere molto bene.

Banche e mercati, l’emergenza è davvero finita?

Non basta dire che le banche sono solide, soprattutto se ad affermarlo sono gli stessi istituti di credito. Così come non bastano le rassicurazioni della Bce sul nostro sistema, tre giorni dopo le missive inviate all’Italia per conoscere la situazione dei crediti incagliati. Non è neanche sufficiente sapere che l’Ue ha cambiato idea sulla “bad bank” dopo il duro braccio di ferro con il governo italiano che ha destabilizzato il settore. Così, come, non hanno certo aiutato i duelli verbali fra Renzi e Junker sull’Europa. Il risparmio è un valore sacrosanto, sul quale non si può e non si deve giocare.

La bufera finanziaria che ha investito in pieno il nostro Paese ha mostrato che il male oscuro della “speculazione” è tutt’altro che superato. Anzi, è più vivo e vegeto che mai. Solo che, dopo aver preso di mira il debito sovrano dei Paesi più deboli, ora ha trovato un nuovo punto debole: le nostre banche. E’ vero che ieri le Borse hanno rialzato la testa dopo le rassicurazioni di Draghi su un cambio di passo della politica monetaria a marzo e sull’intenzione di continuare ad utilizzare il “bazooka” del “Quantitative Easing” per iniettare liquidità al sistema e dare peso ad una ripresa economica che si presenta ancora piuttosto stabile. Ma è improbabile che tutto questo possa davvero cancellare con un colpo di spugna tutti i problemi.

Il sistema economico si trova di fronte ad una crisi globale. La guerra del petrolio, che ha spinto i del greggio al di sotto dei livelli di guardia, il rallentamento della locomotiva cinese e degli altri Paesi emergenti, le nuove tensioni geopolitiche, sono tutti elementi che gli speculatori conoscono molto bene. E che rappresentano altrettanti focolai di tensione sui mercati finanziari. Se a questo aggiungiamo la posizione di oggettiva debolezza della maggior parte dei nostri istituti di credito rispetto ai concorrenti europei, che hanno potuto utilizzare, quando è stato possibile, gli aiuti pubblici per ricapitalizzarsi, è lecito pensare che l’emergenza non è ancora superata.

Per mettere al sicuro il sistema servono azioni concrete. Impegni certi. Accordi scritti nero su bianco. Bisogna convincere l’Ue a parlare con una sole voce, evitando il “doppiopesismo” che ha spesso segnato le sue decisioni proprio nel settore del credito. Occorre spiegare alle banche che non è sufficiente rivedere al ribasso l’esatta entità dei crediti davvero irrecuperabili (sarebbero 89 miliardi su uno stock di 201) e che dovrebbero dotarsi di una strategia che consenta davvero al sistema di fare fronte agli effetti della più grave e lunga crisi economica dal dopoguerra. Bisognerebbe rivedere le regole della vigilanza, che hanno mostrato ancora una volta i limiti delle authority che dovrebbero tutelare i risparmiatori, a cominciare da Consob e Bankitalia. Ma è necessario che anche il governo faccia la sua parte fino in fondo, non solo portando a casa la “bad bank” ma anche riformando il sistema della giustizia civile e le norme sul recupero dei crediti incagliati. Le parole fanno sicuramente bene ai mercati. Ma, per recuperare la fiducia e sconfiggere la speculazione, servono soprattutto i fatti.

fonte: QN

Le banche italiane continuano a perdere terreno in Borsa, ecco perchè

Non è stata la “tempesta perfetta”, quella che porta diritto alla “crisi di sistema”. La maggior parte delle banche italiane è solida e può ancora reggere alle spallate della speculazione. Ma quello che è successo anche ieri a Piazza Affari è molto più di un campanello di allarme. Dietro lo scivolone degli istituti di credito ci sono, infatti, tre elementi che pesano come un macigno sui conti dei nostri banchieri.

La mina delle sofferenze. Prima di tutto, la grande partita dei crediti in sofferenza. Le ultime stime registrano la cifra monstre di 200 miliardi di euro. Ma, considerando tutte le tipologie dei crediti a rischio, la somma potrebbe lievitare fino ai 350 miliardi di euro. Una situazione che ha due conseguenze negative: costringe le banche a stringere i rubinetti del credito (frenando la ripresa) e le indebolisce, fortemente, rispetto ai diretti competitor internazionali.

Il confronto europeo. Un numero per tutti: nell’eurozona il rapporto fra prestiti e sofferenze è fermo al 7,5%. In Italia, i colossi come Intesa e Unicredit viaggiano ad una percentuale pressoché doppia. Fino ad arrivare al record del 32,9% del Monte dei Paschi di Siena. Solo per avere un metro di paragone, la più grande banca del vecchio continente, Bnp Paribas, ha sofferenze pari al 4,5% dei crediti. Mentre, in Germania, Deutsche Bank arriva a malapena all’1,8%. Insomma, non c’è partita. E la situazione potrebbe addirittura peggiorare considerando la situazione dell’economia reale e le previsioni del nostro Pil, riviste ancora una volta al ribasso.

Lo spettro del “Bail In”. Ad impensierire gli investitori anche le nuove norme entrate in vigore a gennaio e che di fatto scaricheranno su azionisti e correntisti più ricchi gli eventuali problemi degli istituti. Ne hanno già fatto la triste esperienza i correntisti che hanno acquistato obbligazioni delle quattro banche “fallite” (Banca Marche, Etruria, Carife e Carichieti) e che rischiano di vedere andare in fumo i loro risparmi. Ora, con le nuove regole, questi titoli diventeranno sicuramente meno solidi e, quindi, quando andranno a scadenza, saranno rinnovati a tassi più alti. Con un ulteriore aggravio sui bilanci delle banche.

Una montagna di titoli pubblici. Ma non basta. Nella pancia dei nostri istituti di credito c’è poi una grandissima quantità di titoli del debito pubblico italiano, fra i 450 e i 500 miliardi di euro. Naturalmente, si tratta di una dote relativamente sicura, la situazione italiana non è più comparabile a quella della Grecia. Ma, rispetto ai Bond tedeschi, sicuramente i nostri Btp sono meno solidi e, in prospettiva, meno sicuri. Non a caso è stato proprio questo uno degli argomenti spesi dalla Germania per bocciare l’ipotesi di una assicurazione europea sui depositi bancari.

La beffa degli aiuti di Stato. Che cosa fare per evitare il peggio? Al ministero dell’Economia non hanno dubbi: occorre un intervento pubblico. L’idea di base, quella di una “bad bank” nazionale, è stata già stata bocciata da Bruxelles. Per questo si sta ragionando sull’ipotesi di costituire tante società controllate dai rispettivi istituti di credito (con garanzia dello Stato) ai quali trasferire i crediti in sofferenza. Ma la partita è tutt’altro che semplice. Se fino a qualche anno fa, nel pieno della crisi economica, i nostri banchieri hanno sempre rifiutato, con un pizzico di orgoglio, l’aiuto dello Stato, ora la situazione si è letteralmente invertita. Solo che, allora, tedeschi, francesi e spagnoli hanno potuto ricapitalizzare le banche a spese dei contribuenti, anche di quelli europei. Ora, la stessa operazione, sarebbe considerata un aiuto di Stato e quindi vietata. Una vera e propria beffa.

Fisco amico dei contribuenti onesti o dei furbi?

Il fisco cambia volto. Almeno sulla carta. Diventerà meno “invasivo” e più “cooperativo”, gli studi di settore saranno resi più aderenti alla realtà economica e si avvierà un vero e proprio processo di razionalizzazione dei costi sostenuti dall’amministrazione pubblica per incassare le tasse. Forse non sarà proprio una rivoluzione, in attesa dell’annunciata (e sempre rinviata) riforma del sistema fiscale. Ma è sicuramente un modo per attenuare quell’immagine opprimente che, negli ultimi anni, ha assunto come simbolo Equitalia e come emblema le tante proteste, cavalcate da quasi tutti i partiti, dei contribuenti tartassati dalla cartelle esattoriali e spinti anche ai gesti più estremi.

Le linee guida diffuse ieri dal ministero dell’Economia tracciano, invece, un sistema molto “amichevole”, con un obiettivo prioritario: mettere il contribuente al centro di un rapporto che, soprattutto in Italia, non ha mai funzionato. Fin qui, ovviamente, tutto bene. Se la macchina fiscale diventa più semplice e meno arcigna, i contribuenti non potranno che essere contenti. E, probabilmente, i vantaggi saranno evidenti per tutti.

Ma attenti ai facili ottimismi. In Italia, pagare le tasse, anche a causa dell’elevata pressione fiscale, è vissuto sempre come un incubo più che come un obbligo legato alla comunità della quale si fa parte. Il rischio, insomma, è che si passi da un eccesso all’altro. Siamo infatti il Paese che è ai primi posti, in Europa, sul fronte dell’evasione fiscale. Circa 100 miliardi di euro sfuggono, ogni anno, alle maglie dell’erario, come ha denunciato con forza, nel suo discorso di fine anno, lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il grande esercito dei furbetti delle tasse ha due effetti devastanti. Primo, concentra le tasse soprattutto, sui “soliti noti”, vale a dire i contribuenti che, per una ragione o per un’altra, non possono sfuggire all’occhio del fisco. Secondo, distorce il mercato, favorendo imprese e contribuenti disonesti a danno di quelli che pagano fino in fondo tutte le imposte.

Ancora una volta, insomma, l’impressione è che si affronta il grande problema delle tasse, senza una strategia coerente e costante nel tempo. Soprattutto lanciando messaggi contraddittori. Va bene, ad esempio, rivedere gli studi di settori “per renderli maggiormente efficaci e massimizzare l’attendibilità delle stime, assicurandone al contempo la semplificazione anche attraverso la riduzione del loro numero”. Ma attenti a non abbassare la guardia: in Italia l’evasione fiscale è concentrata, per lo più (almeno stando alle statistiche delle dichiarazioni dei redditi) fra i professionisti e i lavoratori autonomi. Se la svolta viene interpretata come una sorta di “liberi tutti”, gli effetti potrebbero essere molto pesanti, al di là delle buone intenzioni predicate dal ministero dell’Economia. Insomma, va bene un fisco amico dei contribuenti a patto, però, che non diventi amico degli evasori.

fonte: L’Arena

Dal 2016 donne in pensione due anni più tardi, le ingiustizie della Legge Fornero

In principio erano solo gli esodati. Ma c’è poco da fare: la riforma Fornero, lacrime a parte, è la legge delle disparità e delle ingiustizie sociali. Tutti contro tutti: anziani contro giovani, donne contro uomini, lavoratrici del privato contro quelle del settore pubblico. E, dal 2016, le differenze saranno ancora piu’ marcate dal momento che le donne impegnate nel lavoro autonomo, dovranno lavorare ben 22 mesi in piu’ per tagliare il traguardo della pensione. Uno “scalone” che di fatto ha già spinto, chi ha potuto, alla grande fuga dal lavoro.

Nata sull’onda lunga della crisi economica, addolcita dalla-promessa di una spending review che avrebbe colpito tutti i privilegi, benedetta dalla Germania della Merkel e spinta dalla inesorabile legge dello “spread”, la riforma Fornero, mese dopo mese, mostra invece tutte le sue crepe. E soprattutto ribadisce un principio sacrosanto: non si possono fare le riforme utilizzando le pensioni come il bancomat privilegiato per risolvere i problemi della finanza pubblica.

L’errore piu’ grosso commesso dall’ex ministro del governo Monti è stato proprio questo. Se ne è reso conto, per tempo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che non a caso ha presentato, subito dopo la Legge di stabilità, le sue proposte per mandare in soffitta la Fornero e varare un sistema piu’ equo. Missione fallita dal momento che Palazzo Chigi non ha trovato le coperture finanziarie necessarie. Ma il tema resta tutto sul tappeto e, l’anno prossimo, con le regole che entreranno in vigore proprio il primo gennaio, diventerà sempre piu’ pressante.

E’ vero che, in quasi tutti i paesi occidentali, le regole per andare in pensione sono state modificate per adeguarle all’innalzamento dell’aspettativa di vita. Ma questo non giustifica il fatto che il nostro sistema sia quello piu’ duro a livello europeo e che i sacrifici chiesti agli italiani stiano diventando insostenibili. Oggi, insomma, occorre mettere al piu’ presto mano alla riforme per cambiare le regole del gioco, salvaguardando i diritti di chi ha lavorato per una vita e di chi, invece, si appresta solo ora a farlo. E’ vero che il tema delle pensioni è già nell’agenda del premier Renzi. Ma, dopo le parole bisogna passare al piu’ presto ai fatti per evitare la Fornero produca ulteriori danni e, soprattutto, che penalizzi un’intera generazione di pensionati costretti a lavorare sempre di piu’ e di giovani che, a parità di contributi versati rispetto ai genitori, otterranno pensioni da fame. Un prezzo troppo alto per un Paese che vuole continuare a investire sulle giovani generazioni e, quindi, su se stesso.

Approvata la manovra economica, ma sarà sufficiente per la crescita?

Appena approvata e già superata. L’economia corre più veloce del governo Renzi e della manovra economica varata ieri, in via definitiva, dal Senato. Nelle intenzioni del premier avrebbe dovuto essere una delle leve decisive per spingere il Paese fuori dalle secche della recessione. Nella sostanza, la Legge di Stabilità per il 2016, non contiene quegli elementi strutturali in grado di accelerare la crescita del Pil e, soprattutto, di fare fronte ai mutati scenari dell’economia internazionale, con il rallentamento della crescita globale e, soprattutto, con le nuove tensioni legate all’offensiva del terrorismo islamico. Senza considerare, poi, i guai di casa nostra, con il rallentamento dei consumi (molte città sono alle prese con la deflazione) e la perdita di fiducia nei confronti del sistema del credito dopo il crack di quattro piccole banche. C’è infine l’incognita dell’Ue, che non ha ancora autorizzato lo sfondamento del deficit dello 0,2% necessario per finanziare il pacchetto sulla sicurezza e la cultura.

Nella speciale classifica dei vincitori e dei vinti che segna, inesorabilmente, ogni manovra economica, ottengono sicuramente qualche risultato apprezzabile i proprietari delle prime case, con l’azzeramento delle tasse. Incassano qualcosa anche i giovani, con la riconferma del bonus (sia pure in misura ridotta) per le assunzioni. C’è poi il consueto lungo elenco di mance, distribuite un po’ a raffica e che accontentano le categorie più diverse: dai creativi alle università, dalle auto ecologiche alle biomasse. Meno soddisfatte le imprese, che vedono allontanarsi al 2017 le speranze di un taglio delle tasse. E parzialmente scontenti anche governatori e sindaci, che dovranno fare fronte ad una ulteriore sforbiciata dei trasferimenti. Nessuno sconto, invece, per i futuri pensionati , in attesa di regole meno dure rispetto a quelle previste dalla legge Fornero.

Insomma, un quadro con qualche luce (il taglio delle tasse) ma tante zone ancora in ombra. Ancora una volta, insomma, l’Italia dovrà affidare le sue speranze di crescita piu’ sul contesto internazionale che sulle sue forze. Certo, rispetto alle manovre cariche di tasse e di sacrifici degli ultimi anni, la Legge di Stabilità di Renzi rappresenta una piccola inversione di tendenza. Troppo poco, comunque,per centrare l’obiettivo del raddoppio del Pil e, soprattutto, cercare di recuperare il terreno perduto negli anni della grande crisi.Forse non si poteva fare di più considerato il peso del debito pubblico e i vincoli imposti dall’Ue. Ma in un contesto ancora segnato dalla bassa crescita forse una dose di coraggio in più sul fronte dello sviluppo sarebbe stata utile per tutti i Paesi del Vecchio continente. E non solo per l’Italia.

Banche in crisi e pochi controlli, così il risparmio diventa a rischio

C’è un patto tacito fra i risparmiatori e le banche. Un patto che si regge sulla fiducia. Ma anche sulla convinzione che un istituto di credito abbia pareti di vetro, che all’interno del suo perimetro ogni singola operazione sia sottoposta ai controlli, presumibilmente rigorosi e inattaccabili, degli organismi di vigilanza. Che, nel nostro Paese, hanno un nome e cognome ben preciso: Bankitalia e Consob.

E’ evidente che, nel caso dei quattro istituti (Banca Etruria, Banca Marche, CariFe e CariChieti) finiti sull’orlo del crack qualcosa non ha funzionato. Le indagini sono in corso ed è prematuro emettere un verdetto. Saranno i magistrati a decidere chi ha sbagliato. Ma c’è un aspetto dell’intera vicenda che ripropone un fastidioso déjà vu, l’impressione di trovarsi di fronte ad una storia che si ripete puntualmente e dove il ruolo della vittima è affidato proprio alla categoria più debole, quella del piccolo risparmiatore. Un copione che ha spesso esiti drammatici, come nel caso del pensionato di Viterbo che si è tolto la vita. Ma che, nonostante tutti gli sforzi, gli impegni e le promesse, non si riesce a cambiare. Dai bond argentini a quelli Parmalat fino ai più famigerati mutui subprime, i prodotti finanziari “venduti” dalle banche ai propri clienti hanno potuto godere di una “deregulation” quasi mai in linea con l’esigenza primaria di tutela dei risparmio. Un valore scritto nero su bianco nel nostro ordinamento, sancito da innumerevoli vertici finanziari, regolamentato da norme internazionali.

Eppure, ogni volta che una banca fallisce (o, rischia di portare i libri in tribunale) si scopre ineluttabilmente che le maglie dei controlli sono ancora troppo larghe (al netto, ovviamente, delle responsabilità o degli errori) e che il sistema andrebbe per lo meno rivisto dal punto di vista della trasparenza. Nel caso, specifico poi, i risparmiatori hanno dovuto sopportare anche il doppio volto dell’Europa: docile e accondiscendente quando si è trattato di salvare le banche tedesche, rigida e intransigente quando l’Italia ha chiesto di attivare il fondo salva-risparmi. “Aiuti umanitari”, come li ha definiti lo stesso ministro dell’Economia, Padoan.

Sono già partite le indagini della magistratura. Forse, nei prossimi giorni, saranno avviate le class action. Ma per ora resta l’amara realtà di un piccolo esercito di italiani che avevano sottoscritto un “patto” di fiducia con la propria banca e che invece sono stati traditi proprio da quelle stesse istituzioni, italiane o europee, che avrebbero dovuto tutelarlo e difenderlo. Si dice che il salvataggio di questi risparmiatori potrebbe avere un effetto domino e sancire un “pericoloso” principio anche per il futuro. Ma forse, i costi del non salvataggio, soprattutto per la credibilità del sistema, potrebbero essere ancora più alti.