CHE SUD CHE FA / IL MEZZOGIORNO IMMAGINARIO DI CORRADO AUGIAS (E DEI NIPOTINI DI BENEDETTO CROCE)

Al Sud che non merita niente bisogna togliere tutto. Anche – se per caso ce l’avesse – “il rimpianto di una età dell’oro brutalmente azzerata dall’arrivo dei garibaldini, poi dell’amministrazione sabauda”. Parla Corrado Augias nella sua rubrica di Repubblica vecchia come il cucco e a prova di rottamazione: Lettere a Repubblica.

Risponde, oggi 5 luglio 2016, a un paio di epistole di meridionali “per caso”, di quelli – tantissimi – che per essere più chic e più smart o più a la page, sono i primi a seminare dubbi sulle sorti del Mezzogiorno alla vigilia dell’Unità d’Italia. E per sentirsi un po’ meno da meno, prendono le dovute distanze, da chi ha provato a dimostrare l’esatto contrario. Ma meno per meno, in questo caso, non è detto che faccia più.

Augias, per esempio. Parla di mitologia di un Mezzogiorno in linea con lo sviluppo del Nord, che ogni tanto affiora. Rasa definitivamente al suolo dallo storico Emanuele Felice, il quale esse­­ndo nato a Sulmona (Abruzzo), non può che essere al riparo da ogni sospetto. Tanto più che insegna all’Universitat Autònoma di Barcellona (mica Cambridge, mica Oxford…)…

Sorprende che un giornalista coi fiocchi come Augias continui ad avere una visione del Mezzogiorno così radicalmente stereotipata. Il suo assunto è che se i meridionali fossero buoni (virtuosi), a quest’ora avrebbero risolto i loro antichi problemi. Quindi se non lo hanno fatto? E’ colpa loro…. Come se mafia, camorra, ndrangheta non facessero parte dei loro antichi problemi. Se non fossero la radice dei loro problemi. E anche, ormai è chiaro, e dei problemi dell’Italia.

Non trova il tempo, il nostro, di richiamare i lavori dei tanti (non esclusa la Svimez coi suoi studi) e di rammentare le scuse dell’ex presidente della Repubblica Napolitano (a proposito della guerra di occupazione sabauda). Non ha il buon gusto di prendere in esame anche i dati di altri studiosi, che non si capisce perché dovrebbero essere da meno di Emanuele Felice.

 Un esempio per tutti?

Pino Aprile, che di fresco ha pubblicato il libro “Carnefici”.

Gli studiosi Daniele, Malanima, Fenoaltea, Ciccarelli, Tanzi, Collet, De Matteo, tra gli altri…

Oppure Gennaro De Crescenzo, autore di documentatissimi libri sulla consistenza dell’industria meridionale, prima che i piemontesi la distruggessero; sulla biografia taciuta di Garibaldi; sul 1799 giacobino smitizzato… Fino all’ultimo lavoro intitolato “Il sud- Dalla Borbonia Felix al carcere di Fenestrelle”.

Se avesse avuto tempo (e voglia) Ausgias si sarebbe accorto di lui. Perché il suo commento al libro di Emanuele Felice (“Perché il Sud è rimasto indietro”), apparso sul sito del Sole 24 ore il 4 luglio scorso, è ancora là:

“Felice – scrive De Crescenzo – avrebbe scardinato i luoghi comuni della storiografia accademica sfatando i luoghi comuni secondo i quali il Sud era nelle stesse condizioni economiche del Nord? Da 150 anni gli accademici ci raccontano ripetitivamente che il Sud preunitario “era arretrato” e Felice dice il contrario? Basterebbe leggere qualche passo dell’ultimo libro di John Davis (“Napoli e Napoleone”) per rendersi conto della stranezza di certe dichiarazioni: furono Croce e gli artefici del Risorgimento, per Davis, a inventarsi la tesi dell’arretratezza meridionale per evitare di attribuirsi le colpe dei fallimenti unitari. Per fortuna, invece, molti colleghi di Felice (Daniele, Malanima, Fenoaltea, Ciccarelli, Tanzi, Collet, De Matteo, tra gli altri), sull’onda di una storiografia non accademica ma sempre più diffusa, ormai, e che Felice definirebbe “neoborbonica” (e che andrebbe ringraziata per il dibattito che ha saputo creare), dicono l’esatto contrario di quello che dice Felice. Saluti perplessi.

Qual è il problema allora?
De Crescenzo è fondatore, con Riccardo Pazzaglia, dei Neoborbonici. Pur essendo meridionale cone Felice, non merita ascolto. E? uno degli artefici – a sentire Augias – di “quella mitologia sulle condizioni del Mezzogiorno negli anni dell’unificazione…. Che ogni tanto affiora…”. Ma non riesce mai a lambire le pagine di Repubblica, cioè del giornale che sgorga direttamente dalla penna dei nipotini di Croce e degli artefici del Risorgimento. I quali, per evitare di attribuirsi le colpe dei fallimenti unitari, devono ancora aggrapparsi alla tesi dell’arretratezza meridionale. E semmai alla barzelletta dell’esercito di Francischiello, chi sta sopra va sotto, chi sotto va sopra. Gli unici a passare sempre dallo stesso pertugio, infatti, sono i nipotini di Croce, non di Franceschiello.

Claudio D'Aquino, napoletano, giornalista e comunicatore di impresa [ View all posts ]

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