SUI GIORNALI. Il sorpasso della Lega sui Cinquestelle, Zingaretti in campo per le primarie del Pd

Politica Interna

Sondaggi, Lega oltre il 32%. La conferma arriva dall’ultimo sondaggio targato Swg diffuso ieri dal Tg La7 diretto da Enrico Mentana. ll movimento di Matteo Salvini, almeno stando a quest’ultima rilevazione, resta il primo partito italiano con il 32,2%. A seguire il M5S con il 28, 3%. Dal 30 luglio al 3 settembre le truppe del ministro dell’Interno fanno segnare una variazione positiva e consolidano il primato. Nella rilevazione Swg del 30 luglio scorso, M5S e Lega erano testa a testa, con un leggero vantaggio per quest’ultima: 30,3 contro 29,7. Nel mese di agosto il distacco è aumentato considerevolmente. Oltre alla crescita della Lega (+1,9%) e alla flessione del M5S (-1,4%), emerge anche il segno più del Pd che dal 17,4 passa al 17,7%, e un lieve calo di FI che si attesta al 6,9%. «Non ci credo, è un dato troppo in alto», commenta Salvini. Ma anche il sondaggio firmato da Nicola Piepoli per il sito Affaritaliani.it conferma il primo posto della Lega. Secondo l’istituto, se si votasse oggi, il Carroccio otterrebbe il 30%, contro il 29% del M5S. La discesa di M5S sembra costante ormai da mesi e mesi. E potrebbe non arrestarsi mai. Come i grillini sanno benissimo, e infatti vivono questa fase, fin dall’inizio del governo pentaleghista, con grande preoccupazione. E nella continua ansia di rivaleggiare con il super-protagonismo salvinista senza che sia stato trovato da parte di Di Maio e dei suoi consulenti il format giusto per ridimensionare l’alleato-rivale. Il quale, come da indiscrezioni, illazioni, speranze o paure dei pentastellati ma anche degli altri attori politici, dopo – o addirittura prima – delle elezioni europee potrebbe rovesciare il tavolo governativo, se le urne confermeranno l’ascesa leghista, per arrivare nell’autunno 2019 al voto politico anticipato.

Primarie Pd, Zingaretti crea la sua rete. La rete di Nicola Zingaretti deve uscire dal Raccordo Anulare ed è su questo che si sta concentrando il candidato unico (per il momento) alla segreteria del Pd. Ha quasi convinto Beppe Sala, il sindaco di Milano, a schierarsi apertamente con lui. Ha trovato in Paola De Micheli, ex lettiana, ex commissaria alla ricostruzione post terremoto nel centro Italia, la testa di ponte con il gruppo parlamentare della Camera inzeppato di renziani. Al Senato invece ha l’alleato Luigi Zanda, fedelissimo di Paolo Gentiloni. Nel mondo della politica nazionale lo guida passo passo in questi giorni l’ex premier Gentiloni. Un mentore discreto che ormai non si nasconde più. È lui a suggerirgli le mosse, le uscite, i tempi. Anche se Zingaretti fa politica da oltre 30 anni e non conosce solo Roma. Al momento Nicola Zingaretti è l’unico candidato alla segreteria del Pd in campo. Ma Matteo Renzi lascia intendere che lui non voterà per il governatore del Lazio. Ospite di «Stasera Italia», la trasmissione di Barbara Palombelli in onda su Retequattro, l’ex segretario del Partito democratico spiega: «Non è detto che sia Zingaretti quello che voto io. Per come conosco il Pd ci sarà almeno un altro candidato. Si tratta di aspettare». E i renziani dovranno attendere un po’, perché al momento non hanno un candidato. E proprio per questo, per fugare ogni sospetto sulle sue reali intenzioni, Renzi precisa: «Non parteciperò alle primarie. Ho già dato due volte». Comunque l’ex premier assicura che darà il suo appoggio a chiunque vincerà, perché non vuole che qualcuno ripeta la sua esperienza: «Sono stato penalizzato dal fuoco amico».

Economia e finanza

Legge di Bilancio. «Sarà una manovra economica che farà pagare meno tasse agli italiani e sarà rispettosa di tutte le regole». Matteo Salvini torna a usare toni rassicuranti e immediatamente lo spread, il differenziale di interesse tra titoli pubblici italiani e quelli tedeschi, ormai sensibilissimo a qualsiasi estemazione politica sulla prossima manovra, rientra. Dopo essersi portato in apertura sui 290 punti base, sempre sulla scia delle dichiarazioni di domenica di Salvini sull’intenzione di «sfiorare» il tetto di deficit del 3%, lo spread ha chiuso la giornata a quota 285, il che equivale ad un rendimento del 3,15% per i Btp decennali. Le tensioni sullo spread, ricordava ieri Carlo Cottarelli, costano un miliardo di spesa in più per gli interessi quest’anno, e quasi cinque in più sul 2019. II che rende la manovra economica del prossimo anno ancora più complicata di quanto non sia. Solo il rinvio dell’aumento dell’Iva costa 12,5 miliardi di euro, ai quali occorre aggiungere la spesa per finanziare almeno l’avvio del reddito di cittadinanza e della flat tax, tra i 6 e gli 8 miliardi, oltre alla maggior spesa per interessi. Per finanziare la manovra non c’è molto di più che un nuovo giro di spending review sui ministeri, quotata ottimisticamente sui 3 miliardi, la sanatoria fiscale che però porterebbe risorse «una tantum», la difficile revisione delle detrazioni fiscali, forse qualcosa da un mini riordino delle aliquote Iva. Intanto lo stesso Salvini non ha evitato ieri di gettare ulteriore benzina sul fuoco rilanciando l’idea di «sfiorare il 3 per cento». Parole che si sommano a quelle poco rassicuranti di Di Maio, che a ridosso del giudizio di Fitch, ha sostanzialmente detto che non pugnalerà gli italiani per star dietro ad una agenzia di rating. Non contribuisce a fare chiarezza il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, che all’uscita di un breve consiglio dei ministri, ha consegnato ai giornalisti l’ennesima frase sibillina: «Lo sforamento del 3 per cento? Aspettate un paio di giorni…».

Summit Lega sull’economia. Questa mattina entreranno nell’ufficio di Matteo Salvini tutti coloro che in Lega si occupano di economia. Se al summit per darsi una linea e una voce sole, si aggiungono le concilianti parole di ieri («Sarà una manovra economica rispettosa di tutte le regole») ce ne è abbastanza per suggerire che il vicepremier ha deciso di cambiare rotta rispetto ai toni incendiari? Probabilmente sì. Di certo, si può dire che il leader leghista è stanco della cacofonia di voci che nel corso dei primi mesi di governo si sono alzate dall’interno del suo partito. Il vicepremier pare abbastanza convinto della necessità di non inasprire i toni nella polemica con l’Europa. E probabilmente il patto di stabilità non sarà superato e il limite soltanto «sfiorato». Certamente, però, il vicepremier è convinto che la legge di bilancio dovrà dare «segnali espliciti su tutto ciò che rientra nel contratto di governo». Salvini cita per prima la fiat tax che «non potrà passare dall’attuale aliquota al 15% per tutti già quest’anno. Ma il cambiamento si deve vedere». L’ipotesi con cui lo stato maggiore leghista entra nella riunione è aliquota al 15% per le partite Iva senza vincoli né di fatturato né di reddito e per tutte le società di capitale». Le persone fisiche dovranno attendere il 2019. Stop invece sulla pace fiscale.  Le proposte che soprattutto la Lega aveva fatto filtrare avevano sicuramente incuriosito il grande pubblico suscitando apprezzamento. D’altronde, l’applicazione di tre aliquote molto basse (6, 10 e 25%) per chiudere i conti con il fisco tramite il «saldo e stralcio» che avrebbe consentito l’estinzione dei propri debiti appariva una suggestione confortante considerato il rapporto difficile tra cittadini e Agenzia delle Entrate. Eppure il governo e, in particolare, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, starebbe vagliando una mezza retromarcia. Di sicuro sarebbe stato difficile incassare i 55 miliardi di euro cui aveva accennato più volte il sottosegretario Armando Siri (consigliere del Carroccio in materia di flat tax), ma l’obiettivo inizialmente dichiarato dal Tesoro era portare a casa almeno 3,5 miliardi.

Politica estera

Scontri in Libia. I combattimenti in corso a Tripoli tra milizie rivali sono arrivati ieri nel cuore della città. Nel quartiere di Abu Salim, appena sei km in linea d’aria da Piazza dei Martiri, i ribelli della Settima Brigata, milizia anti-governativa di stanza a Tarhuna, a sud della capitale, hanno ingaggiato duri scontri con un altro gruppo di milizie, che fanno parte di unità speciali dei ministeri dell’Interno e della Difesa del governo Serraj. L’obiettivo annunciato dalla Settima brigata è porre fine al potere delle “milizie corrotte” che controllano la capitale e riportare l’ordine. I nemici attuali della Settima Brigata sono dunque altre milizie, che tuttavia fanno parte di unità speciali dei ministeri dell’Interno e della Difesa del Governo di accordo nazionale, l’Esecutivo sostenuto dalla Comunità internazionale insediatosi a Tripoli nel marzo 2016. Nel frattempo, dopo l’appello di Serraj a intervenire, la milizia “Forza Antiterrorismo” di Misurata guidata dal generale Mohammed Zain e alcune unità di Zintan sono entrare in città. Misurata avrebbe preso il controllo dell’area dell’aeroporto di Mitiga, e questo se confermato sarebbe per loro un colpo importantissimo. Come se non bastasse, da Misurata è arrivato l’annuncio che anche la coalizione di “Bunian Al Marsus”, quella che nel 2016 ha combattuto per 6 mesi l’Isis a Sirte, ha fatto sapere di essere pronta a entrare a Tripoli per difendere il governo Serraj. In 7 giorni di scontri ci sono stati 60 morti e 200 feriti, più della metà fra la popolazione civile. Intanto dall’Italia Salvini ha escluso interventi militari, «che non risolvono nulla». Non ha fatto mistero però di vedere una manina francese dietro l’esplodere delle tensioni a Tripoli. «L’Italia – ha detto – deve essere la protagonista della pacificazione in Libia. Le incursioni di altri che hanno altri interessi non devono prevalere sul bene comune che è la pace». Dove l’insistenza sugli «altri» è un eufemismo per alludere a Parigi. E basta poco a far venire fuori il tema di chi soffia sul fuoco: «Evidentemente dietro c’è qualcuno. Nulla succede per caso. Il mio timore è che qualcuno per motivi economici nazionali metta a rischio la stabilità dell’intero Nordafrica e conseguentemente dell’Europa».

Accuse di Viganò al Papa. «Silenzio e preghiera» come il giusto modo di reagire di fronte a chi «cerca lo scandalo»: sono parole dette da Francesco nell’omelia di ieri mattina a Santa Marta, che sono state interpretate dai media — ma anche da padre Federico Lombardi, già portavoce vaticano — come giustificazione del proprio silenzio davanti alle accuse dell’ex nunzio Carlo Viganò. Il Papa infatti rientrato domenica l’altra dall’Irlanda aveva dichiarato che per ora non avrebbe detto neanche «una parola» sul memoriale Viganò che l’accusava di proteggere gli abusatori e concludeva «si dimetta». «Con le persone che non hanno buona volontà, con le persone che cercano soltanto lo scandalo, che cercano soltanto la divisione, che cercano soltanto la distruzione, anche nelle famiglie: silenzio. E preghiera»: questo è il passaggio dell’omelia di ieri (la prima dopo la pausa estiva) che i media hanno rilanciato come un’allusione del Papa all’attacco di Viganò e al suo silenzio. Oltretevere sembra reale la convinzione di essere sotto un attacco costruito da ambienti conservatori americani che trovano sponde anche altrove: fin dai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio subiva le critiche di ecclesiastici radicati a Roma e spaventati — fu il più votato dopo Ratzinger nel conclave del 2005 — da un suo possibile arrivo al soglio di Pietro. Insieme, c’è la consapevolezza vaticana dell’azione di Francesco nei confronti di McCarrick — è stato lui a togliergli la porpora — mentre durante il pontificato di Ratzinger il presule americano girava indisturbato per il mondo nonostante le restrizioni impostegli.

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