Siamo un popolo di bamboccioni?

Antonio Troise

Siamo un popolo di “bamboccioni”? A leggere le classifiche pubblicate da Eurostat, non ci sarebbero dubbi. L’italico attaccamento alle gonne della mamma smetterebbe, infatti, alla veneranda età di 30 anni e un mese. Oltre dodici anni in più rispetto ad uno svedese. E sette se non vogliamo andare troppo al Nord e guardare in casa dei nostri cugini francesi. Peggio di noi, nelle parti basse della classifica, ci sono solo gli slovacchi, i croati, i serbi, i macedoni e i giovani del Montenegro. Magrissima consolazione. Sembrerebbe, insomma, che i nostri ragazzi (si fa per dire, vista l’età) siano affetti da una sorta di sindrome di Tanguy, il mitico film francese che metteva a nudo il fenomeno sociale dei figli adulti che restavano a casa. O, per dirla alla maniera anglosassone, usando le parole dell’ex ministro Elsa Fornero, che siano un po’ “choosy”, ovvero schizzinosi, difficili, quando devono decidere di andare a vivere da soli. E poco importa se, proprio di recente, la Consulta ha dato ragione a quei genitori che avevano deciso di non finanziare a tempo indeterminato gli studi dei propri figli.

Allora, siamo condannati? La questione non è genetica, i cromosomi mediterranei non c’entrano per niente. In realtà se 7 giovani su dieci continuano a restare a casa (il 20% in più rispetto alla media europea), la colpa è soprattutto di un mercato del lavoro che continua ad essere fortemente ostile proprio per la fascia di età che va dai 19 ai 35 anni. Se insieme alle classifiche dei “bamboccioni” avessimo la pazienza di scorrere anche quelle che l’Istat dedica ai tassi di occupazione, scopriremmo che negli ultimi anni è cresciuto soprattutto nella fascia degli over cinquantenni. Per non parlare, poi, dei due milioni di ragazzi che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet. Non a caso, i Paesi dove i giovani vanno a vivere da soli prima sono anche quelli che hanno le politiche a favore dell’occupazione giovanile più efficaci. L’esatto contrario, ad esempio, di quello che è avvenuto negli ultimi anni in Italia. Basta pensare, ad esempio, all’allungamento dell’età per la pensione, che non ha certo favorito il ricambio generazionale. Insomma, prima di dare la colpa ai “bamboccioni”, sarebbe opportuno un esame di coscienza da parte di tutti coloro che hanno contribuito a non fare dell’Italia un Paese per giovani.

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