Nel Mezzogiorno si continua a pagare un prezzo troppo alto per un servizio che troppo spesso non è all’altezza. È il quadro che emerge dallo studio realizzato dalla Uil sulle tariffe del servizio idrico nei comuni italiani, un’analisi che mette a confronto costi, assetti di gestione e qualità dell’erogazione, facendo emergere con forza le distorsioni di un sistema che scarica ancora una volta sui territori più fragili le sue inefficienze strutturali.

L’indagine ha preso in esame le tariffe applicate negli anni 2025 e 2026 per uso domestico residente, considerando una famiglia tipo composta da tre persone e un consumo annuo di 180 metri cubi per due annualità. Lo studio è stato condotto sulla base delle informazioni e delle delibere rese disponibili dai gestori, pubblici e privati. Le tariffe analizzate comprendono una quota fissa, una parte variabile legata ai consumi, le componenti perequative e l’Iva al 10%.

Il dato medio nazionale colloca la spesa annua per l’acqua attorno ai 500 euro per famiglia. Ma dietro questa media si nasconde un’Italia profondamente divisa, dove le differenze tra Nord e Sud restano marcate e dove, soprattutto, non sempre a costi elevati corrisponde un servizio adeguato. Anzi, in molte realtà del Mezzogiorno, i cittadini si trovano a sostenere spese rilevanti pur dovendo fare i conti con erogazioni discontinue, infrastrutture obsolete, dispersione idrica e interruzioni che in alcuni casi si protraggono per lunghi periodi.

È proprio questo il punto politico e sociale che lo studio porta al centro del dibattito: non si può continuare a chiedere gli stessi sacrifici economici a famiglie che vivono in territori dove il diritto all’acqua non è garantito con continuità e qualità. Il divario non è solo tariffario, ma riguarda il principio stesso di equità tra cittadini.

A denunciare con forza questa situazione è il segretario confederale della Uil, Santo Biondo, che parla di una condizione “inaccettabile” nel 2026. Secondo il sindacalista, milioni di persone continuano a sostenere costi importanti per un servizio che, in troppe aree del Paese, è discontinuo, inefficiente o addirittura assente per periodi prolungati. Una fotografia che, nel Sud, assume contorni ancora più gravi perché si innesta su anni di ritardi infrastrutturali, carenze amministrative e insufficienti investimenti.

Per la Uil, le criticità del comparto idrico non sono episodiche ma strutturali. Sono il risultato di una lunga stagione di scarsa programmazione, ritardi accumulati e gestione inadeguata. Ecco perché il sindacato chiede innanzitutto chiarezza sull’utilizzo delle risorse del Pnrr destinate al settore idrico: quanti fondi siano stati effettivamente spesi, quali cantieri siano partiti davvero e quali interventi, invece, siano ancora bloccati.

Ma il punto più rilevante, per il Mezzogiorno, è un altro: non basta stanziare risorse se poi molti Comuni del Sud non vengono messi nelle condizioni di progettare, spendere e realizzare gli interventi. È qui che si misura la responsabilità dello Stato. Perché scaricare tutto sulle amministrazioni locali, spesso prive di personale tecnico e strutture adeguate, significa di fatto perpetuare il divario.

Da questo punto di vista, la richiesta della Uil è esplicita: serve un intervento straordinario a sostegno dei comuni meridionali, accompagnato da un ruolo più forte, coerente e continuativo dello Stato. Non una misura tampone, ma una strategia strutturale capace di affrontare insieme il tema delle reti, della gestione, della capacità amministrativa e dell’accesso effettivo ai finanziamenti.

La questione dell’acqua, del resto, nel Sud non riguarda soltanto le bollette. Tocca la qualità della vita, la salute pubblica, la competitività dei territori e la dignità delle comunità. Per questo il nodo delle tariffe non può essere letto in modo neutro o puramente tecnico. Quando i cittadini meridionali pagano per un servizio più debole, più fragile e meno continuo rispetto ad altre aree del Paese, non si è di fronte a una semplice inefficienza: si è di fronte a una disuguaglianza territoriale che continua a colpire sempre gli stessi.

Ed è proprio su questo terreno che si gioca una partita decisiva. Perché garantire al Sud un servizio idrico efficiente non significa concedere un privilegio, ma ristabilire un diritto. E senza una scelta politica chiara, che affronti fino in fondo il tema del divario infrastrutturale e amministrativo, il rischio è che anche i fondi straordinari finiscano per lasciare intatto il problema di sempre: un Mezzogiorno che paga troppo e riceve troppo poco.

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