SUI GIORNALI. Alleanza a 4 contro Mosca

Politica interna

Sfida sulle Camere Ma regge l’asse tra Di Maio e Salvini, Il doppio forno del M5S non si spegne del tutto, anche se dopo l’avvio degli incontri sulle elezioni dei presidenti delle Camere tra i capigruppo Danilo Toninelli e Giulia Grillo e gli esponenti degli altri partiti, prende corpo la suggestione di un accordo programmatico di governo non con la sola Lega, ma con tutto il centrodestra. Un’ipotesi sulla quale pendono due tegole pesanti: l’alt di Silvio Berlusconi e le resistenze di una parte consistente dei pentastellati, che continua a guardare speranzosa verso il Pd. E che saluta con favore l’inedita sintonia Raggi-Zingaretti: una sorta di “laboratorio Lazio”. È per questo che ufficialmente tutti provano a tenere il punto e che il M5S si ostina a lanciare segnali in direzioni diverse. Quello che è certo, anche perché rivendicato esplicitamente da Toninelli, è che i 5 Stelle chiedono la presidenza della Camera dei deputati. Non solo perché sono il primo partito uscito dalle urne, ma perché da Montecitorio sono pronti a lanciare una nuova offensiva per «l’abolizione» dei vitalizi. Forza Italia è molto irritata, per usare un eufemismo, dall’ipotesi di un patto tra i due partiti per spartirsi le poltrone: «I 5 Stelle ci hanno detto — spiega Renato Brunetta — che loro vorrebbero la Camera e alla Lega andrebbe il Senato. Ma il Senato va al centrodestra, semmai: ci siamo noi con Romani. E poi non dimentichiamo il Pd. Se M55 vuole fare, come dice, un presidente di garanzia, il Pd è il secondo partito e non va emarginato». Fatto sta che, se il patto dovesse reggere, Forza Italia è pronta alla guerra.

Nel Pd la tentazione del governo. Il «no» del Partito democratico sta rapidamente trasformandosi in un «ni». Più della linea dell’opposizione può la paura. L’incubo del Pd, infatti, è che Lega e 5 Stelle si mettano d’accordo per andare alle elezioni a ottobre. Tutti al Nazareno hanno notato che quello è il vero obiettivo di Grillo, che vuole lanciare l’opa finale sul Partito democratico. Franceschini in questi giorni cerca di spiegare ai colleghi che tirandosi fuori dalle trattative per un futuro governo il Pd otterrebbe come unico risultato quello di «consegnare l’Italia agli anti-europeisti» che si unirebbero in una strana alleanza destinata a non durare e a far precipitare il Paese alle urne. Un lusso, questo, che il Pd non può permettersi. In questo momento infatti il partito è ancora sotto botta. In molti al Nazareno si interrogano sulle reali intenzioni di Renzi. L’ex segretario per ora dice di voler rimanere alla finestra, ma Carlo Calenda, ospite di Porta a Porta, dopo aver ribadito che «Gentiloni è il leader», ha affermato: «Renzi deve dire che resta e non porta via la palla». Palla che, teme qualcuno, potrebbe invece portar via, anche se non subito, visto che sia alla Camera che al Senato ha i numeri per fare due gruppi autonomi. Ai piani alti del Nazareno però al momento non sembrano voler prendere altre strade che quella dell’opposizione. Intervistato da Repubblica il reggente del partito Maurizio Martina ribadisce che 
non c’è nessuna possibilità che il Pd apra a un accordo politico di governo, né con M5S né con il centrodestra. «Il voto del 4 marzo — dice Martina — ci ha consegnato a una funzione chiara: l’opposizione. Da II sfideremo chi governerà sul tema del cambiamento del Paese». Sulla ricostruzione del Pd, dice, «serve un cambio di fase, idee più radicali, siamo stati percepiti come il partito del Palazzo, che difende il benessere di chi già ce l’ha. Il Pd riparta da un progetto forte di comunità».

Politica estera

Alleanza a 4 contro Mosca. È il primo colpo di Donald Trump contro Wadimir Putin. II documento firmato dal ministro del Tesoro Steven Mnuchin accusa i vertici dei servizi segreti militari russi ed Eugeny Prigozhin, uno degli oligarchi più vicini al leader del Cremlino, di «aver inquinato la campagna elettorale del 2016» e «di aver condotto attacchi informatici devastanti contro infrastrutture strategiche degli Stati Uniti». Pertanto verranno sanzionati «cinque entità» e 19 cittadini russi: non potranno entrare negli Usa, recuperare eventuali proprietà o il denaro depositato nelle banche americane. Ma in questo momento l’intreccio è veramente difficile da decifrare. Nello stesso giorno delle sanzioni, ecco che il super procuratore Robert Mueller impone alla Trump Organization di consegnare «tutti i documenti» in qualche modo collegati ai russi. Adesso, però, la crisi è internazionale: tutto l’Occidente contro Putin.  Theresa May non viene lasciata sola. Le quattro principali nazioni d’Occidente fanno fronte unito, con un comunicato congiunto di rara durezza. Washington, Londra, Berlino e Parigi insieme dichiarano di «aborrire» l’attentato, condannano la violazione della sovranità inglese e «il primo caso di uso del gas nervino sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale». Un atto di guerra, insomma. Trump riecheggia i contenuti di quel comunicato e ribadisce: «Sembra proprio che siano stati i russi, è una vicenda che prendiamo sul serio». È vero che dai tempi dell’annessione della Crimea e degli attacchi in Ucraina, c’è una nuova tappa nell’escalation delle provocazioni di Putin, segnalata proprio da quel passaggio così simbolico: l’uso sul territorio britannico di un gas tossico vietato da tutte le convenzioni internazionali. Questo forse non impedirà che mezza Europa continui a scivolare verso il filo-putinismo, nelle versioni soft o hard: da certe forze politiche italiane al governo ungherese. Intanto quelle quattro nazioni hanno deciso di dire basta.

Italia spiazzata dall’affondo anti Mosca- In ritardo e con cautela, l’Italia offre la sua solidarietà alla Gran Bretagna per il caso dell’ex agente segreto avvelenato col gas nervino a Salisbury. Oggi il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, telefonerà a Theresa May, mentre ieri il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha fatto la sua telefonata al britannico Boris Johnson. Nel comunicato che Alfano ha fatto preparare dai suoi diplomatici la parola “Russia” non è neppure menzionata: l’Italia vuole attendere che le indagini arrivino a risultati sicuri. Ma di fronte al montare della protesta contro Mosca, anche il governo in uscita di Gentiloni manifesta «solidarietà» a Londra. Alfano dice che «l’uso di un agente chimico in terra britannica è un fatto gravissimo e scioccante, ma abbiamo grande fiducia che gli specialisti inglesi possano consegnare alla giustizia l’autore di un fatto così vile. Seguiamo direttamente gli sviluppi dei dibattiti e sosteniamo azioni coordinate e coerenti per il rispetto del diritto internazionale». Sia Palazzo Chigi sia la Farnesina sono rimasti spiazzati dal comunicato che Londra ha coordinato con Francia, Germania e Stati Uniti. Ma non sarebbe cambiato molto se a Roma avessero capito in anticipo che sul caso Skripal il vento stava cambiando. E questa volta non perché l’Italia da sempre è il meno ostile dei paesi europei nei confronti della Russia, ma anche perché il governo è in una fase di passaggio. Per Vittorio Zucconi, su Repubblica, “se per ora da questa improvvisata alleanza ad hoc sembra esclusa l’Italia forse l’assenza si spiega con la totale incertezza e la confusione politica che regna a Roma, dove i due partiti vincitori delle elezioni hanno scoperte simpatie per Putin, come la Lega, o vivono di acrobazia e ambiguità, come il Movimento Cinque Stelle”

Economia e Finanza

La Bce vara la rivoluzione degli Npl. I crediti in bonis che a partire dal primo aprile 2018 verranno riclassificati come crediti deteriorati entrano nella sfera della vigilanza prudenziale. Senza obblighi nè automatismi, ma in merito alle nuove “aspettative” generali della Bce delineate con riferimenti quantitativi su tempi e livelli degli accantonamenti: al 100% dopo due anni di anzianità per gli NPL non garantiti e dal 40% al 100% con un approccio graduale spalmato da tre a sette anni per i garantiti. I termini delle aspettative Bce, che sono generali e quindi uguali per tutti, verranno calati nelle realtà delle singole banche con valutazioni fatte “caso per caso” e portate avanti con il criterio del “dialogo” di vigilanza che consente agli istituti di credito di motivare l’applicazione di accantonamenti più leggeri e dunque di modificare le aspettative. Si presenta così l’Addendum alle linee guida sui crediti deteriorati emanato ieri dalla vigilanza europea della Bce sotto la guida di Danièle Nouy, con un testo finale molto atteso che è risultato più morbido nelle modalità di applicazione rispetto alla versione dello scorso ottobre. L’effetto finale per le banche italiane si profila più contenuto di quanto temuto solo qualche mese fa. Merito del lavoro di pulizia varato nel frattempo dalle banche italiane sui bilanci e del generale miglioramento delle condizioni economiche del paese. Secondo le simulazioni sviluppate da Prometeia per il Sole 240re, le prime nove banche commerciali italiane dovranno prevedere nel complesso coperture aggiuntive sui crediti comprese tra i 3 e 4,5 miliardi. Solo lo scorso ottobre, alla luce della prima bozza dell’addendum, la stima di extra-coperture rispetto a quelle che di normale banche farebbero si aggirava a poco più del doppio. Intervistato dal Sole 24 Ore l’eurodeputato Roberto Gualtieri dice che la Vigilanza Bce ha fatto alcuni passi nella «giusta direzione», apportando modifiche al testo iniziale dell’Addendum. Tuttavia per il presidente della commissione Affari economici dell’Europarlamento, è «singolare e sbagliato che Francoforte abbia mantenuto aspettative diverse da quelle della Commissione europea», ad esempio sull’orizzonte di svalutazione totale o sul bacino di Npl oggetto delle misure. Ecco perchè dopo che la proposta della Commissione diventerà legge, «ci attendiamo un pieno allineamento da parte della Vigilanza». 

Cina, in arrivo i super-dazi di Trump. La Cina è nel mirino della prossima e ormai imminente offensiva di Donald Trump sul commercio: l’amministrazione, ispirata dai falchi di America First, sta mettendo a punto un duro piano contro Pechino a base di dazi su prodotti e di restrizioni nei visti e negli investimenti. Soltanto i dazi potrebbero colpire almeno 30 – e forse fino a 60 – miliardi di dollari di importazioni. La misure, potenzialmente su un ampio ventaglio del made in China da tech e telecomunicazioni alle scarpe, potrebbero essere pronte per un annuncio entro una o due settimane. Frutto del completamento di un’indagine promossa dalla Casa Bianca che accusa la potenza asiatica di violazioni della proprietà intellettuale e indebite pressioni su trasferimenti di tecnologia ai danni di aziende americane. Il governo avrebbe concluso che i transfer forzati di know-how costano 30 miliardi l’anno. Washington potrebbe anche presentare ricorso contro la Cina in sede di Wto, perseguendo una strada multilaterale nella lotta alle controverse pratiche cinesi. Ma questa pista appare seriamente indebolita dalla recente svolta protezionistica dell’amministrazione. A giudizio di Giuliano Noci, sulle colonne del Sole 24 Ore, Trump “sta perdendo di vista il probabile punto di atterraggio della disputa. È partito male, all’atto del suo insediamento, rinunciando al Tpp. Trump ha rinunciato all’accordo commerciale tra una decina di Paesi dell’area del Pacifico, e ha lasciato libero campo alla Cina, che si è trovata un inaspettato regalo: la possibilità di giocare un’influenza nei Paesi asiatici limitrofi da cui era stata esclusa in virtù dell’architettura negoziale concepita da Obama. Assistiamo a una curiosa (e non auspicabile) convergenza: la Cina allarga la sua sfera di influenza geopolitica e gli Usa si ritraggono su loro stessi, facendo però il muso duro sul fronte commerciale. Nella realtà, tutto questo va purtroppo contro gli interessi americani e nostri. Il risultato sarà quello di una chiusura del mercato cinese (grazie al quale gli americani e gli europei ottengono ancora oggi rilevantissimi profitti) e una perdita di influenza americana nell’asse Eurasiatico.”

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