Politica interna

Cdp, oggi l’assemblea con Scannapieco ad ma la Lega frena ancora. Sulle scrivanie di Palazzo Chigi c’è un pacchetto di nomine per le partecipate. Vale a dire: c’è il manuale Cencelli a fare da nume tutelare come sempre dalla prima Repubblica a oggi, ci sono le sigle delle società, ci sono i cognomi dei prescelti. Per l’esattezza, c’è stata perfino una semi-investitura ufficiale. Lunedì sera alle 19 Dario Scannapieco e Fabrizio Palermo, indicati per la Cassa depositi e prestiti rispettivamente come amministratore delegato e direttore generale, hanno varcato la soglia della presidenza del Consiglio per presentarsi a Giuseppe Conte e al ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che in sostanza hanno chiesto una cosa su tutte: «Non litigate fra di voi. Ci possiamo fidare?». Ma sulle stesse scrivanie è comparso un problema. «La verità è che siamo ancora in alto mare», diceva ancora ieri sera il sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Cassa depositi e prestiti è la pratica delle pratiche. Si è tornati alla casella di partenza con l’indicazione di Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei, per il posto di amministratore delegato e Fabrizio Palermo, un interno, per la direzione generale. Devono coabitare e questo non sarà semplice. Il primo avrebbe preferito non avere accanto il secondo che conosce la Cassa come le sue tasche. Alla Lega però precisano: «Questo è il quadro perfetto per le Fondazioni e il loro presidente Guzzetti». Bisognerebbe aggiungere che il quadro piace molto anche a Tria, che come ministro del Tesoro, è il maggiore azionista di Cdp. Non è un dettaglio. Ma gli azionisti del governo sono Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Francesco Verderami scrive sul Corriere della Sera che da quando Di Maio e Salvini hanno iniziato a discutere sugli assetti di potere con i rispettivi sherpa, Tria non ha mai voluto partecipare ai vertici, sostenendo che su questo tema avrebbe parlato solo con il presidente del Consiglio. Come se il capo dei grillini e il leader del Carroccio non fossero i due vice premier, come se la tenuta dell’esecutivo non dipendesse da loro. Ma il titolare di via XX Settembre si è mostrato finora irremovibile, privilegiando le forme più istituzionali e costringendo per l’occasione Conte a trasformarsi in una sorta di «staffetta». Questo approccio, oltre a suscitare l’ironia di quanti lo osservano in Consiglio dei ministri, ha provocato anche l’irritazione del leader pentastellato: oltre alle ragioni politiche legate al fatto che M5S è pur sempre il partito di maggioranza relativa, e dunque meriterebbe un diverso grado di attenzione, c’è il sospetto che Tria possa raccordarsi con la Lega attraverso il sottosegretario alla presidenza Giorgetti, che riveste un ruolo centrale nella trattativa.

Prove d’intesa Pd-Forza Italia per spartirsi le commissioni. L’accordone politico è chiuso. A prezzo di feroci litigate e altrettanti malumori, per la presidenza della Vigilanza Rai il senatore forzista Alberto Barachini, ex giornalista Mediaset e fedelissimo di Berlusconi, l’ha spuntata su Maurizio Gasparri, che dovrà accontentarsi della giunta per le elezioni di Palazzo Madama. Al Copasir, il comitato sui servizi segreti, si insedierà invece l’ex vicesegretario dem Lorenzo Guerini, mentre a guidare le due giunte per le elezioni e le autorizzazioni della Camera andranno rispettivamente il pd Roberto Giachetti (insidiato però da Leu, che rivendica la poltrona) e Andrea Delmastro di Fdi. È lo schema d’intesa raggiunto tra la maggioranza gialloverde e le forze di opposizione dopo settimane di colloqui, incontri segreti, telefonate e veti incrociati, durante le quali il banco ha rischiato più volte di saltare. Frutto di un negoziato che non riguardava soltanto gli organismi di garanzia parlamentare, ma anche il cda Rai, i membri laici del Csm, della giustizia tributaria, amministrativa, nonché l’elezione del giudice della Consulta mancante. La Rai dovrebbe essere presieduta dall’ex parlamentare leghista Giovanna Bianchi Clerici. Una designazione, quest’ultima, destinata però a slittare: molto dipenderà da quando i grillini scioglieranno il nodo del direttore generale. Ai nomi finora in pista — il country manager di Google Italia Fabio Vaccarono e l’ex direttore di La7 Fabrizio Salini — in queste ore ne è spuntato un altro, pare ancora più gradito a Luigi Di Maio. Si tratta di Andrea Cardamone, classe 1964, ad della banca online Widiba, magnificata più volte dal capo politico del M55 anche in tv, in ottimi rapporti pure con Casaleggio. Intanto stamattina si procederà con l’elezione dei presidenti delle bicamerali e dei 4 componenti del cda Rai. Marcello Sorgi sottolinea sulla Stampa che “alle soglie di una riverniciatura giallo-verde che toccherà presto reti e tg, il paradosso della vicenda Rai è che il passaggio al nuovo assetto di governo avverrà senza incertezze grazie alla nuova, si fa per dire, legge varata e mai applicata ai tempi del governo Renzi, che consente di nominare i vertici di viale Mazzini con una semplice maggioranza parlamentare”.

Politica estera

Morti in mare: lite sui migranti tra Ong e Salvini. I cadaveri in acqua di una donna e di un bimbo. E poi il volto sfinito di Josephine, ancora viva dopo 2 giorni in mare. Sono le immagini postate ieri su Twitter dalla Ong catalana Proactiva Open Arms, tornata a navigare in acque libiche. Con il suo fondatore, Oscar Camps, che accusa la Libia e l’Italia: «I libici hanno lasciato morire quella donna e quel bambino. La guardia costiera libica ha reso noto di aver intercettato una barca con 158 persone e aver fornito loro assistenza: quello che non dice, però, è che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e che hanno affondato l’imbarcazione perché non volevano salire sulle loro motovedette. Sono assassini arruolati dall’Italia. Ecco cosa fanno i tuoi amici, Salvini..». II ministro dell’Interno, che alle Ong ha già chiuso da più di un mese i porti italiani, reagisce pronto: «Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto. Io tengo duro. #portichiusi e #cuoriaperti». II Viminale, anzi, contrattacca: la versione data da Open Arms è «una fake news». Anche la Guardia costiera libica contesta la ricostruzione della Ong: «Era presente una troupe della tv tedesca Rtl che ha filmato tutto». Secondo un diplomatico italiano «la Guardia costiera libica ha salvato migranti, non ne ha ucciso due o tre abbandonandoli in mare: noi italiani lavoriamo con loro, ormai li conosciamo, possono avere mille problemi ma sono buoni marinai e soprattutto quelli di Tripoli sono gente onesta». Non c’è soltanto il ministero dell’Interno di Matteo Salvini a difendere i libici. Ci sono la Farnesina e il ministero della Difesa (che coordina l’addestramento della Guardia costiera libica): non credono alla versione di Open Anus. «I libici stanno raccogliendo tutti gli elementi e hanno iniziato a renderli pubblici, il fatto che sia stato rifiutato il soccorso a due donne e due bambini è assolutamente contro tutto quello che vediamo fare a una Guardia costiera che noi italiani sosteniamo», dice un’alta fonte degli Esteri. E lo stesso comandante Patrizio Rapalino, l’addetto navale italiano a Tripoli, ieri ha passato messaggi ai suoi capi al ministero della Difesa e allo Stato Maggiore Marina per confermare che secondo la sua ricostruzione «può esserci stato un incidente, possono essere stati lasciati in mare, di notte, alcuni naufraghi, ma è sbagliato parlare di volontà di abbandonarli».

E Trump fa retromarcia sulla Russia «Interferì, fiducia nella mia intelligence». Alla fine ha dovuto fare marcia indietro: «Mi sono espresso male, le ingerenze dei russi nelle elezioni ci sono state. Mi fido dei nostri servizi». Il presidente americano Trump ha dunque «accolto», ieri, tornato alla Casa Bianca, le conclusioni delle agenzie federali che hanno indagato sulle presidenziali del 2016. Il fuoco «amico» lo aveva in effetti messo con le spalle al muro. I leader del partito repubblicano erano subito usciti allo scoperto. Non c’era altro modo per provare a gestire politicamente lo sdegno, il furore suscitati dallo «shock di Helsinld» anche tra conservatori e smarcarsi dalla rabbiosa offensiva dei democratici. Trump ha fatto a pezzi la reputazione dell’Fbi con poche frasi: «L’inchiesta sul Russiagate è un disastro per il Paese»; «perché mai la Russia avrebbe dovuto interferire nelle elezioni americane?», anche se ora dice di aver solo «sbagliato a parlare ». Ma era in mondovisione e al fianco di Vladimir Putin, il leader che i servizi segreti e il Congresso, senza distinzioni di partito, considerano la «minaccia numero uno per il Paese». Tra le critiche, la sferzata più dura è forse spettata all’ex presidente democratico Barack Obama, dal Sudafrica: è uscito allo scoperto da un autoimposto esilio politico con un discorso in difesa della democrazia e contro la “strongman politics”, degli uomini forti, dei leader autoritari che sposano la politica delle menzogne, della paura, del rancore. La polemica era scoppiata sull’accettazione supina dei dinieghi di Putin alle intrusioni elettorali, come sull’incapacità di affrontare nodi irrisolti dall’Ucraina alla Siria al disarmo. Realtà che hanno strappato il velo di un incontro definito da Trump «molto produttivo». Che si è semmai caricata di simboli ancor più inquietanti con il passare delle ore: il New York Times ha evidenziato quel pallone dei Mondiali consegnato da Putin a Trump con un messaggio sibillino. La palla è nel tuo campo, rinfacciandogli un’espressione cara ai collaboratori della Casa Bianca che sostenevano fosse invece Mosca a dover dar prova di umiltà e cooperazione. Se però il vertice con Putin è stato generalmente considerato un fiasco, più azzardato è ipotizzarne le vere conseguenze. La politica estera di America First rimane un enigma aggravato dagli umori personali di un presidente che teme ovunque cospirazioni per delegittimarlo.

Economia e Finanza

Credito imposta Sud, sbloccati 6,4 miliardi. Si alle agevolazioni anche se non c’è il certificato anti-mafia. La mezza paralisi che rischiava di bloccare buona parte dei 6,4 miliardi di investimenti mobilitati dal credito d’imposta per il Sud è scongiurata da una circolare appena pubblicata dal ministero dell’Interno che recepisce quanto chiesto da Confindustria nei mesi scorsi. E cioè che anche senza la necessaria verifica antimafia che deve essere rilasciata dalle Prefetture – molto spesso in ritardo anche di molti mesi per la pioggia di richieste – si possono «legittimamente» corrispondere «i contributi, i finanziamenti e le altre erogazioni sotto condizione risolutiva», spiega la circolare. Il che significa che in caso di verifica negativa della successiva comunicazione antimafia per l’impresa «la misura del credito d’imposta da recuperare coincide con l’intero importo autorizzato»: in pratica si deve restituire quanto ottenuto. Il chiarimento del Viminale sblocca così finanziamenti molto attesi dalle imprese del Sud che dopo il restyling dell’aprile del 2017 ai meccanismi alla base del credito d’imposta ha iniziato finalmente a correre: a fine 2017 questa agevolazione contava benefici fiscali prenotati per 1,5 miliardi per 14.204 investimenti privati capaci di mobilitare 4 miliardi di investimenti. Cifra questa che secondo gli ultimi dati a disposizione del ministero per il Sud guidato da Barbara Lezzi  ha raggiunto i 6,4 miliardi di investimenti a fronte di 2,2 miliardi di credito d’imposta. Con quasi metà dell’agevolazione destinata in particolare alle attività manifatturiere. «E’ un esempio virtuoso: quando si dialoga con un approccio costruttivo i problemi si risolvono e si può dare forza al paese». Stefan Pan, vice presidente e presidente del Consiglio delle Rappresentanze regionali e per le politiche di coesione di Confindustria, commenta così la circolare inviata dal ministero dell’Interno all’Agenzia delle Entrate che sblocca il passaggio burocratico sull’acquisizione del certificato antimafia e facilita l’operatività del credito d’imposta. «C’è stato un grande impegno di Confindustria insieme ai ministeri dell’Interno, del Sud e Agenzia delle entrate. Va dato atto alle istituzioni di averci ascoltato. Un lavoro di squadra avviato con il precedente governo e che il nuovo ha portato a conclusione», continua Pan.

Tria: flat tax senza pesare sui conti pubblici Di Maio contro le banche: «Pagheranno». Alleggerire la pressione fiscale è un obiettivo del governo ma va perseguito «compatibilmente con gli spazi finanziari». Mentre la «task force creata al ministero per studiare la Flat tax, ha come riferimento un «quadro coerente di politica fiscale e in armonia con i principi costituzionali di progressività, che l’attuale sistema Irpef fa fatica a garantire». Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, davanti alla commissione Finanze del Senato, conferma la linea della prudenza: le riforme previste dal contratto di governo vanno attuate ma mantenendo l’equilibrio dei conti pubblici e l’impegno per la riduzione del debito pubblico. Nelle stesse ore, però, ci pensa Luigi Di Maio a riscaldare il clima, mettendo nel mirino le banche: «Il sistema bancario la deve pagare perché ha avuto un atteggiamento arrogante infischiandosene dei risparmiatori e dello Stato, protetto da ambienti politici sia in questa regione che a livello nazionale», dice il vice premier dalla Calabria, al termine della visita nello stabilimento dell’imprenditore Nino De Masi, sotto scorta per aver denunciato il racket. Forza Italia parla di «minacce inaccettabili» e chiede l’intervento della Banca d’Italia. Ma forse Di Maio prepara il terreno per la prossima Legge di Bilancio, visto che nella proposta originaria del reddito di cittadinanza una parte delle copertura veniva dall’aumento della tassazione proprio sulle banche. Quanto all’attesa “Pace fiscale”, il ministro ha chiarito che «è doveroso passare da uno stato di paura nei confronti dell’amministrazione finanziaria a uno stato di certezza di diritto e fiducia basato sui principi della buona fede e della reciproca collaborazione tra le parti». L’operazione, ha avvertito Tria, sarà incardinata all’interno di un percorso di riforma strutturale del fisco (che riguarderà anche Iva ed Irap) ma «occorrerà valutarne l’impatto su bilancio pubblico per intraprendere questa strada”. Ad ogni modo «attuare la pace fiscale non significa varare nuovi condoni ma pensare a un fisco amico che favorisca l’estinzione di debiti».