Il vento anti toghe spira deciso. Lo cavalcano M5S e Forza Italia. Ma nel sodalizio si stringono anche i bersaniani. Fa colpo, sul cartellone luminoso dell’aula di Montecitorio, quella costante alleanza. Il Pd quasi si scusa Per anni ha esibito toghe famose nelle sue liste. Piero Grasso, il presidente del Senato. E prima Gerardo D’Ambrosio, l’ex procuratore di Milano, protagonista di Mani pulite. E Giarrico Carofiglio, il pm romanziere. E Felice Casson, il giudice istruttore di Gladio, E Doris Lo Moro, la toga calabrese anti ‘ndrangheta. E andando a ritroso ecco Luciano Violante e Anna Finocchiaro. Elvio Fassone e Alberto Maritati. Gianni Kessler e Francesco Bonito. E adesso? Adesso il Pd, in aula, costringe al silenzio Donatella Ferranti, proprio la presidente della commissione Giustizia, che in due giorni d’aula, pur seduta al banco dei Nove, non pronuncia parola. Lei si schermisce, visibilmente sconvolta dal clima anti magistratura.

In un angolo parla al telefono e un refolo di conversazione arriva al cronista. «Io chiudo qui. Questo mi basta. In questo Parlamento non ci torno». Eppure proprio Donatella Ferranti ha le “carte a posto”. Anche con la nuova legge – se mai passerà al Senato le forche dei Nitto Palma e dei Caliendo, i duri di Fi – lei sarebbe stata candidabile. Eppure questo non la salva dal “vento anti toghe”. Che certo soffia per chi, come il governatore della Puglia Michele Emiliano, oggi concorrente di Renzi alla segreteria del Pd, da pm della direzione distrettuale antimafia di Bari, si tuffò d’un colpo nella corsa per sindaco. Era il 2003, la faccenda fece scalpore. Lui si mise in aspettativa. Ma, proprio con la nuova legge – che porta la firma dell’ex pm di Roma Francesco Nitto Palma, da sempre considerato un previtiano, e di Pierantonio Zanettin, oggi al Csm per Fi – per Emiliano non ci sarebbe stato spazio, avrebbe dovuto aspettare 5 anni per candidarsi nel luogo doveva aveva lavorato.