• Circa 3000 miliardi l’anno fino al 2032 con un risparmio di 6700 euro l’anno per ogni cittadino europeo. Ecco il costo della “non Europa”; ecco il risparmio pro capite che si realizzerebbe se l’Unione fosse pienamente unita in settori nevralgici della società: dalla transizione ecologica ai trasporti, dalla difesa al lavoro. Una cifra gigantesca che vale il 18 per cento dell’intero Pil dell’Unione. È il risultato di uno studio del Servizio di ricerca del Parlamento europeo, sotto la responsabilità di Lauro Panella. Sabato Mario Draghi, illustrando i primi risultati del suo Rapporto sulla competitività, ha fatto riferimento alla necessità di spendere 500 miliardi l’anno solo per l’ambiente e la digitalizzazione. Risorse che sarebbero già disponibili se ci fosse “più Unione”. «La società europea – si legge nel report dell’Eurocamera – si trova ad affrontare sfide quali i cambiamenti climatici, i conflitti geopolitici, l’erosione dei principi democratici e le disuguaglianze sociali. E ci attendono altre possibili crisi: economica e sanitaria. Tali sfide possono essere affrontate al meglio con una risposta comune da parte degli Stati membri, piuttosto che con un’azione non coordinata, frammentata o isolata». Il Parlamento allora punta l’attenzione su dieci settori in grado di garantire risparmi considerevoli.

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  • Ricordate il Ventre di Napoli di Matilde Serao? Tutto nasce nel 1884, con il drammatico colera che colpisce Napoli. Nella città si addensano 61 000 abitanti per chilometro quadrato ma in alcune zone l’indice sale a 100mila abitanti che vivono stipati in poco piú di 30 000 vani, il che praticamente significa che almeno cinque persone dormono nell’unica stanza da letto. Alla stessa data, i fondaci – vicoli ciechi e cortili chiusi – sono 106: secondo la icastica definizione di Salvatore Di Giacomo, sono altrettanto scarrafunere, ossia tane di scarafaggi, covi luridi e brulicanti di uomini-blatte, privi di fognature, di impianti igienici e di acqua potabile, per non parlare dell’aria pura. Su quasi 12 000 pozzi, oltre 7000 risulteranno infetti o sospetti di inquinamento. In queste condizioni il colera si abbatte sulla città. L’epidemia scoppia a fine agosto in tutta la sua violenza, divampando dal 7 all’11 settembre in città e in provincia. In città c’è Stanislao Mancini, il ministro degli Esteri del governo allora guidato da Agostino De Pretis, che decide di non lasciare la città. Il 13 settembre arriva a Napoli anche il re, Umberto I, che per una volta perde la sua alterigia militare e segue l’evolversi della situazione sul campo. Quando gli illustri ospiti sono condotti agli Orefici, dinanzi al fondaco Marramarra e al cupo vico Lamie, il «venerando» presidente Depretis ne rimane talmente scosso da esclamare che «bisogna sventrare Napoli». Scarfoglio e Matilde Serao È una frase che fa subito il giro d’Italia. Matilde Serao segue da lontano, il «cuore da napoletana» tormentato da una schietta angoscia, le notizie del colera. Vive da due anni a Roma, dove ha appena conosciuto Scarfoglio, ed è già celebre in tutto il paese per le novelle, i primi romanzi, l’attività giornalistica sulle colonne del «Capitan Fracassa». Le parole di Depretis la colpiscono vivamente, suggerendole il primo di una serie di vigorosi articoli che saranno raccolti sotto il titolo Il ventre di Napoli. L’incipit è maestoso. La frase di Depretis non la commuove e non la persuade, perché egli è il governo e «il governo deve sapere tutto», non può pretendere di scoprire all’improvviso la situazione della città, quando dispone della piú ampia documentazione sulle condizioni reali dei suoi abitanti, sul numero dei mendicanti e dei vagabondi, delle prostitute e dei loro protettori, dei moltissimi nullatenenti e dei pochi «commercianti»; sugli introiti del dazio, della fondiaria, del monte di pietà, del lotto. Se questa documentazione è imprecisa o incompleta, a che serve l’enorme e dispendioso ingranaggio burocratico? a che servono i ministeri?L’atto di accusaL’atto di accusa di Matilde Serao – scriverà Antonio Ghirelli nella sua storia di Napoli – contro le autorità si stempera, secondo il temperamento della donna e della scrittrice, nella descrizione di tutte le atrocità e le miserie che gonfiano orrendamente il «ventre» di Napoli (questa tematica dell’esplorazione del «ventre» ci viene «anche essa d’oltralpe», cioè dalla Francia). La scrittrice difende con passione non soltanto le qualità dei suoi concittadini – pietà e gentilezza anzitutto, allegria e musicalità – ma anche i loro difetti: la superstizione quasi pagana, il vizio del gioco, le consuetudini pittoresche. Il nocciolo degli articoli, comunque, sta nella netta affermazione che sventrare la città non basta, non basta aprire tre o quattro grandi strade attraverso i quartieri popolari per salvarli. Non basta sventrare Napoli per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per restituire la salute e la coscienza alla povera gente, per insegnarle a vivere: bisogna «quasi tutta rifarla». Si muove il governo La legge sul Risanamento La prima idea di un provvedimento straordinario per Napoli è del ministro degli Esteri, Stanislao Mancini. Ma Depretis traccheggia. Teme che dietro l’attivismo del ministro ci siano interessi elettorali. Il presidente del Consiglio convoca a Stradella il ministro delle finanze Magliani ed altri esperti ministeriali, per arrivare alla discutibile conclusione che bisogna contenere l’intervento nei limiti del «piú stretto e urgente bisogno», alla stregua di un qualsiasi provvedimento di ordinaria amministrazione e sempre nella logica puramente contabile del bilancio statale. Anche la cifra di cui si sarebbe parlato a Stradella, e cioè uno stanziamento di 30 milioni, appare inadeguata. Secondo Magliani, che pure è notoriamente un ministro delle finanze tutt’altro che austero, governo e Banco di Napoli dovrebbero sovvenzionare esclusivamente i lavori di bonifica dei vecchi quartieri, lasciando ad una «poderosa società» il compito di creare quelli nuovi in cui trasferire la popolazione sfollata, ed incentivando l’impresa con la concessione gratuita dei suoli comunali e demaniali, piú l’esenzione decennale dell’imposta sui fabbricati. Agostino De Pretis A fine novembre Depretis presenta alla Camera il disegno di legge. Non meno serrati sono i tempi della discussione in Parlamento, sulla base di una relazione che Rocco De Zerbi prepara per conto della commissione Nicotera. A Montecitorio, il dibattito dura soltanto tre giorni, in un clima patetico che il presidente del Consiglio sottolinea tributando un clamoroso omaggio al duca di Sandonato, attualmente schierato sui banchi dell’opposizione al governo, per i suoi meriti nel «bonificamento» di Napoli. Il 21 dicembre, il disegno di legge passa nella sua stesura definitiva con 259 voti favorevoli contro 145. Al Senato, Brioschi e Pasquale Villari conducono una polemica piú vivace, senza riuscire tuttavia ad impedire che il provvedimento sia approvato con 96 sí contro 21 no.  Finalmente il 15 gennaio 1885, la «legge per il Risanamento della città di Napoli», numero 2892, diventa esecutiva. Il testo non si riferisce ad alcun piano specifico di opere, ma delega al municipio il compito di definirlo entro trenta giorni e prevede che il governo debba pronunciarsi nel merito entro tre mesi, anche se in realtà i lavori cominceranno soltanto quattro anni dopo.

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  • Antonio Troise Tutti contro tutti. Sul terzo mandato dei Governatori si spacca la maggioranza di governo, con Fratelli d’Italia e Azzurri che bocciano l’emendamento della Lega. Ma si divide anche il centrosinistra, e in particolare il Pd, che in Commissione Affari Costituzionali ha votato con i partiti del Centrodestra contro la proposta del Carroccio. Con Salvini si è schierata, invece, Italia Viva mentre Azione ha deciso di non partecipare al voto. Il tema, come ampiamente previsto, resta divisivo. Tanto da far sbandare lo stesso governo, nonostante la decisione dell’esecutivo di lasciare carta bianca ai partiti sul tema, per evitare di finire nel tritacarne delle polemiche e aprire una vera e propria crisi fra gli alleati. Ma, al di là degli escamotage tecnici trovati al Senato, la spaccatura all’interno della maggioranza resta tutta. Ed è ancora più pesante perchè avviene a ridosso dell’importante voto amministrativo di domenica in Sardegna, dove già non erano mancate le tensioni sulle scelte del candidato. La partita, insomma, non è chiusa e c’è anche che pensa che possa funzionare da detonatore delle tensioni che covano all’interno della maggioranza. Soprattutto sul fronte della Lega, impegnata in una rincorsa all’ultimo voto in vista della competizione per le europee. Un test fondamentale anche per gli equilibri interni del governo. Al netto dello scontro politico ormai in atto, resta la sostanza di una questione che di fatto finisce per limitare il perimetro del diritto-dovere dei cittadini di scegliersi i propri amministratori. E’ vero che tre mandati, nella politica che consuma e cambia tutto in poco tempo, possono essere un’eternità. Ma è anche vero che stiamo parlando dei “governatori”, dei presidenti delle Regioni, di “politici” che hanno un rapporto diretto con i cittadini e che, soprattutto nella prospettiva dell’autonomia differenziata, dovrebbero acquisire nuove competenze. Se hanno lavorato bene e ottenuto risultati, perchè fissare un tetto all’eleggibilità dei presidenti di Regione? Il tema si pone anche al di là delle vicende personali che riguardano il governatore del Veneto ma anche quello, ad esempio, della Campania. Senza contare, poi, un ulteriore elemento critico. La Costituzione prevede che gli statuti e le leggi elettorali siano competenza esclusiva delle Regioni. Che potrebbero cambiare le regole del gioco autonomamente aprendo un contenzioso senza fine con il governo centrale. La partita non è ancora chiusa. E, come ha spiegato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, la “strada è lunga, Natura non facit saltus”. Lo stesso leader della Lega, Matteo Salvini, in serata, ha fatto chiaramente capire che l’emendamento potrebbe essere riproposto in Aula. Ma, probabilmente, su temi come questi che fissano le regole del gioco della democrazia, sarebbe stato opportuno da parte di tutti i partiti ragionare nell’interesse generale e, soprattutto, evitare forzature che rischiano di creare instabilità e incertezza in un quadro politico già sottoposto allo stress dei prossimi appuntamenti elettorali. Ora diventa tutto più difficile, anche per la maggioranza e il governo che dovrà trovare il modo di sbrogliare una matassa sempre più complicata.

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  • L a Corte dei Conti torna ad accendere un faro sul Pnrr. E non solo per quanto riguarda lo stato di avanzamento della spesa, che continua a creare qualche grattacapo: al 26 novembre 2023 risultavano spesi 28,1 miliardi (circa il 14,7% del totale delle risorse), mentre restano da spendere 138,2 miliardi per conseguire tutti i target previsti. Ma l’attenzione dei magistrati contabili è concentrata anche sulle irregolarità che cominciano a venire fuori dai controlli effettuati sul campo. L’inaugurazione dell’anno giudiziario dei magistrati contabili è ancora una volta l’occasione per fare il punto sulla situazione della spesa pubblica. E, davanti alle più alte cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il presidente della Corte, Guido Carlino, tiene a ribadire anche la imparzialità e la terzietà dei magistrati contabili, che devono esercitare il loro mandato in autonomia e indipendenza. In controluce si può vedere anche l’eco della vicenda del consigliere Marcello Degni, che a inizio gennaio con un tweet ha polemizzato con il governo, gesto a cui è seguito l’invio degli atti al procuratore generale. Sulla stessa linea il Procuratore generale, Pio Silvestri: “L’essere magistrato non consente alcuna distrazione ed anzi impone un self restraint, tanto nella vita pubblica quanto in quella privata, necessario a dare sostanza al rispetto assoluto del dovere dell’imparzialità e, al contempo, concretezza al prestigio dell’ordine giudiziario, anche con riferimento all’immagine che la magistratura,come potere, offre di sè ai cittadinie alla credibilità che essa deve conservare ai loro occhi per legittimare l’esercizio della giurisdizione, come funzione essenziale per l’attuazione dello Stato di diritto”.Ma è soprattutto sui temi economici che si soffermano le relazioni presentate ieri. E il numero uno dei magistrati che vigilano sui nostri conti pubblici torna a insistere sulla necessità di tenere ben ferma la rotta dei nostri conti pubblici, soprattutto in un contesto internazionale fortemente caratterizzato dall’incertezza: “La gestione della politica economica si trova davanti a nuove sfide, sia sul fronte dell’economia reale che della gestione dei conti pubblici. Spinte ed esigenze diverse, sapientemente bilanciate, devono garantire un percorso di riequilibrio dei conti e un graduale rientro del rapporto debito/Pil”. Stop, invece, a quello scudo erariale introdotto in via eccezionale durante il periodo del Covid per porre un rimedio alla paura della firma da parte dei funzionari pubblici. “Il sistema delle garanzie, unitamente alla perimetrazione normativa dell’elemento psicologico – osserva Carlino – sembrerebberendere non necessaria la ulteriore proroga del cosiddetto scudo erariale, finalizzato a escludere le condotte attive dall’ambito di applicazione della colpa grave. Il presidente della Corte dei Conti fanotare anche che “dopo le riforme del 1994, l’ambito delle attribuzioni giurisdizionali e di controllo della Corte ha costituito oggetto di ulteriori e numerosi provvedimenti normativi, spesso avviati con decretazione d’urgenza che, sovrapponendosi all’originario tessuto legislativo, ne hanno indebolito l’iniziale organicità”.Dal Pg, Silvesti invece arriva un monito sul Pnrr. “L’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, terminata la predisposizione delle regole di contesto, è entrata nel vivo e già si registrano diverse segnalazioni di irregolarità. In particolare, si tratta di indebita percezione, non corretto utilizzo dei fondi da parte dei soggetti attuatori, irregolarità nella percezione dei contributi sub specie di opere non conformi al progetto o di assai significativi ritardi nella loro attuazione”.

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  • C’è anche il sole nel futuro del Sud come hub energetico europeo. E non solo come “piattaforma logistica” per far arrivare il gas algerino o del Nord-Africa nelle industrie del vecchio continente. No, come ha spiegato chiaramente l’amministratore delegato dell’Enel, Flavio Cattaneo,  l’Europa non può diventare un Continente di soli consumatori, ma deve trasformarsi in una forza industriale che sia basata sulla qualità”. Non si tratta solo di un monito astratto. Perchè le parole sono state pronunciate ieri a Catania, dove è sulla rampa di lancio lo stabilimento più moderno e più grande d’Europa nella produzioni di pannelli fotovoltaici. Il progetto TANGO (iTaliANpvGigafactOry) è il frutto di un accordo di finanziamento agevolato a fondo perduto, firmato ad aprile 2022 da Enel Green Power e Commissione Europea, e prevede la realizzazione di un impianto per la produzione di moduli fotovoltaici sostenibili e ad alte prestazioni, che porterà la fabbrica di pannelli solari 3Sunad aumentare di 15 volte la capacità di produzione, da 200 MW a 3 GW all’anno. Quando il progetto marcerà a regime 3Sun diventerà il più grande impianto europeo per la produzione di celle e moduli fotovoltaici bifacciali ad alte prestazioni. Ma non basta. Perchè il perimetro del progetto catanese si sovrappone a quello più ampio del Piano Nazionale di ripresa e Resilienza. “Siamo in procinto di varare nelle prossime settimane il piano transizione 5.0 che prevede incentivi significativi sotto forma di crediti fiscali alle imprese che intendono innovarsi, digitalizzando i propri impianti», annuncia il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, presente insieme a Cattaneo e al governatore della Sicilia, Renato Schifani, nella gigafactory di Catania. Urso ha spiegato che ai 6 miliardi e 400 milioni di euro del piano industria 4.0 si sommano i 6 miliardi e 300 milioni «che siamo riusciti a ricavare nell’ultima contrattazione con l’Europa dai fondi del Pnrr». «Questa somma ci consente di realizzare un piano più vasto – ha aggiunto – è chiaro che a fronte di un mercato in cui giungono in Europa e in Italia prodotti cinesi a bassissimo costo e spesso anche con scarsa efficienza, noi orienteremo gli incentivi sugli impianti fotovoltaici a più alta qualità affinché siano sempre più competitivi». Nei prossimi mesi comincerà la produzione di “pannelli bifacciali a eterogiunzione di silicio”,  una tecnologia nuova, brevettata da 3Sun”. E il Ceo di Enel ha anche ricordato che nel decreto legge Energia è stato inserito “un importante provvedimento a cura del ministero del Made in Italy che si concentra sulla domanda di pannelli solari attraverso incentivi all’acquisto, riconosciuti in base a criteri di qualità del prodotto, elemento distintivo della filiera europea”. È, ha aggiunto, “un passo importante per contrastare la concorrenza asiatica sempre più aggressiva che ha già indotto alcuni Paesi a correre ai ripari”. Come negli Stati Uniti, dove, ha ricordato, “hanno introdotto un divieto all’uso di silicio realizzato con manodopera minorile”. Un provvedimento, ha spiegato Cattaneo, che “ha avuto l’effetto di contrastare il dumping nel settore delle industrie asiatiche” che “hanno beneficiato di forti contributi statali che ha determinato un crollo dei prezzi dei pannelli sui mercati internazionali”. “Un contesto – ha concluso l’Ad di Enel – che ha provocato un quadro di grande incertezza, a cui il ministro Urso e la presidente Meloni hanno subito riconosciuto la necessità di correre ai ripari. Speriamo che anche la nuova Commissione Europea e i governi del Continente riconoscano questa esigenza, che non è solo dell’industria, ma anche dei popoli europei”.

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  • Fra i tanti paradossi della riforma Calderoli sull’autonomia differenziata ce n’è uno che colpisce perchè introduce, nel Paese, una “differenziazione” non solo basata sulle Regioni ma sui settori. E, quindi, sui diritti. Se poi, questa operazione, avviene su una dei diritti più importanti garantiti dalla Costituzione, quello alla Salute, il danno è addirittura al quadrato, se non al cubo. Dal momento che non solo “cristallizza” le attuali differenze fra Nord e Sud ma tende, se posssibile, ad aggravarle ulteriormente, ampliando le distanze fra i cittadini che hanno bisogno di curarsi a Napoli o a Reggio Calabria e quelli, che invece, possono ricoverarsi a Milano o Bologna. Ancora una volta, forse, occorre partire dai numeri per tentare un’operazione verità sul federalismo in salsa leghista, senza cadere nella trappola dei pregiudizi o delle bandierine politiche. L’errore di partenza lo ha commesso, ancora una volta, il Comitato dei saggi istituito per definire i Livelli Essenziali delle Prestazioni, i famosi Lep, che dovrebbero essere garantiti per tutti gli italiani indipendentemente dalla residenza. Come a dire: le Regioni possono pure gestire una o tutte le 23 le “materie” previste dal titolo V, ma i servizi essenziali, dalla salute all’istruzione fino ai trasporti, non possono scendere al di sotto di una determinata soglia sia qualitativa sia quantitativa. Tutto bene, almeno sulla carta. Poi, però, qualcosa si è rotto dal momento che il Comitato Lep ha ritenuto, un po’ a sorpresa, di escludere dalla sua analisi (peraltro mai portata a termine nonostante la scadenza fissata ad ottobre scorso) proprio il settore della salute, sicuramente uno dei più importanti per i cittadini. La spiegazione? Semplice. In questo settore, hanno spiegato gli esperti, già sono operativi i cosiddetti “Lea”, i Livelli essenziali di assistenza, sarebbe un inutile esercizio produrre nuovi parametri. Sarà. Ma l’impressione è che si sia trattato ancora una volta di una pericolosa “scorciatoia” che magari è servita ad accelerare l’iter dell’approvazione della riforma Calderoli a Senato ma che, nella sostanza, non solo non scioglie i nodi dell’autonomia ma rischia, addirittura di aggavarli. Sarebbe stato sufficiente, giusto per ragionare con i numeri alla mano, dare un’occhiata alle tabelle sui Lea elaborate dal Ministero della Salute proprio valutare l’adempimento delle Regioni nell’erogazione dei servizi. Un’analisi che prende in considerazione ben 34 indicatori, ripartiti tra attività di prevenzione collettiva e sanità  pubblica, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Il recente report dell’Osservatorio GIMBE15, previa analisi dei 10 monitoraggi annuali del Ministero della Salute dal 2010 al 2019, ha allargato l’analisi agli ultimi dieci anni. Ed ha scoperto che in testa alla classifica dei Lea troviamo proprio le tre Regioni (Emilia, Veneto e Lombardia) che hanno avanzato le maggiori richieste di autonomia. Nel gruppo di testa non c’è nessuna regione del Sud. Anzi, per la precesione, delle 14 Regioni che hanno documentato la situazione dei Lea e che risultano perciò adempienti, ci sono solo tre amministrazioni del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica. La conclusione del presidente del Gimbe, Nino Cartabellotta, è categorica: “Alla maggior parte dei residenti al Sud non sono dunque garantiti nemmeno i Lea”.

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Il caso Vannacci
Il caso Vannacci

Economia 
- Italia: -0,5% fatturato industria in 2023 (Istat)
- Confindustria: a gennaio attività economica torna in calo
- Borsa, Milano chiude in calo dello 0,11%

Politica 
- Meloni: 720 milioni per ferrovia Roma-Pescara, opera messa in sicurezza
- Tajani: sul caso Salis nessuna interferenza italiana
- Cortei, Piantedosi: nessun cambio di strategia per l’ordine pubblico

Esteri
- Gaza, caos durante distribuzione aiuti. Israele spara per disperdere folla, Hamas: 100 morti
- Ue sblocca fino a 137 miliardi di fondi per la Polonia
- Meta: un team contro l'abuso di IA nelle elezioni europee

  • Il Superbonus 110% non c’è più. O quasi. Nel 2024 non sarà più possibile avvalersi della norma che rimborsava più di quanto si sarebbe speso. Ci si dovrà accontentare del 70% (e nel 2025 si scenderà al 65%). Il Servizio del Bilancio del Senato – nella sua nota di accompagnamento al testo di conversione del decreto legge 212 del 29 dicembre 2023, che ha stretto di molto i cordoni della borsa, approvato in via definitiva dal Senato lo scorso 20 febbraio – ha rammentato che i costi stimati in 12,2 miliardi di euro per i primi due anni (2020-2021) erano saliti già a 61,2 nelle previsioni della Nadef per il 2022, fino a 100 miliardi, secondo le contabilizzazioni dell’Enea al 31 dicembre 2023. Gli interventi compresi nel Superbonus 110% riguardavano l’efficientamento energetico degli immobili e gli interventi di riqualificazione antisismica: i primi sono stati di gran lunga preferiti, perché approntare un cappotto termico è di gran lunga più semplice che progettare ed eseguire interventi per resistere al pericolo terremoto. Il Superbonus 110% è stato rinnovato fino al 2025 (nella somma di super ecobonus e super sismabonus), nelle aree a maggior rischio sismico del Paese, con l’obbligo di stipulare una polizza assicurativa anti-catastrofale per chi utilizza lo sgravio fiscale. A oggi il Superbonus spetta ancora al 110% per le spese sostenute (cioè, pagate con bonifico «parlante» per le persone fisiche e i condomìni ovvero anche con lavori effettuati in caso di cessione del credito e anche fatturate in caso di sconto in fattura) dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2022. Lo sconto fiscale del 90% vale invece per quelle sostenute nell’anno 2023. Nel 2024, quindi, nessuna spesa edilizia potrà essere rimborsata tramite il Superbonus 110 percento. L’unica, piccola eccezione sarà per i lavori in seguito a terremoti e per gli enti del Terzo settore che esercitano servizi socio-sanitari e assistenziali. Per chi ha ancora un cantiere attivo nel 2024 lo sconto fiscale scende dal 110% al 70 percento. Il decreto convertito in legge prevede due aiuti in queste situazioni. Da una parte, sarà possibile riscuotere i crediti al 110% per tutti i lavori che sono stati effettuati e asseverati entro il 31 dicembre 2023. Dall’altra, chi dovesse decidere di concludere i lavori in anticipo – perché presume di non potersi più permettere di pagarli con le nuove agevolazioni economiche – anche senza aver raggiunto il salto di due classi energetiche che era inizialmente previsto, non dovrà restituire i crediti già ricevuti all’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima sanatoria, però, riguarda solamente coloro che hanno scelto la cessione del credito o lo sconto in fattura. Chi invece lo avrebbe detratto dall’Irpef dovrà rinunciare.

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  • L’arrivo della pioggia puo’ salvare la Puglia dalla siccita’ in un inverno caldo e secco, ma i fenomeni estremi impattano sull’89% dei comuni in Puglia che risultano a rischio di dissesto idrogeologico. E’ quanto afferma la Coldiretti Puglia, in relazione all’allerta gialla della Protezione Civile in Puglia, con i violenti temporali che si stanno abbattendo su un territorio reso ancora piu’ fragile dalla siccita’ degli ultimi mesi. Sono 230 su 257 i comuni pugliesi a rischio di dissesto idrogeologico e a pagarne i costi – segnala Coldiretti Puglia – oltre ai cittadini residenti soprattutto nelle aree rurali, sono proprio le 11.692 imprese che operano su quei territori. Il rischio idrogeologico, con differente pericolosita’ idraulica e geomorfologica, riguarda – rileva Coldiretti Puglia – il 100% dei comuni della BAT, il 95% dei territori di Brindisi e Foggia, il 90% dei comuni della provincia di Bari e l’81% dei comuni leccesi e sono 8.098 i cittadini pugliesi esposti a frane e 119.034 quelli esposti ad alluvioni. L’inverno bollente ha finora mandato la natura in tilt dopo un 2023 che ha fatto registrare la caduta del 14% di precipitazioni in meno nei campi, dove sono in corso le verifiche dei tecnici in campo in tutta la regione per iniziare a valutare gli effetti prodotti dallo stress idrico sulle colture, quando a rischio sono le piantine di grano e legumi soprattutto nelle ‘terre bianche’ ricche di argilla e creta, mentre la carenza idrica sta determinando un calo drastico di foraggio verde nei pascoli – spiega Coldiretti Puglia – con l’aggravio dei costi per l’acquisto di mangimi per garantire l’alimentazione per gli animali nelle stalle, schizzati gia’ a causa del rialzo delle quotazioni delle principali materie prime quali soia, mais, cereali e foraggio anche a causa dell’attuale crisi per i conflitti in Ucraina e in Israele, con gli allevatori costretti a sopportare i costi per i semi. (AGI)Red/Sar 25/02/2024 09:39 AGI0065-R01 3 CRO 0 Maltempo: Coldiretti, in Puglia 89% comuni rischio idrogeologico (AGI)

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  • Per crescere l’Europa deve liberarsi dalle sue catene. Anche quelle finanziarie, quelle che congelano un terzo del risparmio privato, circa 10mila miliardi, nei forzieri delle banche impedendo di essere dirottati su strade più produttive. All’Ecofin informale che si è svolto ieri nello stadio di Gand, i ministri dell’Economia del vecchio continente scendono in campo per giocare la partita più difficile, quella dello sviluppo. Ma non tutti, per la verità, tifano per la stessa squadra. Mentre, infatti, il ministro delle Finanze francese, Bruno La Maire, spinge sul mercato unico dei capitali e sugli eurobond per “slegare le catene alla crescita dell’Europa”, dall’altra parte il suo collega tedesco, Christian Lindner, lancia la palla sull’altro lato del campo, frenando la proposta di Parigi di avviare subito l’Unione dei mercati dei capitali con chi ci sta, senza aspettare un accordo unanime: “Sostengo un’unione non a più velocità, come dice il mio amico Bruno, ma a tutta velocità, vale a dire che avanzi rapidamente con i Ventisette”. Insomma, nessuna fuga in avanti. Lo scontro sull’asse franco-tedesco ha segnato la prima giornata del vertice informale. Una riunione che il Commissario Ue, Paolo Gentiloni, aveva aperto con un pizzico di ottimismo: “Siamo ancora convinti che l’accelerazione delle attività si materializzerà nella seconda metà dell’anno. Le buone notizie sono l’inflazione che sta calando, il mercato del lavoro in buona forma e l’impatto positivo del Next Generation Eu”, cioè dei fondi del Pnrr. E l’idea francese di dare rapidamente un impulso all’integrazione dei mercati finanziari, formando un gruppo di Paesi che anticipa l’Unione, va proprio nella direzione di trovare nuove risorse da destinare alla crescita. “Il denaro degli europei dor- me invece di lavorare”, ha affermato La Maire, quasi un terzo dei 35 mila miliardi di euro di risparmi è conservato nei depositi bancari, rispetto a meno del 15% negli Stati Uniti. Il piano francese si articola in tre punti. In primo luogo, la vigilanza europea volontaria che potrebbe essere esercitata dall’Autorità dei mercati finanziari. Secondo, la creazione di eurobond, un prodotto di risparmio europeo che sarà definito dagli Stati che partecipano al primo gruppo dell’Unione. Infine, ha spiegato il ministro di Parigi, “vogliamo mettere a disposizione una garanzia per la cartolarizzazione in modo che i titoli smettano di pesare sui bilanci delle banche e che gli istituti di credito possano quindi prestare di più ai privati e alle imprese”, ha evidenziato. Del resto l’Europa ha bisogno di capitali. E per far capire l’importanza dell’Unione, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha snocciolato tre numeri: 800 miliardi all’anno, quelli necessari per raggiungere gli obiettivi climatici -90% emissioni entro il 2040; 75 miliardi all’anno, quelli necessari per rispettare il 2% del Pil alla Difesa chiesto dalla Nato; 250 miliardi di euro il deflusso finanziario verso il resto del mondo, in particolare verso gli Stati Uniti, che corrisponde all’1,8% del Pil europeo”. L’emergenza resta quella di far uscire i mercati finanziari europei dallo stato di minorità rispetto al mercato americano: sarebbe la condizione per reperire risorse per la transizione energetica e digitale, aumentare gli investimenti in innovazione e difesa. Dice Le Maire che è in gioco una chiara questione di sovranità, che non è solo – né tanto nazionale. C’è prudenza e tuttavia emerge che diversi paesi potrebbero seguire Parigi, per esempio la Spagna. Anche se c’è chi indica il rischio di una frammentazione (ulteriore) dei mercati finanziari.  

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  • Precursori di questo incantevole genere cinematografico, filminternazionali che hanno incassato ad oggi cumulativamente più di cinquemiliardi di dollari, tra cui i cult: “Il favoloso mondo di Amelie”, “Il labirintodel fauno”, “La forma dell’acqua” e “Il miglio verde”.“La Stanza del Tempo Sospeso” è un film che vede scendere in campo treproduzioni diverse, riunite con l’intento di dare un forte scossoneall’asfittico e per certi versi ripetitivo ambiente cinematografico, pocoincline a rischiare in storie che mirino a conquistare i mercati globali. “IlSerpente Aureo Film” in coproduzione con “Giacorox Film” e “Immaginethe stars” affascinati dal piglio dei registi Olga Merli e Andrea Giancarli,hanno deciso di supportarli, in questa avventura che è a tutt’oggi, unaconcreta rivoluzione stilistica e prospettica. “La Stanza del TempoSospeso” liberamente ispirato al romanzo “Il manoscritto” di StefaniaConvalle, è uno sguardo nell’abisso, attraverso una minuziosa lented’ingrandimento sugli aspetti onirici e sensoriali dei protagonisti.Immagine, luce e fotografia diventano narrazione, avvolgendo l’originalestoria, sospesa tra verità ed illusione, con i dettami del “realismo magico”,ritraendo elementi fantastici in ambiente realistico, dando vita ad unascommessa assoluta per il nostro paese. Il cast, attualmente in via didefinizione, avrà la sicura presenza di importanti ed acclamati interpretima tra i primi ad aver firmato, ritroviamo Reyson Grumelli, attore in forteascesa che ha appena concluso le riprese di “Nonna ci produce un film”. Ilsuo inserimento è stato fortemente voluto da Olga Merli, (anche autricedella sceneggiatura) che per lui ha appositamente ideato un personaggiosignificativo, battezzato con il nome del giovane artista.Le riprese avranno luogo nel borgo medievale di Serra De’ Conti, nelleMarche, in provincia di Ancona e dureranno per circa cinque settimanedalla metà del mese di giugno 2023.

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